La via del drago (in collaborazione con Ali di Velluto)

fullsizerenderTutto è nato per colpa di questo post di Ali di Velluto. La sua testa di drago mi è piaciuta così tanto che gli ho chiesto di raccontarne la storia. Lui mi ha risposto “beh, potresti provarci tu”. La sventurata rispose….. e mi sono inventata un raccontino sbacato proprio come me, ad Ali è piaciuto e l’ha illustrato. Questo è il risultato e non dimenticate di andare a leggere anche il suo blog perchè c’è un disegno differente. Grazie Ali, sei un amico e un mecenate di prim’ordine!

La via del drago

Finì di agganciare il reggicalze e voltò la testa verso il grande specchio a parete, per controllare che la riga delle calze di seta nera fosse diritta.

Con un sussulto di dolore palpò il contorno dell’occhio, tanto bluastro che neppure il trucco pesante riusciva a celarlo completamente.

Quella sera avrebbe dovuto indossare il cappellino con la veletta, per poter cantare al jazz club e intrattenere i coraggiosi marines in partenza per l’Europa.

Anche se dopo qualche boccale di birra sarebbero stati troppo ubriachi per notare certi dettagli, nella caligine satura del fumo di sigarette di contrabbando. Tutti tranne quel Marlowe, quell’investigatore dagli occhi di ghiaccio che sembravano spogliarla e la tenevano sveglia di notte, a rigirarsi fra le lenzuola con il sesso pulsante di voglia.

Era certa che Mickey, l’enorme buttafuori nero dal cuore di burro, l’avrebbe guardata con un’espressione di rimprovero e Betty-Lou le avrebbe porto un bicchiere di bourbon e soda, il suo personale tonico per ogni malattia, dalla tosse al cuore spezzato.

Uno sguardo al piccolo orologio appuntato alla spallina del reggipetto la informò che doveva sbrigarsi, se voleva portare a termine la sua sorpresa.

Indossò l’abito chemisier di seta rossa, stretto da una cintura nera in vita, e legò un piccolo foulard al collo, un suo vezzo fin dal liceo, così utile a nascondere i lividi dei tanti uomini sbagliati che attraeva come una calamita, fin da quando era fuggita di casa su un treno merci, con un fagotto di stracci in mano e puerili sogni di gloria in tasca.

Il trench di pelle nera, il cappello a tesa larga e i guanti già l’attendevano sulla panca d’ingresso, insieme alla borsetta insolitamente pesante.

Lo specchio del mobile bar le rimandò l’immagine di un volto pallidissimo dalle labbra scarlatte mentre, con mani tremanti, si versava un bicchierino di gin per infondersi coraggio.

Diede un’ultima occhiata alla foto incorniciata, due occhi beffardi in un volto maledettamente bello, poi la poggiò a faccia in giù sulla mensola mormorando un Bye bye, baby con la sua calda voce del sud.

Raffiche gelate di pioggia spazzavano il marciapiedi deserto della Avenue. Alzò il braccio e subito un taxi accese la luce gialla accostando silenzioso.

«Sali bellezza, dove ti porto in questa sera da lupi?»

«Hotel Palace, tra la Sesta e la Nona

Salendo abbassò la tesa del cappello a coprire il volto e si accese una sigaretta, soffiando il fumo sul vetro del finestrino per cancellare il suo riflesso, mentre guardava sfilare i palazzi illuminati della città che le stava bruciando l’anima.

Entrò nella hall. Il portiere di notte la riconobbe e le rivolse un sorriso complice, intascando con destrezza la banconota che gli fece scivolare tra le dita.

Prese l’ascensore ma si fermò due piani sotto l’attico, perché il rumore di quel catorcio sferragliante non annunciasse il suo arrivo, rovinando la sorpresa.

Perciò imboccò le scale di servizio, ansimando per l’agitazione e l’inciampo dei tacchi alti.

Entrò con la sua chiave, un piccolo regalo che lui le aveva fatto trovare legata a un cesto di frutta esotica in camerino, un milione di tempo e schiaffi prima.

Le luci nel soggiorno lussuoso erano ancora accese e mostravano impietose lo spettacolo di molti bicchieri, alcuni sporchi di rossetto, dei posacenere pieni di mozziconi e degli indumenti intimi sparpagliati ovunque, insieme alle pelli dei profilattici usati, simili a mute di serpente.

Dalla parete sopra il divano di pelle bianca la grande testa di drago si rifletteva superba nello specchio.

Conosceva bene quella preziosa stampa di Hiroshige e la leggenda superstiziosa che l’accompagnava. Era stato un suo regalo, faticosamente acquistato con lo stipendio di un anno al jazz club e un piccolo lavoretto di bocca nel retrobottega di un viscido antiquario. Una volta avrebbe fatto di tutto per renderlo felice, pazza che era.

Si diresse verso la camera da letto, da cui provenivano gemiti inequivocabili.

Nella penombra osservò con calma l’ampia schiena di lui che si muoveva, stantuffando con vigore tra le gambe di una ragazza rantolante di piacere come una gatta da strada.

Sui muscoli che guizzavano, lucidi di sudore, la testa del drago sembrava prendere vita e irriderla con i suoi occhi crudeli.

Il tanfo di sesso le era quasi intollerabile ma decise di lasciarli continuare finché lui, con un gemito roco, si abbatté a faccia in giù sul letto, sazio di piacere.

Attese che la ragazza si liberasse della sua stretta e si dirigesse verso il bagno, da cui dopo poco si udì lo scroscio sonoro dell’acqua che riempiva la vasca.

Si avvicinò al letto e con la lunga unghia laccata di rosso percorse le linee del tatuaggio sulla schiena, finché lui si voltò con un grugnito di fastidio.

Gli lasciò giusto il tempo di dilatare gli occhi per la sorpresa e sorrise con dolcezza mentre premeva il grilletto.

«Bye bye, baby

Meriggiare

Pesci e punti interrogativi

Cammino su sassi levigati mentre le foglie che scrocchiano fanno un bel rumore e c’è un buon odore di fresco e terra smossa che si spande attorno a me. Leggo frasi cui non saprei replicare, tanto mi sembra di essere lontana dalla realtà, e ascolto musica di suoni onomatopeici, lingue che non conosco e perciò mi godo come musica vera.

Disegno male, lasciando scorrere la penna dove vuole, con goffa inesperienza anche se la parola giusta è inettitudine.

Ho raccolto un ciclamino selvatico tra i cipressi. Era bello, fiero e solo, così lontano dalle altre famigliole che punteggiavano il sottobosco. L’ho preso con me e lo conserverò nascosto tra queste righe.

Scrivo, anzi no, ammucchio parole senza costrutto spostandole qua e là, come ragnatele che hanno più costanza nell’essere tessute di quanto ne abbia io nel toglierle dalle pareti.

Fa caldo oggi, un pomeriggio assolato e silenzioso in cui l’umanità sembra essere sparita e passeggio come fossi padrona di tutto lo spazio che mi circonda anche se, a ben guardare, nè il tempo nè lo spazio mi appartengono e del mondo non conoscerò mai il noumeno.

Filo spinato ammorbidito da rampicanti, spine di rovo indorate da una spessa coperta di licheni, ciottoli bianchi da raccogliere e vento, che non cessa di presentare il conto spettinando gli alberi, tutto questo mi circonda senza invadenza, mi accompagna nel pensare e una lucertola, in vena di fare amicizia, spunta timorosa da una staccionata di legno friabile.

Una manciata di uccelli scagliata in aria dalla mano di un gigante invisibile esplode in mille strida e si allarga in rivoli che punteggiano il cielo, colando giù fino all’orizzonte. Stanno provando il percorso, stanno cercando la strada migliore o forse raccolgono solo il coraggio per andarsene via.

Mi immergo alla ricerca di punti interrogativi, non sono capace di pescare quelli esclamativi nè gli asterischi e il punto e virgola ormai è più raro e prezioso di un unicorno. Le domande sono ami subdoli che agganciano pesci indifesi e sprovveduti, desiderosi di vedere cosa si nasconde lassù in alto, oltre tutto quel blu che li circonda.

Sto incrociando il cammino di molte farfalle in questi giorni, ne osservo il volo da lontano con cautela e mi chiedo se è ancora lui a venire a trovarmi sentendo la mia inquietudine, come un gatto che si accoccola vicino a chi sta male e dorme con un occhio semiaperto, la coda che danza e un gorgoglio di fusa a cullare il sonno del malato.

Osservo castelli di sabbia costruiti con maestria sgretolarsi e cadere sotto la carezza ritmica delle onde, sulla riva restano solo ossa di legno sbiancato dal sale e il tramonto rinnova il mistero del giorno, lasciando in bocca una sensazione di freschezza amara e fragile, luminosa come le prime stelle che si accendono.

L’uliveto mi abbraccia con la penombra di rami contorti e foglie argentee. Il legno scaldato dal sole emana un odore pungente di resina oleosa e il profumo del timo, che ravviva il secco dei muretti, fa venire voglia di bere l’aria a larghe sorsate, per ubriacare meglio i sensi già troppo acuiti dal silenzio.

Le formiche si incolonnano lungo la corteccia tornando a casa, i rami suonano impetuosi con voce di violino, le olive tremano e sognano di cambiare colore.

Ascoltando questa canzone che dedico alla mia cara Penny Lane vagabonda e questa che invece è per me.

Accanto al fuoco – vii

Apro gli occhi sul grigiore di un giorno senza alba, di una luce che non riscalda e non nutre la vita.
Ho dormito le poche ore che il mio corpo necessita per riprendere forza. Guariamo in fretta noi e lo scorrere del tempo ci insulta più lentamente, ma le tante battaglie pesano sulle mie membra e appesantiscono il mio respiro.
Lynx non è più nella grotta, sta cacciando il suo cibo o forse ha solo voglia di correre libera e selvaggia, lontana dall’inquietudine che emana da ogni mio poro.
Scendo al lago, l’acqua è limpida, il velo di ghiaccio si è ammorbidito per lasciare il posto a una fanghiglia gelida che punge mozzando il respiro. Getto il mantello e gli abiti induriti dal sangue rappreso sulla rena di pietrisco, trattengo il respiro e m’immergo sott’acqua.
Resto così per lunghi minuti, la pelle sempre più insensibile, le labbra blu, il ronzio nelle orecchie l’unico suono che riesce a farsi largo nella mia mente, altrimenti vuota come un sudario bianco.
L’acqua è l’elemento di Sjor, che mi ha insegnato a sfruttarne il potere rigenerante. Non avere paura fratello, qui non può accaderti nulla di male. Ascolto la sua voce nelle bolle che ritrovano la via della superficie uscendo dal mio naso e sento il tocco della sua mano nelle ondulazioni sommesse che mi accarezzano le spalle.
Rimango immobile finchè mi sento pulito e riemergo appena prima di perdere i sensi. Sento il cuore che pompa vigoroso mentre mi stendo, nudo, sulla riva e incrocio le braccia dietro la nuca, chiudendo gli occhi per non vedere il cielo.
Non dovrei chiamare cielo l’informe cappa di cenere che ha sostituito l’azzurro luminoso della mia giovinezza, così come non sono giorno le ore di luce bigia che precedono il buio.
Il mondo come lo ricordo è stato sostituito da una successione di giorni senza speranza.
Ecco di cosa hanno privato l’intera umanità gli Oscuri, del sole e del cielo, del giorno e della notte. Il loro potere, cresciuto a dismisura per opera dei continui attacchi agli albini, sta lentamente consumando l’energia del sole e le riserve della terra. Non rimane molto tempo prima che ogni tentativo di combatterli diventi totalmente vano.
Appartengo a un piccolo esercito clandestino, il Circo, anzi ne sono uno dei capi ancora rimasti in vita. Noi resistiamo alle incursioni degli Oscuri e vigiliamo sui bambini delle comunità indifese, braccate come pecore dai lupi, ma la nostra forza sta scemando e io mi sento sempre più stanco e impotente.
Un cauto zampettare mi informa che Lynx è tornata. Apro gli occhi, mi alzo in piedi con uno scatto, mi vesto con abiti puliti, celando con cura quante più armi possibile tra gli indumenti.
Allaccio in vita la sacca che contiene la polvere di licopodio, il mio trucco da mangiafuoco, mi avvolgo nel mantello e sono pronto per fare ritorno al villaggio, uno dei tanti satelliti della Città, cresciuti come escrescenze intorno ai tentacoli della piovra che succhia loro la vita.
Mi incammino lungo un sentiero che attraversa il bosco, lontano dalle fattorie che punteggiano la gola che ho eletto a mio domicilio.
Sta arrivando l’inverno, lo sento negli alberi che mostrano rami sfiniti dal gelo e dal vento, anche se le foglie non si rassegnano ancora a cadere e si vestono di una patina di rosso opaco, per ingannare la sorte mostrando un’allegria che non provano.
Il cammino non è che una breve passeggiata e il villaggio mi si para presto davanti agli occhi, avvolto dal fumo pesante che proviene dalle stufe a carbone e dalle auto che vomitano grasse nubi di carburante grezzo. E’ molto presto e il sonno non ha ancora abbandonato del tutto le case.
Procedo silenziosamente, saettando gli occhi intorno a me, per controllare il minimo cambiamento nella densità delle ombre che avvolgono i vicoli sudici che mi sfilano davanti.
Conosco a memoria la strada e mi oriento nel dedalo di viuzze come vi fossi nato, anche se sono arrivato qui solo da pochi giorni.
Sono Pyros il giocoliere, Pyros il lanciatore di coltelli, Pyros il mangiafuoco che fa sorridere bambini invecchiati ancor prima di aver assaporato la vita, Pyros che protegge le anime indifese dall’oscurità.
Arresto i miei passi davanti all’ultima porta di un cul de sac maleodorante. Ha un aspetto incongruo in mezzo a tanta miseria. Siamo alle soglie dell’inverno ma una rosa rampicante riveste come un arco l’intero architrave e si spinge in alto verso il tetto, ricoprendo la parete grigia di un verde impudico e sfacciato.
Sul legno davanti ai miei occhi è incisa una runa che ben conosco. Alzo la mano per sollevare il battocchio a forma di foglia ma la porta si apre senza rumore e lei è lì, davanti a me, e mi sorride con lo sguardo gentile di sempre. Bhumi, mormoro piano.
Pyros, mio caro, entra. Ti stavo aspettando e nel dirlo appoggia la mano sulle gemme del roseto che subito iniziano a sbocciare, felici, sotto il tocco delle sue piccole dita, emanando un profumo che cancella per un istante il ricordo di ogni brutta cosa accaduta nel mondo.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Variazioni di settembre

some-daysOggi l’estate mi ha salutato con una serie di temporali, tuoni che cannoneggiavano giù dalle colline accompagnati, come dive sulla passerella, da flash di lampi seducenti.

Questa sera ho Bach che accompagna i miei pensieri ondivaghi, sospinti in lente ondulazioni da un vento fresco di settembre.

Non posso fare a meno di chiudere gli occhi quando ascolto Bach, così come Glenn Gould non può fare a meno di sillabarne ogni nota mentre lo interpreta. É come se volessi farmi penetrare dalla musica e solo ad occhi chiusi riuscissi a far arrampicare la melodia nel nucleo più profondo, che si contorce come un serpente ammaliato dal suono.

La musica di Bach per me è come il mare e mi lascio travolgere dai suoi flutti, dal crescendo delle note che sembrano non volersi mai arrestare e dall’improvvisa calma dei suoi minuetti, che mi lasciano protesa su un promontorio, in attesa che un nuovo spruzzo di note salmastre mi accarezzi.

Penso a quanto può essere bello il mare in un giorno di pioggia settembrina, quando l’umanità chiassosa viene tenuta lontano da raffiche di acqua e grigiore e, finalmente, può tornare ad avere la dignità solitaria del primo giorno della creazione.

Le sue ampie onde gonfie di schiuma non parlano più della piccolezza precaria degli uomini ma solo dell’anima e dei suoi sogni.

Mentre ascolto le variazioni, che giocano a nascondere la melodia dietro infiniti arabeschi, penso a quanto Bach sia adatto a celebrare una vita quanto una morte. Lo scopo della morte è dare forma compiuta allo scorrere della vita e, a ben vedere, a settembre si celebra la morte dell’estate, che proprio nel dire addio ritrova la sua nobiltà, liberandosi di quell’aria sudata e appiccicosa che non riuscivo più a tollerare, e porta con sè la nostalgia della distanza, l’orizzonte del tramonto che si chiude su altri orizzonti.

Non dovrebbe essere complicato vivere l’ovvietà di un giorno qualunque, non dovrebbe essere difficile avere un amico cui confidare un segreto che grava il cuore, non dovrebbe essere facile sprecare il proprio tempo nel rincorrere una vita che non è mai esattamente quella desiderata.

Tutto dovrebbe essere semplice come la melodia di un’overture di Bach, il mare pulito di un giorno grigio, una pioggia torrenziale che lascia la platea e gli applausi alla luna piena di una notte fresca di settembre.

Picnic

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fonte: tumblr

Ha gli occhi del colore dell’oceano bruciato da troppe tempeste, screziato del nero violaceo delle mareggiate fuori stagione.

Sono aperti e fissi, guardano controvoglia il cielo e nell’angolo esterno brilla ancora la traccia scura di una lacrima impastata con muco e terra.

Osservo affascinata il cammino di una vespa che risale pigramente la sua mano, dalle dita sgraziate e rozze, con le unghie ispessite da uno strato coriaceo di grasso e polvere, su verso il braccio nudo.

Raccolgo da terra il sigarillo sottile e profumato, rotolato accanto alla mano posata sull’erba, e lo accendo facendomi schermo con il palmo. Inspiro con voluttà e butto fuori il fumo piano piano, piccole bave azzurrine che un vento teso e secco disperde subito.

La vespa continua la sua esplorazione facendosi via via più spavalda, pizzicando con le mandibole tracce di polline ed erba nascoste tra la peluria bionda.

Per un attimo sembra confondersi con il complicato disegno che copre buona parte della pelle, dal gomito fino alla spalla. Un tatuaggio giapponese tradizionale realizzato con tecniche antiche e dolorose, un rito di passaggio obbligato a testimoniare ciò che quell’uomo è  diventato: un assassino.

Guardo l’orizzonte, il paesaggio quasi irreale tanto è perfetto, immerso in una luce rossastra che tinge ogni cosa che mi circonda di un calore che non provavo ormai da tempo.

La vespa termina il suo osceno cammino lungo il braccio, con un piccolo volo si posa sulla gola, poi inizia la risalita del volto. Le zampette per un attimo si impigliano nella barba arruffata, ma si libera quasi subito con uno strattone e un furioso ronzio di protesta, per dirigersi soddisfatta verso il naso da cui cola un grumo rappreso dall’odore invitante di sangue.

Altro sangue sgorga dalla sua bocca misto a schiuma bianca e tinge di gocce scure la barba, resa giallastra dal fumo di innumerevoli sigari. Lo stesso sangue macchia i miei vestiti che, constato con rammarico misto a disappunto, dovrò bruciare presto.

Accanto alla sua testa si allarga una pozza di vomito, ormai colonnizzata dalle formiche, in cui galleggiano residui di cibo, vino e piccole bacche arancioni. Sono identiche a quelle che ho messo a macerare nel fiasco di vino rovesciato sull’erba, le stesse che sto stritolando tra le mani, coprendo di macchie i miei guanti di camoscio chiaro.

La vespa sta passeggiando sul suo occhio che mi fissa con un ridicolo sguardo di sdegno e sorpresa. La scaccio con un gesto della mano e la guardo ronzare via prima di tornare a osservare quel volto.

Lo guardo con curiosità ma senza emozioni, una ad una me le ha strappate dal corpo così tanto tempo fa che ormai non sono sicura di averne mai possedute.

Mi alzo, spolvero gli abiti dai fili d’erba, getto le bacche spappolate nel rivolo d’acqua che scorre quasi asciutto e piego con cura il plaid, riponendolo nel cesto da picnic insieme al fiasco e ai sandwiches ancora intatti. Sarebbe un vero peccato buttarli, sono i miei preferiti, salmone e aneto, e credo che li mangerò stasera con gusto, stesa sul divano con una tazza di tè fumante, un sigarillo e il gatto a farmi compagnia.

Mi volto senza fretta. Non chiudo le palpebre di quegli occhi di oceano bruciato che fissano un cielo diverso dal mio, non merita un ultimo gesto di pietà, anzi voglio che il suo sguardo mi segua mentre me ne vado, abbandonando lì il corpo della persona che ha fatto di me un’assassina.

On air Malafemmena

cigaro

Foto personale – Cigaro chiaro / Aurum italicum. Appartiene alla famiglia delle Aracerae è una pianta erbacea perenne. Tutta la pianta è velenosa, il contatto con la pelle provoca dermatiti. Le bacche rosse dei frutti provocano avvelenamenti mortali.

L’heure de la nuit

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fonte: tumblr

Lascia ch’io entri

nel tuo mondo.

Non tenermi

lontana

con il silenzio,

teso,

di filo spinato,

feroce,

che graffia carne

avida

di abbracci.

Stringi la mano,

a pugno,

tra le mie

e fa ch’io l’apra,

un dito

alla volta,

per svelarne il vuoto,

ostinato,

vestito della nuda

nudità

di dolore

solitario.

Appoggia i palmi

sul mio volto,

indifeso

e sfiora la pelle

con la cura,

lenta,

di un cieco

che impara

i sentieri,

nascosti,

di rughe

colme di vita.

Cerca la mia bocca

con l’affanno

di un morente

cui dare fiato,

di una pagina

cui mescere inchiostro,

di un cardellino

cui donare libertà.

Scuoti la cenere

del tempo,

implacabile,

sulla soglia

del tuo cuore

e accogli l’ombra,

paziente,

dell’attesa,

di te,

in me.

Lascia ch’io entri

nella tua anima. (Camille Béatrix D’Heure)

Being Spank

Che fatica …..

Svegliarsi con gli occhi da rana e la voce di Spank. L’umore no, quello è il solito del mattino, feroce e rabbioso come un crotalo in astinenza da morsi.

Soppeso i pro e contro di alzarmi subito. Dieci minuti per truccarmi e dare una patina di normalità alla mia faccia da zombie oppure chiudere gli occhi e ignorare il mattino. Inutile dire cosa scelgo.

È un giorno da porta girevole, ruoto su me stessa senza trovare un’uscita e intanto penso a tutte le decisioni che ho preso; mi sforzo di individuare qual è stato il momento esatto, il bivio che non dovevo imboccare, quel forse chissà che mi avrebbe cambiato la vita. Serve a nulla, se non a dare un gran mal di testa e farmi abbassare la pressione, che già di suo guarda negli occhi le formiche.

Dovrei accontentarmi di ciò che ho, ma è una pulsione distruttiva che non riesco a contrastare e poi come si fa….. il verbo accontentarsi non ha un bel suono e ha il sapore del pane stantio che raschia in gola.

Il solito mug di caffè tra le dita, sbocconcello distratta i biscotti mentre scrivo, ho inaugurato un quaderno nuovo e voglio fissare un’idea balzana che mi ha fatto compagnia stanotte.

È bello violare con l’inchiostro il candore della pagina e prendere possesso di un territorio che esiste solo nella mia testa. 

Uff, questo magone proprio non se ne vuole andare e preme dietro le tempie con forza. Ora Spank si farebbe un pianto a gran voce per poi tornare subito a ridere. Ma io non sono lui, ne ho solo la voce arrochita del mattino e il tempo non mi dà il tempo di vivere, solo la necessità di rincorrere i minuti che non mi appartengono.

Guido in silenzio, stranamente piano e senza musica che guasti il nulla che ho dentro. Appoggio la testa all’indietro, ancora un attimo per me ad occhi chiusi, un sospiro per prendere coraggio e subito bussano al vetro, che fa, non va a lavorare, bella la vita di chi è sempre in vacanza.

Il crotalo dentro di me alza la testa e srotola le spire. Spank invece fa una risata, alza le spalle e sorride come se davvero mi piacesse vivere così, arrivo, due minuti e si apre.

La gentilezza mi ucciderà.