Accanto al fuoco – xi

A nessuno tranne me Sjor aveva permesso di guardare oltre la facciata di spavalderia e buonumore che mostrava al mondo, facendomi diventare l’unico custode del suo tormentato passato.
Il suo potere si era manifestato molto presto, prima di quanto succedeva di solito a noi albini.
I suoi genitori, terrorizzati da quel figlio dai capelli lunari che li avrebbe condannati alla miseria e al rifiuto da parte della comunità, avevano tentato di affogarlo nel fiume quando aveva solo pochi anni.
L’elemento di Sjor, l’acqua, lo aveva accolto e protetto, lo shock aveva attivato improvvisamente il potere aprendo le sue branchie per permettergli di respirare e palmando le dita delle mani. Così Sjor, divincolatosi dalla stretta del padre, aveva nuotato sott’acqua seguendo il corso del fiume fino ad arrivare nei bassifondi della Città, dove era stato soccorso e aiutato da uomini buoni e pietosi come il nostro amato Isern ed era crescito libero e selvaggio.
Questo mi confidò una notte accanto al fuoco. Il suo volto sofferente e vulnerabile, inondato di lacrime al ricordo delle braccia del padre che lo tenevano sott’acqua, il dolore insanabile per lo sguardo indifferente della madre che lo guardava morire, lo resero mio fratello per sempre, al di là di ogni possibile legame di sangue.
Oltre a dominarla nei suoi diversi stati, Sjor era in grado di concentrare le singole molecole di acqua presenti nell’aria e di sfruttarne il potere di condurre elettricità. Isern gli aveva costruito un bastone da rabdomante che faceva ronzare vorticosamente tra le dita prima di colpire i nemici, fulminandoli sul posto con potenti scosse elettriche.
Durante gli anni del Circo avrebbe aggiunto alle sue armi una formidabile rivoltella dal calcio intarsiato di madreperla, un cimelio sottratto alla teca di uno dei musei ormai abbandonati della parte più antica della Città.
Quando un getto di acqua gelida in faccia mi riporta al presente, è proprio la rivoltella di Sjor, abbandonata su una sedia vicino a me, a ricordarmi cosa è successo poco fa nel vicolo.
Sbatto gli occhi cercando di emergere dalla nebbia torpida che mi avvolge le membra, mi asciugo il volto fradicio imprecando a mezza voce e finalmente riesco a mettere a fuoco la scena.
Sono riverso su un malandato divano nella cucina di Bhumi, vicino alla stufa che emana un calore confortante. Le mie mani sono fasciate da bende macchiate di sangue e la testa sembra essere sul punto di spaccarsi come un melone maturo.
Seduto scomposto su una sedia Sjor si divincola borbottando, mentre Bhumi cerca di medicargli il braccio con un tampone impregnato di un liquido dall’odore pungente.
«A quanto pare non hai perso il tuo maledetto vizio di giocare con l’acqua».
Con queste gelide parole mi rivolgo a Sjor che fa spallucce e accenna un mezzo sorriso.
«Stavi dormendo beato come un angioletto e non ho resistito».
«Smettila di provocarlo e tieni fermo questo».
Bhumi preme più forte il tampone sulla ferita di Sjor con uno sguardo severo che gli strappa un lamento, prima di avvicinarsi a me.
Mi accarezza la fronte, controlla lo stato delle mie pupille e sistema le fasciature.
Osservo il suo volto dolce e concentrato, la ruga verticale che le incide sempre la fronte quando è preoccupata, i piccoli spasmi di sofferenza che le percorrono le labbra. E’ pallida, ha perso molto sangue nella battaglia che abbiamo affrontato, è stata ferita al braccio e alla gamba ma, come al solito, continua ad occuparsi di noi, a cercare di proteggerci da noi stessi e dal rancore che ci ha diviso.
Le stringo una mano, le rivolgo una domanda muta, scuote la testa, gli occhi pieni di lacrime trattenute, e accenna un sorriso sbilenco, poi ci volta le spalle, apre la credenza delle erbe e inizia a trafficare con tazze e acqua bollente, nel tentativo di trovare un rimedio che ci faccia recuperare rapidamente le forze.
Ci lascia a guardarci negli occhi in un silenzio imbarazzato. Sembriamo gatti diffidenti che calcolano la mossa dell’avversario.
«Eri a Sud per organizzare la Resistenza degli uomini del fiume. Perchè sei tornato così presto?».
«Abbiamo subito perdite tremende. Molti uomini sono morti e alcuni dei ragazzi più giovani sono stati rapiti e privati del loro potere. Qualcuno si è salvato ma sono povere larve senza più memoria. Di molti non si è trovato che il corpo privo di vita. Siamo in pochi ormai, il Circo è stato quasi decimato, la Resistenza indebolita dai continui assalti degli Oscuri che sono sempre più potenti».
Guardo Sjor con occhi vitrei, le spalle di Bhumi tremano mentre singhiozza piano.
Chino il capo, mi passo le mani tra i capelli stringendoli forte, come se il dolore che mi sto infliggendo possa cancellare ciò che ho appena udito.
«Allora è davvero finita. Tutto è perduto, tutto è stato vano. Loro sono morti inutilmente».
Lynx accucciata ai miei piedi ringhia piano e sbatte la coda guardinga quando la sedia si rovescia con fracasso e Sjor balza in piedi, il viso stravolto, i pugni che si aprono e si chiudono con furia.
«Quando finirà questa tortura, Pyros? Quando smetterai di condannarmi ancora, ancora e ancora? Credi che io non soffra almeno quanto te? Credi che per me Isern non fosse importante? Che non lo amassi come un padre? Pensi che non darei la mia vita anche in questo momento se servisse a riportare indietro Aïle?».
Un rumore di vetri infranti mi fa sussultare, il vassoio cade a terra e mi schizza la guancia di liquido caldo, mi volto a guardare Bhumi, immobile, con le mani premute sulla bocca nel tentativo di non gridare e sento che la rabbia sta facendo scorrere un fiume di lava dentro le mie vene, sento il fuoco che divampa mentre mi alzo in piedi e urlo tutto il mio dolore contro mio fratello.
«NON OSARE MAI PIÙ PRONUNCIARE IL SUO NOME».
Il cuore martella senza tregua, non riesco a dominare il potere, l’aria diventa secca e inizia a ronzare, chiudo gli occhi e lascio che il fuoco si impadronisca di me.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Disintossicazione

fonte: web

Qualche giorno fa sono andata in farmacia. Niente di speciale, un favore che mi avevano chiesto, comperare una scatola di fermenti lattici e qualcosa a base di erbe per digerire.

Entro un po’ a disagio, non conosco l’ambiente perché non sono cliente, il din don varcata la soglia mi infastidisce, richiama attenzione su di me e sono già di fretta, ho un appuntamento e nessun desiderio di fare tardi.

Mi avvicino al banco, c’è un farmacista anziano e vecchio stile, porta giacca e cravatta sotto il camice e si muove con gesti ampollosi. Un buongiorno conciso da parte mia e la richiesta precisa e stringata di ciò che mi occorre sono tutto ciò che sono disposta a concedergli.

Mi guarda di traverso, è abituato a gente indecisa, che chiede consiglio e si fa guidare nella scelta, forse la mia sicurezza lo infastidisce o lo destabilizza.

Anziché gettare banalmente le mie due scatolette in un sacchetto, si attarda ad avvolgerle in un foglio di carta ornato da piccoli caducei verdi. Chiude con attenzione gli angoli del pacchetto con un pezzetto di nastro adesivo e lo rigira tra le mani, incurante della mia ben evidente premura.

Si attarda in inutili istruzioni sulla posologia, mi decanta l’importanza di mangiare e digerire bene, altrimenti il corpo si inquina e soffre, di eliminare le tossine, di tenere in ordine le tubature e gli scarichi.

Rispondo con un sorrisetto ambiguo, un cenno di capo e un mormorio intraducibile, poi apro il portafoglio e attendo di sapere quanto devo per la sua encomiabile prestazione non richiesta.

Sospira rassegnato, posso quasi sentire i suoi pensieri, perle ai porci signora mia, mi creda, e prende i soldi che ho pronti in mano.

Nel porgermi controvoglia il resto spara la sua ultima cartuccia «Ha mai provato la disintossicazione emozionale? Mi piacerebbe parlarne con lei se ha qualche minuto. Le potrebbe essere utile».

Resto per un istante perplessa, penso che stia scherzando e accenno un sorriso che si spegne di fronte al suo sguardo, serio come se mi stesse fornendo la cura per il cancro. Per fortuna vengo salvata dal mio orologio; il tempo scorre, il mio appuntamento è imminente e non mi resta che andare via in fretta.

Cammino perplessa, rifletto sulle sue parole e mi arrabbio con me stessa per non aver saputo rispondere a tono.

Io non voglio disintossicarmi dalle emozioni, voglio buttarmici dentro, affondare i denti con avidità e mordere la polpa, anche se è così acerba da allappare la mia bocca o marcia al punto da disgustarmi. Voglio essere bulimica, ingorda fino a sentire le emozioni scorrere sotto pelle come una droga, l’unica che rende vivi.

Non è dalle emozioni che dobbiamo disintossicarci fino a smettere di sentire, di vedere ciò che ci circonda per com’è anziché per come vogliono farcelo vedere, non è di automi anaffettivi che questo mondo ha bisogno. Invece di disintossicarci, rincorrendo un’inutile anestesia emotiva come il nirvana, cerchiamo di imparare a usare meglio le correnti che ci attraversano, se in emo-zioni risuona la parola αἷμα, sangue, vuol dire che da loro dipende il nostro essere persone vive e non zombie dissanguati.

Non sono le emozioni ad essere pericolose, ma l’uso che si fa di esse, la manipolazione fatta di parole che illudono e ingannano, plagiano e feriscono come sassate, trasformandoci in bombe a orologeria pronte a esplodere.

Le emozioni sono parte di me, anzi sono la vera me e preferisco restare intossicata e sincera, mio signor farmacista, piuttosto che arida e pulita. Non ho tempo per te, mi dispiace, ho una vita imperfetta da cercare di vivere, in preda alle mie emozioni, belle e brutte che siano. Vorrei tornare per dirti queste parole ma so che non capiresti, ormai sei troppo disintossicato ed è un vero peccato, per te.

Alla ricerca del Trono di Fuoco – Cronache dal regno di Zahel

Le collaborazioni e la scrittura collettiva sono uno dei piaceri che ho imparato ad apprezzare qui su Wp.
Se poi le controparti sono persone di talento e piacevoli come Zeus e Red, allora l’intesa è davvero perfetta.
Non è la prima volta che scrivo per loro, incastrandomi nelle loro storie, e ogni volta è sperimentazione e divertimento allo stato puro.
Grazie amici miei, è bellissimo poter scrivere con voi.

Music For Travelers

Sono sinceramente sbalordito. Ho iniziato questa storia, Alla ricerca del Trono di Fuoco, come puro passatempo e divertimento (e sfida personale) e, post dopo post, è diventata un’avventura che ha coinvolto prima il grande redbavon e, adesso con questo stupendo racconto, anche La Mela sBacata. Ebbene sì, care lettrici e cari lettori, apro la mia divina mail e trovo questo racconto di Mela e che faccio, lo lascio via?
Neanche per idea!!!!
Perciò leggete tutti e incoraggiatela a scrivere il seguito!
Ps: io vi prometto che continuo con la storia principale nei prossimi giorni (spero).

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Se qualcuno, facendosi largo attraverso le impronte di mani, condensa e unto che costellavano il vetro, avesse volto lo sguardo verso la finestra e si fosse soffermato a guardare con attenzione, avrebbe visto una gazza dal lucido piumaggio nero-blu screziato di bianco passeggiare sul davanzale, apparentemente intenta a becchettare la cornice di legno…

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Il buono che c’è

Gli amanti – L’abbraccio Egon Schiele

Il buono di te e me sta nella curva calda dei nostri corpi abbracciati nel sonno, nell’incastro perfetto di cosce e glutei, nel gioco di teste che si appoggiano e di spalle che si sorreggono a vicenda.

Il buono di te e me risiede negli sguardi che ci scambiamo, nella memoria dietro occhi che si guardano come allora, in quel primo sguardo perfetto, lontano ma ancora così vicino, come se gli anni non fossero passati uno dopo l’altro, sfogliati come petali di margherite, ma si fossero solo ripiegati a soffietto, per occupare meno spazio, per prendere meno polvere, per tenere più al sicuro i ricordi che contengono.

Il buono di te e me si trova nei nostri gusti complementari, nella mia pigrizia e nella tua vitalità, nella mia armonia del canto e nel tuo stonare le note, nel dolce del miele e nell’aspro dell’aceto con cui condiamo la vita in pietanze agrodolci che gustiamo soddisfatti.

Il buono di te e me sono le mie mani che intrecciano le tue al buio, sono odori che si fondono in note di cuore, sono il conforto delle nostre pelli che sfidano il tempo perdendo la battaglia a viso aperto, sono i nostri corpi che annullano la gravità in un abbraccio che niente sbandiera e tutto dimostra in silenzio.

Il buono di te e me non si può ridurre a una sola parola, è camminare in equilibrio sul filo del vivere con i polpastrelli che si sfiorano per non cadere, è dolore nella distanza che opprime lo spazio come un arto fantasma, è fusione nella vicinanza in un nucleo in cui respiro e vita sono sincroni, in cui siamo uniti e mai separati, siamo distanti e mai lontani.

Il buono di te e me siamo io e te.

Accanto al fuoco – x

Troppo tempo fa eravamo rimasti qui

Un getto di acqua gelida mi risveglia bruscamente dal torpore in cui sono caduto. Mi dimeno, sputo acqua, cerco a tentoni di asciugarmi gli occhi e perdo così l’equilibrio.
Rovescio con fracasso lo sgabello e gli attrezzi da fabbro, che ingombrano il banco da lavoro di Isern, piombano al suolo con un assordante rumore di ferraglia e io insieme a loro.
Mi rialzo, ferito nell’orgoglio più che nel corpo, e resto a guardare, dapprima attonito poi sempre più arrabbiato, il ragazzo che si sbellica dalle risate davanti a me.
È alto, spavaldo, magro e bello in modo sorprendente nonostante i capelli rasati a zero, tranne una ridicola cresta che svetta insolente al centro della testa rosea e lo fa assomigliare a uno di quei pappagalli dei libri illustrati della mia infanzia.
Lo squadro da capo a piedi senza dire una parola, le dita iniziano a imperlarsi di fiammelle iraconde e sento lo stomaco che si contrae, mentre mi preparo a scagliare una palla di fuoco su quegli stupidi capelli.
Sollevo lentamente il braccio mentre lui, gli occhi sgranati dalla paura, boccheggia attonito e alza le mani in un gesto di resa pacifica.
Il mio polso, nonostante cerchi di divincolarmi, rimane immobile, paralizzato dalla morsa ferrea di Isern.
«Fermo Pyros, basta così. Questo piccolo attaccabrighe è un amico, anche se si diverte a fare scherzi stupidi che prima o poi gli costeranno una bella lezione. Non oggi però, oggi dovete imparare a conoscervi. Ti presento Sjor».
Quello fu il mio primo incontro con colui che divenne mio fratello di sangue, compagno e amico per la vita. Almeno era ciò che pensavo in quegli anni.
Eravamo così diversi Sjor e io, bianco e nero, sole e ombra, acqua e fuoco; impulsivo e sbruffone lui, mutanghero e determinato io; il suo sorriso sempre pronto a brillare e la rabbia sorda dentro i miei occhi; la sua pelle perfetta e il mio volto sfregiato; idolatrato dalle ragazze che trattava con disinvolta noncuranza, mentre io ero timido e ombroso come un puledro da domare.
Quando lo conobbi vivevo ormai da oltre un anno con Isern.
Avevo trascorso tutto quel tempo in solitudine, restando sempre nascosto all’interno della fucina del fabbro, per me calda e rassicurante come il ventre di una madre.
I lunghi mesi di duro lavoro trascorsi a plasmare rottami, creando oggetti là dove prima c’erano solo scarti, e le notti passate ad allenarmi altrettanto duramente con Isern, mi avevano irrobustito il fisico, ma la mia anima macerava nella solitudine.
In me era ancora troppo fresco il ricordo dell’aggressione subita al villaggio, temevo di essere fatto segno di scherno e soprusi anche lì nella Città. Per questo solo di tanto in tanto, in piena notte, sgaiattolavo via per vagare silenzioso tra i vicoli deserti, eludendo la sorveglianza e l’apprensione di Isern per le insidie che si celavano nel buio.
Isern non ammise mai, anche se sospettavo fosse stata opera sua, di aver invitato Sjor quel giorno per gettare le basi della nostra amicizia, preoccupato che dovessi affrontare il mio futuro in solitudine.
Avevo quindici anni quando lo conobbi e lui solo uno di più, anche se gli piaceva trattarmi come un moccioso, benchè avessimo la stessa altezza e io fossi più forte e robusto,
Sjor era acqua allo stato puro, un pesce, un’anguilla agile e nervosa in grado di mettersi sempre nei guai e sgusciarne via con rapidità e astuzia.
Era un ladro, un abilissimo giovane borsaiolo che si insinuava dappertutto, diventando così gli occhi e le orecchie fidate dei gruppi di resistenza che stavano fiorendo in quegli anni, nel tentativo di arginare la piaga dei trafficanti d’organi e dei pedofili, oltre che del male oscuro cui nessuno riusciva a dare un nome, benchè sospettassimo fosse il burattinaio di molte delle atrocità che si commettevano nei bassifondi.
Negli anni che seguirono il nostro sodalizio fece parlare di sè. Nelle risse in cui mi cacciavo era sovente Sjor a spegnere gli incendi che le mie mani accendevano e altrettanto facevo io con i miei dardi di fuoco, per aiutarlo a scappare quando le sue mani liquide erano colte nelle tasche di ignari passanti.
Spesso intrattenevamo i mocciosi che popolavano le strade con buffi spettacoli di giochi di prestigio, colmi di palle di fuoco volanti e getti d’acqua repentini, che li lasciavano sbigottiti in divertita adorazione.
A molti di quei piccoli, abbandonati a sè stessi, per lo più orfani di uno o entrambi i genitori, salvammo la vita da chi non attendeva che il momento giusto per prenderli e abusarne.
I nostri spettacoli erano lo stratagemma ideale per sorvegliare i bambini e individuare gli individui sospetti, che venivano segnalati a Isern e agli altri membri della resistenza e fatti sparire dopo un rudimentale processo.
Era una vita dura e crudele, la giustizia sommaria che applicavamo era l’unica forma di difesa per i più deboli, cercavamo di arginare il male come ritenevamo giusto e nessuna delle carogne, cui facemmo prendere la via del mare galleggiando a faccia in giù, fu mai rimpianta da anima viva.
Il tempo passò in fretta, ormai avevo diciotto anni e mi sentivo un uomo fatto, ero diventato insofferente alle regole e mi ribellavo ai divieti di Isern, che trovavo ridicoli e soffocanti. Anzi, cercavo di farmi onore nella resistenza, mi mettevo in mostra arrivando a compiere gesti audaci che ritenevo di grande coraggio, benchè la mia non fosse che stupida vanità.
Sjor era sempre al mio fianco più spavaldo che mai, alimentando la mia testa calda con la sua straripante vitalità.
Fu colpa nostra, fu un’azione di cui non considerammo le conseguenze a metterci in grave pericolo. Quella sera maledetta Isern morì e le nostre esistenze cambiarono per non essere mai più le stesse.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Caos triste – tre istantanee

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fonte: tumblr

Teneva le braccia conserte, strettamente serrate attorno al busto, come a proteggere il cuore da sorrisi che le facevano troppa paura; tremavano le spalle, avvolte in un vecchio scialle di lana, per tenere l’anima al caldo in quei giorni opachi di merla bianca. Le dita magre accarezzavano il vetro della finestra, disegnando i contorni di un piccolo uccellino infreddolito che becchettava il terreno arido del giardino in cerca di cibo. Fece scivolare la mano dentro un sacchetto di semi, avanzato dopo la morte dell’ultimo cardellino, aprì piano la finestra, lanciò la manciata con il gesto ampio di un seminatore e richiuse subito per lasciare fuori il gelo del pomeriggio. L’uccellino volò lontano, spaventato dal rumore, ma rimase a osservare il cibo piovuto così all’improvviso, inclinando la testa con un gesto elegante. Dopo un breve istante di esitazione si avvicinò guardingo e prese a becchettare, prima timidamente, poi sempre più spavaldo finchè fu sazio. Alzò il capo e lei incrociò i suoi occhi neri di ossidiana, che la sorpresero con uno sguardo quasi umano. Poi planò sul davanzale della finestra, colpì una, due, tre volte con forza la cornice di legno con il becco e volò via. In quel momento lei sentì meno freddo.

La tristezza è subdola – pensava – come la riva sassosa del mare. La prima onda ti sorprende alle spalle, ma te lo aspettavi e sei pronta, vai sotto con gli occhi aperti e la bocca chiusa. Ti rialzi, strofini le palpebre arrossate dal sale e ti incammini facendo finta di nulla. Stringi i denti e ignori il dolore dei ciottoli aguzzi che affondano nella carne tenera delle tue dita. Guadagni la riva a fatica, con le caviglie che scivolano all’indietro e proprio mentre sei quasi fuori, ecco che arriva un’onda più grossa e inaspettata. Ti ribalta, ti porta con sè, vai sotto e apri la bocca per la sorpresa, questa volta sì che bevi, ampie sorsate amare che cerchi di sputare, riemergi con l’affanno e il batticuore, l’acqua salata scende a rivoli dal naso nella gola, i capelli si appiccicano sul volto e sulla schiena come alghe e tutto brucia, i pensieri se ne vanno in salamoia, la testa si svuota di ogni valore e una fitta acuta dietro l’occhio ti annuncia un’attacco di emicrania. Ecco sì, la tristezza è così.

La cucina puzzava. Era sporca, anzi proprio lurida, piena di piatti ammassati nel lavello, bicchieri dagli orli unti, frutta ammuffita a marcire in un angolo, il forno che vomitava teglie colme di grasso rappreso. Si guardò intorno con l’espressione blandamente divertita di chi ha visto di peggio, si tolse la gonna di tulle chiaro, lasciandola planare sul pavimento appiccicoso come una farfalla dalle ali impolverate, e si sedette a terra vestita della sola biancheria intima, intrecciando con grazia le gambe da ballerina nella posizione del loto. Incurante del caos triste intorno a lei si appoggiò all’anta malandata e rimase a osservare il gioco di luce che i fari delle auto di passaggio proiettavano a tratti sul muro. Il ritmo cadenzato le ricordava l’apparire e lo scomparire della luce del faro là, su quell’isola che, per quanto si sforzasse, non aveva mai dimenticato. Chiuse gli occhi e lo stillicidio dell’acqua nel lavello la riportò laggiù, nel posto che dentro il cuore amava chiamare casa.

Ascoltando Il senso delle cose

Non è niente, non è niente
niente che si possa dire
passerà anche questa volta

Non è niente, non è niente
è difficile spiegare
uscirò da questa porta
Non è niente, non è niente
voglio essere leggera

salirò sul mio cavallo
anche senza l’armatura
sfiderò ogni tempesta
poi ritroverò la strada

per sentire il sole

Non importa, non importa
so che sei molto impegnato
ci vedremo un’altra volta
e riavvolgeremo il tempo

tanto anch’io… avrò da fare
devo riordinare il mondo

quello che… mi è cresciuto dentro
per sentire il sole
per sentire il sole

Il senso delle cose
si nasconde dietro alle persone
Il senso delle cose

si racconta con parole silenziose

E tu lo vuoi sentire il sole?
Il senso delle cose

si racconta con parole nuove
si racconta con parole silenziose

(Cristina Donà – Il senso delle cose)

In-canta-mi

Intonami un canto

che faccia suonare

il mio cuore 

di un canto

limpido e pieno,

come il canto di un falco,

solitario e fiero,

che sogna senza posa,

nel silenzio fondo

del primo mattino,

di volare in tondo

sulla lepre lesta,

che corre ignara

al destino segnato,

tra la brina chiara 

di un prato ghiacciato,

di ghiaccioli lucenti

imperlato,

di trine fragili

ricamato,

che risuona 

come vetro soffiato,

che tinna 

come campane a festa,

che d’erba fa strumento

di un canto

che m’incanta.

Intonami un canto

che faccia vibrare

il mio cuore

del canto

morbido e dolce

di un amore clandestino,

che parco si nutre

di istanti presenti, 

che fragile dorme 

nel cavo delle mani, 

che caldo riluce 

nel freddo d’inverno, 

che avido osserva

il profilo dell’amato,

di lacrime argentee

ornato,

di sorrisi d’addio

svelato,

come specchio 

incrinato

di macchie pallide

marezzato,

come bocca appassionata

che di bacio fa strumento

di un canto

che m’incanta.

On air Learning to fly

Sull’onda della lettura, il mio carissimo amico Ali mi ha inviato un suo bozzetto che sono felicissima di aggiungere a completamento del post. Grazie caro ❤

Volo di falco by Ali di Velluto