Dicembre

sulle mura di Lucca@fotomia

Nello spazio sospeso,

tra il giallo e il rosso,

prego le sillabe

perché in Dio

non credo,

preferisco la gentilezza

di un uomo maldestro.

Un disco di ottone indugia

nel cielo indeciso di blu,

era la prima alba di dicembre,

ore di luce livida si sfaldano

nell’attesa della neve,

cadrà presto per dispetto.

Globi di luccio-led

rischiarano orbite

di negozi chiassosi,

pieni di merce

speranza pietosa

vuoti di persone

povertà dignitosa

Digiunare con il frigo pieno

è un lusso inutile

che solo i ricchi

sanno ostentare.

Il sorriso di un bambino

è purezza disarmante

contro l’umanità indecorosa.

La vita è un eterno precariato

senza ammortizzatori

sentimentali.

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L’anima contro

mondocontro@fotomia

Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento di avere contro persino l’anima. Lo specchio appannato del bagno rimanda una faccia perplessa al mittente. Listo gli occhi a lutto con una matita spuntata. Mi fanno male le spalle, sono rigide e stanche, i pensieri sanno pesare più della volta celeste. Il primo cappotto dell’inverno mi ingoffa le membra, mi sento a disagio, un pupazzo senza neppure la neve a ingentilirlo, eppure mi devo arrendere ai meno-gradi che segna il termometro. Quest’autunno senza coraggio forse se n’è andato ancor prima di iniziare sul serio. Le mani fanno male, la cicatrice pulsa, ho bisogno di un calore che non trovo dentro, le appoggio alla tazza, un cappuccino bollente da scottare la lingua, un guizzo di fuoco nella pancia che riscalda. La strada sembra tornare indietro, l’asfalto un nastro a ritroso che mi respinge, tutti appaiono troppo lenti o troppo veloci, ma il mio passo qual è, credo di averlo perso e mi guardo attorno. Dietro di me la conta dei morti e dei feriti, il ricordo di chi mi ha lasciato, chi è passato per un secondo, chi si è aggrappato e ho dovuto scuotere via prima di farmi male, chi mi ha fatto inciampare, chi avrei voluto restasse con me, chi non l’ha capito, chi vorrei non si allontanasse mai, chi vorrei vicino, persino troppo. Ho un eccesso di parole che mi circondano, quelle necessarie che leggo, quelle superflue che scrivo, quelle inevitabili che ascolto, quelle insufficienti che pronuncio. Fanno cumuli, grovigli, tirano su muretti a secco e imbiancano di polvere, malloppi di polvere fine che intasano gli ingranaggi e le vie aeree. Le parole sono così preziose e importanti, sono vita e linfa di cui mi nutro come farebbe una pianta assetata, ma a volte ne faccio abuso e indigestione, diventano stucchevoli, un cibo molto amato ma indigesto, che cambierei con un silenzio buono e fecondo, pulito e limpido di acqua pura, un contatto diretto, di pelle e odori familiari, un abbraccio caldo, per una volta senza parole a cambiarne il sapore. Respiro, ascolto, aspetto.

every day is Monday morning 

Per la mia amica J,  nelle cui parole mi specchio così spesso che proprio non posso pensare sia “per caso”.

Questa mattina ho letto l’annuncio di un concerto. Dopo aver esclamato wow!! ho pensato che, come quasi tutto ciò che amerei fare, non ci andrò. Vorrei, ma non posso. Matematico.

Mi sono chiesta ancora una volta perché il mio tempo sia ostaggio di ciò che devo e non di ciò che voglio, perché gli obblighi siano più forti e resistenti di un muro di cemento, perché il mio io voglio non sia quasi mai seguito da un io posso.

E no, la risposta non c’è. Vorrei poter dire che in fondo è semplice: basta prendere in mano la propria vita, alzare la testa e mandare tutto e tutti affanculo, ma tanto so che non lo farò mai, che spavalderia e coraggio non fanno e non faranno mai parte del mio corredo genetico.

Ho preso posizione sulla ruota con il solito umore da ogni giorno è lunedì mattina, ora che ci penso dovrei scriverlo in inglese e farmi una maglietta fighissima, e ho iniziato a pedalare da bravo criceto. Però a un certo punto ho rallentato e mi sono guardata intorno. Gli altri erano impegnati nella loro corsa quotidiana, ma io non riuscivo a vedere altro che futilità nei loro gesti e nelle loro parole, un’inutile spreco di energia nel rendere complicato ciò che dovrebbe essere semplice, nel trasformare ogni piccolo intoppo quotidiano in un enorme problema da affrontare di petto. Mi sono sentita estranea a tutto, una bolla di silenzio dentro una bolla di enorme caos che non fa che aumentare l’entropia di un sistema già esausto.

Non è così che mi piace vivere anzi, a dirla tutta, non mi importa nulla di ciò che per coloro che, per loro sfortuna, condividono la ruota con me, sembra essere vitale. Così ho messo la sordina a un assurdo cicaleccio su importanti argomenti di rilevanza nazionale, il black friday di amazon, il colore dell’anno per gli addobbi di Natale e l’organizzazione di un’odiosa cena aziendale su tutti, e mi sono messa a pensare al libro che avevo in borsa, a quanto avrei voluto terminare di leggerlo la sera prima, invece di addormentarmi sul più bello; alla sciarpa che sto lavorando a maglia con pazienza, una riga dopo l’altra, aggiungendo un colore alla volta man mano che la lunghezza cresce e l’umore cambia, consapevole che forse anche per quest’inverno non sarò in grado di finirla; alle novità di lavoro che dovrò affrontare senza convinzione e senza che possa oppormi, a come sia inevitabile e al tempo stesso difficile adattarsi al cambiamento per sopravvivere.

Mi piacerebbe fare come il pettirosso della mia amica J, trovare qualcuno che mi prenda in simpatia e mi regali briciole di biscotto, costruire un nido solido in cui passare il tempo cattivo e volare via quando la vita diventa difficile. Ma non è così che vanno le cose e mi è tornato alla mente un ricordo di qualche anno fa, quando avevo iniziato a nutrire un gruppo di uccellini che abitavano il mio giardino, privati dalle molte nevicate della possibilità di procurarsi il cibo.

Avevo fatto le cose per bene, mi ero procurata le granaglie giuste, lo strutto, briciole di dolci e scaglie di frutta secca e avevo impastato palline gustose, appese ai rami secchi come fast food per piccoli affamati. Il primo giorno era stato esaltante spiare i loro voli, dapprima timidi, poi sempre più spavaldi e anche la popolazione era aumentata, prima solo passeri, poi anche cincie, pettirossi, cardellini, qualche merlo beneducato, ciascuno mangiava rispettando il suo turno, senza prendere più di quanto poteva raccogliere nel becco, per portare le provviste al sicuro in un andirivieni che metteva allegria. La serenità del mio giardino è durata, come tutte le più belle cose, solo lo spazio di poche ore. Poi sono arrivate le gazze. Invadenti, rumorose, prepotenti e aggressive, hanno spazzato via tutto il cibo con ingordigia, dopo aver fatto scappare a colpi d’ala gli altri avversari più deboli.

In un mondo perfetto gli uccelli si sarebbero coalizzati contro le gazze prepotenti e le avrebbero fatte scappare a suon di beccate, ma la realtà è che questa è la vita vera e non un reality. Il forte vince e il debole china la testa e questa storia senza morale edificante non fa eccezione. (Però alla cena aziendale mi darò malata!).

A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia

Specchioriflesso

specchioriflesso@fotomia

È colato giù

(dove sei andato, dimmelo)

il blu

(riflesso rifletto)

si specchia

(resta nell’ombra, celati).

Plumbee nell’aria

meringhe d’acqua

(scivolo nel silenzio)

su vetri opachi

grani di polvere

(cirri, cumuli, strati).

Corolle sfinite

di fiori vermigli

(m’ama nonm’ama m’ama)

su vasi crepati

radici di terra

(amami nonamarmi amami).

Riarso rifulge

(sono qui, cercami)

il sole

(colgo e raccolgo)

risuona

(di colpi di ottone, di pianti di rame).

È colato giù

(dove sono, dimmelo)

il cielo

(parlami sott’acqua)

lontano da qui

(solo).

Zigulìbri #4

Questo libro è per chi sbaglia sempre l’ora di partenza e si trova in coda a guardare nelle altre macchine, per chi conserva in un libro la lettera d’amore di uno sconosciuto, per chi ama il profumo della pioggia in estate e per chi vorrebbe credere al destino ma si deve preoccupare di limitare i danni del futuro prossimo.

autostrade e tè alla menta@fotomia

A differenza di altri luoghi più integrati nel tessuto sociale delle città, l’autostrada è una dimensione di passaggio, un non-luogo immerso in una meta-realtà, un lungo corridoio di asfalto che percorriamo senza prestare attenzione all’ambiente circostante, ignari di ciò che succede a chi si trova a condividerne un tratto con noi e desiderosi solo di arrivare il prima possibile alla destinazione prescelta.

Tra il punto A e il punto B passa una retta che auspichiamo sia sempre la più breve e la più facile, ma questo noir, ambientato interamente in autostrada e nei luoghi di servizio per accedere ad essa, quelle stradine nascoste che solo i misteriosi addetti ai lavori conoscono, fa riflettere su quanto la realtà possa essere diversa da ciò che presumiamo e da come una vita, apparentemente “normale”, possa perdere ogni punto di riferimento nello scorrere di un istante, in quell’attimo di distrazione sufficiente a far crollare il castello delle proprie certezze.

Il libro non è suddiviso in capitoli ma in movimenti, proprio come le parti che compongono un’opera sinfonica ed è molto musicale il ritmo della sua prosa, dove brani più lunghi e articolati, con frasi di grande ampiezza, si alternano a un

ritmo

più spezzato

e

sincopato

come se

la brusca

variazione

fosse un segnale:

 

rallenta

e

presta attenzione a dove stai andando.

Il titolo italiano, La metà del diavolo, benché calzante e spiegato nelle ultime pagine del romanzo, non rende fino in fondo l’idea di quello originale, ricalcato su un avviso affisso in prossimità dei cantieri autostradali francesi, Derrière le panneaux, il ya des hommes, dietro i cartelli ci sono degli uomini, uomini che lavorano, che vivono, che soffrono, che possono essere uccisi dalla velocità, da un messaggio sul cellulare, da un colpo di sonno, da un altro uomo, che a sua volta uccide perché ne sente il bisogno.

La trama è apparentemente semplice, un serial killer, bambine scomparse e mai più ritrovate, un padre che ha rinunciato alla sua vita, al suo essere un essere umano per il desiderio di vendetta, una madre che aspetta la notizia che la farà tornare a vivere o le permetterà finalmente di morire. Su tutto questo aleggia la sensazione di attesa e di caccia, il lavoro paziente del cacciatore che raccoglie indizi e circonda il predatore diventato preda, e il caldo, l’ondata di canicola atroce e implacabile di un 15 agosto qualsiasi, un calore descritto in modo quasi antropomorfo, che si sente appiccicato alle parole, che trasuda dalle pagine.

Ci sono gli archetipi della tragedia greca in questo dipanarsi delle ore e dei giorni, pochi, ridotti all’essenziale, perché il piano di Allarme Rapimento è molto chiaro, il 44% dei bambini rapiti viene ucciso entro la prima ora, il 91% nelle prime ventiquatt’ore. Pierre, il padre, l’eroe tragico, Orfeo che entra negli inferi per tentare di ritrovare non il corpo della sua bambina, ma almeno il significato della sua morte e della sua esistenza; Ingrid, la madre, una Clitemnestra, una Medea che attende di consumare la vendetta e cerca di distruggere se stessa e la sua colpa, quella di aver partorito, di aver generato una vita che è andata perduta; Pascal, il mostro, il demone che agisce nell’ombra, colui che porta dentro di se il Male, chiuso nella sua testa dietro una cerniera tatuata sul cranio.

Intorno ai personaggi essenziali si muove un coro fatto di poliziotti che seguono il protocollo senza vedere la rete di connessioni nascoste, l’uomo che raccoglie le cose perdute, il custode della memoria di vite comuni che passano via veloci, Lola la puttana gentile, ragazzo-ragazza dal cuore grande, donna senza esserlo veramente e per questo più umana di chi la considera solo un buco in cui sfogarsi, la vecchia Tía Sonora, la veggente dell’autostrada, una moderna Cassandra che vede il futuro e consola la disperazione leggendo le linee della mano.

Dopo averlo letto, a me è successo, vi capiterà di salutare meno distrattamente il casellante, di passare davanti a un autogrill e pensare che no, non è solo un luogo dove fare pipì o bere un caffè. Dentro quel mostro di acciaio e consumismo a buon mercato il ya des hommes.

Tía Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.

Tía Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. la bugia è sogno.

Tía Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.

La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.

Un retrogusto d’infelicità, lunghi respiri profondi per non vomitare. Rifletti: perché la nausea è essenzialmente femminile? Gli uomini non hanno la nausea. Oppure ce l’hanno per un istante e poi vomitano. Le donne, invece, la trattengono nel ventre, fanno di un malessere una percezione.

E di una percezione, un concetto.

Il mondo è femmina.

Esercizi di volo

Tra acqua e sabbia, tra vita e morte @fotomia

Ho scritto molto in quest’ultimo mese, fiumi di parole, abbozzi di frasi, pensieri lasciati scorrere come acqua sulla pietra.

Tutto è restato nella mia testa, di nulla ho conservato traccia.

Erano appunti presi a matita morbida su fogli di carta immaginari, suggestioni che dopo poco abbandonavo, appallottolando il pensiero per lanciarlo distrattamente alle mie spalle, nell’angolo polveroso dietro agli occhi.

Penso di avere la testa ormai piena, un cestino traboccante di idee accartocciate che staranno lì, a sedimentare in attesa di tornare a galla, o magari si disferanno in un limo confuso, buono solo a far da pacciamatura alle sinapsi.

Ho provato a recuperarne qualcuna, i fogli stropicciati stirati con il palmo delle mani, qualche frase che si aggancia a ricordi ancora freschi, ombre, simulacri di sensazioni vissute, nient’altro che questo.

Il vento rastrella con dita accurate, cancella le tracce, non resta memoria sulla cresta di una duna.

Pesci bambini si rincorrono al confine tra acqua e sabbia, umido e asciutto, vita e morte. Mordono le mie dita, spaventati dall’ombra guizzano via, argento che brilla nel blu.

Mi piace camminare sulla battigia asciutta, inviolata. La sabbia si rompe in croste sottili sotto il mio peso. Affondo nella rena umida, cammino senza fretta, chilometri percorsi in un silenzio fatto di mille suoni, più primitivi delle parole e insieme rassicuranti.
Davanti a me una coppia di orme si allunga come un sentiero di Pollicino, due piedi piccoli e aggraziati, un solco leggero sulla sabbia, una donna, forse una bambina, a fianco due orme più grandi, maschili, leggermente più avanti, le immagino passeggiare nel sole del mattino. L’uno protegge, l’altra segue.
Mi volto a osservare le mie orme, sgraziate, mascoline, il profilo non è netto e delicato, le dita hanno penetrato la rena come artigli, come volessi centrare il mio baricentro sprofondando le radici nel suolo, piedi ancorati a terra a spingere in avanti una testa piena di carta straccia, che vorrebbe salire a rincorrere le nuvole.

Sono capitata per caso in un angolo di paradiso, un luogo segreto in cui stare bene. Qui soffrire sarebbe un peccato contro natura.

L’acqua è calda. Mi sento nel posto giusto, sono a casa e non vorrei uscire mai. La pelle delle dita si arriccia, lecco il sale dalle mani e aspetto che mi cresca la coda, per scendere là sotto, oltre lo specchio del cielo sommerso.

La gente è cordiale e rilassata, tanti piccoli negozi, sorrisi veri, poca omologazione. Mangio con gli occhi, ritrovo il gusto dei piaceri semplici. Sarebbe bello tornare a vivere così, riscoprire la verità dei rapporti con l’altro.
Stiamo perdendo molto, forse tutto, in nome di niente.

In volo, tra funi e carrucole, tra falesie e crepacci. Scendere a precipizio, il vento secca le labbra, il cuore pulsa nelle orecchie, il sibilo dell’acciaio frena la corsa. Volare, senza ali, per un istante sentirsi un angelo, nel mezzo del cielo. Esercizi di volo.

(Ciao Tom, buon volo)