Titoli, sottotitoli e trama

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Tutto è come sedimentato in un blocco compatto che non riesco a scalfire.

Non scrivo, commento poco, mi sembra di avere dentro un nulla che non vale la pena di essere esternato.

Mi accontento di leggere, ascolto musica, osservo il mio intorno, raddrizzo quadri immaginari, tolgo la polvere ai ricordi, cambio prospettiva e messa a fuoco.

Immagino titoli e trame di post che non riesco a scrivere.

Di rosa e ghiaccio fotografia dell’alba di stamattina, gelida e perfetta come succede solo in inverno, quando le montagne sembrano così a portata di carezza.

Maybe tomorrow fermo immagine di me che mi domando se domani troverò la strada verso casa; forse mai ma meglio pensare di sì.

Tempo in ostaggio sottotitolo: il mio, preso in prestito da chi non me lo restituirà nelle stesse condizioni. Sarà liso e sciatto, rattoppato in più punti, smagliato nello sforzo di tenderlo a coprire chi ne ha perduto troppo.

Sole che non scalda controfigura della protagonista raggomitolata in poltrona, nelle mani un libro che racconta di viaggi, di treni e persone che vedono scorrere intere vite dal finestrino, il sole che illumina la finestra senza riuscire a scaldare l’interno.

Morfeo istantanea di me che dormo troppo per non pensare e penso troppo per riuscire a vivere.

Leggere attentamente le avvertenze sottotitolo: fa più vittime la vaccinazione di massa o l’arrivo delle festività natalizie?

La verità è che non ti credi abbastanza atto unico per unico attore.

Piove e intanto penso

…..ha quest’acqua un senso….. 

fonte: web

Ascolto il rumore che fa la pioggia. È un suono che mi piace, la miglior colonna sonora per fare l’amore avidamente, ma anche solo per lasciar andare i pensieri dove vogliono.

Un battere sordo, ritmico e ipnotico, sul colmo del tetto si fa strada in mezzo ad altri rumori, di traffico e clacson, di tubi che gorgogliano, di un cane che abbaia al ritorno del padrone, mentre la coppia del piano di sopra non fa che litigare con la puntualità quotidiana di un’abitudine consolidata.

Me ne sto stesa lì sotto con gli occhi sgranati al soffitto e ascolto il pianto di nuvole che si sciolgono tra raffiche di vento caldo, che soffia e spacca rami come fossero fili di paglia impigliati tra i capelli.

Vorrei uscire nel buio fitto per cogliere e accogliere le gocce sul viso, fare del corpo una conca, delle mani una coppa, trasformare il vuoto in liquida trasparenza, dare all’acqua una forma che possa durare un istante.

Ho perso il filo, non l’ho mai davvero tenuto saldo tra le mani, ne ho fatto una gassa d’amante intorno al polso, un nodo scorsoio attorno al collo. Ora non trovo più il bandolo, nascosto, acquattato nel centro del gomitolo e mi accontento di ammucchiare matasse ingarbugliate, di infeltrire fili colorati, di attendere l’arrivo delle forbici.

Dipanare i sogni, districare le speranze, dividere in pezzi, tagliare fotogrammi, togliere un’occhiata di troppo lì, un sorriso di meno laggiù, un paio di mani che si stringono, la pelle delle braccia che si toccano, incollare insieme i frammenti di una realtà perduta, voluta, fottuta, agognata, invidiata.

Piove e intanto penso che qui davvero non c’è alcun senso, solo il suono della pioggia che mi piove nella testa.

Le parole sono pappi di soffione

Sono giorni di melassa nerastra e fumo di smog, senza capo nè coda, senza sugo nè senno; ventiquattr’ore dispari su sette giorni pari, lenti come tartarughe artritiche, eterni come tele di Penelope perennemente disfatte. Ho masse grumose di parole invischiate in gola, intrappolate come uccelli che sbattono ali frenetiche senza riuscire a liberarsi. Qualcuna più audace aiuta la sua fortuna con uno strattone, le altre restano immobili come lepri, con le pupille, ormai assuefatte all’oscurità, abbagliate dalla luce che avanza. Scrivere mi risulta difficile, ogni frase un ripensamento, ogni periodo un cimitero di righe cancellate, con lo sconforto di chi sa di stare imbastendo un mare di sciocchezze puerili. Questo mio stato nebuloso di impaccio mi ha fatto ricordare un brano limpido e delicato sulla difficoltà dello scrivere, tratteggiato da Francesco, persona che apprezzo e stimo per la pacatezza e insieme la sincerità di pensiero, e la mia promessa di trovare le parole giuste per continuarlo. Non so se ci sono riuscita ma ci ho provato.

Scrivere in versi e, più in generale, scrivere non è come piantare nella terra fertile un seme vivace, annaffiarlo con acqua limpida e abbondante e attendere che ne venga fuori una pianta profumata o dai frutti gustosi.

E’ più un separare i sassi dalla terra, e con essi farne muretti a protezione della particella.

E’ più un arare in profondità terreno duro e argilloso affinché sia possibile aprire in esso un solco adatto a mettere a dimora un seme.

E’ più un raccogliere e conservare acqua piovana sempre troppo esigua, o riconquistare vene e rivoli ormai quasi completamente trasformatisi in fango.

E’ più un cercare il seme fra le stoppie riarse dal sole e sperare che non sia troppo disidratato o che le cimici non ne abbiano mangiato il germe.

E alla fine il gusto del frutto, semmai ci sarà frutto, più che dalla qualità della pianta finirà per dipendere dalla quantità di lavoro, dalla fatica, che hai fatto per portarlo a maturazione.
(Braccia strappate all’agricoltura – adoraincertablog)

Io: È potare, innestare, proteggere dalla grandine e aspettare con meraviglia i frutti maturi. Ho trovato le tue parole davvero incantevoli.

Francesco: spingi oltre la metafora…e veramente varrebbe la pena farlo. Potresti essere tu a continuare questo pezzo che ho scritto. Sono certo che ne verrebbe fuori una cosa molto bella.

Io: Se riuscirò a trovare parole all’altezza delle tue ci proverò.

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Le parole sono pappi di soffione in preda a correnti dispettose e imprevedibili.

Scrivere non è molto diverso da un bel tuffo dalla cima di uno scoglio, dopo aver stretto tra le dita un portafortuna, essersi fatti furtivamente il segno della croce e aver chiuso ben bene gli occhi, per non vedere arrivare le proprie paure.

É trapiantare in un terreno più fertile e ben dissodato ciò che a volte è nato nel buio della mente, annaffiato da lacrime, indebolito dalla sfiducia e far sì che torni verde e rigoglioso e abbia un buon sapore fresco.

É fare la cascola dei frutti, diradare, sfrondare il superfluo affinchè il prodotto finale giunga a maturazione più robusto, pur sapendo che ogni frase è una figlia che non vedrà il sole, ogni concetto un amico che verrà sì abbandonato nel limbo, ma mai dimenticato.

É spezzettare le zolle, cercare ciò che si è nascosto sotto terra e portare alla luce un reperto interessante, come farebbe un archeologo, con attrezzi minuscoli e affilati e un paziente spennellare della polvere depositata sopra come una corazza protettiva.

Scrivere è come svasare una pianta. Ti rendi conto che soffre, prepari un vaso più accogliente, un terreno leggero e ben concimato, afferri saldamente il fusto e tiri. Solo dopo ti accorgi con meraviglia di quanto grosse e nodose siano le radici, avviluppate con ostinazione a creare una rete che imprigiona i pensieri e ne fa tessitura, trama e ordito della realtà.

Quando ti piace un fiore semplicemente lo cogli, ma quando ami un fiore lo annaffi tutti i giorni e allora scrivere non è sfogliare una margherita con superficialità, gettare a terra i petali stropicciati senza curarsene, e neppure pelare una cipolla versando lacrime di coccodrillo ma è dedizione umile; è osservare con occhi curiosi anche il dettaglio più banale e raccontarlo con cura amorevole; è la pazienza che serve ad ascoltare il respiro del mondo tra i fili d’erba.

Pausa sigaretta

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Stava appoggiato con i gomiti al parapetto e si godeva il tramonto, lontano dal mormorio scomposto di quella umanità tanto bisognosa di aiuto che sentiva salire da là sotto, insieme allo smog e ai rumori del traffico caotico di un venerdì sera qualunque.

Guardò in basso ammirando la vertiginosa caduta dei grattacieli, i vetri che riflettevano i raggi morenti trasformandoli in colate di pura luce dorata.

Si frugò nelle tasche, ne trasse un sacchetto di pelle consumata, reso morbido dalla carezza delle sue mani e dall’uso, nei lunghi anni trascorsi a sorvegliare e ascoltare, abbracciare, consolare e asciugare lacrime.

Tirò fuori una presa di tabacco a foglia lunga, biondo e profumato, che dispose con cura sulla cartina, rollando la sigaretta con dita veloci ed esperte.

La strinse tra le labbra e si palpò le tasche alla ricerca del suo Zippo. Ne sentì la solida consistenza sotto le dita, gli spigoli dolcemente arrotondati e il profilo del disegno inciso sopra. Ascoltò nei suoi solchi la storia che ogni volta quel pezzo di metallo gli raccontava, rivisse il rumore delle granate che esplodevano, il fragore delle pale degli elicotteri, l’umidità collosa che rendeva impossibile anche solo respirare, accucciati nell’acqua stagnate di paludi fangose e infestate dai serpenti; rivide la luce fioca dell’accendino che illuminava un viso cereo, le mani sporche di terra che stringevano le sue nell’ultimo attimo di terrore prima della quiete della morte.

Lo fece scattare, accese la sigaretta e aspirò con forza incendiandone la punta di brace rossiccia. Annuendo tra sé si disse per l’ennesima volta che il tabacco, insieme al caffè, era una grande invenzione, forse il migliore dei compagni per una pausa di riposo, lontano, almeno per un poco, dal compito che aveva scelto di assolvere, votando la sua vita alla cura degli altri.

Un fruscio lieve accanto a lui gli fece comprendere di non essere più solo con i suoi pensieri.

Rollò un’altra sigaretta, l’accese con la punta incandescente della sua e, senza neppure voltare il capo, la passò alla persona al suo fianco.

Due sorrise, afferrò la sigaretta con le dita sottili e la portò alla bocca con avidità. Fili di fumo, paralleli e sottili, si innalzarono nel cielo ormai scuro prima di essere deviati da una folata di vento.

«Grazie Uno, ne avevo un gran bisogno. Oggi è stata una giornata impegnativa. Non credevo di riuscire a portare a termine il mio compito.»

«Ogni singolo giorno è impegnativo. Ognuno di coloro che abbiamo scelto di aiutare è importante. Sono soli, siamo tutti soli, ma nella nostra solitudine possiamo trovare compagni di viaggio che ci rendano più lieve il percorso.»

Due ascoltava le parole del suo mentore, gli tremavano le mani mentre dava le ultime boccate alla sua sigaretta, lentamente, senza fretta, per timore che finisse troppo presto e, con lei, il suo attimo di riposo.

«Oggi ne ho perso uno. Per quanto mi sia sforzato di trovare un modo per aiutarlo è stato tutto inutile. Ha costruito un muro intorno a sé che non sono riuscito a infrangere. Sono rimasto al suo fianco accarezzandogli la fronte, finché non ha deciso che era giunto il momento di andarsene.»

Uno si voltò a guardare il volto sofferente dell’amico, gli poggiò la mano sulla spalla percependone il dolore, la frustrazione impotente che anche lui sentiva ora nel cuore e sospirò piano.

Era un sentire comune a tutti loro, ma erano soprattutto i più giovani a soffrirne. Il tempo avrebbe limato le asperità e lenito il dolore. Tutto sarebbe divenuto più semplice da sopportare, non meno faticoso.

«Ci sono giorni in cui ho paura di tutto. Di me, di noi, di loro, di me con loro, di me senza di loro. Temo la vicinanza, le lacrime, i pericoli che devono affrontare, ma ho uguale terrore della distanza da loro, di non essere mai abbastanza bravo ad ascoltare la loro voce o rapido nell’interpretare i segnali. Ho paura di fallire come te, come tutti.»

Due sembrava bere le sue parole e chiedeva con gli occhi che continuasse.

«Quando viene il loro tempo dobbiamo lasciarli andare, anche se non vorremmo, anche se la culla del nostro abbraccio è così confortevole e ci strazia separarci da loro. Esiste un viaggio che devono affrontare da soli e noi possiamo accompagnarli solo fino alla soglia.»

Restarono ancora un ultimo istante l’uno al fianco dell’altro, le mani intrecciate sotto il mento, i gomiti poggiati al cemento ruvido, i loro profili, disegnati dalla luce della luna appena sorta, li rendevano due maestose statue, potenti e inavvicinabili.

Il rumore che saliva dal basso diventò più forte e netto, presero a separarsi voci imploranti, richieste sommesse di aiuto, sospiri, urla di dolore e infine, più limpido di un cristallo, il primo vagito di un bambino.

«E’ ora di andare. Hanno bisogno di noi.»

Uno salì in piedi sul parapetto, la carezza del vento gli portò via dalle labbra l’ultimo gusto del tabacco, aprì le ali e si lasciò cadere giù, verso il basso, verso quella terra così amata e fragile.

«Eccomi piccolo. Sto arrivando.»

Ascoltando Guardian Alanis Morissette

Accanto al fuoco – ix

Ho la bocca riarsa e piena di polvere, gocce di sudore gelato mi annebbiano gli occhi e il rumore bianco della comunicazione telepatica degli oscuri mi perfora il cervello.
Sono forti, crudeli e astuti come mai prima. Sembrano aver studiato a fondo il nostro modo di combattere, perché reagiscono agli affondi schivandoli con facilità inquietante.
Bhumi tenta di muovere la terra sotto i loro piedi ma il vicolo è troppo stretto, un terremoto farebbe crollare le case su di noi, perciò si limita a scoperchiare un tetto usando le tegole come bolidi. Uno dei mostri a destra finisce sepolto sotto una montagna di argilla, le gambe hanno un ultimo spasmo scomposto, poi si fermano.
Sono troppo debole per usare il fuoco, dalle mie dita escono solo piccole sfere di fiamme, appena sufficienti a tenerli lontani ancora per poco. Sono riuscito a ferirne uno seriamente con un coltello lanciato in piena gola. Lo vedo barcollare e separarsi dagli altri mentre Lynx si getta su di lui, atterrandolo.
Vedo la zampata possente, gli artigli affilati che luccicano strappando brandelli, il rumore delle mascelle che macinano carne, ma devo occuparmi degli altri che avanzano.
Sento Bhumi staccarsi dalla mia schiena, la vedo correre verso il più vicino del terzetto di sinistra, con il suo Naginata impugnato tra le mani come un giavellotto. Lo pianta dritto nel petto del mostro e, facendo perno sull’asta, volteggia oltre la sua testa, leggera come una danzatrice di tauromachia. L’Oscuro si accartoccia su se stesso, il bastone ormai inservibile incastrato tra le costole. Lei sguaina i Kama e fa roteare veloci le lame a falce, per tenere lontane le due ombre che le girano attorno come corvi su carne fresca. Urla di dolore, forse è ferita ma non posso correre in suo aiuto, mi sono distratto, ho permesso che uno di loro si avvicinasse troppo e ora ho le sue unghie piantate nel petto, sento un coltello gelato di energia che mi risucchia la vita dal cuore.
È mio il sangue che scorre copioso. Il tempo si ferma, odo solo il tunf ritmico e sommesso delle gocce che inzuppano l’erba rada tra i ciottoli del vicolo. Mi vedo come fossi al di fuori del mio corpo. Un fermo immagine in bianco e nero, un’ombra scura che sugge la mia vita impotente. Sperimento la nausea e l’indifferenza, una voce melliflua si fa largo nella mia mente, mi sussurra di abbandonarmi all’oblio. Ho freddo, un gran gelo mi fa tremare violentemente, ho voglia di lasciarmi andare, di chiudere gli occhi e riposare. È finita.
Un lampo bianco si avventa sulla mano che mi paralizza. Lynx serra le fauci con quanta forza ha in corpo prima di venire scagliata con ferocia verso il muro. Il lamento straziante che emette mi risveglia dal torpore ipnotico in cui stavo affogando. Ho il corpo rigido e insensibile come la pietra, con uno sforzo disumano sollevo il braccio e conficco il coltello alla cieca, trovando una carne molle che non offre resistenza. Giro il coltello a fondo, quasi volessi scavare una tana, finché qualcosa di viscido cola sulle mie mani e nell’aria si spande il lezzo immondo di intestini squarciati.
Sto ancora cercando di liberarmi del sacco putrido che si aggrappa al mio petto come una zecca, quando le tre ombre genitrici mi si parano davanti e si avventano su di me. L’urto mi getta al suolo, rotoliamo come un gruppo di cani rabbiosi. Cerco disperatamente di assicurarmi che Bhumi stia bene, scorgo una sagoma nera a terra mentre un bagliore di capelli rossi mi informa che è ancora viva e sta dando battaglia con le ultime forze, appoggiata al muro con un braccio penzolante e inservibile. Intorno alla sua mano volteggiano sassi che scaglia con forza verso qualcosa che ringhia contro di lei.
Mi trovo atterrato sulla schiena, due artigli premuti sulla gola, cerco di scalciare per far perdere l’equilibrio ma la presa è troppo salda, tento con le ultime forze di richiamare il fuoco ma è troppo tardi. Ormai sto chiudendo gli occhi per l’ultima volta sul mondo.
Improvvisamente l’aria diventa secca ed elettrica. Le orecchie ronzano, l’ozono mi riempie le narici, perdo coscienza per un lungo istante, sento gorgoglii soffocati e un odore di carne arsa. La pressione attorno alla gola si allenta, inalo aria a grandi boccate, mi scrollo di dosso il corpo inerte, rotolo su un fianco e vomito come un cane, a più riprese, lunghi fiotti di bile gialla e sangue.
Mi volto, cerco Bhumi. È accasciata al suolo, la schiena poggia su ciò che resta del muro di sassi che ha divelto per proteggersi, il viso è una maschera di cera e un corpo nero sta bruciando accanto a lei. Grido il suo nome ma dalla mia gola martoriata non esce che un suono roco.
La vedo aprire gli occhi, fare un debole gesto con la mano e iniziare a strisciare, sfinita, verso la sagoma immobile di Lynx.
Sento uno scalpiccìo di piedi che corrono, uno sparo, due, rantoli e odore di cordite nell’aria. Un paio di stivali si avvicinano al mio volto, due braccia robuste mi sollevano. Mi appoggio a quella presa salda, le mani che mi stringono il braccio hanno dita palmate, unite tra loro da piccole membrane di carne rosea. Con un sussulto alzo gli occhi. Ha la testa completamente rasata tranne una cresta di capelli azzurri che brilla nella luce bigia del giorno, due occhi blu profondo mi sorridono in un volto magro e affilato, ma ancora bello come lo ricordavo. Le branchie sotto le orecchie si aprono e chiudono pulsando all’unisono, come piccoli cuori.
Il passato torna indietro con la forza di un treno in folle corsa. Migliaia di frammenti esplodono nella mia testa, schegge di ricordi si conficcano negli occhi. La Città, la fucina di Isern, il fuoco, Sjor, la nostra amicizia, il dolore, l’umiliazione, le fiamme, le lacrime che rigano il volto di mio fratello, il corpo di mio padre che brucia.
Perdo i sensi tra le braccia di Sjor.
Non ho mai desiderato così tanto l’oblio pietoso del buio.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Accanto al fuoco – viii

«Buongiorno piccola mia, come stai?» Bhumi si inginocchia all’altezza degli occhi di Lynx, che appoggia con un verso gutturale la testa alla sua fronte e una zampa sulla guancia. Restano a lungo così, immemori del tempo che scorre e consapevoli solo dell’amore assoluto che le attraversa come fossero una sola anima.
Bhumi si alza, passandosi le dita sul viso a cancellare lacrime silenziose e un dolore che so essere pari al mio, e mi fa cenno di seguirla all’interno.
La abbraccio con forza, è piccola ma ne percepisco l’energia potente mentre abbandona la testa sul mio petto e mormora «Il tempo è trascorso molto in fretta, la spirale dei giorni è quasi giunta al suo avvitamento. Ora che sei qui, il nostro compito sta per terminare».
La allontano un poco, tenendola per le spalle, e guardo il suo volto per ritrovare i lineamenti che ho cercato di dimenticare in questi lunghi anni.
Il tempo è stato gentile con Bhumi e poche rughe le solcano il piccolo volto rotondo. Noto come ha cercato di modificare i suoi tratti con piercing di metallo appuntito, un tatuaggio che le scende dalla base del collo verso il centro del petto e i capelli, non più lunghi e del candore sfavillante che ricordavo, ma corti e rossi come le foglie degli aceri in autunno.
Gli occhi no, sono ancora gli stessi, grandi e limpidi, del colore verde della salvia, anche se possono cambiare come quelli di un camaleonte e diventare grigi di odio feroce durante la battaglia, gialli come quelli di un gatto nel pericolo imminente, di nera pietra spenta di fronte al dolore più grande.
È vestita di nero fino alla punta degli anfibi chiodati, indossa un corsetto di piastre metalliche sovrapposte e alte polsiere di metallo, che scintillano alla luce delle lampade.
«Mi tengo sempre pronta» è l’asciutta risposta alla domanda muta dei miei occhi.
Entriamo nella piccola cucina che profuma di fiori ed erbe medicinali, di spezie esotiche e tè nero. La stufa calda emana un buon odore di arancio bruciato e i fiori, negli innumerevoli vasi improvvisati, ruotano le corolle al suo passaggio e sbocciano impetuosi, felici di onorare il suo potere.
Bhumi comanda la terra in tutte le sue manifestazioni e le specie che ad essa appartengono, guarisce con l’arte delle erbe e dona il suo aiuto a chi soffre. Plasmata dalla sua volontà la terra muta forma e si muove senza sforzo. L’ho vista aprire voragini sotto i piedi dei nostri nemici, provocare terremoti, far esplodere massi in schegge taglienti per infilzare l’orrore che ci minaccia, sentirne i passi prima che sia giunto a destinazione, strangolare con l’aiuto di radici scalzate dagli alberi.
Sa essere dolce come la più amorevole delle madri, crudele come il più freddo dei sicari e io la amo teneramente come una sorella.
Mentre armeggia con tazze ed erbe essiccate mi aggiorna sui movimenti degli Oscuri. Il loro potere sta crescendo ogni giorno di più e ormai sono così spavaldi da attaccare anche in pieno giorno nelle periferie più miserevoli. Si servono di accoliti e famigli, relitti senza scrupoli cui hanno succhiato gli ultimi residui di umanità facendone degli automi senza volontà propria.
Le cellule del Circo lavorano in modo indipendente, coordinandosi attraverso i ponti radio e riunioni segrete che spesso vengono interrotte da aggressioni repentine. Negli ultimi tempi le perdite sono state gravi e le battaglie tanto sanguinose da affievolire la speranza anche tra i più saldi fra noi.
«Hai notizie di Sjor?» le chiedo a bruciapelo e noto le sue spalle irrigidirsi per un momento, prima che un no secco e definitivo risuoni nell’aria.
Mi posa sotto il naso una tazza di qualcosa che fuma con un odore acre e poco invitante, poi si siede davanti a me «Bevi – mi ingiunge – sento che la battaglia è stata dura e il tuo corpo ne ha bisogno». Chino la testa obbediente, trangugio con una smorfia il liquido caldo e acidulo che inizia subito la sua opera risanatrice e allontana rapidamente il dolore dai miei muscoli. Bhumi aspetta in silenzio che il medicamento faccia effetto, spiandone i segni sul mio volto, mentre accarezza senza posa la testa di Lynx sulle sue ginocchia.
Mi sfugge dalle labbra un gemito soddisfatto e sollevo la testa con un sorriso, che si interrompe non appena vedo il suo volto farsi teso e cambiare espressione, mentre gli occhi le diventano gialli, freddi e pericolosi come quelli di un cobra. Lynx inizia a ringhiare, mi alzo rovesciando a terra la sedia con fracasso e in quell’istante l’antiquata radio a onde corte si mette a gracchiare. Tra le scariche la melodia si fa via via più limpida e riconoscibile, è Paranoid, il segnale che il Circo utilizza in caso di attacco imminente.
«Stanno arrivando. Ora!» Bhumi infila i suoi letali Kama nelle custodie che indossa sulle gambe, afferra il Naginata, il bastone dalla punta animata, e si dirige sicura alla porta. Lynx la segue con un balzo, io sguaino il pugnale che luccica nella penombra calda e confortevole della cucina, un’immagine di casa contrapposta al sentore della morte incombente.
Usciamo nel vicolo ancora deserto e semibuio, percorriamo poco più di metà di quel budello angusto prima di vedere l’aria tremolare come davanti a un grande fuoco e l’oscurità farsi più densa e corporea.
Una sagoma scura affiora all’improvviso dal muro alla mia destra, come un bassorilievo o un cadavere che emerga dal fango delle paludi. Per un istante resta immobile, ci fissa quasi con scherno dal fondo del cappuccio che le copre il volto, poi incomincia a dividersi, gli arti si allungano mollemente come le estroflessioni di un’ameba e dall’orrenda mitosi ecco due sagome separarsi dalla genitrice. Ora un terzetto dalle bocche fameliche ci attende.
La stessa cosa sta succedendo alla mia sinistra e davanti a noi, mentre alle nostre spalle solo il roseto illumina ancora di speranza il fondo del vicolo.
Bhumi appoggia la schiena alla mia, un assetto da combattimento che ci ha permesso di vincere molte battaglie, e iniziamo a ruotare guardinghi, tentando di capire chi tra i nove mostri si getterà per primo su di noi.
Far scorrere il sangue, il loro e il nostro, è inevitabile. Bhumi mi stringe la mano, Lynx ruggisce, io urlo il mio odio. Ora è il momento di uccidere, ora si vive o si muore. Insieme.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

risveglio

fonte: web

Mi sono svegliata

con un buco in testa,

del diametro slabbrato

di una moneta falsa

di cioccolata sciolta,

che ha tinto il bozzolo

di scuri rivoli collosi

nel tragitto verso il cuore.

Mi sono svegliata

con crampi stordenti

nel vuoto del ventre,

di baci dimenticati

di scopate mancate

di parole disilluse

di carezze scartavetrate.

Ho lo stomaco sazio

di silenzi assordanti

di monosillabi pungenti

di schiaffi incassati

di porte sbattute.

Ho il cuore affamato

di risposte evitate

di lettere non spedite

di verità aggirate,

di certezze precarie.

Mi è caduto addosso il giorno

non appena aperti gli occhi,

mi ha schiacciata indifferente

come una blatta sbadata,

che non sa riconoscere

il suo posto nel mondo,

ma solo il  bruciore

di un bouquet di spilli

che ricamano la pelle

di speranze asintotiche. (C.B. D’Heure)