Piccola storia disegnata

scarabocchi e pasticci miei

Il loro non fu neppure un vero addio. Si trattò più che altro di una lenta ma costante successione di reiterati silenzi, allineati e inevitabili come grani di rosario.

Il tempo delle parole era finito senza un apparente buon motivo. Era bastato un pretesto.

Pur continuando a guardarsi negli occhi, si allontanarono a tal punto da non essere più in grado di vedersi.

La distanza li portò a fronteggiare l’uno le spalle dell’altra, ma non furono capaci di voltarsi. Forse non vollero.

Me too

Oggi desidero segnalare l’iniziativa di Tratto d’unione, cui ho partecipato con immenso piacere, che ha offerto la sua casa virtuale per dare spazio alla voce delle donne in materia di abuso.

Ogni lunedì ci sarà un racconto, una testimonianza, un pezzo di vita vera, vissuta in prima persona o raccontata da chi ha raccolto una confidenza dolorosa.
L’augurio che faccio a Tratto e a tutte le autrici è che il lunedì diventi un appuntamento fisso di lettura, per riflettere, arrabbiarsi e commuoversi.

Insieme.

Me too ❤

Tratto d'unione

2_MeToo

Oggi parte su questo blog un nuovo progetto, legato al movimento Me too, che ci accompagnerà per diverse settimane e che, ogni lunedì, vedrà la pubblicazione dei racconti – testimonianze di vita vissuta – scritti da donne che hanno subito molestie.

Si tratta di blogger, amiche, amiche di amiche… che ho invitato a uscire dal silenzio per raccontare le loro esperienze in un mondo dove, purtroppo, ancora molti uomini si permettono di cedere ai propri desideri senza tener conto di quelli della donna che li ha suscitati.

AriannaFarricellaArianna Farricella (1991), giovane e talentuosa fumettista, ha accettato di illustrare queste storie, perciò ogni racconto sarà accompagnato da un disegno creato appositamente da lei, che voglio ringraziare per la disponibilità e la sensibilità con la quale ha tradotto le parole in immagini.

Il Me Too movement esiste già dal 2006. Lo ha fondato negli Stati Uniti Tarana Burke per aiutare donne…

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dal mio taccuino: 4 ottobre 2018

Poesia di strada @fotomia

…. l’incubo di stanotte mi ha lasciata svuotata, sfinita da un terrore primordiale e irrazionale. Quale parte di me ha potuto concepire una figura di tanta lucida malvagità?

…. foglie secche danzano accartocciate con un rumore di nacchere, imprigionate in un vortice ascensionale che le intrappola a mezz’aria. Sono panni stesi ad asciugare sul filo della mia fantasia.

…. ho incontrato un ragno enorme e timido che è corso a rifugiarsi tra le foglie. Le mie suole l’hanno mancato per un soffio. Forse sta ancora tremando per lo scampato pericolo.

…. il sole di questa stagione è un dono gentile che accarezza la pelle senza opprimere. Ne faccio provvista per le ossa e l’umore. Allestisco dentro me un confortevole nido di scoiattoli per ammorbidire il tempo cattivo.

…. ho sempre freddo e fame, ma non è il cibo né gli indumenti caldi a mancarmi. Sto cercando di bastare a me stessa, eppure sembro non essere ancora abbastanza bastevole.

…. ho incontrato per strada una poesia che mi ha chiamato a sé, mentre le api andavano già a dormire. Invece le farfalle volano ancora, inconsapevoli del tepore ingannevole.

…. gli ultimi fiordalisi sfoggiano un indaco che ruba la scena al cielo, ritardatari o resilienti continuano a vestire prati dall’erba sempre più corta. Non serve molto per procurare bellezza agli occhi di chi sa dove cercare.

…. Huffington Post dice che cucinare dolci per gli altri è una pratica terapeutica e rilassante. Ho sempre saputo che il mio ti amo passa da una fetta di torta appena fatta.

…. i minuti scorrono troppo veloci, è tardi e mi ritrovo a correre un’altra volta. Prima o poi mi imbatterò nel traguardo da tagliare, ma non ho ancora capito quale sarà la ricompensa. Forse un buono di Amazon?

…. ieri due coccinelle rosa hanno passeggiato con me, sedute comode sulla mia mano. Ogni tanto si sgranchivano le zampe e mi facevano il solletico. È stata la carezza di cui avevo bisogno in quel momento.

…. ho visto un gatto di pelo rosso, morto nel mezzo di un campo di pannocchie mature. Domani la trebbiatrice lo schiaccerà, impastandolo alla terra senza neppure farci caso. A primavera in quel punto nasceranno fiori di campo. Nulla va sprecato, neppure la vita più piccola.

topinambour

fonte: web

Sembrano apparire dal nulla. Il giorno prima non c’erano, ne sono certa, ma ora sono lì che mi guardano: corolle gialle appena stropicciate che pencolano su steli allampanati, troppo sottili per reggere il peso assurdo dei tanti petali sbocciati in una notte sola. Sembrano adolescenti sgraziati e tutti spigoli, che muovono gambe e braccia in maniera goffa e non sanno come contenere un corpo esuberante, che ha perso all’improvviso la morbidezza dell’infanzia e tentenna al confine con l’età adulta, indeciso se andare avanti o rifugiarsi all’indietro.

Così se ne stanno impettiti nell’aria ormai fresca e mi mettono allegria per la livrea gialla e per il nome topinambour, che mi piace assonare a calembour, e insieme una dolce malinconia, perché quando li vedo so che è finita l’estate. Più dei temporali che non si limitano a donare un istante di refrigerio, più della nebbia che si alza tra i tralci di vite e delle giornate che si accorciano in fretta, più della giacca del mattino per me sono loro l’avanguardia dell’autunno.

Cocciutamente continuo a indossare abiti leggeri e sandali aperti, perché non mi fido di queste piccole Cassandre e cerco ancora conferme di estate, che stavo iniziando ad apprezzare proprio ora e non mi rassegno a lasciar andare tanto in fretta.

So che accadrà a breve, ma intanto assaporo i pochi scampoli che restano, i pomodori caldi di sole, gli ultimi voli delle rondini, le finestre aperte da cui entra odore di grigliate, i fuochi del santo, un tramonto aranciato.

Mi concedo un tempo lento e una canzone bellissima e fragile come un fiore di topinambour.

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera
Il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa
Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera
Il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa
Tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
Basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

E’ tempo di imparare a cadere
E’ tempo di rinunciare al veleno
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera.

Interdit

Questa mattina l’atmosfera è rilassata, c’è ancora poca gente in giro e mentre lavoro ascolto distrattamente i discorsi intorno a me.

Entra un cliente abituale, piuttosto anziano, sempre ben vestito, rasato e profumato di dopobarba. Ha una bella abbronzatura, merito dei mesi trascorsi giù a casa. 

Abita qui da tutta la vita, forse cinquant’anni o più, qui ha lavorato, qui sono nati figli e nipoti eppure casa è ancora giù, in un luogo nascosto in profondità nelle pieghe del suo essere e nel pesante accento che il nord non è riuscito a portargli via.

Mentre dedico il mio tempo a chi mi sta di fronte e dispenso i soliti consigli, dettati più dal buon senso che dall’esperienza, sento le voci farsi più alte e agitate.

Quelli lì vengono per invadere la nostra terra….

Non farli entrare a costo di mettere bombe….

Violentate tutte quante…….

Lei li vorrebbe a casa sua? Ah sì? Ho già capito da che parte sta….

Una collega giovane ha commesso l’errore di dire la sua, di ammettere che lei sì ecco lei li aiuterebbe, che non ci vede nulla di male nel farlo ed è partita la filippica dell’anziano che, indignato, si straccia le vesti davanti a tanta impudenza e protesta con violenza verbale eccessiva.

Io ascolto, guardo il suo volto farsi sempre più paonazzo, le vene ingrossate, le mani che si aprono e si chiudono come non vedessero l’ora di dare un pugno, l’accento che si fa più greve e stretto, così carico di odio da lasciare sconcertati.

E tu da che parte stai, vorrei chiedergli, tu che abiti in una casa decorosa, calda in inverno e fresca d’estate, tu che mi chiedi lo sconto senza scontrino perché a quelli là non vuoi dare i tuoi soldi, quelli che al governo mangiano perché si sa che sono tutti uguali.

Tu da che parte stai, tu che entri con prepotenza e pretendi favori perché se no vai in un altro negozio, tu che non ricordi più come si stava qui, nel nord civile, quando non si affittavano case ai meridionali e i terroni a scuola erano bullizzati per un cognome dal suono strano e un colore di pelle appena un poco più scuro.

Io me lo ricordo invece, mi ricordo i racconti di mio padre, arrivato qui a 16 anni con un fagotto e cinquecento lire in tasca, mi ricordo i sorrisetti di compatimento a scuola quando si faceva l’appello, mi ricordo i terun borbottati a mezza voce. Faceva male, fa ancora male e non era niente, davvero niente se penso a quanto odio, a quanto livore oggi sta tracimando da ogni parte.

Le inondazioni arrivano all’improvviso e spazzano via tutto, a volte lasciano un limo fertile, ma di solito distruggono i raccolti e amen, così diceva mio nonno e non si sbagliava.

Io non lo so da che parte sto, però credo che esistano ovunque persone buone e altre meno buone indipendentemente dal luogo di appartenenza; credo che la disperazione possa far commettere azioni riprovevoli, ma un uomo “perbene” che uccide la compagna non ha sempre la pelle scura; credo che la frutta e la verdura che acquistiamo abbiano alle spalle storie tragiche di cui dovremmo vergognarci, ma è più facile chiudere gli occhi e non ascoltare; credo che il sedere di un’anziana madre venga pulito altrettanto bene o forse meglio dalle mani di una “sporca immigrata” e potrei portare altri esempi e parlare, parlare e parlare fino allo sfinimento, senza ottenere nulla più di uno sguardo di schifo e compatimento, perché tanto ho capito da che parte stai.

Forse sto solo dalla parte del genere umano. Almeno ci provo.

(Tutte le immagini sono state trovate in rete)

 

cose fragili

Ascoltando Particles

Si strucca con attenzione. L’ovatta bagnata lascia una scia oleosa sulla pelle pulita mentre la maschera del giorno si distacca piano, lasciando spazio al suo vero volto.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Percorre il contorno a memoria, si valuta, soppesa la pelle alla ricerca di nuovi difetti. Ha ancora poche rughe, solo qualche increspatura sotto gli occhi e due solchi sulla fronte, paralleli come tagli di bisturi, ora profondi più che mai. Le capita sempre quando è stanca o molto triste, sono il barometro del suo vivere.

Ieri una vecchia amica, non si vedono forse da vent’anni, le ha commentato la foto del profilo. Come sei bella, ti stanno bene i capelli, il tempo per te non sembra passare.

Le ha fatto piacere. Era la prima volta che aveva il coraggio di mettere una foto così esplicita, mostrare la faccia senza il velo di un filtro colorato o di un effetto sfocato, ma dopo quel messaggio si è sentita leggera e ha sorriso guardandosi, per una volta, con occhi meno impietosi dei suoi.

Le stanze conservano il calore del giorno appena trascorso, neanche il pavimento su cui cammina scalza lascia l’illusione di un breve refrigerio.

Va a sedersi sul davanzale della finestra, nuda, tanto nessuno la noterà e, se mai un passante distratto dovesse alzare la testa, sarà solo una sagoma scura nel controluce di un abbaino ai piani alti.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Mentre aspetta che sorga la luna, accarezza le pagine del libro che legge e rilegge da qualche giorno: poesie per un amore finito, i delicati e tristi abissi in cui l’animo sprofonda nei giorni dell’abbandono. Si sofferma su un verso, annuisce mentre legge, pare dire sì, è proprio così che si soffre, nelle piccole cose, nelle assenze quotidiane, nel fumo di una sigaretta che non c’è più, nel servizio di piatti che resta a prendere polvere inutilizzato. Ci sono libri che andrebbero venduti con il foglietto delle avvertenze e maneggiati con i guanti di amianto, questo pensa.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Si immagina mentre scrive, seduta alla finestra nel buio della notte, il rombo delle auto sulla statale a dettare il ritmo, il portatile in equilibrio sulle gambe, caldo come un gattino che fa le fusa, e poi si vede mentre si descrive e pensa a chi leggerà di una donna che scrive di una donna che scrive. Vorrebbe raccontare, inventare esistenze più gradevoli della sua, ma è da tanto che non lo fa. Vorrebbe parlare del dolore che la sta mandando in frantumi, quietamente, un giorno alla volta, ma poi pensa che certi dolori non possono essere domati dalle parole, solo il silenzio riesce a contenerli.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Sono pensieri fragili i suoi, giochi di specchi di poco valore nel tentativo di intrappolare un sonno che non vuole arrivare e la lascia a girare sfinita tra lenzuola troppo calde. Invece è magnifico addormentarsi come fanno i bambini, in un lampo repentino dalla veglia al sonno profondo, persi in un mondo lontano dove niente può turbare la loro serenità, dove il lato del cuscino è sempre fresco e i sogni hanno il colore delle nuvole estive che non fanno paura.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Niente di male,
se oggi rifiuto l’altezza
e resto distesa nel letto.
Del resto, anche il cielo
ogni tanto reclina il capo
e s’appoggia
alla spalla bassa
della terra.

Imballami come cosa fragile
e ti viaggerò accanto senza rompermi.

(Elena Mearini, Strategia dell’addio)