Doppio poetico – Attila Jozsef

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fonte: web

In una piazza di Budapest, su una scalinata vicino al Danubio, un posto buono per riposarsi e riflettere, sta seduto un uomo magro. Ha il volto scavato, forse dalla fame che brucia dentro, forse dalla follia che scava ancor di più, e gli occhi sperduti dentro la visione dei suoi mostri, la guerra, le condizioni sociali dei più deboli, la politica.

Ha in mano un cappello floscio che spiegazza tra le dita e una camiciola aperta sul collo, perchè fa così tanto caldo da aver buttato il soprabito con noncuranza al suo fianco.

Ha mani bellissime, lunghe e nodose, magre e nervose che riposano mentre osserva l’acqua che scorre, l’acqua che tutto porta via in un istante, tenendo gli occhi bassi non per sconfitta ma per stanchezza o forse chissà.

Non sapremo mai cosa si annida nella sua testa, se il pensiero della madre, l’amore o la morte, quella che metterà in atto sdraiandosi sui binari e lasciandosi attraversare da un treno in corsa.

É un poeta, un sognatore, un uomo solo. É Attila József.

Quando il governo ungherese ha annunciato l’intenzione di rimuovere la sua statua, migliaia di persone si sono radunate intorno a lei con affetto, spontaneamente, recitando le sue poesie e tentando di proteggere la bellezza e la cultura da tutto ciò che limita la libertà di espressione. Per il momento ci sono riuscite e Attila può continuare a riposare guardando il Danubio.

Ho voluto interpretare a modo mio due delle sue poesie che preferisco, con immagini e suoni che le accompagnino.

Resilienza

Resilienza – foto personale

Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Resilienza, la capacità di far fronte ad un evento traumatico riorganizzando la propria vita in modo positivo. Quale esempio migliore se non un tralcio di edera che si riappropria del suo spazio, che scavalca gli aculei di un filo spinato arrugginito e anzi ne fa supporto per crescere più rigogliosa. Come se la tua mano fosse la mia mano, non ho paura che tu mi punga e mi faccia male, mi avvolgo a te e ti proteggo da te stesso. Ascoltando Sheena.

Confini

Confini – foto personale

Il Dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Il dolore è un confine difficile da oltrepassare, aghi di filo spinato che si conficcano in un cielo azzurro, una muraglia che contiene ben più che cocci aguzzi di bottiglia. Il dolore è non riuscire più a percepire la normalità, sentirsi estranei, confinati in una gabbia che solo noi possiamo spezzare e continuare comunque a rimirare il cielo e osservare le nuvole che passano e neppure il nostro filo spinato riesce a stracciare. Ascoltando Lauryn.

A tutta B!

Il buon Gianni del blog ilperdilibri una ne fa e cento ne pensa!

Questa volta si è inventato un giochino che mi ha intrigato molto e convinto a partecipare. In realtà penso di essermi imbucata, ma ormai è fatta!

Il gioco è molto semplice. Bisogna scrivere un racconto usando la lettera B almeno 55 volte. Il numero è stato determinato da un lancio di dadi e se vi state chiedendo che razza di dadi siano quelli di Gianni, beh me lo sto chiedendo anche io.

Se qualcuno vuole cimentarsi le regole sono in questo post.

Cosa si vince? Nulla se non una pacca sulla spalla da Gianni in persona (metaforica) e il piacere di aver scritto a piene mani.

Mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e le B sono qualcuna in più di quelle richieste, chiedo venia per la babele.

fonte: web

La panchina

Sto bevendo una tazza di brodo bollente a brevi sorsi cauti, per non bruciarmi le labbra.

Ho qualche linea di febbre. Così dice la mia badante, una brava donna bielorussa baffuta e prosperosa, con due abbondanti tette morbide.

Mi ha accarezzato la guancia con delicatezza prima di rimboccarmi le coperte. Mi ha dato un bacio sulla fronte mormorando il consueto “buona notte mio bravo bambino” e ha chiuso la porta che, brontolando, le ho detto di non sbattere come sua abitudine.

Mi assicuro che il bicchiere d’acqua sia posato come al solito accanto all’abat-jour, perfettamente allineato con il bordo del comodino e ben lontano dai miei beneamati libri.

Faccio scivolare la mano verso il basso, le dita scorrono sotto il bordo del materasso fino a toccare il bandolo scabro della corda da bucato che ho fissato alla base del letto.

Per sicurezza aspetto che la luce in bagno si accenda. Mi metto in ascolto del familiare rimbombo del box doccia e del sibilo del boiler che si accende, camuffando i miei rumori.

Tiro la corda a me finché, insieme a batuffoli di polvere e briciole stantie di brioches, spunta da sotto il letto un pacchetto voluminoso sigillato con nastro biadesivo.

Lo afferro con mani bramose e strappo a brandelli la carta bruna che lo avvolge.

Getto sul letto tutto il suo contenuto: un paio di braghe di velluto blu lise, una camicia di flanella beige, un pesante maglione di lana boucleè e un berretto da marinaio.

Mi vesto abbottonando tutto alla bell’è meglio. Infilo i calzini e un alluce spunta dal buco sulla punta. Maledico la mia dabbenaggine ma non posso cercarne un altro paio. Il rumore insospettirebbe la mia badante.

Allaccio le stringhe dei miei robusti scarponcini, apro piano la porta e mi appoggio al battente scrutando il corridoio buio.

L’acqua scorre ancora mentre scendo in silenzio le scale.

Dabbasso apro la porta che affaccia sul balcone e afferro una coperta scozzese, buttata lì quasi per sbaglio.

La appoggio sul braccio e apro la porta d’ingresso.

Il battistrada degli scarponi fa scricchiolare la ghiaia bianca del vialetto.

Aggiro la siepe di bosso e mi dirigo verso le betulle, che salutano il mio arrivo con un fruscio delicato di foglie.

Butto la coperta sulla panchina già bagnata dell’umore della notte.

Accarezzo il posto vuoto alla destra del mio e, con un sospiro di tristezza, attendo.

Il campanile della chiesa batte i dodici rintocchi.

È mezzanotte.

“Buon compleanno amore mio, anche quest’anno non mi sono dimenticato della promessa”.

L’aria intorno a me profuma di buono mentre mi accarezza il viso con un bacio.

Sotto un tavolo

fonte: web

Ho spesso l’impulso irresistibile di rannicchiarmi sotto un tavolo, non ha importanza se metaforico o reale.

Sì, come quando ero bambina e il mondo sotto il tavolo era il mio rifugio per giocare a nascondino, per mettermi al riparo dopo averne combinata una più grave del consentito, per isolarmi dalle urla e dai litigi, quelli brutti che facevano male al cuore prima che al corpo.

Mi piaceva stare sotto quel grande tavolo rettangolare, far scivolare la tovaglia fino a creare una cortina pesante e avvolgente che lasciava filtrare una luce morbida e opaca, colorata dei riflessi blu e rossi dei suoi riquadri di cotone.

Immagino debba essere così la vita dentro un bozzolo, che senza fretta si riscalda e prende vita da un raggio di sole. Anzi, se ci rifletto bene, me lo immagino proprio così quel piccolo involucro che pulsa di vita in fieri, abbarbicato ad una foglia, nascosto nel cavo di un ramo, in attesa di scoprire se diventerà una semplice e candida cavolaia o un ragnetto scuro e grinzoso.

Sotto un tavolo i bambini credono di essere invisibili e invincibili, i rumori arrivano attutiti, le voci sono più gentili, le urla fanno meno paura e le persone, ridotte a gambe e scarpe, sembrano inoffensive e quasi ridicole nella loro incompiutezza.

Sotto un tavolo si può piangere in solitudine, senza dover nascondere il volto tra le braccia, negando con ostinazione infantile che quelle siano lacrime, facendo finta che si tratti solo di acqua di passaggio, finita lì per caso, per colpa di un guasto alle tubature o del solito ingorgo estivo di sentimenti, sedimentati come limo e foglie secche negli argini del cuore. Perché non hanno ancora inventato le partenze intelligenti dell’anima e le giornate da bollino nero sono troppe.

Sotto un tavolo c’è poco da vedere con gli occhi e molto da immaginare con la mente. Anche una briciola di pane con cui giocherellare o una venatura del legno da percorrere con le dita possono condurre in un mondo più lontano, non per questo più sereno, solo diverso. Come il negativo di una foto o il rovescio della medaglia non sono necessariamente migliori o più interessanti, solo una prospettiva differente che merita di essere considerata.

Anche adesso che non ho mica vent’anni, ne ho molti di meno ci sono giorni in cui preferirei trascorrere la vita sotto un tavolo, a raccontarmi che non m’importa del mondo e che delle persone preferisco osservare le scarpe anziché il volto.

Perché ormai sono grande, ma ho ancora lo stesso cuore bambino che si spaventa per una spinta o una risata fuori tempo e che ha paura di disturbare con la sua presenza, mentre le mani si aggrovigliano e gli occhi scappano a cercare l’angolo più nascosto della scena, anche se le pareti non ci sono più e devo rannicchiarmi sotto un tavolo per trovare un istante di pace.

Attimi inconsapevoli

fonte: aalst.deviantart.com/

C’è un gatto nero che passeggia nel prato dei miei pensieri. Lo sento quando “fa il pane” e mi fa ridere per il solletico. A volte fa le fusa e il suo ritmico ronron mi tiene sveglia a contare i rintocchi del tempo tra i fili d’erba. Non lo sgrido mai anzi lo lascio fare, perchè mi è simpatico ed è un gran ruffiano quando va a farsi le unghie dove non deve.

Oggi una ragazza dai capelli turchini mi ha sorriso con occhi timidi e bocca sfrontata, incupita di rossetto nero Malefica. Volevo chiederle se ero sulla strada giusta per il paese dei balocchi e una raccomandazione per lavorare con Mangiafuoco, ma alla fine mi sono limitata a domandare la via più breve per uscire dal paese dell’isola che non c’è.

Mentre guidavo ho visto la strada che porta al mare rivestita di asfalto nuovo, brillante come lava incandescente nel sole di agosto. Ho immaginato di percorrerla piano, per sentire sotto le ruote il fruscio del velluto e assaporare la sua liscia consistenza di seta nera.

Ammiravo quelle curve voluttuose quando una nuvola, che passava di lì per caso, si è commossa tanto da sciogliersi in lacrime di gioia. Ho teso la mano per raccogliere quel dono inatteso che brillava tiepido nel cavo del mio palmo, ho sentito sui capelli la carezza umida e calda di acqua pregna di sole e ho sollevato il viso per ringraziare della gentilezza.

Questa sera sono uscita nel buio della notte, quando la luna già dormiva serena, a caccia di stelle cadenti. Ho ascoltato le chiacchiere del granoturco che frusciava nel vento, i pettegolezzi degli uccelli notturni, il ritmico raspare di una lepre disturbata dal mio vagare con il naso all’insù.

Un vento dispettoso stava portando a spasso le nuvole, spingendole da una parte all’altra senza troppi complimenti, e spettinava le stelle, indispettite dalla mancanza di rispetto di quell’insolente. Solo i grilli continuavano a cantare per mettersi in mostra, infischiandosene delle speranze e dei desideri che non sarebbero stati espressi.

Mentre le nubi si ammassavano come panni da stirare sulla sedia di una casalinga stanca e il tuono già suonava al portone d’ingresso, il vento, con un moto di inattesa galanteria, ha scostato il tendaggio di nuvole per me.

Ed eccola lì pronta a cadere, appesa al filo del ricordo con un piede già di fretta, oscillava leggera nel cielo con la grazia di un acrobata. L’ho vista volteggiare per un solo istante e poi scendere nel buio, una lacrima silenziosa nel volto del grande clown che si diverte ad aggrovigliare gomitoli di vita.

In questo tempo meschino di umane miserie, quando il pozzo dei desideri è ormai prosciugato e la fretta di vivere ci fa appassire di solitudine, anche un gatto, una fata, una nuvola di passaggio e una stella equilibrista possono creare attimi inconsapevoli di felicità.

Del parlar di pioggia e nebbia, di albe solitarie e Debussy

Alba di nebbie

Nubi. All’orizzonte, dense, grevi e cotonose. Sono di un bluastro pericoloso, promettono tempesta e di solito mantengono.

Mi volto a guardare il monte che di turchino ha solo il nome. È da lì che arriva il tempo cattivo, la grandine che ammacca la frutta e fa scendere le lacrime ai vignaioli. Eppure mi è simpatico ugualmente. Sarà che dietro di lui so che dorme il mare e, anche se dal mio palco di colline non lo vedo, posso sentirne l’odore che arriva prepotente.

Il cielo rabbuia di colpo, diventa nero pece e rosso rabbia, solcato da lampi a terra, dritti come freccette scagliate sul bersaglio.

Pioggia, furente, esasperata, scende a colmare le crepe nel terreno, picchia sul suolo con la durezza di un martello, crea un deserto umido e silenzioso che concilia il sonno come il ventre di una madre.

Mi alzo presto, il viaggio è lungo ma non trovo ostacoli, la pioggia e la notte sembrano aver compiuto la magia e il mondo è pulito e vuoto, resta solo il verde brillante delle foglie e questo mi basta.

Metto un CD, mi faccio del male, lo so, ma Dio se ci sta bene ascoltarlo mentre guido, visto che non posso più suonarlo. Debussy, Fantasie per piano e orchestra, la musica parte lentamente e inizia ad arrampicarsi in volute ardite, i movimenti accompagnano la mia salita su per la scorciatoia che attraversa vigne e frutteti ancora addormentati.

Ci entro dentro come scivolassi nel più soffice dei sogni. Nebbia che sale dal terreno zuppo, si attorciglia tra i filari di vite, modifica le distanze, il paesaggio, perfino la musica assume una consistenza differente.

Dal mare di nebbia spuntano dettagli improvvisi, la cima del campanile, la cancellata di una casa abbandonata, un gatto che mi osserva immobile sul ciglio della strada. È rosata dall’alba che nasce, riscaldata dai raggi di sole radente che la trasformano in un mare d’oro.

È bellissima. Percorro in apnea quel mare luminescente, cercando inutilmente di sorbire la sua essenza, anche se non si può che captarne il cambiamento.

Mi fermo. La punta del poggio si sta svestendo lentamente come una donna sensuale. Attendo che il rosa diventi appena più evidente, Debussy intreccia magie e sogni, scatto. 

Non è l’assoluto, solo un’impressione di bellezza, di nebbie rosate e albe solitarie.

Accanto al fuoco – vi

Un rivolo d’acqua sgorga dalla parete al fondo della caverna.
Affiora da una piccola crepa nel granito, solca con la rapidità di una lacrima la pietra e sparisce nelle profonde viscere della montagna.
É gelida, ha un gusto amaro che stringe lo stomaco in una morsa, lasciando in bocca un sapore di fumo e ferro.
Mi avvicino al recipiente di raccolta, sciacquo le mani lorde di sangue rappreso e immergo le lame nell’acqua rossastra. Strofino l’acciaio con le dita, sciolgo i grumi nerastri fino a sentire sotto i polpastrelli le solcature a me familiari.
Sono antiche benedizioni, talismani potenti incisi sull’acciaio, l’unico ricordo di colui che le forgiò per me molto tempo fa.
Sollevo il coltello gocciolante e il suo marchio brilla alla luce del fuoco, coperto da un velo d’acqua.
Eccoli insieme, il ferro e l’acqua, Isern e Sjor, l’unico che io abbia mai riconosciuto e amato come padre e il fratello che il destino mi donò durante gli anni nella Città.
Il giorno in cui incontrai mio padre l’auto del mercante ci condusse in un dedalo di viuzze, cresciute come malerba ai piedi dei vecchi grattacieli abbandonati, fino ad arrestarsi davanti alla porta malconcia di un fabbro, con un ultimo sospiro di fumo denso e corrosivo.
Rannicchiato sul sedile nel bozzolo della mia coperta, osservavo la discussione tra il mercante e l’uomo formidabile apparso da quella porta.
I due si conoscevano bene, a giudicare dall’abbraccio e dalle manate vigorose che si erano scambiati.
Li guardavo discutere notando l’espressione sulla faccia dell’uomo cambiare e farsi più cupa ad ogni parola, come un cielo tinto dalle nubi nere del temporale in arrivo.
Anche il fabbro era un Metallico. Una fitta serie di piastre si allargava dal suo collo fino a metà del torace, rivestendolo come la cotta di un cavaliere medievale. Il braccio destro era uno stupefacente miscuglio di rottami uniti a formare una mano rozza ma, avrei scoperto con il tempo, dotata della precisa delicatezza di un orafo. La gamba sinistra era una protesi mobile fissata alla coscia con una gabbia di cinghie di cuoio.
Isern possedeva diverse gambe che aveva progettato e costruito con le sue mani, cambiandole con la civetteria di una donna al primo appuntamento, a seconda dell’uso e del suo umore. Tutte erano provviste di un congegno di difesa, una lama nascosta, sottile, indistruttibile e letale, che adoperava con la grazia di un samurai nei luoghi pericolosi che soleva frequentare.

Isern, mio adorato padre, la prima volta che mi parlasti fu per dirmi, con la tua voce raschiante, “vieni qui ragazzo e smetti di tremare” poi mi afferrasti per le spalle e mi sollevasti il cappuccio quel tanto che bastava a rivelare il bagliore dei capelli.
Mi ricordo i tuoi occhi, così dolci per lo spazio di un istante, tornare pozze insondabili di metallo grigio acciaio e il cenno di capo che rivolgesti al mercante, accettando con quel semplice gesto di diventare mio padre per sempre

Solo alcuni anni dopo, in una notte trascorsa a domare i suoi fantasmi con acquavite di grano, mi narrò della figlia, albina come me, come me posseduta dalla fiamma del fuoco, trovata morta in un vicolo putrido, candida e fragile come la più sottile delle ali di farfalla, un guscio svuotato del suo potere dagli Oscuri.
Eppure, nonostante lo strazio che gli procurava la mia vista, nonostante i maldestri tentativi di padroneggiare il mio potere e l’arroganza inesperta con cui affrontavo i pericoli, mi accolse con sè, mi insegnò l’arte di plasmare il metallo con il fuoco, rese il mio corpo robusto e mi fece accettare la mia diversità come un dono da scoprire e non una maledizione da celare. Fu il mio mentore, il mio posto sicuro nel mondo, la mia casa.
Nei bassifondi della Città si intrecciavano storie dolorose e traffici di tenebra. I mercanti di organi erano una minaccia crescente, avidi predatori di arti di ricambio per chi poteva permettersi di pagare la carne non accontentandosi del metallo, ma anche gli schiavisti e i pedofili volteggiavano come corvi attorno alle giovani vite. Su questa bolgia infernale si era diffuso come un cancro il dominio degli Oscuri. Ancora poco si sapeva di loro, derivavano dal Lucòre come noi ma ne erano rappresentazione del lato più aberrante.
Isern e chi, come lui, aveva perso una persona cara a causa loro, covava vendetta e vigilava.
Gli Oscuri si confondevano con le ombre, penetravano le menti, annullavano la volontà, cancellavano i ricordi della gente comune. Solo noi albini li vedevamo con chiarezza e questo, unito al nostro potere ci rendeva loro nemici e prede.
Per questo Isern iniziò il mio addestramento fin dal primo giorno. Ci allenavamo ogni sera, dopo aver sbarrato porte e finestre da occhi troppo curiosi. L’officina diventava teatro dei nostri combattimenti, attrezzi da lavoro, rottami di ferro, trucioli metallici diventavano le armi improvvisate che, rese roventi dalle mie mani, scagliavo contro la sua massiccia figura che non mi risparmiava critiche, urla di incitamento e duri colpi che mi lasciavano senza fiato e tremante di rabbia.
“Impara il controllo ragazzo, sei tu il padrone, non il fuoco. Devi essere pronto a ciò che ti aspetta là fuori” mi gridava quando dalle dita fiotti di fuoco liquido iniziavano a gocciolare sul cemento e gli attrezzi nelle mie mani fondevano come cera.
Ora basta Pyros, fratello, ora riposa, la voce liquida di Sjor, così simile al gocciolio di uno scroscio di pioggia sulle foglie del bosco, al suono ammaliante dell’acqua per una bocca riarsa, mi avvolge come una carezza.
Bacio il marchio con devozione, Proteggimi padre, mentre risento la voce profonda e arrochita dei suoi ultimi istanti e rivedo, nel velo di lacrime che mi confonde gli occhi, la sua morte, il giuramento di fuoco, la vita che ho scelto per ripagare il suo, il loro sacrificio.
Appoggio la testa al dorso caldo di Lynx che respira quieta, Arriverà presto la vera alba, mormoro mentre chiudo gli occhi e indosso l’oscurità.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Album di figurine: la Mela sBacata

Red è un mio fantastico nuovo amico di blog che sta facendo uscire il mio lato più nerd e cazzaro, di cui peraltro sono molto fiera anche se lo mostro troppo poco.
Ha avuto una splendida idea, un amarcord in versione calcistica che mi ha permesso di scavare nei ricordi, quelli belli e un po’ pungenti che pizzicano gli occhi come una cipolla ma fanno tanto bene al cuore.
Questo è stato il mio contributo. Grazie ancora Red per aver passato la palla.

Dimenticavo!!!

L’immagine è una elaborazione grafica di Red e la trovo geniale!

Pictures of You

Mela-album-Panini

Per il nostro artigianale Album di figurine, un altro grandissimo regalo fatto da lamelasbacataalla quale non sono degno di reggere il picciolo. Un post di rara bellezza che in questa webbettola, in mezzo alle mie cianfruserie (=serie di cianfrusaglie), spicca dalla mensola delle bottiglie di whiskey come una bottiglia di Aisla T’Orten! 

Buona, anzi buonissima lettura

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