Riflessioni novembrine: lettera a un amico

fonte: web

Per allontanarmi dal villaggio scelsi l’ora più palese,

il declinare del meriggio, quando tutti gli uomini

emergono e guardano il tramonto, senza vederlo.

(Jorge Luis Borges, L’Aleph)

Per avere luce bisogna farsi crepa

spacciarsi, sminuzzarsi,

offrire…. (Chandra Livia Candiani)

Amico mio, ti saluto con l’affetto di sempre.
Ti chiedo scusa fin da subito se il contenuto di questa lettera non sarà allegro nè avrà troppo senso.
Ho un buco nel petto da cui passa aria fredda e queste parole spero riescano a tapparlo, almeno in parte.
In un certo senso, ti chiedo di donarmi la tua comprensione e sono sicura che accoglierai con bontà il mio sproloquio.
A volte, nei tuoi post o commentando scritti di altri, hai espresso il tuo rammarico nel vedere blog assopiti, abbandonati in un limbo dal loro proprietario che, anziché coltivare un terreno fertile, lo lascia diventare incolto e pieno di erbacce.
Al di là dell’ironia che ti contraddistingue, che adoro perché non saresti tu altrimenti, ho sempre percepito la cura e l’attenzione che metti nel leggere e che rendono i tuoi commenti così perspicaci.
Ieri ho ricevuto una notizia che mi ha reso davvero triste e ho subito pensato che avrei voluto comunicartela.
Una blogger, che entrambi leggiamo e seguiamo, è morta.
Le persone perbene avrebbero detto “è mancata” sussurrando “un brutto male”, ma io sono troppo diretta e le parole mi piace dirle senza pudore e senza veli, quindi cancro è la parola giusta da usare, perché si può indorare la pillola, ma non è certo con gli eufemismi che si spuntano gli artigli.
Una ragazza tanto giovane, bella e solare che aveva avuto una vita travagliata, e questo fa rabbia, ma se l’era ripresa con coraggio e ostinazione, e questo fa ancora più rabbia.
Scriveva bene, anzi benissimo, e nel mio Kindle ho una raccolta di racconti che, colpevolmente, mi sono ripromessa di leggere da troppo tempo.
Mi ha fatto tenerezza vedere che l’ultimo scambio di commenti nel suo blog sia stato proprio con te e nulla nella sua risposta faceva presagire a una fine così vicina.
Così ho deciso di scriverti, seguendo l’impulso, per dirti che questa volta il blog non è stato gettato nel dimenticatoio per una negligenza o un capriccio. Questa volta no.
Mi sono chiesta perché questa notizia mi abbia colpito così tanto.
Sono talmente abituata al contatto quotidiano con la malattia e la sofferenza che pensavo di aver sviluppato una corazza abbastanza resistente. Invece si è aperta una crepa che mi fa sentire vulnerabile e non so se da lì, come dice Cohen, riesca a passare la luce.
Spesso ci ripetiamo, con una buona dose di cinismo, che il mondo virtuale è finto, che esistono lupi travestiti da agnelli e la menzogna spesso fa da padrona. Certamente tutto questo è vero, ma esiste un legame con persone, in fondo quasi mai viste nella realtà, che sentiamo nostro, anzi necessario.
Ci sono, in questa rete di relazioni, fatte di parole, emoji e scambi più o meno costruttivi, dei punti fermi di cui non saprei più fare a meno, perché rientrano in ciò che sento mio e che mi fa stare bene.
Questo spazio, che da anni coltivo e proteggo con gelosia dagli sguardi indiscreti, che mi ha permesso di mettere a nudo l’anima come mai avrei osato fare nella vita reale, che a volte mi ha fatto piangere e soffrire, altre invece sperimentare gioia sincera, non è più solo mio, ma ha preso forma grazie all’interazione con chi è passato e ha lasciato il suo segno. Anche tu, che mi rendi spesso felice con le tue parole argute.
Non so che altro aggiungere e credo sia il momento giusto per salutarti. Spero tu abbia compreso anche ciò che non sono stata capace di scrivere e ti abbraccio. A presto.

Vi chiedo perdono, in tanti anni di blog non vi ho mai fatto ricorso prima, non è mia abitudine né lo diventerà in futuro, ma questa volta, per non fare mercimonio di una vicenda reale e dolorosa, preferisco disabilitare i commenti. Se qualcuno di voi ha piacere di lasciarmi comunque un suo pensiero o una riflessione, potrà farlo mandandomi una mail. Mi farà un enorme piacere leggerla. Altrimenti, solo per questa volta, lasciate una stella al vostro passaggio. Grazie ❤

Cardiopoiesis

cuore sotto vetro

Mi si è spezzato il cuore.

Lo stavo sfilando dal petto

come ogni giorno

per appoggiarlo sul cristallo

tra inutili ninnoli

che non so buttare

e fiocchi di polvere

regalo dei giorni.

È caduto di testa

ha davvero una testa il cuore?

con un tonfo crudele e

si è aperta una crepa sottile.

guscio d’uovo cascato dal nido

Ne goccia fuori un rivolo

non albume nè sangue

di parole trasparenti

tutte le ho perdute, tutte.

sono state mai davvero mie?

Ho sparso segatura a manciate

quanto aiuta il giusto emostatico

ed ora la pira collosa

parole coagulate in fretta

inzacchera il pavimento.

Ogni sinonimo è fuso al suo contrario

non è possibile rimediare

soltanto una parola si è salvata

la mia preferita

impigliata all’orlo della ferita.

Vischiosa, lucente e orfana

goccia di miele su fico maturo

è restata appesa un istante

un battito, una sistole

prima di tuffarsi sul cumulo

delle sorelle perdute.

L’ho guardata liquefarsi

in una chiazza opaca

sacrificio senza rimpianti

di lei non riverbera che il ritmo del silenzio.

e ora?

I cocci del cuore sono nell’umido

sembrano bucce di mela

il pavimento non conserva

memorie appiccicate

tracce invisibili al luminol

il buco in petto è colmo di ovatta.

passa ancora vento freddo –

Allo sterno ho appeso l’orologio del nonno

l’ho caricato con l’osso della fortuna

la cassa ammaccata scandisce

il silenzio – fragoroso – delle ore

e la musica – muta – dei giorni.

È ora?

mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

origami

fonte: web

Ho bisogno di una variabile impazzita
in questa vita di granitiche costanti

non riesco a sollevare le braccia
i capelli si avvinghiano in nodi irrisolti

ho la testa ferma su binari in disarmo
provare a sbagliare è un boccone muffito

mi sono svegliata con l’acqua alla gola
sapida di notti di caldo e sudore

cerco una luna nuova di seconda mano
in un vecchio velluto tarmato da falene

è bello sentire la mancanza del vuoto
se il pieno torna con stolida arroganza

si è alzato un altro giorno asciutto
senza pioggia che impasti stelle esplose

quando gli androidi riescono a morire
anche le pecore elettriche trovano pace.

scatti rubati ovvero dell’imparare a dire addio

Non amo l’estate, lo sai.
La considero una stagione in saldo, appariscente come un abito troppo scollato, impaziente, frettolosa di esporre la sua mercanzia, prima che marcisca come pesche lasciate al sole. Non lascia il tempo di assuefare la pelle al tepore che già un temporale se la porta via, lasciandone soltanto un ricordo appiccicoso.
Mi piacciono soltanto le mattine estive, una manciata di ore chiare e pulite in cui mi sveglio prima del solito, cammino tranquillo nel silenzio della città insonnolita e scelgo un bar appena aperto, per bere il primo caffè senza fretta.
Lo sto facendo anche ora, mentre ti scrivo davanti a una tazza fumante, seduto nel cuore della tua città.
Sono qui, sì.
Mi sono concesso una breve vacanza da me stesso o un viaggio a ritroso nel tuo ricordo, se preferisci.
L’amavo anche prima questa città elegante e un po’ snob, ma tornare qui sapendo di respirare la tua stessa aria me la rende ogni volta più cara.
Nella cerchia delle sue mura mi sento accolto e protetto. Appartengo a questo luogo, lo sento, perché qui sono sereno, addirittura felice.
Ti sembrerà bizzarro sentir parlare proprio me di felicità. Io che ho fatto della tristezza una camicia di forza da cui non riesco a liberarmi, nonostante gli sforzi, le letture positive, la meditazione, lo sport e l’aiuto ottundente della chimica.
Semplicemente resta lì, inspiegabile e indecorosa.
Eppure non sono infelice, tutt’altro, ma indosso una sottoveste grigio piombo, invisibile ai più, che mi avvolge il cuore come pellicola su un pezzo di carne cruda.
Mi manchi davvero molto, anche se non mi è più permesso dirtelo e la nostra storia è ormai solo il ricordo di un paziente che ha scelto di non essere rianimato.
Ti ho sentita in ogni gesto compiuto in queste giornate pigre, nel rumore dell’acciottolato che ho percorso, nella musica di un concerto all’aperto, nel profumo di cibo delle osterie, nel tuo accento morbido che risuona sulla bocca di ogni persona incontrata.
Ti ho cercata nei graffiti sui muri, in un vicolo puzzolente di umanità incontinente, fra i bracciali di bachelite di una bancarella, nell’intreccio di mani degli amanti a passeggio, nel riflesso di un vetro impolverato.
Eri ovunque e in nessun dove, eri aria invisibile e necessaria.
Ho comprato un quadro, sai? L’ho scovato nella bottega di un rigattiere e sono certo ti piacerebbe molto: un piccolo carboncino di donna dai tratti appena accennati, drappeggi eleganti su carta avorio listata di azzurro.
Saresti fiera del mio buongusto e mi suggeriresti il posto migliore per appenderlo, forse proprio in…..

Una risata femminile interruppe il flusso di coscienza, che stava prendendo una china pericolosamente vicina all’autocompatimento.
Alzando la testa si accorse che i tavolini si erano a poco a poco riempiti. Il tempo era passato senza che se ne avvedesse e i negozi stavano alzando le saracinesche, i neon già accesi a illuminare l’interno.
Un po’ più al centro rispetto al suo tavolo d’angolo era seduta una coppia. Dell’uomo non scorgeva che le spalle, mentre il volto della donna era ben visibile; una turista a giudicare dalla cartina che teneva appoggiata accanto a sé.
Non era bella e neppure tanto giovane, troppo paffuta per essere di suo gradimento, ma aveva una scintilla d’ironia negli occhi chiari che rendeva il suo viso interessante.
Alla risata erano seguite parole di dolce presa in giro per il suo compagno, reo di aver russato “come un leone marino” per tutta la notte.
Era felice di trovarsi lì, lo testimoniavano sia il sorriso rilassato che la postura priva di tensioni e fretta.
La guardò assaporare piano il suo cappuccino, senza zucchero approvò silenziosamente, e addentare con gusto il croissant che aveva davanti.
Era golosa, lo si capiva dal modo in cui socchiudeva di piacere gli occhi, leccandosi la punta delle dita velate di zucchero.
Distolse gli occhi davanti a quel dettaglio intimo, imbarazzato dalla sua stessa curiosità, e cercò di ritrovare la concentrazione necessaria per terminare la lettera, ma dopo poco tornò ad alzare lo sguardo.
Osservò la donna piegare con gesti precisi una bandana colorata e, con un unico fluido movimento, legarsela intorno alla testa.
Restò affascinato dal gesto, pieno di una inconsapevole femminilità, e dal contrasto tra il cobalto della fascia di tessuto e il rosso vivo dei capelli di lei.
Gli tornarono alla mente i quadri dei maestri fiamminghi visti tanto tempo prima ad Anversa, i blu e i magenta, ancora così vividi dopo secoli, che contrastavano con gli occhi chiari e le pelli rosate di giovani nobildonne e umili sguattere.
La donna ora scuoteva la testa con imbarazzo ed era arrossita, mentre il compagno tentava di scattarle una fotografia.
Seguendo un impulso incontrollabile, anche lui sollevò il telefono e le rubò uno scatto, fermandone non il sorriso pieno di poco prima, ma uno più timido e appena accennato.
Lei si accorse del suo gesto, perché arrossì violentemente e voltò di scatto il busto, a rimarcare un confine che non gli era permesso varcare.
Il suo nervosismo era evidente nel modo in cui spiegazzava la cartina, ma non gli rivolse alcun rimprovero o sguardo infastidito. Si limitava a tenere il viso voltato da una parte, nascondendo la sua espressione.
Anche lui abbassò la testa sul foglio e finse di leggere ciò che aveva davanti, per evitare un ulteriore penoso imbarazzo.
Il rumore di sedie strisciate e un buongiorno appena sussurrato, cui rispose con un cenno di capo, conclusero l’accaduto senza vincitori né vinti.
Le parole che aveva scritto tornarono ad occupare tutta la sua attenzione, ma nel rileggerle si faceva strada in lui una sensazione di rassegnazione cui, fino a quel momento, non aveva voluto arrendersi.
Era finita, lo sapeva razionalmente da tanto tempo, ma doveva comprenderlo ormai anche quel suo cuore ostinato. Era il momento giusto per lasciar andare il ricordo di chi non aveva voluto o potuto dargli ciò che desiderava.
Fece cenno al cameriere per avere un altro caffè e iniziò a strappare il foglio con cura, in minuti coriandoli che impilò nel portacenere.
Finì di sorseggiare con calma, poi si avviò verso le monumentali porte del centro storico, socchiudendo gli occhi al riverbero del sole sulle lastre di arenaria rosata.
Una folata di vento improvvisa si portò via un tovagliolo macchiato di caffè, briciole di croissant e coriandoli di carta, insieme al rimpianto di cui erano intrisi.

24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there