L’ora sospesa

fiori d’asfalto@fotomia

Ascolto musica in cuffia a volume altissimo e il rumore del mondo svanisce all’istante, per trasformarsi in un riposante film muto.

Le auto scivolano via ronzando, il battito dei piedi sull’asfalto è solo una vibrazione ovattata tra le falangi, le persone muovono la bocca come pesci in un acquario, ma il senso si perde in un coacervo di silenzio denso.

Eppure, alcuni suoni riescono a penetrare la barriera compatta che ho eretto intorno e dentro di me, il riff di chitarra si mescola al gracchiare altero di un corvo ieratico, mentre un coro blues di rane gracida impertinente, il verde smeraldo dei corpi incastonato nel limo grigiastro di una pozza fonda.

La persistenza ossessiva del suono lo trasforma in rumore bianco, mi penetra nell’inconscio, mi lascia spazio per osservare il perfetto disordine dei prati d’aprile, dove teste gialle di tarassaco invadono l’erba medica e la piantaggine.

È l’equilibrio di un’ora sospesa nel tempo, dove tutto rallenta, lo spazio dilata e non esistono che i miei passi sul terreno soffice di pioggia, cadenzati a tempo di musica, conditi da una folata di vento che trattiene odore di erba tagliata e letame maturo, rinfrescati da una goccia di sudore che scende sul trampolino del labbro per tuffarsi giù, nella polvere di strade bianche.

Oscillo sul filo del binario, stretta tra cielo e terra, nel riverbero di una giornata che ha scordato essere primavera per sconfinare in estate anzitempo.

Finirà questo inutile affastellare pensieri e oggetti, desideri e rammarichi in una torre pendente glassata di polvere e resterà il silenzio di un mondo semplice. Vorrei conoscerne l’ora precisa, per esser pronta.

Per ora attendo l’arrivo delle rondini, la geometria dei corpi neri, le cadute a precipizio nel crepuscolo, il tempo del volo.

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tu vuoi parlare

credits: ph. Maia Flore

Tu vuoi parlare

ma io sono stanca

e mi nutro dei miei silenzi

Ingoio avida

a grandi sorsate

le frasi di chi

conosce l’arte

di domare parole

plasmando la vita

in forme più grate

Ora su, da bravo

raccontami una storia

che mi sorrida

con leggerezza

perché non so che fare

di questi giorni grigi

che scorrono come nastro

aggrovigliato agli orli

di una sterrata

Se alzi la testa

alla finestra d’angolo

c’è l’ombra di una donna

che legge una storia

di silenzi ribelli

e parole domate

con spade di carta

e lame d’inchiostro

sarà stanca

di voltar pagina

vorrà sognare

di volare via

Ora su, da bravo

non parlare più

La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.

sine materia

oro nelle crepe@fotomia

Mentre sto scrivendo penso che non dovrei pubblicare, che in fondo a nessuno piace leggere parole pesanti e inutili in questi giorni di festa, quando si ha solo desiderio di leggerezza e di evadere dalla routine che fagocita e ammazza la voglia di vivere. Però io sono questo, uno spirito inquieto in cerca di pace. Perdonatemi.

“Per l’amor del cielo datti pace, altrimenti ti ammali sul serio”.

Cercare pace

Dare pace

Creare pace

Fare pace

Stare in pace

Sembra che la pace sia un bene tangibile, una sostanza densa di materia, un oggetto da cercare, un regalo da donare, un castello di sabbia da costruire con cura, affinché non crolli subito.

Si fa pace come si fa l’amore, come si fa un figlio, ma non sono convinta che la pace sia davvero qualcosa che si possa “fare”.

Avete presente quel prurito irrefrenabile alla schiena, uno stimolo fastidioso e totalizzante che costringe a contorcersi, a strofinarsi lascivamente contro uno spigolo qualsiasi come farebbe un orso sul tronco di un albero? Prurito sine materia si chiama, perché non c’è una causa specifica che lo scateni e se ne va così com’è venuto, repentinamente.

Ecco per me la pace è esattamente questa, una sensazione sine materia, un’astrazione intellettuale, un sentimento soggettivo che si tenta a tutti i costi di oggettivare.

Soggettivo nella maniera più assoluta, perché cosa c’è di più personale del proprio modo di stare in pace?
Perfino la tazza del gabinetto può essere luogo di assoluta pace.
Ed è cruenta la pace, inframmezzata a periodi di guerra come la lattuga di un sandwich.
Si vis pacem para bellum è un concentrato di cinico realismo che migliaia di anni non sono ancora riusciti a scalfire.

Se devo essere sincera non so dove mi stanno conducendo queste associazioni d’idee, né se le mie parole hanno un senso per qualcun altro oltre me. Tutto è nato dalla frase che mi hanno detto qualche giorno fa: dovrei darmi pace e smettere di stare male.

Come se fosse semplice dare un freno al vuoto che mi mangia da dentro. Non si sceglie mica volontariamente di stare male. A volte ci si ritrova dentro una palude di sabbie mobili e ogni tentativo di liberarsi non fa che aumentare la presa che porta verso il basso.

Che poi ci provo pure a curarmi le ferite, a versare oro nelle mie crepe anziché sale, a pensare di valere qualcosa in più che un’inezia. Avrei molto con cui fare pace, se solo riuscissi a trovare il modo di darmi pace.

Le mie dita, ad esempio. Si dice che alle lucertole ricresca la coda, a me invece servirebbe qualche dito di ricambio, per sostituire quelli che faccio a brandelli senza pietà.

Dovrei fare pace con i rapporti umani, trovare una via di mezzo tra il concetto di amicizia come la vorrei e quello più modesto che la realtà mi offre.

Dovrei far pace con lo specchio e non vedere solo i difetti che mi propone, ma questo è un compito troppo difficile e mi sa che una sola vita non mi basta per rompere il karma.

Dovrei fare pace con i fantasmi di tutti i natali passati, ma se ripenso a quella bambina troppo seria e al dolore che sente ancora dentro, mi dico che no, non riesco proprio a perdonare. Anzi, quest’anno i fantasmi si sono fatti più forti del solito e mi hanno tolto ogni minimo desiderio di festa. C’è rimasta solo la malinconia a festeggiare sotto il vischio e di pace per me neanche l’ombra.

PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!” (da Melaracconti)

Natale 1989

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie ..

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo «capitale»,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima. (Alda Merini)

Dicembre

sulle mura di Lucca@fotomia

Nello spazio sospeso,

tra il giallo e il rosso,

prego le sillabe

perché in Dio

non credo,

preferisco la gentilezza

di un uomo maldestro.

Un disco di ottone indugia

nel cielo indeciso di blu,

era la prima alba di dicembre,

ore di luce livida si sfaldano

nell’attesa della neve,

cadrà presto per dispetto.

Globi di luccio-led

rischiarano orbite

di negozi chiassosi,

pieni di merce

speranza pietosa

vuoti di persone

povertà dignitosa

Digiunare con il frigo pieno

è un lusso inutile

che solo i ricchi

sanno ostentare.

Il sorriso di un bambino

è purezza disarmante

contro l’umanità indecorosa.

La vita è un eterno precariato

senza ammortizzatori

sentimentali.

L’anima contro

mondocontro@fotomia

Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento di avere contro persino l’anima. Lo specchio appannato del bagno rimanda una faccia perplessa al mittente. Listo gli occhi a lutto con una matita spuntata. Mi fanno male le spalle, sono rigide e stanche, i pensieri sanno pesare più della volta celeste. Il primo cappotto dell’inverno mi ingoffa le membra, mi sento a disagio, un pupazzo senza neppure la neve a ingentilirlo, eppure mi devo arrendere ai meno-gradi che segna il termometro. Quest’autunno senza coraggio forse se n’è andato ancor prima di iniziare sul serio. Le mani fanno male, la cicatrice pulsa, ho bisogno di un calore che non trovo dentro, le appoggio alla tazza, un cappuccino bollente da scottare la lingua, un guizzo di fuoco nella pancia che riscalda. La strada sembra tornare indietro, l’asfalto un nastro a ritroso che mi respinge, tutti appaiono troppo lenti o troppo veloci, ma il mio passo qual è, credo di averlo perso e mi guardo attorno. Dietro di me la conta dei morti e dei feriti, il ricordo di chi mi ha lasciato, chi è passato per un secondo, chi si è aggrappato e ho dovuto scuotere via prima di farmi male, chi mi ha fatto inciampare, chi avrei voluto restasse con me, chi non l’ha capito, chi vorrei non si allontanasse mai, chi vorrei vicino, persino troppo. Ho un eccesso di parole che mi circondano, quelle necessarie che leggo, quelle superflue che scrivo, quelle inevitabili che ascolto, quelle insufficienti che pronuncio. Fanno cumuli, grovigli, tirano su muretti a secco e imbiancano di polvere, malloppi di polvere fine che intasano gli ingranaggi e le vie aeree. Le parole sono così preziose e importanti, sono vita e linfa di cui mi nutro come farebbe una pianta assetata, ma a volte ne faccio abuso e indigestione, diventano stucchevoli, un cibo molto amato ma indigesto, che cambierei con un silenzio buono e fecondo, pulito e limpido di acqua pura, un contatto diretto, di pelle e odori familiari, un abbraccio caldo, per una volta senza parole a cambiarne il sapore. Respiro, ascolto, aspetto.

every day is Monday morning 

Per la mia amica J,  nelle cui parole mi specchio così spesso che proprio non posso pensare sia “per caso”.

Questa mattina ho letto l’annuncio di un concerto. Dopo aver esclamato wow!! ho pensato che, come quasi tutto ciò che amerei fare, non ci andrò. Vorrei, ma non posso. Matematico.

Mi sono chiesta ancora una volta perché il mio tempo sia ostaggio di ciò che devo e non di ciò che voglio, perché gli obblighi siano più forti e resistenti di un muro di cemento, perché il mio io voglio non sia quasi mai seguito da un io posso.

E no, la risposta non c’è. Vorrei poter dire che in fondo è semplice: basta prendere in mano la propria vita, alzare la testa e mandare tutto e tutti affanculo, ma tanto so che non lo farò mai, che spavalderia e coraggio non fanno e non faranno mai parte del mio corredo genetico.

Ho preso posizione sulla ruota con il solito umore da ogni giorno è lunedì mattina, ora che ci penso dovrei scriverlo in inglese e farmi una maglietta fighissima, e ho iniziato a pedalare da bravo criceto. Però a un certo punto ho rallentato e mi sono guardata intorno. Gli altri erano impegnati nella loro corsa quotidiana, ma io non riuscivo a vedere altro che futilità nei loro gesti e nelle loro parole, un’inutile spreco di energia nel rendere complicato ciò che dovrebbe essere semplice, nel trasformare ogni piccolo intoppo quotidiano in un enorme problema da affrontare di petto. Mi sono sentita estranea a tutto, una bolla di silenzio dentro una bolla di enorme caos che non fa che aumentare l’entropia di un sistema già esausto.

Non è così che mi piace vivere anzi, a dirla tutta, non mi importa nulla di ciò che per coloro che, per loro sfortuna, condividono la ruota con me, sembra essere vitale. Così ho messo la sordina a un assurdo cicaleccio su importanti argomenti di rilevanza nazionale, il black friday di amazon, il colore dell’anno per gli addobbi di Natale e l’organizzazione di un’odiosa cena aziendale su tutti, e mi sono messa a pensare al libro che avevo in borsa, a quanto avrei voluto terminare di leggerlo la sera prima, invece di addormentarmi sul più bello; alla sciarpa che sto lavorando a maglia con pazienza, una riga dopo l’altra, aggiungendo un colore alla volta man mano che la lunghezza cresce e l’umore cambia, consapevole che forse anche per quest’inverno non sarò in grado di finirla; alle novità di lavoro che dovrò affrontare senza convinzione e senza che possa oppormi, a come sia inevitabile e al tempo stesso difficile adattarsi al cambiamento per sopravvivere.

Mi piacerebbe fare come il pettirosso della mia amica J, trovare qualcuno che mi prenda in simpatia e mi regali briciole di biscotto, costruire un nido solido in cui passare il tempo cattivo e volare via quando la vita diventa difficile. Ma non è così che vanno le cose e mi è tornato alla mente un ricordo di qualche anno fa, quando avevo iniziato a nutrire un gruppo di uccellini che abitavano il mio giardino, privati dalle molte nevicate della possibilità di procurarsi il cibo.

Avevo fatto le cose per bene, mi ero procurata le granaglie giuste, lo strutto, briciole di dolci e scaglie di frutta secca e avevo impastato palline gustose, appese ai rami secchi come fast food per piccoli affamati. Il primo giorno era stato esaltante spiare i loro voli, dapprima timidi, poi sempre più spavaldi e anche la popolazione era aumentata, prima solo passeri, poi anche cincie, pettirossi, cardellini, qualche merlo beneducato, ciascuno mangiava rispettando il suo turno, senza prendere più di quanto poteva raccogliere nel becco, per portare le provviste al sicuro in un andirivieni che metteva allegria. La serenità del mio giardino è durata, come tutte le più belle cose, solo lo spazio di poche ore. Poi sono arrivate le gazze. Invadenti, rumorose, prepotenti e aggressive, hanno spazzato via tutto il cibo con ingordigia, dopo aver fatto scappare a colpi d’ala gli altri avversari più deboli.

In un mondo perfetto gli uccelli si sarebbero coalizzati contro le gazze prepotenti e le avrebbero fatte scappare a suon di beccate, ma la realtà è che questa è la vita vera e non un reality. Il forte vince e il debole china la testa e questa storia senza morale edificante non fa eccezione. (Però alla cena aziendale mi darò malata!).