una stanza

immagine presa da internet rielaborata

Aprì la porta e con un gesto automatico cercò l’interruttore della luce, nonostante sapesse che tutto sarebbe rimasto al buio.
Fuori pioveva una pioggia fitta e tenace che aveva fatto scendere la temperatura di parecchi gradi, ma la stanza conservava un calore afoso e innaturale.
L’aria era secca e polverosa e un leggero odore di zucchero bruciato, arrivato da chissà dove, aleggiava ancora tra le pieghe dei teli che nascondevano i mobili.
Si mosse con cautela liquida, in punta di piedi, come fosse la prima volta che entrava in quel luogo e temesse di disturbarne i fantasmi.
Forse era proprio così, perché il silenzio era diventato all’improvviso pesante e sembrava che l’intera stanza stesse trattenendo il fiato per non farsi scoprire.
Continuò ad avanzare a memoria, attento a toccare solo il centro dei riquadri di marmo. Non gli era mai piaciuto pestare le fughe e da bambino temeva si aprisse una voragine improvvisa sotto i piedi, quasi che quelle linee fossero labbra serrate su bocche pronte a spalancarsi per inghiottirlo.
L’antico terrore infantile si era trasformato in una quieta ossessione, che spesso gli procurava sguardi fastidiosi di incredulità e pena cui ormai non faceva più caso.
La sagoma del pianoforte a mezza coda chiudeva il lato ovest della stanza, di fronte alla grande finestra, là dove in tempi lontani la luce del giorno andava a morire e il sole estivo rimaneva immobile per un tempo infinito, per ascoltare fino all’ultima delle note che uscivano dalle imposte aperte.
Sollevò il coperchio di ebano e i tasti gli sorrisero, come i denti ingialliti di un fumatore o le zanne di una belva pronta a mordere. Ne premette uno e ascoltò il riverberare scordato del do sulle superfici impolverate che ne restituirono un’eco incerta.
In quel momento avvertì tutta l’incongruità del suo gesto e l’assurda decisione di ritornare in quella stanza.
Ieri, sembrava fosse trascorsa un’intera stagione nello spazio di poche ore, aveva camminato a lungo nel sole rovente del mezzogiorno, alla ricerca di un calore che per tutto il giorno gli era mancato.
Seguiva sempre lo stesso percorso, le novità lo rendevano insicuro, ma ogni volta piccoli cambiamenti nel paesaggio sapevano sorprenderlo e destare la sua attenzione. Fioriture inaspettate, un campo incolto che improvvisamente trovava arato di fresco, una lepre che masticava trifoglio, le tracce di umanità sporca lasciate da un momento di passione frettolosa, tutto registrava con gli occhi in modo automatico per poi dimenticarlo.
Aveva scelto di percorrere la strada che portava alla vecchia casa diroccata, per vedere il campo di colza in piena fioritura e immergersi nel suo colore giallo brillante. Addossata al portico scrostato marciva una grossa catasta di legna quasi ricoperta da rampicanti, ma la nota stonata in quel paesaggio familiare era stato il barbaglio di un oggetto in movimento.
Si era avvicinato ed era restato a guardare, incredulo, un palloncino ormai mezzo sgonfio, un unicorno dai colori metallici e cangianti che, il filo impigliato in un tronco, danzava a strappi nel vento catturando i raggi del sole.
L’assurdità di quell’oggetto in un luogo abbandonato e tanto lontano dalla città lo aveva dapprima affascinato, poi di colpo terrorizzato al punto che si era voltato a scrutare a lungo le orbite vuote della casa, con la sensazione inquietante di essere osservato.
Si era sentito rifiutato, respinto da un virus inoculato da una mano estranea, ed ora, ritto in piedi nella stanza, provava per la seconda volta la stessa sensazione, come se la sua presenza viva potesse risvegliare le memorie degli oggetti morti che lo circondavano.
Qualcosa di umido colò lungo la guancia. Una, due, tante lacrime, affiorate in sua difesa da chissà quale punto buio della mente, gli sfiguravano il viso come ferite trasparenti.
Un rumore profondo e cadenzato lo riscosse dall’immobilità: era la pendola, ritta nell’angolo buio dietro la porta, o il suo cuore che martellava senza sosta. Ognuno a modo suo teneva conto del tempo passato.
Indietreggiò senza voltare le spalle e, chiusa la porta con due mandate nervose, percorse il lungo corridoio spoglio e poggiò la chiave sulla mensola accanto al portone d’ingresso.
Quando aveva ormai la mano stretta sulla maniglia, lo raggiunse alle spalle il soffio gelido di un suono lontano imprigionato tra i teli della stanza, un sospiro di rabbia e delusione a lungo trattenuto che gli fece tremare le gambe e desiderare di essere per sempre lontano da lì. Al sicuro.

on air Black Sabbath

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Vanni e Sara

fonte: ricerca immagini google

Sara lo stava osservando, da più tempo di quanto realmente occorresse, preparare la valigia con cura meticolosa.
Piegava le camicie azzurre in piccoli rettangoli ordinati, poi i pantaloni di fustagno pesante, il cardigan con le toppe di pelle e le grandi tasche slabbrate dall’uso, le scarpe della domenica avvolte in un panno scuro, il necessario per la barba, con il pennello dall’impugnatura di corno e il sapone cremoso in cui, da bambina, amava affondare le dita immaginando fosse panna montata.
Finalmente abbassò il coperchio, facendo scattare la serratura di ottone con un colpo secco, e raddrizzò lentamente la schiena.
Rimase a guardare la valigia stupito, una bomba carica che non aveva più il tempo di disinnescare, e scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli ancora folti, gli occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto.
A quel gesto di rassegnato nervosismo, Sara gli posò con dolcezza una mano sulla spalla.
– Ora sei pronto ad andare, nonno?
Vanni si riscosse con un sussulto e si voltò a incrociare gli occhi, fino a quel momento evitati, della sua nipote più amata.
L’avevano chiamata Sara e di quell’altra Sara aveva ereditato i capelli neri, la carnagione perfetta e olivastra, il portamento altero da regina.
Gli occhi no, quelli erano uguali ai suoi, di un verde foglia delicato che contrastava con i lineamenti decisi e l’eleganza del caschetto corto.
L’altra aveva invece profondi occhi scuri, vellutati come il muschio, e un manto sontuoso di capelli, che portava raccolti in un nodo sulla nuca.
– Ancora un momento, amore mio, è presto. Non ho fretta.
Sara era consapevole dello sguardo offuscato del nonno, avido di dettagli e sprofondato nelle emozioni che il suo volto gli suscitava. Sapeva che ai suoi lineamenti sovrapponeva, come una velina trasparente, il volto della nonna, il cui ricordo avvolgeva di silenzio la vita di quell’uomo buono e gentile.
Come spesso aveva fatto in passato, espresse il desiderio di riuscire a provare un amore simile al loro, trovare un uomo che la amasse con la stessa sconfinata intensità. Finora non aveva avuto fortuna e l’ultima squallida storia, appena troncata, l’aveva lasciata sfinita e disillusa.
Anche Vanni aveva desiderato morire quando aveva perso la sua donna. Per lungo tempo la fatica di respirare, di trovare un motivo per aprire gli occhi al mattino, lo aveva avviluppato in sabbie mobili. L’affetto dei figli, dei nipoti e la premura delle nuore non sembravano scalfire il muro che aveva eretto intorno a sé.
Solo la nascita di Sara gli aveva fatto tornare la voglia di vivere e aveva circondato quel dono inatteso del suo amore più esclusivo.
Era stato la presenza più importante della sua infanzia, l’unico punto fermo in una famiglia che si era sfasciata troppo presto. Il divorzio dei genitori, il padre assente, lontano per il mondo a costruirsi una carriera impeccabile, la madre, che si era risposata in fretta per mettersi al riparo da un destino di single con prole, avevano lasciato Sara in mezzo alla corrente, sola, una barchetta di carta troppo sottile che solo le mani del nonno avevano raccolto con amore, prima che si lacerasse del tutto.
Era cresciuta lì con lui, alla Cà del tiglio, in mezzo al verde dei prati, ai mezzadri, alle governanti avare di gesti affettuosi, che parlavano un dialetto burbero e si prendevano cura del suo benessere con modi spicci e mani ruvide, profumate di cipolla e sapone da bucato.
Sara non soffriva della loro apparente freddezza, perché c’era Vanni pronto a donarle il suo amore; Vanni che la faceva volare in cerchio finché le si mozzava il respiro e la portava sulle spalle a raccogliere le prime albicocche mature; Vanni che alla sera sotto le coperte le leggeva storie e le raccontava il mondo com’era e come avrebbe dovuto essere.
– Dobbiamo proprio andare, nonno. Ci stanno aspettando ormai da un pezzo e non possiamo fare tardi.
– Fare tardi. Fare tardi! Quando la destinazione è un posto del genere vuol dire che è già troppo tardi. Ogni istante fuori da quella prigione è un sorso di vita guadagnato. Come fai a non capirlo?
– Vanni ora esageri. Addirittura una prigione? Ne stiamo discutendo ormai da settimane e sai bene che è la cosa migliore per te. L’abbiamo deciso insieme. Si prenderanno cura di te come qui a casa non possiamo più fare e avrai la possibilità di incontrare persone nuove, persino simpatiche se gli darai modo di conoscerti.
Sara era irritata dall’ostinazione del nonno e aveva parlato con più durezza del solito, chiamandolo per nome quasi a prenderne le distanze.
-Parli come tua nonna, amore mio. Sciocco di un goy, sei cocciuto come un somaro, mi diceva sempre. Devi dare una possibilità al mondo che ti circonda, altrimenti resterai solo, inacidito come latte guasto. Lei invece, che avrebbe avuto ogni ragione di diffidare del mondo, gli andava sempre incontro a viso aperto.
Era bella la sua Sara, la ragazza più bella che avesse mai visto. Era notte fonda quando il carro del prete si era fermato davanti a casa di suo padre. Ne erano scesi il parroco, la perpetua e una signorina di città. Che non fosse una contadina lo si capiva dalle mani bianche e delicate, anche se era infagottata in indumenti lisi, troppo grandi e pesanti per il suo corpo esile.
Vanni ebbe l’impressione che fosse circondata da una tristezza palpabile come la nebbia che rivestiva i campi in autunno; era così desolata da fargli venire voglia di consegnarle il suo cuore, perché battesse al suo posto, e il suo respiro per riaccenderle gli occhi.
Aveva una stella gialla cucita sul cappotto, un fagotto di libri stretto in pugno e una vita agiata ormai svanita sotto il peso delle colpe della sua razza. Colpe che altri le avevano attribuito, facendone un’orfana senza più radici.
Erano stati anni duri, anni in cui la fame era diventata per ognuno la migliore amica, un dito adunco che scavava guance e ventri, e a farle compagnia c’era la paura dei rastrellamenti, delle spie travestite da gente perbene, del ronzio metallico dal cielo, che obbligava ad alzarsi nel buio della notte per correre all’impazzata nei rifugi, i palmi sudati intrecciati, i piedi lacerati dalle stoppie di meliga.
Si erano scelti con quel primo sguardo, anche se Vanni di bello aveva soltanto gli occhi e da offrirle braccia forti e duro lavoro.
La terra, la cascina, le bestie erano destinate al primo figlio, il secondo era prete e lui era solo il terzo, un povero sognatore amante dei libri e della musica, destinato ad avere solo una giornata di terra, la più grama e asciutta, lontana dalle terre rese fertili dal fiume.
La guerra e la morte avevano scosso le loro vite nel bussolotto e i suoi fratelli erano stati i dadi sbalzati fuori. A lui erano rimasti un pugno di vecchi denutriti, orfani dei propri figli, una casa da rimettere in piedi mattone su mattone e tanta, troppa terra per una famiglia diventata all’improvviso così piccola.
– Hanno arato il campo grande, quello del tiglio. Voglio andarci ora che è in fiore, per vederlo un’ultima volta.
– Ma nonno…
– Pochi minuti soltanto, promesso.
Sara si arrese con un sospiro e un’alzata di spalle, in fondo ormai non faceva molta differenza, e afferrò la valigia, mentre Vanni usciva impugnando il bastone, il suo preferito, con la testa di drago d’avorio che tante storie aveva ispirato nelle sere d’inverno della sua infanzia.
L’auto percorse lentamente la strada bianca fino al grande campo lavorato di fresco.
L’aratura aveva risparmiato una zolla erbosa che circondava il tronco come un collare di pizzo verde. L’albero si stagliava maestoso nel sole del pieno mattino, mentre l’aria era intrisa del dolce profumo mielato dei suoi fiori.
Incurante dei pantaloni eleganti, Vanni avanzò di qualche passo, le scarpe che affondavano nella terra rossa e cedevole, raccolse una grossa zolla umida e l’avvicinò al naso per respirarne l’odore.
Quando parlò lo fece con voce lontana, dimentico della nipote al suo fianco, e sembrava parlasse direttamente al tiglio, scavando indietro nei ricordi.
– L’odore della terra appena arata è quello dolce della fica di una donna. È odore di acqua sotterranea e muschio, l’odore primordiale che sente il neonato uscito dal ventre materno, l’odore della profondità della vita. Affondi la mano nella sua morbidezza e la terra è calda, pulsa di desiderio, è pronta ad accogliere il seme per far nascere radici che penetrino in lei. In primavera, al suo si mescola il profumo del tiglio in fiore ed è una miscela che ubriaca come vino dolce.
Ogni anno in questo periodo Sara mi raggiungeva qui. Portava il fagotto del pranzo e l’ultimo nato da allattare nella cesta di vimini.
Mangiavamo in silenzio, accompagnati dal ronzio delle api, ubriache quanto noi. Quando il bambino dormiva si scioglieva i capelli e sbottonava il davanti del suo vestito a fiori.
Si sedeva su di me e facevamo l’amore con urgenza, nel calore del mezzogiorno.
A volte dal suo seno, stretto tra le mie mani, usciva una perla di latte che leccavo, assaporandone la dolcezza.
Eravamo un’unica carne, era la mia donna, era mia madre, era la fonte del mio nutrimento che ingoiavo come un’ostia sacra. Per mezzo suo mi sentivo vivo.
Al culmine le sfuggiva un gemito, così sottile da sembrare un alito di vento, e scostandosi da me asciugava il seme dalle cosce con una foglia di tiglio, che subito gettava tra le zolle, perché anche la terra venisse fecondata da noi. I miei figli sono anche figli di quelle ore, figli della primavera e di un albero in fiore che non ho mai permesso venisse tagliato.
Con un rapido dietrofront, che colse Sara di sorpresa, Vanni entrò in macchina barcollando, improvvisamente affaticato e pallido in volto.
– Nonno, stai male? Ti cerco l’acqua e un calmante.
– Stai tranquilla, bambina. Sta già passando. I medici possono anche chiamarlo cancro, ma per me è solo il peso di troppi ricordi che sono stanco di portare. Sono pronto, ora. Andiamo.
Il resto del breve tragitto si svolse in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di sprecare parole, là dove bastava la reciproca vicinanza a dire tutto.
Sara accostò all’ingresso di un cancello in ferro battuto, aperto su un viale alberato e a poca distanza da un edificio grande e bianco sullo sfondo.
Scesero entrambi e si guardarono per un momento negli occhi, prima di abbracciarsi a lungo.
– Sei sicuro di non volere il mio aiuto per sistemarti?
– Preferisco entrare da solo e ambientarmi con calma. È quasi mezzogiorno e, per quanto sia di lusso, è pur sempre una casa di riposo. Non voglio turbare l’ora di pranzo degli altri ospiti. Me la caverò bene, vedrai. Ti aspetto domani pomeriggio, staremo insieme e parleremo con calma. Ora vai, amore mio, e fai la brava.
Vanni con un ultimo bacio prese la valigia dalle mani di Sara e si incamminò per il viale senza voltarsi indietro.
Continuò a muoversi un passo alla volta, finché non sentì il rumore dell’auto perdersi in lontananza.
Allora tornò indietro con passo più veloce, fece una breve chiamata e dopo pochi minuti una berlina scura si accostò in silenzio.
L’uomo in giacca blu scese ad aprirgli la portiera, infilò la valigia nel bagagliaio e la macchina ripartì subito, lasciando il marciapiede deserto.
– Saremo a destinazione verso le 16, signore. Ho già avvisato la clinica e tutto sarà pronto al suo arrivo. Se lo desidera, il frigobar è a sua disposizione.
– Grazie, non ho fame ma penso che farò un sonnellino. Mi svegli quando saremo in Svizzera.
Vanni premette il pulsante, sollevò il vetro oscurato che lo separava dal suo autista e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Ancora poche ore e tutto sarebbe finito. L’indomani la sua amata bambina avrebbe ricevuto la lettera con un corriere. Di certo avrebbe pianto e si sarebbe arrabbiata con lui, ma poi avrebbe capito. Lo conosceva abbastanza da sapere che a un periodo di cure pietose e ormai del tutto inutili, capaci solo di prolungare la sua sofferenza, avrebbe preferito un’uscita di scena con dignità.
Ogni cosa era stata fatta con cura e in segreto, il futuro della sua bambina era in mani capaci di consigliarla per il meglio e a lui non restava che tornare dalla sua amata Sara.
Un sorriso gli illuminò il viso quando l’auto imboccò un viale di tigli in fiore.
Subito dopo Vanni si addormentò.

pensieri in viaggio

Il silenzio della carrozza passeggeri di un treno pendolare qualunque, in un istante qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con la stessa costanza, mi accoglie senza garbo.

Facce assonnate da troppe notti in debito, i riflessi blu degli schermi danno alla pelle un color automa per nulla invitante. Nessuno incontra il mio sguardo.

Le parole, che prima si intrecciavano tra sconosciuti e conoscenti, non formano più una nuvola densa sopra le teste dei passeggeri, ora invece urlano il silenzio dentro timpani foderati da cuffiette. Guardo fuori dal finestrino.

I cavi, che sbucano da tasche e zaini, collegano al mondo di fuori per separarci dal mondo piccolo, quello degli occhi di fronte a noi che non sappiamo più vedere. Io osservo non vista.

Siamo solitudini su rotaia. Non mi sono mai sentita più sola.

Acacie in fiore fuori dai vetri, un’ape si appoggia ma il vento la strappa via, qualcuno ride in un’altra lingua che non comprendo e mi fa sentire lontana, diversa. La natura di maggio sa affascinare.

Una zanzara d’acciaio fende con fragore imbarazzante un cielo fitto di nuvole, indecise sul da farsi come molte esistenze. Il suono si abbatte come un martello sull’asfalto crepato.

Attendo che si apra il cancello e pregusto l’odore buono che mi accoglierà all’interno. L’attesa mi rende impaziente, ma devo abbassare le aspettative, perché il passaggio della felicità non mi colga distratta.

American idiot mi fa sperare che ci sia ancora spazio per dire no, non voglio essere un idiot qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con eterna costanza.

I cancelli si aprono, entro in un mondo fatto di carta che sa essere più reale di tante esistenze. Il resto oggi sta fuori.

(scritto durante il viaggio, aspettando l’apertura del salone del libro)

sabato di relax @fotomia

L’ora sospesa

fiori d’asfalto@fotomia

Ascolto musica in cuffia a volume altissimo e il rumore del mondo svanisce all’istante, per trasformarsi in un riposante film muto.

Le auto scivolano via ronzando, il battito dei piedi sull’asfalto è solo una vibrazione ovattata tra le falangi, le persone muovono la bocca come pesci in un acquario, ma il senso si perde in un coacervo di silenzio denso.

Eppure, alcuni suoni riescono a penetrare la barriera compatta che ho eretto intorno e dentro di me, il riff di chitarra si mescola al gracchiare altero di un corvo ieratico, mentre un coro blues di rane gracida impertinente, il verde smeraldo dei corpi incastonato nel limo grigiastro di una pozza fonda.

La persistenza ossessiva del suono lo trasforma in rumore bianco, mi penetra nell’inconscio, mi lascia spazio per osservare il perfetto disordine dei prati d’aprile, dove teste gialle di tarassaco invadono l’erba medica e la piantaggine.

È l’equilibrio di un’ora sospesa nel tempo, dove tutto rallenta, lo spazio dilata e non esistono che i miei passi sul terreno soffice di pioggia, cadenzati a tempo di musica, conditi da una folata di vento che trattiene odore di erba tagliata e letame maturo, rinfrescati da una goccia di sudore che scende sul trampolino del labbro per tuffarsi giù, nella polvere di strade bianche.

Oscillo sul filo del binario, stretta tra cielo e terra, nel riverbero di una giornata che ha scordato essere primavera per sconfinare in estate anzitempo.

Finirà questo inutile affastellare pensieri e oggetti, desideri e rammarichi in una torre pendente glassata di polvere e resterà il silenzio di un mondo semplice. Vorrei conoscerne l’ora precisa, per esser pronta.

Per ora attendo l’arrivo delle rondini, la geometria dei corpi neri, le cadute a precipizio nel crepuscolo, il tempo del volo.

tu vuoi parlare

credits: ph. Maia Flore

Tu vuoi parlare

ma io sono stanca

e mi nutro dei miei silenzi

Ingoio avida

a grandi sorsate

le frasi di chi

conosce l’arte

di domare parole

plasmando la vita

in forme più grate

Ora su, da bravo

raccontami una storia

che mi sorrida

con leggerezza

perché non so che fare

di questi giorni grigi

che scorrono come nastro

aggrovigliato agli orli

di una sterrata

Se alzi la testa

alla finestra d’angolo

c’è l’ombra di una donna

che legge una storia

di silenzi ribelli

e parole domate

con spade di carta

e lame d’inchiostro

sarà stanca

di voltar pagina

vorrà sognare

di volare via

Ora su, da bravo

non parlare più

La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.

sine materia

oro nelle crepe@fotomia

Mentre sto scrivendo penso che non dovrei pubblicare, che in fondo a nessuno piace leggere parole pesanti e inutili in questi giorni di festa, quando si ha solo desiderio di leggerezza e di evadere dalla routine che fagocita e ammazza la voglia di vivere. Però io sono questo, uno spirito inquieto in cerca di pace. Perdonatemi.

“Per l’amor del cielo datti pace, altrimenti ti ammali sul serio”.

Cercare pace

Dare pace

Creare pace

Fare pace

Stare in pace

Sembra che la pace sia un bene tangibile, una sostanza densa di materia, un oggetto da cercare, un regalo da donare, un castello di sabbia da costruire con cura, affinché non crolli subito.

Si fa pace come si fa l’amore, come si fa un figlio, ma non sono convinta che la pace sia davvero qualcosa che si possa “fare”.

Avete presente quel prurito irrefrenabile alla schiena, uno stimolo fastidioso e totalizzante che costringe a contorcersi, a strofinarsi lascivamente contro uno spigolo qualsiasi come farebbe un orso sul tronco di un albero? Prurito sine materia si chiama, perché non c’è una causa specifica che lo scateni e se ne va così com’è venuto, repentinamente.

Ecco per me la pace è esattamente questa, una sensazione sine materia, un’astrazione intellettuale, un sentimento soggettivo che si tenta a tutti i costi di oggettivare.

Soggettivo nella maniera più assoluta, perché cosa c’è di più personale del proprio modo di stare in pace?
Perfino la tazza del gabinetto può essere luogo di assoluta pace.
Ed è cruenta la pace, inframmezzata a periodi di guerra come la lattuga di un sandwich.
Si vis pacem para bellum è un concentrato di cinico realismo che migliaia di anni non sono ancora riusciti a scalfire.

Se devo essere sincera non so dove mi stanno conducendo queste associazioni d’idee, né se le mie parole hanno un senso per qualcun altro oltre me. Tutto è nato dalla frase che mi hanno detto qualche giorno fa: dovrei darmi pace e smettere di stare male.

Come se fosse semplice dare un freno al vuoto che mi mangia da dentro. Non si sceglie mica volontariamente di stare male. A volte ci si ritrova dentro una palude di sabbie mobili e ogni tentativo di liberarsi non fa che aumentare la presa che porta verso il basso.

Che poi ci provo pure a curarmi le ferite, a versare oro nelle mie crepe anziché sale, a pensare di valere qualcosa in più che un’inezia. Avrei molto con cui fare pace, se solo riuscissi a trovare il modo di darmi pace.

Le mie dita, ad esempio. Si dice che alle lucertole ricresca la coda, a me invece servirebbe qualche dito di ricambio, per sostituire quelli che faccio a brandelli senza pietà.

Dovrei fare pace con i rapporti umani, trovare una via di mezzo tra il concetto di amicizia come la vorrei e quello più modesto che la realtà mi offre.

Dovrei far pace con lo specchio e non vedere solo i difetti che mi propone, ma questo è un compito troppo difficile e mi sa che una sola vita non mi basta per rompere il karma.

Dovrei fare pace con i fantasmi di tutti i natali passati, ma se ripenso a quella bambina troppo seria e al dolore che sente ancora dentro, mi dico che no, non riesco proprio a perdonare. Anzi, quest’anno i fantasmi si sono fatti più forti del solito e mi hanno tolto ogni minimo desiderio di festa. C’è rimasta solo la malinconia a festeggiare sotto il vischio e di pace per me neanche l’ombra.

PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!” (da Melaracconti)

Natale 1989

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie ..

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo «capitale»,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima. (Alda Merini)