zuppa di unicorno

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Mi sento come un gelato al gusto unicorno. Lo osservi e pensi, che schifo, sarà pieno di zuccheri e altra robaccia chimica, con tutti quei brillantini, i colori assurdi, i confetti che solo a guardarli senti tremare di paura le otturazioni.

Stavo pensando a una persona che desidera ardentemente scrivere e ci sta provando con tutte le sue forze. È brava, tra l’altro, e ce la farà. Io non riuscirei, mi sono detta, perché non sono abbastanza. Abbastanza cosa, poi? Abbastanza brava e intelligente, brillante o vincente; abbastanza bella e magra, questo mai, o abbastanza simpatica e amata. Magari sono un miscuglio di tutto questo, un equilibrio non troppo riuscito dal gusto improbabile e strano quanto l’unicorno. Quanto può sentirsi fuori posto un gelato al gusto unicorno?

Questa strana associazione d’idee è affiorata direttamente dal subconscio stamattina mentre, la testa ficcata nell’armadio, litigavo con vestiti troppo pesanti o ancora leggeri per questo clima bizzoso. Non sopporto più questi sbalzi, non è sano, ogni anno mi lascio cogliere alla sprovvista perché non mi fido della primavera, è una ragazza così volubile, e mi copro troppo, poi sudo, poi mi scopro ed ecco la fregatura e mi ammalo. ‘fanculo….

Sono anche in fase M, mestruazioni, menopausa, malinconia, mugugno, decidete voi quale sostantivo preferite, tanto sempre di M mi sento e, neanche a dirlo, sono uno strazio ambulante.

Tra gli altri è anche per questo motivo che ho rarefatto il mio scrivere e mi autocensuro. Rinuncio dopo poche righe, a volte neppure quelle, perché mi vergogno di me stessa e il pudore mi spinge a tenere celati i pensieri beceri.

Il verme saggio che coabita con la mela bacata mi sgrida. Di che ti lamenti? Cosa ti manca? Non ti vergogni?

Certo che mi vergogno! Però poi mi lamento. Punto. Non ho voglia di scoprire perché, non è obbligatorio sapere tutto nella vita, anzi, ho come il sospetto che più si è ignoranti e meglio si sta. Come un puciu si dice dalle mie parti e se non siete piemontesi andate a leggere la spiegazione che è assai carina.

Mi mancano tante cose. Qualcuna per un po’ è stata mia ma poi se n’è andata, altre invece non le avrò mai e cerco di non pensarci troppo. Aveva ragione chi cantava quello che non ho è quel che non mi manca e sto davvero facendo progressi nel vivere senza aspettative, lontana da inutili rimorsi e sterili rimpianti. Di tanto in tanto mi capita ancora di imboccare uno di quei sentieri mentali ciechi, zeppi di curve che non portano da nessuna parte, e per un po’ mi tocca andare a ramengo. Ci vuole tempo e pazienza per tornare sui propri passi, il labirinto dei se e dei chissà non è semplice da attraversare senza farsi almeno un graffio superficiale.

Vorrei del tempo di qualità solo per me, ore di sonno profondo e ristoratore, qualche abbraccio caldo, un amicizia di lunga data, il ciliegio in fiore della mia infanzia su cui arrampicarmi a leggere le centinaia di libri che ammucchio compulsivamente. Dicono si chiami Tsundoku, purtroppo la cura non è ancora stata inventata, mentre sarebbe bene comprare libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli. Non l’ho detto io ma Schopenauer. Come dargli torto?

Mi mancano le polaroid mozzate che scattava mia madre, tutte senza la testa o i piedi. Ogni volta sperava di averla azzeccata e alla fine erano matte risate e prese in giro affettuose. In una vecchia valigia qualcuna è rimasta intatta, solo ingiallita dal tempo che le si è appiccicato sopra.

Mi mancano i baffi di mio padre e il solletico che mi faceva con i suoi rari baci camuffati da pernacchie. Quelli proprio non posso più riaverli, non c’è valigia grande o piccola che possa contenerne almeno uno.

Mi piacerebbe conversare per il gusto di farlo, non parlare a orecchie sterili solo perché sono pagata per farlo (‘fanculo) e vorrei un sacchetto di gettoni per telefonare in cabina, lontano da orecchie indiscrete, giocando con il filo arrotolato attorno al dito e la cornetta incastrata nella spalla.

Già che ci siamo rivorrei la bomboniera Algida, la coppa del nonno di una volta, perché quella di adesso fa schifo, e la canottiera bianca di Freddy, con lui dentro naturalmente. Se vi sto annoiando vi chiedo perdono, è solo una zuppa di pensieri ma è la mia zuppa e più ne metto più diventa buona. Almeno spero.

Qualche settimana fa ho partecipato a un funerale di paese, di quelli vecchio stile che in città nessuno si sognerebbe più di celebrare.

Dopo la funzione ci siamo incamminati a piedi verso il cimitero, il prete davanti con la croce di legno tra le mani, il carro funebre a passo d’uomo, il corteo dietro in ordine sparso. C’era chi pregava e chi faceva solo finta, chi si guardava intorno, chi piangeva, chi faceva un cenno di saluto, chi chiacchierava a bassa voce scambiando pettegolezzi.

C’erano tre anziani seduti fuori dal bar su sedie di plastica quasi più vecchie di loro, umarell a riposo impettiti e attenti a non perdersi un secondo dell’avvenimento del giorno. Parevano tre Parche con il deambulatore.

È stato strano camminare occupando uno spazio che di solito non appartiene ai pedoni, sfilare tra due colonne di auto ferme, i volti incorniciati dal parabrezza come quadri viventi curiosi e al tempo stesso impazienti di ripartire, tra le serrande a mezz’asta dei negozi, nel silenzio irreale di un tempo sospeso che solo la morte è ancora in grado di donare a chi resta.

Soltanto le rondini se ne infischiavano di quel singolare assembramento di bipedi e continuavano imperterrite a garrire, con i becchi colmi di fuscelli per il nido da costruire.

Tutto scorre e deve continuare, hanno ragione le rondini, tutto va avanti e non indietro, nonostante i periodi di M, la vergogna, le lamentele ragionevoli o irragionevoli e il tempo pazzo che si prende gioco di chi non si fida.

c’est la vie, n’est ce pas?

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Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve

Me too – Spettatori paganti

Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sul blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
Ogni lettura è un passo verso la consapevolezza.
Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

Tratto d'unione

spettatori pagantiImmagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo…

View original post 500 altre parole

Cosi è (se vi piace)

fonte: web

Ci ho provato, cazzo se ci ho provato, invece niente da fare, ‘sto periodo proprio non è nelle mie corde e non dovrei neppure dire parolacce, almeno a Natale, ma tant’è, scappano fuori da sole dalla mia boccuccia di rosa.

Ho scritto alcuni post, uno più cupo e triste dell’altro, che ho preferito risparmiare a chi gradirebbe, almeno per queste feste, sorridere un po’.

Allora ho pensato che oggi cucino, così la casa profuma di biscotto e le mie ansie arrostiscono a 180°, e vi faccio gli auguri con la musica che preferisco.

Per tutto il resto c’è tempo.

Così è (se vi piace) ❤

dal mio taccuino: 22 novembre 2018

fonte: web

Gioco a Tetris in maniera compulsiva. È la mia droga ma anche l’unico videogioco io abbia mai imparato. Per il resto sono una vera schiappa.
Impilo mattoncini colorati, ipnotizzata da forme basilari che cadono monotone, e sento la testa che si svuota dei pensieri, intenta a creare un mandala di improbabili quanto precarie geometrie.
Costruisco cattedrali bucherellate qua e là dai miei errori di strategia: ammucchio i pezzi difficili ai lati e aspetto fiduciosa il pezzo lungo che risolve sempre tutto. O quasi.
Il mio preferito è quello a T, il più versatile, lo ruoto finché la direzione è quella che voglio, l’aggancio arriva pulito, si tappa la falla, le righe scendono e il mio punteggio sale.
Quando mi distraggo inizio a commettere errori e la geometria perfetta fugge davanti alla supremazia del caos.
Ho perso, la partita è finita ma basta un restart per ricominciare. In fondo nessuno si è fatto male, è solo una tela di Aracne che si distrugge per rigenerarsi.
Con il Tetris non si vince, è assodato.
Gioco nella certezza del fallimento e, per assurdo, sapere di non avere alcuna chance mi rende serena.
Non posso fare altro che sbagliare e allora tanto vale godersela in scioltezza.
Ruotare un pezzo, spostarlo più a destra, accettare il compromesso, ignorare il vuoto che, come una carie, deturpa la perfezione di un muretto di mattoncini ben allineati, aspettare il pezzo perfetto. Magari la vita fosse semplice come una partita a Tetris.

….. ho fatto la mammografia. Ogni anno rimando di qualche mese la tortura, prima 12 che diventano 14, poi 16 finché, presa dallo scrupolo, faccio un bel respiro e prenoto.
Odio la sensazione di freddo e l’attesa in quel seminterrato, odio vedere i capezzoli che si rizzano a contatto con la superficie gelata del vetro, odio dover celare l’imbarazzo che provo facendo finta di niente.
Ti sbattono il seno su una lastra sgradevolmente liscia, mi ricorda sempre il rumore che fa una fetta di carne sulla bilancia del macellaio, e poi arriva la pressa a schiacciare, schiacciare senza pietà.
Resista, è più dolorosa quest’anno, abbiamo uno strumento nuovo, dura qualche secondo in più e un bel vaffanculo non vogliamo dirlo ad alta voce?
Mi sento male, ogni volta prego che non succeda, mi ronzano le orecchie, divento pallida, sudo freddo e chiedo di sedermi un attimo.
Mi vergogno, penso alla figura da stupida appena fatta, agli anni di studio, all’esperienza professionale, alle brutture che sono abituata a vedere e a quanto poco basti per mandare in frantumi la mia sicumera.
Fragile come sono, raccolgo le mie cose e mi sento più nuda di quando ho tolto il reggiseno.

….. La mano mi fa male da morire. Ho rosicchiato le unghie, strappato le pellicine, messo a nudo la carne tenera del polpastrello, devastato tutto quanto e ora ho una ferita aperta che pulsa d’infezione. Ci sbatto dentro continuamente, mi dimentico, poi sussulto dal dolore e mi maledico.
Da troppi anni, da sempre, spunto con i denti le mie armi, cerco in ogni modo di non dare nell’occhio, di sparire a costo di divorare me stessa.
Devo iniziare ad amarmi almeno un po’, come se fosse facile, devo farlo prima che sia troppo tardi.
Solo che è difficile dire allo specchio io sono quando il tuo riflesso ribatte nessuno.
I’m tired of being what you want me to be“.

….. mi manca tanto la sua presenza. È un vuoto di consapevolezza attorno a cui ho costruito una rete di oblio.
Dovrei chiamare, provare a spiegare, discutere, forse dovrei scrivere. Ci ho provato tante volte, ho il cestino pieno di bozze lasciate a metà, belle frasi pulite e ben costruite che verrebbero smontate da una battuta sarcastica o, ancor peggio, ignorate.
Allora penso che tutto questo non servirebbe che ad accrescere la reciproca sofferenza e lascio perdere.
La verità è che ho scelto il limbo per paura e aspetto un passo che, sono consapevole, non arriverà.
Da bambina nel sonno tiravo fuori un piede dalle coperte. Avevo bisogno di sentire un brivido di freddo ma subito mi svegliavo e nascondevo il piede al caldo, impaurita che i mostri sotto il letto mi mangiassero le dita.
Eppure ogni notte tornavo a cercare il brivido, correndo il rischio di rimanere monca.
Ora ho troppa paura di farmi altro male, ho tanti arti fantasma che reclamano attenzione.

….. sto troppo curva, ingobbita come una vecchietta che cerca gli spiccioli caduti a terra, quando invece dovrei raddrizzare la schiena e tirare su il mento. A volte il peso che sento di portare diventa eccessivo e d’istinto mi arrotolo come un riccio in attesa del letargo.
Quando mi accorgo di esserci ricascata, mi appendo a testa in giù, faccio il pipistrello e sento la schiena che si srotola, le spalle che sospirano di sollievo.
Fluttuo in equilibrio, scivolo all’indietro fino a toccare il suolo con le mani, i piedi in verticale, il sangue che ronza nelle orecchie.
Cambio prospettiva, guardo una realtà differente e guadagno un effimero centimetro in altezza e in leggerezza.

….. l’altra sera al supermercato osservavo la mia spesa sfilare sul nastro. Ero soddisfatta, non pareva trasudare troppa frustrazione. I biscotti erano integrali senza zucchero per la glicemia e pazienza se sanno di cartone, la carne era bianca per il colesterolo, il pesce azzurro per gli omega 3, la pastina fine per il brodo, il formaggio senza lattosio per le intolleranze, la tisana zenzero e finocchio per il gonfiore.
Spero solo non si vedesse il pacchetto di patatine occultato sotto il fiocco del mocio.
Le ho scelte cotte al forno, mica fritte!

Piccola storia disegnata

scarabocchi e pasticci miei

Il loro non fu neppure un vero addio. Si trattò più che altro di una lenta ma costante successione di reiterati silenzi, allineati e inevitabili come grani di rosario.

Il tempo delle parole era finito senza un apparente buon motivo. Era bastato un pretesto.

Pur continuando a guardarsi negli occhi, si allontanarono a tal punto da non essere più in grado di vedersi.

La distanza li portò a fronteggiare l’uno le spalle dell’altra, ma non furono capaci di voltarsi. Forse non vollero.