Magazzino 18

Magazzino18Sono appassionata di teatro di prosa da molti anni.

Ogni autunno, non appena arriva la locandina della nuova stagione teatrale, io e Marito leggiamo, discutiamo, patteggiamo il numero di spettacoli da inserire nell’abbonamento “quello l’abbiamo già visto…….davvero? non mi ricordo!………ma si dai, come non ti ricordi c’era Pagni, Lavia, Orsini………”, ogni volta è bello ricordare le emozioni provate, gli attori, tanti, che abbiamo imparato ad apprezzare, gli autori spesso giovani e sconosciuti che ci hanno riservato sorprese entusiasmanti.

Ho visto spettacoli noiosi ed altri indimenticabili, alcuni creati apposta per fare cassetto, con nomi di gran prestigio, ma deboli e deludenti alla prova dei fatti, altri invece con compagnie giovani, autori sconosciuti e provocatori, così coinvolgenti da continuare anno dopo anno a seguirli e a cercarli in cartellone.

Sono una spettatrice “fredda”, le mie emozioni sono contenute, preferisco tenerle dentro, non mi spello le mani per applaudire, non grido bravo, non batto i piedi, non faccio gridolini di entusiasmo, non tengo come ricordo i biglietti degli spettacoli visti, non ho bisogno di feticci.

Almeno non fino a Magazzino 18.

Ho applaudito a scena aperta più e più volte, ho riso, ho cantato, ho pianto, mi sono indignata e alla fine sono scattata in piedi, come le centinaia di altre persone che mi circondavano e ho sentito l’emozione e la commozione che ci investivano tutti all’unisono.

Mi sono accorta che sarebbe stato uno spettacolo diverso già nel foyer, prima dell’apertura delle sale.

Chi è abbonato di lungo corso ha imparato a conoscersi di vista, c’è la signora che arriva da sola, sempre con un libro in mano, ed è la prima ad aspettare che la maschera sollevi il cordone d’ingresso, il gruppo di amiche che spettegola allegramente, la professoressa di lettere che accompagna un gruppo di studenti, la coppia di anziani con l’apparecchio acustico che fischia, un signore barbuto sempre elegantissimo che siede in prima fila, forse un critico, e stringe la mano agli interpreti a fine spettacolo.

Quella domenica pomeriggio c’era un’atmosfera strana, quasi elettrica, e tante persone anziane, alcune visibilmente affaticate nel camminare, facce nuove, mai viste prima, che scalpitavano per accedere alla platea in una coda indisciplinata.

E’ stato uno spettacolo totalmente differente da ciò cui ero abituata, un pubblico irrequieto, commenti ad alta voce, esclamazioni indignate, tanti flash di foto rubate, singhiozzi sommessi e lacrime.

Non ci sono state contestazioni ma una partecipazione sofferta e rumorosa.

Ho compreso che molti degli spettatori più anziani venuti a vedere lo spettacolo avevano davvero vissuto le vicende narrate, erano gli esuli istriani.

Dopo lo spettacolo ho voluto capire di più, ho cercato di leggere in modo critico le informazioni che avevo ricevuto. Certo non posso dire che tutto debba essere preso per oro colato, sicuramente alcune cose possono essere state edulcorate o adattate per esigenze sceniche. Ho letto in rete critiche estremamente feroci, contestazioni e polemiche, ma ho anche visto con i miei occhi il pubblico partecipare, piangere ed emozionarsi e non penso che tutti quanti siamo stati vittima di un’allucinazione collettiva, che sia stata solo una furba operazione mediatica ad averci deviato dalla retta via del buonsenso.

Mi sono vergognata perchè non sapevo quasi niente di quella vicenda, perchè Slovenia e Croazia in me destavano solo il ricordo di belle vacanze estive, perchè non avevo idea di cosa fosse il Treno della vergogna, perchè nessun giornalista, per quanto in buona fede e sorretto dal suo credo politico, avrebbe dovuto scrivere una cosa del genere parlando di italiani ad altri italiani

“Oggi si parla ancora di profughi…..
Non riusciremo mai a  considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori . I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano la nostra solidarietà, né hanno diritto a rubarci  pane e spazio che sono così scarsi. Questi relitti repubblichini che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare al loro paese d’origine perché temono di incontrarsi con le loro vittime , siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, devono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare iugoslava e che si presentano qui da noi in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio, hanno scavato un solco profondo tra due popoli. Aiutare e proteggere costoro, non significa essere solidali, significa farsi complici.
Essi sono indotti a fuggire, incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste” (Pietro Montagnani, L’Unità, 30 novembre 1947)

Se poi guardiamo la cronaca di tutti i giorni, tra sbarchi, intolleranza, disperati che preferiscono morire cercando di sfuggire alla morte certa dei loro paesi, campi profughi o lager legalizzati, alla fine non è che questa umanità sia cambiata poi molto.

Damnatio memoriae, a partire dagli antichi romani è tutt’ora uno sport praticato da molti regimi, non ultimi quei buontemponi dell’Isis. D’altra parte è più facile odiare il diverso anzichè cercare di capirlo e cancellarne la memoria anzichè arricchire la propria cultura con la diversità.

A poche ore dalle celebrazioni di un giorno che simboleggia il nostro diritto di essere liberi, di scegliere chi vogliamo essere senza costrizioni, chiudo queste riflessioni senza alcun intento polemico augurando a tutti di sentirsi sempre liberi di parlare, di confrontarsi, di dissentire e perchè no di mandare a quel paese anche me, se così vi piace!

Buona libertà!

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2 thoughts on “Magazzino 18

  1. Purtroppo una delle più consuete alterazioni della Storia non avviene con la menzogna, ma con l’omissione. Perché è proprio il non parlare di una vicenda scomoda che la si passa nel dimenticatoio. Al contrario invece, quando si vuol portare in primo piano un qualsiasi evento, anche minore, più se ne parla è meglio è, anche male magari, ma si raggiunge sempre lo scopo. In fondo l’affermazione di Gaber è quella che più si addice al concetto di libertà, ma dopo molti anni non so se è stata capita veramente.

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