Il Tao della piccola volpe

Qualche giorno fa, mi sono divertita a stuzzicare Max con domande impertinenti nel suo post relativo allo spaziotempo.
La tenzone verbale è continuata inviandogli la prima parte di una favola zen di mia invenzione e sfidandolo a completarla con una delle sue derive quantistiche, devo dire molto ben riuscita.
Non aspettatevi un lieto fine o una morale edificante, le storie zen devono lasciare aperto il dubbio e un po’ di amaro in bocca per stimolare la riflessione, però la trovo assai graziosa.
Le prima parte e il finale in corsivo sono farina del mio sacco mentre la parte centrale è di Max, che ancora ringrazio.
Un piccolo divertissement ferragostano ascoltando Dire Straits
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fonte: web

C’era una volta un uomo gentile che credeva ancora nelle favole e cercava il bello e la perfezione nelle cose.
Amava la matematica, lo rassicurava nelle sue inquietudini quotidiane sapere che esisteva un mondo perfetto e preciso,
il mondo dei numeri.
Aveva una voce di violoncello ben accordato, modi galanti e avvolgenti e sapeva farsi amare, vieppiù da perfetti sconosciuti che non potevano non restare stregati dalla sua malìa verbale.
L’uomo aveva un giardino che curava con amore e un giorno scorse, appartata sotto una siepe, una piccola volpe rannicchiata, immersa in un sonno profondo.
Un rumore improvviso risvegliò l’animale, che si ritrasse nel suo nascondiglio, mostrando i denti e il pelo, ritto per lo spavento.
Era una piccola cosina patetica, un batuffolo di pelo fulvo con due occhi verde giada curiosamente umani.
L’animaletto era capitato per caso in quel giardino; scacciato da bestie più grandi, che avevano invaso la sua tana, si era messo in cammino e, dopo uno stanco girovagare solitario che lo aveva portato fin lì, aveva cercato ristoro in un luogo appartato.
L’uomo si incuriosì per la presenza incongrua di quell’animale nel suo giardino e provò a parlargli con modi suadenti, offrendo con gesti calmi bocconi di cibo appetitoso e cullando la bestiolina con il suono della sua voce.
La piccola volpe poco a poco si rassicurò. Mentre il suo respiro affannoso si placava iniziò a pensare che forse quello strano essere a due zampe non era pericoloso e, con diffidenza dapprima e poi avidamente, si cibò dei suoi doni.
In pochi giorni i due divennero amici.
La volpe ascoltava il richiamo dell’uomo e accettava le sue carezze con sempre maggiore confidenza.
All’uomo gentile piaceva la piccola volpe e, a modo suo, anche lei gli si era affezionata, ma non è possibile addomesticare una bestiolina selvatica tanto quanto è impossibile che esista in natura la rosa blu.
Purtroppo per i nostri lettori, è noto anche ai bambini che le volpi conservano una ritrosìa che difficilmente viene meno.
La volpe infatti diventava ogni giorno più irrequieta, dimenticava di mangiare, il suo cuoricino batteva agitato, non dormiva più ma sobbalzava nel buio e, sempre più spesso, pensava alla sua tana antica, così familiare e sicura, e si convinceva che le bestie feroci che l’avevano allontanata erano solo ombre, fantasmi del passato e null’altro.
Un giorno l’uomo accarezzò la bestiolina in modo più possessivo del solito, per affetto verso un esserino che stava imparando a considerare suo, ma la volpe, spaventata da quella stretta troppo vigorosa, si girò di scatto e morse la mano che le premeva il collo.
Non forte nè con ferocia, solo una piccola gocciolina di sangue tinse la mano dell’uomo, ma in modo sufficiente per divincolarsi e ritirarsi in un territorio più sicuro, triste essa stessa per il gesto crudele che aveva compiuto nei confronti dell’uomo gentile.
L’uomo gentile in realtà non credeva esattamente alle favole, dovendosi definire da se stesso l’uomo gentile avrebbe detto che credeva nella bellezza. E avrebbe aggiunto che laddove la matematica lo aveva affascinato da giovane, crescendo si era maggiormente avvicinato alla fisica moderna, che è il terreno del dubbio più che delle certezze. E si era reso conto che i dubbi sono assai più interessanti delle certezze dogmatiche. 
Quando la volpe lo morse, l’uomo gentile cercò di comprendere. Guardò nella tana, e vide che la volpe si strappava sistematicamente pelo dalla coda. L’uomo aveva notato che la coda della volpe era un po’ spelacchiata, e si era domandato il perché, senza riuscire a trovare una risposta. L’uomo chiese alla volpe perché faceva così, e lei rispose che non lo sapeva, ma che ogni volta che le succedeva di essere triste si accaniva con la sua coda. L’uomo gentile le chiese perché fosse triste, e la volpe rispose che lo era per il fatto di averlo morso. L’uomo la guardò sorridendo e replicò che era stato un piccolo morso, che aveva fatto uscire un’unica stilla di sangue da una minuscola ferita, che si era già richiusa e neanche doleva. La volpe disse che l’affezione che nutriva per l’uomo era contro le regole, perché le regole dicono che due esseri di specie differenti non possono essere affezionati l’uno all’altro. L’uomo le chiese se conosceva la meccanica quantistica. La volpe sgranò gli occhi e disse all’uomo se fosse pazzo, lei era solo una volpe, cosa ne poteva sapere di fisica. L’uomo le disse che noi viviamo in una grande illusione, così come dicono gli induisti, chiamandola maya, nel senso che ciò che ci restituiscono i sensi non è quel che accade davvero. E le disse che nel micromondo delle particelle subatomiche esistono fenomeni che nel macromondo non esistono. Nel micromondo una particella può attraversare una barriera di energia, che sarebbe come se nel macromondo qualcuno potesse passare attraverso i muri. Nel micromondo una particella può essere qui E lì, nel macromondo un oggetto è qui O lì. Ma al netto delle sensazioni, proseguì l’uomo, filosofia e scienza si legano, e questi effetti quantistici possono essere realizzati in qualche modo. E’ chiaro che l’uomo e la volpe trovavano naturale affezionarsi ciascuno ai propri simili, ma se entrambi si sforzavano potevano essere in due posti contemporaneamente. Certo lo avrebbero dovuto tenere per loro, tra gli umani sarebbe sembrato molto strano che l’uomo potesse affezionarsi alla volpe, e tra le volpi il viceversa. Non avrebbero potuto stare sempre insieme, anzi, avrebbero dovuto stare poco insieme. Ma non avrebbero tolto nulla a nessuno se si fossero recati l’uno dall’altra ogni tanto. Tanto meno se si fossero pensati. 
La volpe rimase molto colpita dalle parole dell’uomo gentile.
Nei giorni successivi lui le parlò di tante cose, di una volpe sua compaesana che aveva  fatto amicizia, incredibile a dirsi!, con un vero principe e le disse una frase che fece riflettere la volpe molto a lungo “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”; le raccontò che “un viaggio di mille miglia comincia con un passo” ma questo la volpe lo sapeva bene, avendo percorso molta strada sulle sue zampine aggraziate; le disse che, nonostante la coda spelacchiata, era una bella volpe ed era piacevole stare in sua compagnia, ed ella, pur non fidandosi completamente, era arrivata al punto di credere alle sue parole.
La volpe iniziava, giorno dopo giorno, ad ammansirsi e, un bel giorno, pensò di rinunciare alla sua natura selvatica e offrire all’uomo la sua compagnia incondizionata, accoccolandosi ai suoi piedi come il più mansueto dei gatti soriani.
Di colpo però avvertì nell’aria un cambiamento, una sorta di elettricità che le fece rizzare il pelo del dorso e la povera coda spelacchiata.
Cos’era quella sensazione di pericolo?
Cos’era quell’odore così penetrante e familiare?
D’un tratto si ricordò.
Era l’odore metallico della paura, quell’odore che avvertiva ogni volta che irrompeva in un pollaio o in una tana di conigli, facendo strazio delle sue prede.
Sì, certo, era proprio paura ma da dove proveniva?
In quel momento la volpe capì.
Era l’uomo gentile, ecco sì era lui ad avere paura.
“Come? Paura di me? Ti ho offerto la mia compagnia, il mio pelo da accarezzare, la mia coda con cui scaldarti. Perchè dunque hai paura di me?”
L’uomo non rispose, fece una faccia contrita e sospirò, poi si chiuse in un silenzio pesante e voltò le spalle alla volpe che digrignò i denti sbattendo nervosamente la coda, in quel momento avrebbe davvero voluto ferire l’uomo e questa volta con ferocia, ma all’improvviso capì, era la loro natura differente che li stava allontanando, nonostante i discorsi di macro e micro mondo, nonostante la meccanica quantistica, la vita quotidiana o, per dirla con le parole dell’uomo, l’illusione della vita quotidiana si scontrava con le belle teorie di cui avevano lungamente discusso.
Fu questione di un attimo, la volpe si rizzò sulle quattro zampe, scrollò la coda e annusò l’aria in direzione di casa, della sua tana da cui avrebbe scacciato ogni fantasma e ogni usurpatore.
Il primo passo era fatto, il viaggio era iniziato.
“Volpe, mia volpe dove stai andando? Rimani ancora, tengo troppo alla tua amicizia!”
La volpe voltò appena la testa, nei suoi occhi brillò improvviso uno scintillìo di crudeltà, rimpianto e tristezza o era solo il riflesso degli ultimi raggi del sole al tramonto, poi si girò e scomparve per sempre nel folto del bosco.
Nelle notti stellate talvolta l’uomo gentile pare udire lo yap yap festoso della sua piccola amica, ma forse è l’eco lontano della risata di Lao Tzu dal continuum spaziotemporale.
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