Inside the eye

Mi piace mischiare le carte, contaminare un po’ alla bastarda, cercare ispirazione in musica, immagini e parole, esplorare le altrui emozioni, aggiungere le mie, agitare senza mescolare troppo e tratteggiare l’istante di una vita, reale o immaginaria che sia.

Un verso di Sylvia Plath, conservato in attesa che arrivassero il momento e l’immagine perfetta, una canzone sottilmente ipnotica, l’ozio di una serata solitaria di inizio autunno, malinconica al punto giusto. Questa è la cornice, il resto soltanto parole sparpagliate nel cielo della sera, pensieri tossici, roba così, buona solo per fare un po’ di “tiatro”.

Inside a tornado – JasiahGeizer – for credits: click image

Ascoltando Placebo

Ho perduto il registro giusto per parlare con te, sto frugando fino allo sfinimento ma non riesco a trovarlo, non ne scorgo più traccia dentro di me.

Non lo so dov’è andato a cacciarsi, se è rimasto schiacciato sotto il peso dei sensi di colpa o se sta in un angolo in disparte, coperto da un velo pietoso di noncuranza.

Te ne sarai impossessato tu, come di tutto il resto, e me lo restituirai solo quando avrai voglia o tempo da elemosinare.

Sono al centro del maelstrom, intorno a me grigiore e calma apparente ma, se volgo lo sguardo all’insù, un vortice di pensieri si sta avvitando implacabile, senza fine e senza fretta.

Non riesci a vedermi dall’alto ma sono qui, in procinto di farmi ancora molto male, sospesa in una cesura del tempo che non scorre più in linea retta e si dipana in densi gomitoli di fumo vellutato.

Sai, credo proprio che l’infelicità abbia un odore.

A tratti mi sembra di annusarlo, zaffate dolciastre che svolazzano nell’aria, così impercettibili da provocare solo un timido senso di nausea.

Se ne sono accorte le zanzare, che si gettano su di me voraci come mai e si ubriacano con gusto del mio sangue misto a tristezza.

Sento la mancanza di quelle mille mila parole sussurrate con passione. Anche se non erano sincere ora le rivorrei indietro, per chiuderle a chiave in un cassetto invece di vederle vorticare sopra di me, intente a giocare a nascondino tra rivoli grigi di bugie.

Per un tempo troppo breve ho creduto di essere qualcosa di raro e fragile, da custodire con cura e apprensione, piccola sciocca Alice meravigliata dalle favole.

Invece mi sbagliavo, era solo il mercatino della banalità, dove le buone cose di pessimo gusto non passano mai di moda.

Ho dimenticato il rumore che fa un cuore che batte a precipizio; ora mi fa compagnia la colpevole sensazione di non poter essere mai più così felice, amara e stucchevole come miele di corbezzolo.

Sento fremere l’aria intorno a me.

Il rumore bianco dei pensieri, che risucchiano la ragione, si lascia alle spalle soltanto macerie.

Non ci sono prigionieri da fare qui.

E’ rimasta solo l’impronta della tua assenza.

470b3dda9bc520f5fd07548ac14ffa94Beatrice si fermò un lungo momento ad osservare lo schermo, strizzando gli occhi nel rileggere la mail appena scritta, il mento poggiato sulle mani intrecciate, i denti che infierivano sul labbro inferiore, come le capitava sempre nei momenti di intensa riflessione o grande imbarazzo.

Riflessione e imbarazzo che provava anche adesso, ripensando alle mail già inviate in precedenza e alle risposte evasive e deludenti che aveva ricevuto.

Aveva l’impressione che i suoi sforzi producessero lo stesso risultato del gettare sassi in una pozza di sabbie mobili, nessun cerchio concentrico sulla superficie, nessun moto ondulatorio, solo un sommesso pluf ingordo e soddisfatto, poi più alcun segno di vita.

L’ennesima non-risposta l’aveva davvero ferita, così generica e formale, perfetta per una corrispondenza tra estranei.

Avrebbe preferito uno schiaffo in pieno viso, di certo l’avrebbe mortificata ed umiliata molto meno.

Passato il primo momento di sconcerto e ingoiato il magone che le ostruiva l’esofago, le era balenato in testa un pensiero, così rapido ed improvviso da mozzarle il fiato, “c’è un limite al dolore che posso autoinfliggermi ed oggi l’ho superato”.

Questo le aveva dato un senso di tranquillità e conforto che non provava da tempo.

Forse aveva bisogno solo di questo, di toccare quel fondo di cui tutti, almeno una volta nella vita, infarciscono i discorsi esistenziali ma che pochi sperimentano sul serio.

Quest’ultima mail non era un richiamo, un picchiettìo fastidioso per destare un interesse ormai inesistente, una corda lanciata nella speranza che dall’altra parte venisse afferrata con decisione.

Questa mail era un mai più, lo sapeva bene.

Non si rassegnava ad una scelta così drastica, perchè lo amava ancora e le veniva da ridere e insieme da piangere per quanto si sentiva stupida.

Però non poteva più permettersi di soffrire, aveva calpestato abbastanza il suo orgoglio, almeno questo lo doveva al rispetto che le restava per sè stessa.

Beatrice sospirò con forza, chiuse gli occhi a scacciare la tristezza e pigiò Enter.

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