Il destino del pedone – seconda parte

Prima parte: ……… Mentre mi trovavo in questo stato miserevole, un ricordo, ripescato da chissà quale piega dell’inconscio, mi ha schiaffeggiato con forza il cervello.

Tempo prima, era una sera di fine estate insopportabilmente calda, uscii a cercare un bar, per bere qualcosa di fresco in una città resa desolatamente vuota dalle ferie d’agosto.

Vagabondando mi imbattei in un locale mai visto prima, sporco e semideserto ma arredato con pesanti mobili di legno intagliato e antichi vasi da farmacia.

Ad una estremità del bancone sedeva uno strano tizio, la testa nascosta dentro una specie di sacchetto cui aveva praticato tre fori, intento a sorseggiare con una cannuccia un drink giallo limone.

Mi feci servire dal barista un Oki on the rocks, poi rivolsi un timido gesto di saluto con la mano all’uomo incappucciato.

Lui, scrutandomi dai fori del cappuccio, mi rispose muovendo appena il capo in segno di assenso.

Mi avvicinai con un sorriso esitante, “E’ buono il tuo drink?”, mi chiese.

“Ho chiesto un Oki on the rocks, mi hanno detto che è la loro specialità, ma non sono convinta che mi piaccia. Il tuo invece com’è?”.

“Un limoncello con scorsa di limone, si lascia bere ma avrei preferito qualcos’altro”.

“Facciamo cambio? Magari saremo entrambi più soddisfatti”.

Così ci scambiammo i drink, accostando i bicchieri per un brindisi alla salute dei superstiti all’esodo estivo.

Mi accomodai sull’alto sgabello ed iniziammo a conversare amabilmente.

Lui mi parlò di una sua singolare ossessione per i capelli e l’incipiente calvizie, di un amico che aveva promesso di uccidere un uomo, di un altro uomo che credeva negli alieni e praticava il giorno della lentezza.

Io gli parlai del desiderio di farmi crescere un paio di ali per fuggire via, della mia avversione per il mese di ottobre, della fissazione per le maschere che ci rivestono come veli di cipolla.

Trascorremmo molto tempo perduti nelle nostre chiacchiere, ma ormai il barista stava iniziando a dare segni di inquietudine, strofinando ripetutamente lo stesso punto del bancone e facendo tintinnare i bicchieri puliti.

“Beh, si è fatto tardi ed è ora che rientri. Mi ha fatto piacere conoscerti, pensi che ci rivedremo?”.

L’uomo mi fissò a lungo e alzò le spalle in un gesto che tutto poteva voler dire, muovendo la mano in modo ondivago.

Mentre gli voltavo la schiena e avevo già spinto la maniglia della porta d’ingresso, all’improvviso risuonò la sua voce:

“Giulio Cesare fu il primo imperatore ad assumere uno schiavo che non doveva fare altro che stargli accanto, ogni volta che passava sotto l’Arco di Trionfo, e sussurrargli continuamente all’orecchio: “ricorda che sei solo un uomo, ricorda che sei solo un uomo”. Ecco, credo che in certi casi avremmo bisogno di qualcuno che ci sussurri: “questo posto non esiste, questo posto non esiste”.

Ho sollevato la testa dalle ginocchia e ho pronunciato con voce esitante “questo posto non esiste”.

Un piccolo, impercettibile singulto di sorpresa ha fatto seguito alla mia affermazione.

Mi sono alzata in piedi e ho scandito a voce più alta “Questo Posto Non Esiste”.

L’aria ha cominciato a tremare, come durante un pomeriggio di canicola agostana, e un vento freddo si è messo a soffiare con ferocia contro di me, facendomi barcollare.

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO CAZZO DI POSTO NON ESISTE”

Le pareti di vetro hanno iniziato a tintinnare, in sincronia con le onde sonore emesse dalla mia gola, ronzando sempre più forte come api impazzite, ed alla fine sono esplose, lanciando verso l’alto schegge affilate, che si disintegravano a contatto con l’aria e ricadevano al suolo luccicando come polvere di stelle.

Sono rimasta immobile, ansando per la fatica, ricoperta da una patina di frammenti di vetro polverizzato, ma ancora viva e miracolosamente libera.

Mi trovavo al centro di una strada deserta, una luce radente di tramonto feriva i miei occhi, tutto intorno i palazzi vuoti mi scrutavano da dentro le orbite scure delle finestre, facendo oscillare le tende come fazzoletti sventolati dagli amanti nell’ultimo addio.

Ho iniziato a correre, a correre sempre più veloce, zigzagando, quasi a schivare i proiettili immaginari di un sadico cecchino.

Con la coda dell’occhio ho captato un movimento da una vetrina fiocamente illuminata, voltandomi ho visto il barista che sfregava ossessivamente il bancone e lo strano tipo incappucciato che mi salutava con la mano, sollevando il bicchiere per brindare alla mia salvezza.

Ho corso, ho corso a perdifiato, la faccia impastata di sudore, polvere di vetro e lacrime, finché sono arrivata davanti alla porta di casa mia, ho abbassato la maniglia con un sospiro di sollievo e………..

“cazzo Beth, stai un po’ zitta! Basta con ‘sta lagna della croce!” e con una manata ho zittito la radiosveglia che strillava nelle mie orecchie.

Che sogno strano, che cavolo avrà voluto significare, vai a capire cosa mi dice l’inconscio. Devo smetterla di leggere, troppa lettura fa male, se continuo così mi ritrovo dentro un camice con i lacci sul dorso, eccome!

Seduta sul letto, il pigiama sgualcito, le righe del cuscino sulla faccia, la luce grigiastra del mattino che filtrava dalle tende, mi sono guardata attorno con attenzione, cercando di rientrare nel mondo reale.

Mi sono alzata con immensa fatica, bagno, trucco, vestito, colazione, tutto di fretta perché ero in serio ritardo come al solito.

Mi sono diretta alla porta, agguantando borsa e giacca con una mano, l’altra mano già sulla maniglia, quando una voce dietro di me ha sussurrato:

“QUESTO POSTO ESISTE”

Ho abbassato la maniglia e………..

A portrait of me – by Mela

La Genesi – Il racconto nasce e ruota intorno ad una frase che Albucci ha scritto a commento di un mio articolo. Mi è piaciuta così tanto che gli ho chiesto il permesso di usarla e lui è stato così gentile da regalarmela! In realtà avrei voluto utilizzarla solo come nuovo motto del blog, ma sarebbe stata un po’ sprecata e così ho pensato ad un racconto. L’idea mi è venuta durante il pisolino pomeridiano sul divano. Ho spalancato gli occhi, sono saltata su come una molla ed ho iniziato a scrivere. Dopo mezz’ora l’ossatura del racconto era terminata, stato di grazia o trance non so spiegarmelo o forse, come direbbero sia il buon Gigi che un amico ora lontano, si tratta ancora una volta di un esempio di entanglement. Ho voluto giocare su un incastro tra diversi piani della realtà, non paralleli, ma concentrici come mura di un labirinto. Le stesse mura che sono anche metafora delle barriere mentali, delle paure, dei preconcetti che costruiamo mattone su mattone e che solo noi saremo in grado di abbattere, quando prenderemo coscienza della realtà oggettiva. Anche se, come dimostra il finale, non sempre riusciamo nel nostro intento e qualche muro di confine è in agguato, pronto ad arrestare il nostro cammino. Ho voluto omaggiare Albucci facendone il coprotagonista del mio racconto, ed ho inserito alcuni particolari presi da suoi racconti che ho apprezzato in modo particolare. Ho messo i link in modo che possiate leggerli, sono sicura che non vi pentirete di averlo fatto. Durante la stesura del racconto i diritti di Albucci sono stati rispettati e non gli è stato fatto alcun male anzi, mi ha lasciato da pagare il conto di tutti i limoncelli che si è scolato!

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64 thoughts on “Il destino del pedone – seconda parte

  1. Stranissimo, coinvolgente, ben scritto. Mi hai trascinata nel racconto, mi è piaciuto molto questo seguito! E grazie per i link, son andata a leggermi la storia della stempiatura!

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  2. Innanzitutto grazie per la citazione… mi ha molto colpito questo tuo racconto Mely, soprattutto per la tua fantasia ed immaginazione, bella e coinvolgente. Sembra quasi un sogno lucido, una storia di universi paralleli… devo rileggerlo, sono certo che scoprirei altri aspetti nascosti… sei forte, sai?

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  3. questa seconda parte mi è piaciuta meno della precedente. ho percepito un contorsionismo, una forzatura, per far entrare nell’onirico anche il vissuto con una prevalenza della simbologia che mi resta arcana (il sacchetto in testa, l’oki on the rocks, ecc) sulla fluidità della narrazione che all’inizio aveva un bel passo kafkiano. spero tu non me ne voglia 🙂
    ml

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    • In realtà, come ho spiegato in fondo, tutto il racconto ruota intorno ad una frase di un altro blogger. Quella che tu definisci simbologia sono riferimenti all’avatar e ad alcuni post di quello stesso blogger. Mi sono divertita ad entrare in una sua narrazione aggiungendo il mio punto di vista. 🙂

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