Accanto al fuoco

Ho acceso un fuoco all’ingresso della caverna ed ora siedo, immobile, guardando le fiamme in solitudine.
Davanti a me file e file di alberi vanno a specchiarsi sulle rive di un piccolo lago, illuminato dalla luna appena sorta sulla placida superficie delle acque.
Dentro la caverna i rumori esterni sono attutiti dallo spessore ruvido della roccia e dalla terra rossastra sotto i miei piedi, coperti di alti stivali di pelle conciata.
Il suono più profondo che odo è il silenzio, che si estende al di sotto del battito del mio cuore, al di sotto del mio respiro, inglobando in sé tutti i suoni possibili, così come il nero è la somma di tutti i colori possibili.
All’alba camminerò fino al lago, per sciacquare via i sogni e purificare il mio spirito, ma ora è tempo per me di riposare accanto al fuoco.
Una brezza gelida fa tremare le poche foglie risparmiate dall’autunno, sferza le ossa della foresta, gioca a dadi con i sassolini che rotolano lungo i fianchi della collina, mentre una pioggia sottile di pietrisco impolvera l’ingresso del mio rifugio.
All’orizzonte il buio schiarisce in un lucore malsano e innaturale, con pallidi splendori di aurora boreale.
Fiuto nell’aria una promessa di neve e ghiaccio, la avverto nei brividi che mi scuotono, la sento nei peli delle braccia, che si rizzano come la coda di un gatto selvatico.
Il fuoco si sta estinguendo, osservo le fiamme raffreddare poco a poco, virando da un brillante color oro all’arancio, fino ad un baluginio di profondo rosso.
Cerco di alimentarlo con altra legna, pescando dalla provvista di ramoscelli che qualche accorto viandante ha ammucchiato in un angolo. Li getto tra le fiamme, che subito si ravvivano, un filo di fumo viene sospinto via dal vento, mentre inalo il buon odore resinoso che emana dal legno di pino.
Lo stomaco borbotta la sua fame ma posso resistere ancora. Domattina getterò qualche lenza nel lago e un pesciolino arrostito sul fuoco placherà il mio bisogno di cibo.
Ho sete invece, vorrei un sorso di liquore, che mi bruci gola e naso tanto da far pizzicare gli occhi, simile a quello che i contadini mi offrivano orgogliosi, limpido come l’acqua e forte come il calcio di un mulo.
Non è giunto ancora il momento di spegnere il fuoco, nessun rumore umano arriva al mio orecchio, solo qualche affrettato raspare di unghie e zampe, animali notturni spaventati dal mio odore di intruso, pericolo, pericolo dicono le mie ghiandole, mentre un sudore freddo, di cui sono a malapena consapevole, bagna la pesante mantella verde scuro che mi avvolge ed il cappuccio, che copre i miei strani capelli di un biondo quasi bianco.
L’albino mi chiamavano, il fantasma mi irridevano i mocciosi, in quel buco orrendo che osavano chiamare città.
Scappa, scappa che arriva il demone” sento ancora le loro voci, mentre le dita percorrono i contorni familiari della cicatrice che dalla tempia arriva all’angolo della bocca.
Un sasso aguzzo, tagliente più di una lama, lo scherzo feroce del branco che voleva vedere se il demone era in grado di sanguinare e piangere, come loro.
Ho sanguinato, certo, senza una sola lacrima, guardando i miei carnefici negli occhi, grosse gocce cremisi cadevano intorno a me con un suono di pioggia, prima che il dolore mi facesse cadere a terra svenuto, il sangue impastato alla polvere di una strada improvvisamente deserta e silenziosa.
Un frullare d’ali ed uno stridio acuto e penetrante mi riportano al presente, la civetta che va a caccia nel folto del bosco mi rammenta che è ormai notte fonda.
Rigiro pensoso il coltello tra le mani, lo accarezzo con affetto, ungo la lama con il grasso e gratto via dall’impugnatura piccole macchie marroni, uno spruzzo improvviso ormai secco.
Ho cura delle mie armi, come loro ne hanno avuta per me in questi lunghi anni, durante i quali l’albino, il fantasma, il demone si è trasformato nel maestro, benedetto, invocato ma sempre temuto ed allontanato con timore, non appena il pericolo fosse stato scampato.
Ricordo quei giorni, delirante per la febbre, la guancia aperta che colava pus, i volti che nel sonno mi deridevano chiamandomi mostro, le mie parole nel delirio, un’eterna litania di mai più, mai più, mai più.
Una volta guarito baciai delicatamente mia madre che non riuscì a sostenere il mio sguardo, tanto grande era il sollievo nel veder sparire per sempre la sua disgrazia, mi coprii il volto sfregiato con il cappuccio e camminai verso est, allontanandomi per sempre da quella che avevo giurato di non chiamare più casa.

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62 thoughts on “Accanto al fuoco

  1. Quando la “diversità” ce l’hai dipinta in faccia è facile essere esclusi, maledetta o benedetta che sia…
    Molto bello! Il protagonista non è malinconico… Chissà per quale motivo è ritenuto un maestro… Lo scopriremo prima o poi? 😉
    Ogni bene 🙂

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  2. Ricapitoliamo: lo chiamano maestro, ha un coltello con il manico sporco di incrostazioni sospette, la madre lo considera una iattura al punto di essere quasi contenta quando se ne va, lo chiamano demone, ne hanno paura al punto da lapidarlo. Ce ne sono di domande a cui rispondere… il personaggio deve ancora parlarti, e molto… e ti parlerà, se è sufficientemente intenso da interessarti. Sono molto curioso. Curioso di vedere come prosegue. Perché dalle premesse sembra qualcosa che può animare un romanzo.

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  3. AmmAppa meletta….
    Ma che storia… Che personaggio…
    Contorno malinconico.
    Ma lui assolutamente no… Consapevole, sicuro, reale direi…
    Chissa.se.ci farai sapere.di piu?!
    Che bello il fuoco scoppiettante.che danza davanti agli occhi eh!

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  4. Riesci a rendere poetica anche la prosa. Un bel quadro davvero; e come sempre, anche il dolore degli emarginati. Era da tanto che volevo leggerlo dall’inizio, e devo dire che non deludi mai, Mela 🙂

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