La migrazione dei giganti – 1. Il racconto di lei

Se non lo avete ancora fatto vi invito a leggere per primo lo splendido racconto di Albucci. Capirete presto il perché.

Le giornate si sono trasformate in lunghe sere silenziose e si è sollevato un vento freddo, che punteggia le strade deserte di foglie secche, ingiallite come le cispe negli occhi di un anziano.
Questo è il segnale della stagione dei giganti, che migrano in massa percorrendo, instancabili, città rese mute dalla meraviglia e dal terrore.
Quest’anno ho deciso di non arrendermi alla paura.
Quest’anno ho deciso di seguire il cammino dei giganti.
Tre giorni dopo il loro arrivo ho abbandonato il mio uomo senza versare una lacrima, come stessi scacciando un insetto con noncuranza.
E’ successo un pomeriggio, mentre stavamo osservando la parata silenziosa che si svolgeva fuori dalla finestra.
Eravamo uno al fianco dell’altra, le nostre braccia nude si sfioravano con quella complicità che solo gli ottimi amanti hanno tra loro.
Ricordo che mi abbracciò ed io sentii nel cuore una felicità così grande e fragile da frantumarsi all’istante in un pulviscolo luminoso.
“Io lo amo” – pensai – ma mentre l’eco di quel pensiero ancora non si era spenta, appoggiai la fronte al vetro e sussurrai “Me ne vado”.
In quel momento vidi un gigante bambino, era alto non più di sette piani, voltarsi e farmi un impercettibile cenno con la testa, come se avesse udito e approvato la mia decisione.
“Devo farlo” – gli dissi – ripetendo una frase della mia povera nonna, una filastrocca inventata per blandire i miei capricci di bambina.
“Quando hai fame mangi; quando hai sonno dormi. Quando vuoi andare vai”.
Non gli dissi quanto male mi stesse facendo la sua espressione ferita, non gli urlai che lo amavo, non gli confessai che talvolta, risvegliandomi tremando da un incubo in cui udivo il richiamo silenzioso dei giganti, ritrovavo pace al solo guardarlo dormire sereno al mio fianco, cullata dal suo sommesso russare soddisfatto.
L’unica cosa che riuscii a dirgli, fingendo un disprezzo che non provavo, fu che la sua pancia mi disgustava e odiavo sentirlo russare.
Poi uscii così com’ero, senza portare nulla con me e senza voltarmi.
Quello che lui non seppe mai fu il tempo che trascorsi al di là della porta d’ingresso, appoggiata a quel tramezzo di legno sottile, tremando per la paura ed il dolore immenso che stavo provando.
Me lo immaginavo in cucina, intento a prepararsi un panino come era solito fare ogni volta che si sentiva perso e solo, e mi preoccupai per lui, sapendo che era rimasta solo una scatoletta di tonno e due zucchine muffite, perché non avevamo ancora fatto provviste per affrontare i giorni della migrazione.
Non gli avevo mai svelato quanto i giganti ossessionassero le mie notti e popolassero i miei incubi.
Non gli avevo mai raccontato l’impulso che sentivo di seguirli, di scoprire perché e dove migrassero, né gli avevo spiegato gli strani suoni incorporei e i sibili che giungevano alle mie orecchie, come i richiami delle megattere.
Sapevo solo che si era aperto un varco, avevo oltrepassato un confine e dovevo dare un senso a questa migrazione, che fino ad allora avevamo accettato come inevitabile, testimoni silenziosi di un evento che ci rifiutavamo di capire per paura.
Tempo prima avevo letto un libro di racconti sulla fine del mondo.
In uno di questi, i protagonisti erano i morti che, il giorno dopo la fine del mondo, rifiutavano il loro destino, se ne dimenticavano e riprendevano le occupazioni abituali.
Ogni anno il mondo finiva nello stesso esatto giorno ed il giorno dopo i morti tornavano a fingere di vivere.
Io mi sentivo come loro, una morta che fingeva di vivere una vita non sua e non volevo più subire passivamente quel destino.
Io volevo capire e accettare le conseguenze del vivere.
Così, quel pomeriggio di tre giorni dopo l’inizio della migrazione annuale, lasciai il mio uomo, scesi in strada e cominciai a seguire il fiume dei giganti che risaliva la corrente.
Si, ma verso dove?

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57 thoughts on “La migrazione dei giganti – 1. Il racconto di lei

  1. volutamente non ho letto Albucci da cui, se ho ben capito, questo brano prende spunto.
    non l’ho fatto di proposito per poter valutare il peso delle frasi in assoluto e non come riflesso ad altro. Ed è stato immergermi in un mondo e in un modo nebulosi ma sufficienti a sè: ci sono i simbolismi e le azioni ben amalgamati (e anche sfumati nella piena comprensione) ad esprimere l’anelito che ci prende o da cui vorremmo essere presi, a staccarci da tutto ciò che è consolidato (e un po’ stantio) per affrontare un altrove ignoto e fascinoso.
    Almeno così lo leggo e apprezzo.
    ml

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  2. e che ghez! mela!
    io non vengo piu qui! 😀
    scherzo eh, che i cambiamenti repentini e senza spiegazioni fanno tanto brutto….
    leggo da albucci e mi stende… letteralmente…. e quando lo leggo ci casco dentro con tutte le scarpe!
    e poi vengo qua e… santa passeretta che bella lettura dell’altra parte hai dato!
    uffa!
    sto per iniziare a leggere gli elefanti che hanno finalmente trovato la strada di casa mia! poi scrivo le mie impressioni e vedi che ne pensi!

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  3. Questo inizio è bellissimo ed invoglia a seguire il seguito del racconto. Personalmente amo molto quando uno scritto miscela sapientemente realtà e immaginazione, perché permette d’immedesimarsi in tutte le metafore possibili e proprio per questo, lascia un grande respiro a tutta la trama.
    Complimenti all’autore !

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