Boule de neige

A una donna occorrono quaranta settimane per avere un bambino, a una gatta dieci, molte di più per un elefante. A Pornoscintille e me ne sono bastate “solo” trenta per questo racconto. D’altra parte in certi ambiti è meglio non essere troppo frettolosi.
A noi è piaciuto molto scriverlo, spero sia per voi una lettura altrettanto gradevole.

boule de neige

fonte: web

Delphine si svegliò di soprassalto, in preda a brividi di freddo.

Freddo? Perchè sentiva freddo?

Cercò di sollevarsi e si accorse di essere nuda, legata mani e piedi con nastri di velluto, una benda dello stesso velluto che le copriva la bocca.

Sgranò gli occhi, cercando invano di gridare, e mosse lentamente la testa per capire dove fosse.

Una grande stanza, l’enorme letto su cui si trovava legata, una poltrona vicino a un camino acceso e una finestra da cui si vedeva scendere la neve.

Neve? neve a ottobre????

Per un attimo temette di essere ancora addormentata e di stare sognando, ma quei brividi di freddo sulla pelle nuda, la paura che le faceva tremare i denti erano reali.

Cosa poteva essere successo, si chiese, ripercorrendo nella mente gli avvenimenti di quel pomeriggio.

Era una giornata luminosa, evento raro a Bruxelles, umida e grigia per gran parte dell’anno.

Dopo tanti giorni infelici aveva voglia di sole e passeggiava tra le bancarelle del mercatino delle pulci, fermandosi a chiacchierare con i venditori, alla ricerca di nuovi esemplari per la sua collezione.

Collezionava boules de neige, una passione che l’accompagnava fin da bambina, da quando aveva avuto in dono la prima, che ancora possedeva.

All’improvviso sgranò gli occhi.

Davanti a lei c’era un piccolo banco, largo poco più di un tavolo da pranzo, dove troneggiavano parecchie boules de neige.

Contravvenendo alla prima regola dei cacciatori di chincaglierie, che recita la più impassibile indifferenza nei confronti della merce esposta, Delphine corse ad ammirare i tesori che aveva individuato, gli occhi scintillanti come una bambina.

Fu subito attratta da una boule diversa dalle altre, non perfettamente rotonda, si allungava leggermente verso l’alto, come la cupola di una moschea.

Il vetro era magnifico, soffiato a mano, con piccole imperfezioni, bollicine d’aria e una sfumatura cangiante che gli conferiva un colore rosato.

All’interno non i soliti animali, pupazzetti o monumenti famosi, ma un piccolo bosco, scuro e verdissimo, nel cui centro troneggiava un palazzetto neogotico in pietra grigia, una perfetta riproduzione delle architetture di primo novecento ancora visibili nei quartieri eleganti di Bruxelles.

-Quanto costa?

Il venditore, un piccolo uomo dal sorriso gentile e dai profondi occhi scuri, la guardò fisso in viso, facendosi serio quando vide ciò che lei stava indicando.

-Mi dispiace signorina, non è in vendita.

-La prego, me la venda. Colleziono boules de neige da quando ero piccola, ma non ho mai visto un pezzo così bello e particolare, sarebbe proprio il coronamento perfetto per la mia collezione.

-Signorina, possiedo questo pezzo da molto tempo e non voglio disfarmene a cuor leggero. È un oggetto pericoloso, si dice che sia in grado di esaudire i desideri, ma in maniera imprevedibile, non come ci si attenderebbe.

-Ah, se è per questo non deve preoccuparsi! Io non ho più desideri e ho smesso di sognare molto tempo fa. La prego, me lo venda, le assicuro che lo custodirò con cura, dentro una vetrina protetta dagli sguardi indiscreti. Le pagherò qualunque cifra desideri.

Il venditore non era un uomo senza scrupoli, ma i soldi gli facevano molto comodo in quel periodo di magri incassi e poi l’aveva avvisata quindi, con una scrollata di spalle, si limitò a incassare la cifra pattuita e a consegnarle la preziosa boule in una scatola imbottita di ovatta, sospirando un poco.

Delphine camminava contenta verso casa, chiacchierando allegramente al telefono con un’amica.

-Come va la tua vita da quando hai lasciato quell’idiota? Hai conosciuto qualche uomo interessante?

-Figurati! Certo qualche appuntamento c’è stato ma il nulla più assoluto. Conversazione zero, nessun interesse in comune, erano tutti attirati solo dal mio sedere e dalla mia scollatura, non uno che mi guardasse in faccia. A volte vorrei scopare con un uomo invisibile. Una botta e via, ma almeno non avrei l’imbarazzo di guardarlo negli occhi dopo.

Delphine concluse la telefonata ridendo a crepapelle per la stupidaggine appena detta.

Dopo cena, stesa sul divano accarezzava distrattamente il gatto, gli occhi fissi sulla boule che aveva appoggiato sul tavolino davanti a sè, dopo averla rovesciata per ammirare la neve che cadeva, cadeva, cadeva……….

La neve, ecco cos’era quella neve! Al di là del vetro le sembrava di intravedere sagome di alberi e una fitta oscurità!

Com’era possibile?? All’improvviso le tornarono in mente le parole del venditore “è in grado di esaudire i sogni in maniera imprevedibile” e allora capì.

Capì di trovarsi imprigionata dentro la boule de neige.

Con la coda dell’occhio captò un movimento proveniente dalla poltrona.

Qualcuno, avvolto da una veste da camera di velluto rosso, aveva accavallato le gambe con perfetta disinvoltura.

-Benvenuta Delphine, benvenuta in casa mia – risuonò una voce nella sua testa.

Con orrore misto a stupore Delphine vide avvicinarsi la vestaglia, ma dentro non c’era nessun corpo.

Vide l’indumento che si apriva e veniva gettato a terra e un peso che affossava il materasso, mentre un respiro caldo le faceva rizzare i capezzoli.

Due labbra si chiusero su uno di essi. Fu scossa da un brivido. Assurdo, visto che le labbra erano calde. Sentì, continuando a non vedere nessuno, due mani posarsi sulle sue cosce e un corpo sfiorarla. Chiuse gli occhi, mentre il bacio sul capezzolo diventava sempre più insistente, più intimo.

Paralizzata da sensazioni contrastanti, Delphine tendeva ogni muscolo sul letto. Le strisce di velluto la tenevano incollata ad esso. Un suo gemito – timido quanto poco convinto tentativo di ribellione – fu soffocato dalla fascia che le copriva la bocca. Si arrese alle sensazioni che sembravano avvolgerla e che venivano dal misterioso corpo che la sfiorava.

Sentì una lingua sfiorarle il capezzolo. Reclinò il capo all’indietro. Tese il corpo, ma non ottenne altro che uno scricchiolio del letto. Era in apnea. Si rese conto di aver dimenticato il freddo della stanza. I capezzoli scottavano e, in tutto il suo corpo, il sangue affluiva in superficie in seguito all’eccitazione. Due mani, di dorso, le sfioravano l’interno delle cosce, risalendo lentamente. Si fermarono a pochi centimetri dal pube. La lingua a punta le tormentava il capezzolo in modo quasi crudele.

Quando perse il contatto con le mani dello sconosciuto, avrebbe implorato per riaverle addosso.

Come se le leggesse nella mente, l’uomo invisibile gliene posò una sul viso, mentre con l’altra reggeva il seno che stava leccando. Delphine si sentiva ormai appartenere a un sogno. Le labbra abbandonarono il capezzolo per scivolare sulla sua pelle, apparentemente senza una direzione precisa: nell’incavo fra i seni, poi su, sul collo, ancora giù, fino all’ombelico. Qui, sentì la pressione della lingua, poi di nuovo su un seno, l’altro, e ancora sul collo. Poteva sentire il suo respiro caldo, poteva annusarlo. Non aveva profumi, ma la inebriò, forse proprio per questo, ancora di più.

Quando si staccò da lei, si sentì smarrita. Si rese conto con disappunto che non avrebbe potuto sopportare la separazione da quel corpo sconosciuto. Intuì, dal rumore, che si stesse alzando.
Pur avendo gli occhi aperti, pur potendo vedere il paesaggio ormai familiare della boule dall’interno, si sentiva cieca.

Un calore inatteso le sfiorò le labbra, subito dopo aver sentito scivolare in giù il nastro che le chiudeva la bocca. Riconobbe l’odore, e poi la forma, di un pene in piena erezione. Lo esplorò con la punta della lingua, sentì il contorno del glande, la spinse sotto il prepuzio, poi avanzò, sfiorando le venature che pulsavano. Gli chiuse la bocca intorno, sfiorandolo delicatamente con le labbra, mentre muoveva la testa avanti e indietro. Sentì il respiro dell’uomo misterioso farsi affannoso. Una mano le sfiorò la nuca. Si sentiva avida, famelica. Il centro del suo corpo era in ebollizione, i capezzoli le dolevano. La pressione del velluto sui polsi e sulle caviglie era intollerabile.

Pure, pensandoci bene, erano un alibi perfetto per quello che, in altro contesto, mai avrebbe acconsentito a fare. Non in quel modo.
La sua testa ondeggiava facendo scomparire e riapparire il pene fra le sue labbra. Parole senza senso, in effetti, scomparire e apparire! Respirava a fatica. Enorme fu la sua delusione quando perse di nuovo il contatto, rimanendo in affanno imprigionata a quel maledetto letto.

Inaspettatamente, invece, sentì due mani scioglierle i piedi, e poi le mani. Due braccia muscolose la sollevarono e si sentì stretta a un uomo che continuava a non vedere. Si aggrappò a lui. Sentiva ogni centimetro della sua pelle aderire all’altro, i suoi seni premuti contro il petto, il sesso sul ventre e le gambe incrociate dietro il suo culo. Inalò il suo odore, se ne sentì pregna, se ne sentì padrona e, al tempo stesso, seppe di appartenergli. Scivolando verso il basso, venne a trovarsi con la fica incollata al pene. Una mano lo guidò dentro di lei. Trattenne il respiro fino a lasciarlo andare quando fu riempita, piena. Il bacino dell’uomo si muoveva spingendo sempre più a fondo.

Avvinghiata a lui, ne assecondava i colpi. Erano ormai un tutt’uno, si muovevano all’unisono. All’unisono inspiravano ed espiravano. Le braccia avvolte intorno al collo, le gambe incrociate sul culo, accoglieva ogni poderoso colpo di quel corpo di cui ignorava visivamente tutto, seppure le pareva di conoscere in ogni recesso. All’unisono goderono, stringendosi ancora più forte, mentre le labbra di entrambi, come impazzite, affamate, non riuscivano a saziarsi del viso e del collo dell’altro.

Crollarono di nuovo sul letto, dove giacquero per lunghi minuti, incollati, dopo i quali si abbandonò alla stanchezza che tutte quelle sensazioni avevano prodotto su di lei.

Quando si svegliò, non seppe dire quanto tempo dopo, non ebbe il coraggio di guardarsi intorno per paura di non trovare più il rassicurante boschetto verde.

Si mise a sedere sul letto sfatto, le mani affondate nel materasso, riconobbe i contorni della stanza, la neve che continuava a cadere con lentezza interminabile, il calore di un focolare che sembrava non doversi mai spegnere, la vestaglia rossa abbandonata in un mucchietto serico.

Appoggiò i piedi a terra, godendo della sensazione voluttuosa del folto tappeto sotto le piante, poi si avvolse nella vestaglia e si diresse verso la finestra. Restò a lungo in piedi a guardare il bosco intorno alla casa, il paesaggio irreale, quella neve così incongrua che la ipnotizzava con il suo candore.

Fece aderire la guancia al vetro per cercare un po’ di refrigerio, i crampi al ventre, il languore che sentiva, tutto le ricordava i momenti appassionati appena trascorsi e si sentiva arrossire per la sua audacia, non si riconosceva nella creatura selvaggia e disinibita che si era concessa senza pudori.

Un rumore dietro di lei, il respiro caldo, un bacio delicato alla base del collo la fecero sorridere, il cuore che batteva all’impazzata. Lui era lì, vero e reale benchè non visibile.

-Vuoi restare con me Delphine, vuoi rimanere in casa mia? – risuonò una voce nella sua testa.

Lei si girò, felice come mai prima, pronta a dire sì, mille volte sì, ma una forte scossa la fece barcollare, cercò di aggrapparsi a braccia che non vedeva e d’un tratto ci fu un rumore secco e uno schianto che la fece cadere all’indietro e sbattere la testa sul parquet perdendo i sensi.

Quando rinvenne si trovò nel suo appartamento, completamente nuda tranne che per un nastro di velluto arrotolato attorno al polso, livida di freddo. Al suo fianco il tavolino rovesciato, la boule de neige in frantumi, una piccola pozza di glicerina e lustrini tutto ciò che restava di quel mondo incantato e del suo abitante, mentre il gatto, nascosto sotto la credenza, la scrutava con occhi guardinghi, solo in apparenza innocenti.

Restò a lungo seduta a terra, circondata dalle macerie del suo piccolo sogno, giocherellando distrattamente con il palazzetto di pietra posato sul palmo della mano, nella speranza di vedere un’ombra muoversi al suo interno.

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73 thoughts on “Boule de neige

  1. Che dire? Che l’ho letto senza respirare? Molto coinvolgente anche perchè, dal mio punto di vista, l’elemento erotico – un genere letterario che non amo particolarmente e non certo per pruderie, figurati! – è un elemeno di contorno, vi leggo la metafora della liberazione da una vita vissuta in una confortante e rassicurante boule de neige.
    Ottima scrittura, bravi! 🙂
    Primula

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  2. il potere della fantasia, non la vostra ma quella della protagonista che nella mia lettura sente con la pelle quello che la fantasia immagina. Ma è un brano aperto a molte chiavi: favolistica, simbolica,autoconsolatoria (nel senso che ho appena detto), morale (l’uomo è solo un’ombra (ribaltamento dell’assunto maschilista “purchè respiri”) sfrondata da tutto il superfluo), virtuale (l’incorporeità che nella suggestione diventa presenza).
    il racconto è intrigante e ben condotto, non si notano, io almeno, le mani diverse sulla tastiera.
    Le chiavi che ho individuato non sono in contrasto tra loro ma fuse in una trama scorrevole e piacevolmente piccante.
    unico appunto: per me, in letteratura, “pene” sono quelle dell’inferno o di una sala d’anatomia, perchè come dice quel barese occorre dire pane al pene 🙂
    ml

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    • La tua lettura critica è sempre generosa e intellettualmente appagante. Mi regali spunti di riflessione notevole e te ne sono grata. Il tuo appunto finale mi ha fatto sorridere. Credo che il mio partner di racconto abbia voluto mantenersi su un termine neutro per non urtare la sensibilità di nessuno. È stato molto galante con me e ha tergiversato, perché temeva io ricevessi critiche per il contenuto troppo esplicito.

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