Oscura necessità

maison_glycines

fonte: web

La strada che conduceva all’abbazia era in leggera e continua salita ed era fatta di ampie lastre di pietra bianca, levigate e scivolose, oliate dalle migliaia di passi devoti e speranzosi che avevano sopportato nei secoli, sostituiti ora dal chiassoso scalpiccìo di turisti più interessati alle foto ricordo che alla cura dell’anima.

Era stanca, affaticata dalla giornata di vacanza, l’ultima, consumata avidamente nel tentativo di vedere quante più cose possibile prima del ritorno a casa.

Le dolevano i piedi calzati da un paio di sandali di cuoio dal tacco basso, eleganti ed essenziali, perfetti per un aperitivo in spiaggia ma inadatti al luogo, e procedeva lentamente, ben attenta a individuare le insidie delle piccole infossature, scivolando leggermente all’indietro ad ogni passo.

Il suo compagno era molto più avanti, ben saldo sulle gambe da montanaro provetto, e di tanto in tanto si girava a incitarla con un’occhiata ironica e impaziente, scuotendo la testa di fronte alla sua ennesima scelta sbagliata.

Lei sbuffava, sempre più irritata, gli occhi ostinatamente rivolti al suolo, i pensieri intenti a volteggiare intorno alla sua testa come un nuvolone carico di grandine.

All’improvviso le arrivò alle narici un profumo intenso e stordente di glicine, talmente presente da rivestire di un manto solido l’aria che la circondava.

Alzò la testa trovandosi davanti una casa antica e un po’ malandata, la facciata coperta quasi completamente da grappoli opulenti che le davano un aspetto fatato.

Il cartello appeso alla colonna di arenaria recitava, con poca fantasia o grande pragmatismo, “La maison des glycines” e lavagne scritte a mano la qualificavano come petit hotel de charme et restaurant.

Fissava affascinata quel piccolo edificio sospeso nel tempo, desiderosa di un’ultima notte in un letto in prestito tra lenzuola profumate di perborato, di un lungo bagno e di un po’ di silenzio dietro quelle persiane scrostate.

Chiamò il nome del suo compagno, facendogli un cenno con la mano mentre già si preparava a entrare.

La proprietaria, una piccola francese poco comunicativa, le mostrò l’ultima camera rimasta, prendendo una pesante chiave di ottone dal pannello alle sue spalle.

L’ultima e la più cara, le aveva detto guardandola negli occhi come a soppesare le sue possibilità economiche, alzando le spalle in un gesto di resa al suo laconico ce n’est pas un problème.

La stanza al primo piano era malinconica e perfetta nella sua decadenza. Un grande letto a barca in legno dipinto di verde salvia, un armadio in noce con le ante appena socchiuse, piccole mattonelle antiche di cotto incerato, due finestre alte e strette protette da persiane di legno, da cui si intravedevano i grappoli di glicine, pendenti come orecchini ai lobi di una donna matura ma ancora affascinante. In un angolo troneggiava una grande vasca da bagno con piedini a zampa di leone, vicino ad un vecchio camino in ardesia spento e cupo come l’umore di lei.

Un sorriso, un cenno di capo, la grossa chiave al sicuro nella borsa, e si affrettò in strada dove il suo compagno la attendeva a braccia conserte.

Ripresero a camminare fianco a fianco, le braccia che si carezzavano l’un l’altra nel movimento, fino alla spianata su cui si ergeva la chiesa abbaziale nel suo bianco splendore.

L’interno era spoglio e ieratico, appena profumato da un mazzo di glicine ai piedi dell’altare, semideserto in quel tardo pomeriggio ad eccezione di un gruppetto di turisti raccolti intorno a una donna vestita di bianco, la loro guida, che stava modulando un antico canto di laude per svelare la stupefacente acustica per cui quella chiesa era famosa.

Lei si sedette nell’ultimo banco in fondo alla navata, appoggiando la testa alla colonna, gli occhi chiusi per meglio assaporare quelle note senza tempo che le entravano in profondità nel cuore. Amava la musica in un modo viscerale, le note si aggrappavano ai muscoli del ventre, scorrevano in una danza primitiva abbracciate al suo sangue e l’intero suo corpo diventava cassa di risonanza, se ne nutriva, ne aveva bisogno come di acqua e aria da respirare e la menomazione fisica lasciatale dall’incidente, il non poter mai più suonare, a distanza di molti anni la straziava come il primo giorno, la faceva svegliare di notte con il volto coperto di lacrime amare e le dita che ancora si muovevano sui tasti di un pianoforte immaginario.

Il suo compagno passeggiava per la chiesa con la guida turistica sotto il braccio e la reflex puntata verso il rosone acceso di luce. Lei sorrise, scuotendo la testa come sempre di fronte al suo modo di assorbire la bellezza, ai suoi tentativi di immortalare l’effimero senza riuscire a coglierne veramente l’essenza.

D’improvviso sentì il bisogno di fuggire, di allontanarsi da quella figura amata e mai del tutto compresa, di restare sola per trovare rifugio in quelle che lui definiva le sue necessità oscure, il giardino segreto di cui nessuno aveva la chiave oltre a lei.

Gli si avvicinò toccandolo con la mano, gli bisbigliò all’orecchio che non sarebbe rimasta per ascoltare i vespri cantati dai monaci dell’abbazia, adducendo la scusa di un mal di testa e di un bagno caldo, gli sfiorò le labbra con un bacio leggero e, ormai oltre la soglia, gli sorrise mentre lui rubava il suo sguardo con una foto a sorpresa.

Nella penombra della stanza ascoltava il silenzio, immersa nella vasca di acqua calda in cui galleggiavano alcuni fiori di glicine, staccati dai grappoli che incorniciavano la finestra.

La mano bagnata disegnava archi, nella mente echeggiavano le note di una sonatina di Bach, un pezzo per principianti che conosceva a memoria. Dalle dita che danzavano a tempo di musica le gocce d’acqua cadevano a terra, a formare piccole pozze che scurivano il cotto rossiccio.

Erano quelli i momenti di oscurità che tanto la spaventavano e insieme desiderava, gli istanti in cui il barattolo si apriva e ne uscivano falene, nere e setose che avvolgevano la realtà di un velo opaco. Erano i momenti in cui la felicità non esisteva più, il tempo si pietrificava e rimaneva solo un vuoto polveroso che niente poteva colmare.

Si riscosse dal torpore ipnotico, afferrò il bordo della vasca con le dita raggrinzite dal lungo bagno e si alzò in piedi, mentre altra acqua cadeva con garbo al suolo.

Osservando le pozze ai suoi piedi le tornarono alla mente i versi di una poesia “scansavo le pozzanghere, specie quelle recenti dopo la pioggia. Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo, benchè sembrasse come le altre“.

Una pozza le sembrava diversa dalle altre, densa e cosparsa di cerchi irridescenti, come se un velo d’olio ne coprisse la superficie. Quasi per sfida vi immerse la punta delle dita e osservò con stupore misto a consapevolezza il piede che si immergeva senza toccare il fondo, la pelle che diventava trasparente svanendo man mano che perdeva coesione.

Con un sospiro immerse anche l’altro piede, immobile e nuda, una statua di sabbia che l’acqua lambiva disgregandola poco a poco. Restò a osservare senza rimpianto il suo riflesso nel grande specchio inclinato sul camino, finchè ebbe occhi per vedere.

Poi con sollievo divenne solo un’oscura necessità e fu buio e assenza di musica.

Nell’aria Red Hot Chili Peppers – Dark Necessities

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90 thoughts on “Oscura necessità

  1. Struggente, incalzante, colorato del colore del glicine, della salvia, armonico, fluente ma in salita, il profumo infine che solo pochi scritti sanno dare. Leggere un post così ti compensa del girovagare per giorni fra blog. Senza fiato.

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  2. Sublimazione. Dallo stato solido allo stato gassoso. In questo racconto, ho sperimentato la sublimazione. La fisicità dell’inizio, la “pesantenzza” del suo incedere, poi quella casa…E’ la casa che ha trovato lei. Lei sembra avvertirlo, percepirlo, ne è attirata inconsciamente. E non resiste. E’ stanca, terribilmente stanca. Nell’aria, profumi e note, preannunciano ciò che sta per accadere. L’ultimo atto è la fine più bella che avresti potuto regalare a una donna così dolce, semplice e profumata…come il glicine. Bravissima Mela Morgana! 😉

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      • Eh… Comunque è tanta roba, tanta davvero… per fortuna c’è chi riesce a spiegare perché. Io applaudo: questa è la Mela che ammalia tutti 😉

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      • No e lo dico in tutta sincerità e senza falsa modestia. Anzi penso sempre di aver scritto una stupidaggine solenne. Ogni volta il vostro apprezzamento è come un regalo inaspettato, una festa fuori stagione 😊

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      • Eppure scrivi in una maniera… C’è cura, l’impressione è che tu voglia davvero bene alle parole e alle storie, che le coccoli prima di posarle sulle righe…

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      • Se ti dico che l’ho scritto ieri in poco più di un’ora e quando ho pubblicato mi sono accorta di non aver messo il titolo? Domenica avevo dei flash di parole e sensazioni ma nulla di definito. Poi ho sentito il bisogno di scrivere.

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      • Forse di un certo tipo di scrittore. Io sono molto impulsiva, uso per definire il tipo di urgenza che mi spinge, la metafora del troppo pieno.
        Tu sei un tipo di scrittore più meditativo, hai una immaginazione che scava in profondità.

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      • Ci addentriamo in un terreno difficile. Io ad esempio mi considero una lettrice che scrive, una pentola a pressione in cui tutto ciò che ho letto, i miei ricordi personali e le mie sensazioni, si mescolano e creano vapore che deve sfiatare.
        Qualunque siano le tue motivazioni comunque scrivi bene, coinvolgi, fai pensare e lasci stupito chi ti legge. Questa è una dote che tanti scrittori veri vorrebbero possedere.

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      • Sinceramente, non credo che esistano scrittori che non siano anche (anzi che non siano prima di tutto) lettori, tutti quei mondi che scopri leggendo portano a farsi domande e a immaginare risposte, si diventa lettori della vita, mi sembra. E il tuo vapore è ciò che spinge da dentro per essere scritto, un tentativo di dare (finalmente!) una forma ai pensieri e alle sensazioni, insomma scrivi perché hai qualcosa da dire, qualcosa di urgente. Ecco infatti: in principio c’è quello che hai bisogno di dire, e poi viene il tempo per scriverlo, e se non c’è in qualche modo lo trovi, lo fabbrichi, DEVE esserci.
        Per me al contrario: in principio c’è il tempo, che in qualche modo devo riempire, se per qualsiasi motivo dovessi ritrovarmi con poco tempo semplicemente smetterei dall’oggi al domani, e forse ne sarei perfino sollevato, non ho qualcosa da dire ecco.
        Ehm, perdona la lunghezza 🙂

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      • Purtroppo ho scoperto che esistono molti scrittori che non leggono e sembra impossibile anche solo pensarlo!
        Non voglio contestare il tuo modo di sentire la scrittura, che tu voglia riempire un vuoto o ammazzare il tempo a me basta che stai qui e non scappi nel buco!

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  3. quante cose belle e quante cose da dire, l’ambientazione (curata, visiva, precisa mai leziosa), l’immagine che non è casuale (possibile che nel web abbia trovato un’immagine che calza come un guanto?), la trama, semplice come un fotogramma, delicata come una trina, intrigante in quello scivolare finale nella metafora, la scrittura descrittiva che accompagna il lettore senza preconfezionargli dei giudizi o prospettargli un finale già deciso, la metafora che non prevarica gli eventi così come sono descritti.
    molto piaciuto,
    ml

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  4. anzi no, un appunto ce l’ho: anzichè il brano degli red hot di cui solo il titolo evoca il racconto avrei messo qualche passaggio dalle variazioni goldberg bachiane, in cui il continuo vagare della musica per poi tornare a se stessa ricalca fedelmente l’atmosfera del racconto.
    ml

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    • Hai ragione ed è una scelta che ho meditato. La prima opzione è stato un brano di musica classica, una sonata di Bach sarebbe stata la decisione più canonica. Però la canzone dei RHCP, il titolo calzante, lo slapping ossessivo del basso di Flea e soprattutto questa parte del testo
      you don’t know my mind 
      You don’t know my kind 
      Dark necessities are part of my design 
      Tell the world that 
      I’m falling from the sky 
      Dark necessities are part of my design
      Mi hanno convinto ad utilizzarla. Ho pensato a quante volte quella donna può aver discusso con il suo compagno, spiegandogli perché non riusciva a capire quanto la sua oscurità fosse parte del suo design che ho preferito tradurre come stile, modo di essere anziché progetto.
      Grazie per la tua osservazione così acuta, che mi ha permesso di raccontare un retroscena 🙂

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  5. Le donne decidono della loro vita, le coraggiose…e nella tua donna hai avvolto la malinconia, la poesia e la stanchezza di molte di noi Tutto ovattato da un racconto che sembra un dipinto d’epoca.
    Mi affascina il tuo modo di scrivere. tanto.
    E’ un’immagine ed emozione continua, con il finale mai scontato.
    Grazie.

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    • Come ho detto anche rispondendo ad altri il regalo più grande è quello che mi fate ogni volta con i vostri commenti precisi, acuti, intelligenti e affettuosi. Ogni volta è meraviglia e ogni volta è tremito nel profondo per paura di deludere. Cerco sempre di mettere il cuore e spero che si senta. Grazie a te, mille volte.

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  6. L’animo di una donna non ha confini definiti, e il tentativo di delinearli spesso è vano.
    Così questa anima in pena trova nell’oblio la fuga dal mondo, e da un lui che forse non l’ha mai completamente capita.

    Grandi RHCP, ottimo brano. Ciao Mela.

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  7. Hai dipinto con le parole lo sfondo di un racconto intenso. Ne hai sparso nell’aria il profumo, il mistero, la curiosità. Prendi per mano il lettore e lo accompagni tra pagine d’arte e poesia.
    Molto, molto bello.

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  8. Ho abbandonato per oggi le escursioni in montagna e mi ritrovo a passeggiare tra le tue parole.
    Questo racconto è splendido, ma non avevo bisogno di conferme. Il tuo scrivere ha un grande pregio: non ti imponi, accompagni il lettore nelle atmosfere che crei e nelle storie che intrecci.
    Il sapore e il profumo della “mia” Francia mi hanno sedotta. mi è sembrato di rivedere alcuni relais du silence in cui sono stata in Borgogna.
    Brava e ancora brava!
    Primula

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    • Primula mia dolce amica che sorpresa! Sono felice del tuo passaggio nonostante la pausa vacanziera. Mi ha fatto un piacere enorme e non ho parole per ringraziarti se non le solite e banali. Brava, hai riconosciuto esattamente il posto.
      Un abbraccio forte e buona continuazione di vacanza ❤❤

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  9. Ci sono luoghi della Francia, queste campagne infinite percorse dalle loro lunghissime strade statali che scorrono a ridosso del tempo, che considero i luoghi ideali per ritrovare se stessi. Ho memoria di una locanda lungo la strada tra Strasburgo e Metz, se ricordo bene, che il tuo racconto mi ha riportata vivida alla memoria.
    Il tuo racconto, davvero molto ben scritto, un racconto del tipo portoillettoreconmedentrolastoriacosìselavivepiena, ha anche, alla mia personale lettura (perché il lettore trasforma sempre quello che viene scritto in qualcosa di nuovo), una caratteristica molto originale. Io ci percepisco due storie che vivono in parallelo: la storia che si dipana dalle parole del racconto e un’altra più personale, senza tempo e dai contorni indefiniti che aleggia sospesa in ogni passaggio.

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    • Ci sono molti luoghi in cui lasciamo un pezzetto di noi nel tentativo di ritrovare noi stessi. In realtà finendo per smarrirci ancora di più, a volte.
      Mi piace molto vedere come un racconto si trasforma nell’interpretazione dei lettori, come fosse un abito che si adatta a chi lo indossa. Forse è vero che esiste una storia sottesa, ma non è sempre così, non c’è sempre uno spunto personale dietro ogni storia raccontata? Grazie per il tuo commento graditissimo! 🙂

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      • Anch’io adoro vedere i racconti trasformati dai lettori. Così come sono d’accordo con te che alla fine gli spunti personali si nascondono spesso dietro i nostri racconti. A volte però il mix riesce meglio di altre e a volte si ha la sensazione che storia personale e racconto scorrano su piani paralleli non banali, affiancati e disgiunti. E il risultato mi piace molto. 🙂

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  10. Beh è un botta questo racconto, ma la mela ha diversi sapori, come la golden o quelle verdi un po’aspre che a me piacciono tanto. Ecco forse questa la posso utilizzare per il tuo racconto che è forte, ma che lascia comunque quel sapore appagante in bocca. E poi mi è piaciuto molto il finale.Sei troppo brava Mela! Un abbraccione

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  11. Che meraviglia, che atmosfera incantevole, da rimanerne inebriati. Altro che deludere chi da tanto ti legge, ti stima, ti segue, ti vuol bene…la tua scrittura è delicata e intensa insieme, sempre più raffinata. Tu devi scrivere, lo sai vero? E non solo qui, che è già gran cosa, devi davvero credere nel tuo talento! Un abbraccio forte Melina, io sono in partenza….non potevo non passare a salutarti.

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  12. Non li leggo tutti i commenti qua sopra. Ne prendo qualcuno a campione e tutti dicono la stessa cosa. Qui si fa “scrittura” della più alta. Ogni volta è una gioia qui da te. Sei bravissima Mela. Non è che devi scrivere. Tu SCRIVI. Spero che qualcuno ti scopra presto perchè te lo meriti. 🙂 ❤

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