Accanto al fuoco – viii

«Buongiorno piccola mia, come stai?» Bhumi si inginocchia all’altezza degli occhi di Lynx, che appoggia con un verso gutturale la testa alla sua fronte e una zampa sulla guancia. Restano a lungo così, immemori del tempo che scorre e consapevoli solo dell’amore assoluto che le attraversa come fossero una sola anima.
Bhumi si alza, passandosi le dita sul viso a cancellare lacrime silenziose e un dolore che so essere pari al mio, e mi fa cenno di seguirla all’interno.
La abbraccio con forza, è piccola ma ne percepisco l’energia potente mentre abbandona la testa sul mio petto e mormora «Il tempo è trascorso molto in fretta, la spirale dei giorni è quasi giunta al suo avvitamento. Ora che sei qui, il nostro compito sta per terminare».
La allontano un poco, tenendola per le spalle, e guardo il suo volto per ritrovare i lineamenti che ho cercato di dimenticare in questi lunghi anni.
Il tempo è stato gentile con Bhumi e poche rughe le solcano il piccolo volto rotondo. Noto come ha cercato di modificare i suoi tratti con piercing di metallo appuntito, un tatuaggio che le scende dalla base del collo verso il centro del petto e i capelli, non più lunghi e del candore sfavillante che ricordavo, ma corti e rossi come le foglie degli aceri in autunno.
Gli occhi no, sono ancora gli stessi, grandi e limpidi, del colore verde della salvia, anche se possono cambiare come quelli di un camaleonte e diventare grigi di odio feroce durante la battaglia, gialli come quelli di un gatto nel pericolo imminente, di nera pietra spenta di fronte al dolore più grande.
È vestita di nero fino alla punta degli anfibi chiodati, indossa un corsetto di piastre metalliche sovrapposte e alte polsiere di metallo, che scintillano alla luce delle lampade.
«Mi tengo sempre pronta» è l’asciutta risposta alla domanda muta dei miei occhi.
Entriamo nella piccola cucina che profuma di fiori ed erbe medicinali, di spezie esotiche e tè nero. La stufa calda emana un buon odore di arancio bruciato e i fiori, negli innumerevoli vasi improvvisati, ruotano le corolle al suo passaggio e sbocciano impetuosi, felici di onorare il suo potere.
Bhumi comanda la terra in tutte le sue manifestazioni e le specie che ad essa appartengono, guarisce con l’arte delle erbe e dona il suo aiuto a chi soffre. Plasmata dalla sua volontà la terra muta forma e si muove senza sforzo. L’ho vista aprire voragini sotto i piedi dei nostri nemici, provocare terremoti, far esplodere massi in schegge taglienti per infilzare l’orrore che ci minaccia, sentirne i passi prima che sia giunto a destinazione, strangolare con l’aiuto di radici scalzate dagli alberi.
Sa essere dolce come la più amorevole delle madri, crudele come il più freddo dei sicari e io la amo teneramente come una sorella.
Mentre armeggia con tazze ed erbe essiccate mi aggiorna sui movimenti degli Oscuri. Il loro potere sta crescendo ogni giorno di più e ormai sono così spavaldi da attaccare anche in pieno giorno nelle periferie più miserevoli. Si servono di accoliti e famigli, relitti senza scrupoli cui hanno succhiato gli ultimi residui di umanità facendone degli automi senza volontà propria.
Le cellule del Circo lavorano in modo indipendente, coordinandosi attraverso i ponti radio e riunioni segrete che spesso vengono interrotte da aggressioni repentine. Negli ultimi tempi le perdite sono state gravi e le battaglie tanto sanguinose da affievolire la speranza anche tra i più saldi fra noi.
«Hai notizie di Sjor?» le chiedo a bruciapelo e noto le sue spalle irrigidirsi per un momento, prima che un no secco e definitivo risuoni nell’aria.
Mi posa sotto il naso una tazza di qualcosa che fuma con un odore acre e poco invitante, poi si siede davanti a me «Bevi – mi ingiunge – sento che la battaglia è stata dura e il tuo corpo ne ha bisogno». Chino la testa obbediente, trangugio con una smorfia il liquido caldo e acidulo che inizia subito la sua opera risanatrice e allontana rapidamente il dolore dai miei muscoli. Bhumi aspetta in silenzio che il medicamento faccia effetto, spiandone i segni sul mio volto, mentre accarezza senza posa la testa di Lynx sulle sue ginocchia.
Mi sfugge dalle labbra un gemito soddisfatto e sollevo la testa con un sorriso, che si interrompe non appena vedo il suo volto farsi teso e cambiare espressione, mentre gli occhi le diventano gialli, freddi e pericolosi come quelli di un cobra. Lynx inizia a ringhiare, mi alzo rovesciando a terra la sedia con fracasso e in quell’istante l’antiquata radio a onde corte si mette a gracchiare. Tra le scariche la melodia si fa via via più limpida e riconoscibile, è Paranoid, il segnale che il Circo utilizza in caso di attacco imminente.
«Stanno arrivando. Ora!» Bhumi infila i suoi letali Kama nelle custodie che indossa sulle gambe, afferra il Naginata, il bastone dalla punta animata, e si dirige sicura alla porta. Lynx la segue con un balzo, io sguaino il pugnale che luccica nella penombra calda e confortevole della cucina, un’immagine di casa contrapposta al sentore della morte incombente.
Usciamo nel vicolo ancora deserto e semibuio, percorriamo poco più di metà di quel budello angusto prima di vedere l’aria tremolare come davanti a un grande fuoco e l’oscurità farsi più densa e corporea.
Una sagoma scura affiora all’improvviso dal muro alla mia destra, come un bassorilievo o un cadavere che emerga dal fango delle paludi. Per un istante resta immobile, ci fissa quasi con scherno dal fondo del cappuccio che le copre il volto, poi incomincia a dividersi, gli arti si allungano mollemente come le estroflessioni di un’ameba e dall’orrenda mitosi ecco due sagome separarsi dalla genitrice. Ora un terzetto dalle bocche fameliche ci attende.
La stessa cosa sta succedendo alla mia sinistra e davanti a noi, mentre alle nostre spalle solo il roseto illumina ancora di speranza il fondo del vicolo.
Bhumi appoggia la schiena alla mia, un assetto da combattimento che ci ha permesso di vincere molte battaglie, e iniziamo a ruotare guardinghi, tentando di capire chi tra i nove mostri si getterà per primo su di noi.
Far scorrere il sangue, il loro e il nostro, è inevitabile. Bhumi mi stringe la mano, Lynx ruggisce, io urlo il mio odio. Ora è il momento di uccidere, ora si vive o si muore. Insieme.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

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55 thoughts on “Accanto al fuoco – viii

  1. “…piccola cucina che profuma di fiori ed erbe medicinali, di spezie esotiche e tè nero. La stufa calda emana un buon odore di arancio bruciato e i fiori, negli innumerevoli vasi improvvisati, ruotano le corolle al suo passaggio e sbocciano impetuosi, felici di onorare il suo potere….” ci sono dentro, ma questa considerazione è sublime:un’immagine di casa contrapposta al sentore della morte incombente., da la netta sensazione di come può essere la vita, bianco/nero…
    Bellisimo, avvincente racconto….e aspetto.

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  2. Vado dritta al sodo cara Mela e resto sempre più convinta che tu debba scrivere un romanzo.
    La disinvoltura lessicale e la sintassi curatissima che accompagnano la tensione del contenuto sono davvero notevoli. 👏 👏 Sei brava. Punto.
    Primula

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  3. Ma quanto mi piace questa serie? Ho sempre l’impressione che non potrebbe essere scritta in altro modo, che tutte le parole siano al posto giusto – e che non si potrebbe aggiungere o togliere senza rovinarla un po’… E pure Bhumi e Pyros: non potevano essere diversi da così, due che – mi sembra di vedere- non si sono mai detti “ti voglio bene”, non a parole almeno. (Capelli corti e rossi? Mmm… 🙂 )
    Sempre ogni bene!

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