Anima noir

Luci d’inverno in giardino

Il noir non è un genere.

È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.

Il noir più che indicare un genere specifico designa un tono generale, una serie di motivi, un insieme di sottogeneri.

(Giorgio Gosetti)

Questa sera la nebbia smussa i confini di ciò che è reale e confonde gli occhi e le orecchie, rimandando al cervello un’immagine misteriosa e suoni ovattati di passi intirizziti. Il giardino, immerso nella fredda umidità di una notte qualunque, si staglia nero su un fondale di luci industriali. Sarebbe facile, socchiudendo appena gli occhi, immaginare una sagoma appoggiata a uno dei tronchi in disparte, le fattezze di un volto indurito e stropicciato dalla vita, un filo di fumo che si leva nell’aria mischiandosi alla nebbia, l’attesa solitaria di qualcosa o qualcuno che si fa aspettare, la sottile minaccia di quell’ombra nel buio.

È solo un fantasticare a occhi aperti che svanisce in un istante. Così, abbandono gli innocenti alberi al loro letargo infreddolito e sorrido delle elucubrazioni della mia anima noir e un po’ pulp che si nasconde, insieme al punk, dietro la patina di perbenismo sabaudo.

Una buona parte dei film migliori che ho visto e dei libri più appassionanti che ho letto appartengono a questo genere. Leggo anche molto altro, ma prima o poi un po’ di sangue deve scorrere, una rivoltella deve fare fuoco, altrimenti non mi diverto fino in fondo.

In casa mia giravano molti libri di fantascienza e quelli che allora venivano definiti “gialli”, ricordo le bellissime copertine della serie Urania, la serie nera dei gialli Mondadori, immagini di coltelli insanguinati, asce e donne con la bocca spalancata in un grido silenzioso.

Fu davvero una strana educazione letteraria per una bambina curiosa e avida di emozioni, unita alla poca vigilanza di genitori molto assorbiti dal lavoro. Io la chiamo fortuna e grazie a quelle letture, rubate di soppiatto dal comodino di mia madre, mi è entrata nel sangue la passione per il noir.

Che sia un romanzo gotico, il capostipite del genere, un noir mediterraneo cui appartengono ottimi scrittori italiani, la raffinatezza malinconica degli scrittori francesi, Leo Malét e Simenon tra i miei preferiti, o un robusto hard boiled americano, non faccio distinzioni, mi piacciono tutti e li leggo con entusiasmo.

Se però dovessi indicare IL libro, quello che porterei con me su un’isola o salverei da un incendio, non potrei che riferirmi a Il lungo addio di Raymond Chandler.

Il protagonista è un detective Marlowe differente dalla caratterizzazione rude e maschilista dei libri precedenti. Qui è una figura più malinconica, ha un atteggiamento protettivo e affettuoso nei confronti di un amico, se ne avverte la tristezza infinita e quasi insostenibile. È un uomo più nudo e indifeso, neppure l’alcool e l’atteggiamento disilluso bastano a proteggerlo dalle delusioni cui lo condurrà il suo idealismo.

C’è  un  senso  di  quieta disperazione che aleggia  nel  romanzo, la  sensazione della  rovina ineluttabile già dal primo incontro  con Terry che Marlowe, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, tenta di salvare e proteggere con cieca ostinazione dalla corruzione della società alto borghese, che nasconde le  sue  miserie  dietro  il denaro, e dalla violenza ottusa della polizia.

È un libro che ha fatto scrivere molto sui retroscena che ne hanno accompagnato la stesura. Precede di poco la morte della compagna di vita di Chandler, si potrebbe dire che il decorso della malattia e la  sua  scrittura viaggiano in parallelo. Forse il titolo stesso può riferirsi alla lenta agonia del distacco dalla persona amata, l’ultimo saluto che si vorrebbe non dover pronunciare, anche se un’altra interpretazione allude invece allo sgretolamento mentale di chi è affetto da alcolismo, l’addio alla normalità.

Nella  figura  dello  scrittore  alcolizzato si è voluto vedere  proprio un autoritratto dello stesso Chandler. L’alcool, il demone che lo porterà alla morte, qui è presente più che in altri libri, è un fantasma che aleggia, il bicchiere colmo uno scudo che stordisce per non affrontare la vita. Alcune atmosfere ricordano quelle di Fitzgerald e verranno riprese anche da Fante e Soriano nel  suo Triste, solitario y final, che vede come protagonista proprio un Marlowe invecchiato.

I tanti personaggi dal passato inconfessabile, le femmes fatales dalla bocca rossa su cuori di ghiaccio, il gangster messicano, i poliziotti violenti, non manca nessuno degli stereotipi del genere noir. Si ha però la sensazione che sia un gioco di specchi per mascherare altra e più profonda visione del mondo; ci si perde volentieri nei cul de sac di un labirinto di parole il cui filo si lascia dipanare solo nelle battute finali.

È un pezzo di jazz freddo, è whisky che brucia  in  gola,  è  malinconia  nebbiosa, è un  libro  del  cuore. Per me.

Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo.

La maggior parte delle persone passano la vita impiegando la metà di tutte le loro energie a difendere una dignità che non hanno mai avuto. (Raymond Chandler, Il lungo addio)

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77 thoughts on “Anima noir

  1. questo libro piacque molto anche a me. se non ricordo male parla della disillusione in un rapporto di amicizia, disillusione procastinata nel tempo perchè spesso nei rapporti è più facile far finta di non vedere che affrontare dispiaceri.

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  2. mi piace come parli delle letture che ami… riesci a far venir voglia di leggere cose decisamente distanti da me e questo è puro incanto!
    Sì… nonostante gli occhi luminosi e i capelli come li hai ( chi non lo sa, fatti suoi! 😉 ) sei parecchio noir… e sei meravigliosa ANCHE per questo.

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  3. Bello! Bello il Noir, bello questo tuo modo di raccontare un libro (e un genere)! Amo anche io moltissimo il Noir per quella malinconia del detective (una sorta di “sfiga” d’autore, però), quel modo di rapportarsi con il Male, sporcarsi le mani nel fango della Vita quotidiana. Non un Super-Eroe, ma un eroe al servizio della Storia.
    Ne sono un avido consumatore, dai libri ai film, ma anche i videogiochi. So che non ti interessano granché perciò evito di mollarti un link.
    Ma mi scalpitano le dita e quindi mi sfogo così:
    Marlowe si accese la sigaretta, l’ultima del pacchetto, ma non l’ultima di quel giorno che Dio aveva mandato prima di mettere su il cartello “Torno subito…Forse”. La notte era ancora lunga e lo sarebbe stata ancora di più se non avesse trovato un fottuto pacchetto di sigarette, anzi due. Guardo’ a destra, poi a sinistra, mise un piede giù dal marciapiede per attraversare quella strada deserta che il Sahara era congestionato al confronto. Di fronte, la luce al neon del Club attirava Marlowe come il sangue una zanzara: dentro vi avrebbe trovato la ricciuta bionda dalle forme procaci con la sua cassetta a tracolla da cui traboccavano pacchetti di sigarette, sigari e i suoi due tondi seni schiacciati in alto da un corpetto di due misure piu piccolo.
    Tirò una bella boccata, quasi per un quarto del cilindro di tabacco e cartina, e si portò al centro della striscia di asfalto bagnato, quando d’un tratto una voce alle sue spalle gli fece rivoltare le budella peggio del bourbon di quarta categoria, che non mancava mai nel suo ufficio. “Marlowe! Brutto bastardo!”…Uno sparo e tutto si confuse con il nero dell’asfalto e della notte.
    Marlowe aveva la scorza dura, quando riaprì gli occhi in un letto dell’Ospedale, lo accolse il fumo denso del sigaro del Capitano Warren. Dietro il fumo il viso tondo del pingueo Capitano si fece incontro a Marlowe. Marlowe disse:”Warren, dammi una sigaretta”

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    • Perdonami, i videogiochi sono un mondo alieno per me, li osservo affascinata ma non sono in grado di giocare….
      “Quella sera il Club era più strano del solito. Non che l’atmosfera di solito fosse salubre, il solito misto di fumo di sigaretta scadente, profumo dozzinale e liquori da quattro soldi, buoni per avventori disperati, commessi viaggiatori con la riga lucida di brillantina e scarpe da risuolare, impiegatucci in cerca di un’avventura a buon mercato, padri di famiglia desiderosi di dimenticare la moglie insoddisfatta e sovrappeso che li attendeva a casa. La rossa scosse la testa in segno di rifiuto e la sigaraia, una bionda volgare e procace, se ne andò ancheggiando in cerca di clienti.
      Si frugò nelle tasche del leggero soprabito che indossava sull’abito da sera di seta e ne cavò fuori un sigarillo lungo e sottile, una fotografia ingiallita dal tempo e un foglietto piegato in metà. Aspettava quel dannato Marlowe ormai da oltre un’ora, stava attirando troppo l’attenzione su di sé e quella era l’ultima cosa da fare in quella parte della città. Un sassofonista magro e triste stava dandoci dentro sul palco in una interpretazione appassionata di Lover man. Al vecchio Charlie sarebbe piaciuta….. con un unico sorso avido finì il bourbon che aveva davanti e, fingendo noncuranza, si guardò attorno.
      Una sagoma la fissava nella penombra fumosa. Dannato Marlowe sparito nel nulla! Ora la rossa era davvero nei guai.”
      (Dopo la bettola, il club?) 😉

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  4. La foto, per altro bellissima, la paragonerei alla malinconia che hai spiegato in riferimento al romanzo Il lungo addio, anche la nebbia nasconde la realtà, come le figure che racconti e che popolano le pagine di Chandler. Il noir non è nelle mie corde, se non come colore che invece adoro, ma Simenon mi piace molto, l’ ho spizzicato. Sempre interessante leggere le tue considerazioni, le tue passioni…leggere te.

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  5. mi ammalia questo tuo parlare del “lungo addio” che non è recensire un libro, ma un chiacchierarne col fuoco acceso e un bicchiere in mano. E io ti ascolto e penso a quel che si diceva da me dello scrivere qualcosa per dire altro, l’essere e il mal essere di sè, nascostamente. Lo fa Chandler con Marlow, lo fai tu con Chandler. Bello (e non ti sto dando dell’alcoolista mimetizzata tra le righe! :))
    ml

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  6. La tue parole sembrano stralci di libri, di quelli che in qualche modo ti restano appiccicati addosso. Alcune saranno anche noir, ma è un genere che in qualche modo appartiene a tutti. E i libri un po’ stemperano quel noir che abbiamo dentro 😉 Brava come sempre ❤

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  7. Pensa un po’ che stranezza la mia: non amo molto il genere noir, quello meno soft intendo, (anche se ho dovuto cimentarmi 😉 spero con un risultato almeno decente…) mentre mi affascinano le anime noir nella loro fragilità spesso celata sotto un velo da duro. C’è una differenza anche non troppo sottile, a mio avviso.
    Be’, cambio atmosfera e passo a un Natale in rosso. Auguri!! ❤
    Primula

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