Accanto al fuoco – xii

[Avviso: è molto lungo ma non potevo fare altrimenti.]

«Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio, risvegliando
le radici sopite con la pioggia
della primavera.

Ogni anno ad aprile Isern celebrava una piccola cerimonia privata di memoria e desiderio, risvegliando i ricordi dolorosi che lo tormentavano. Questo suo disperato accanirsi contro sè stesso, spietato come una brinata di tardo aprile, me lo faceva amare ancora di più.
Non c’erano altri invitati, solo Isern, il suo consunto libro di poesie, dono della moglie May, dentro cui conservava una ciocca dei capelli lunari di Faith, e tutto l’alcool distillato in casa che riusciva a ingurgitare, prima di crollare con la testa sul tavolo, i sensi perduti dentro un viscido oblio senza incubi.
Isern leggeva le poesie del libro accompagnando ciascuna con un bicchiere di liquore. Declamava ad alta voce, con enfasi forzata e un timbro via via più incerto e strascicato, fino ad arrivare ai versi tanto amati da May, Aprile è il più crudele dei mesi…, gridati con tutta la rabbia di un uomo che aveva perduto ogni cosa.
Aprile era il mese in cui venne trovata morta la piccola Faith, con la faccia schiacciata dentro un rigagnolo, le vesti a brandelli, il corpo abusato e devastato con tracce di bruciature rotonde sulle tempie.
A quel tempo nessuno conosceva ancora il potere maligno degli Oscuri e la loro caccia alle doti cinetiche degli albini. Voci, dicerie si diffondevano come peste nelle ombre dei bassifondi, ma l’uomo nero che mangiava i bambini continuava a restare un mistero.
Fu Isern a trovare la figlia dopo giorni di ricerche senza riposo, giorni in cui aveva sfondato crani e spezzato gambe, prima di arrivare ad avvolgerla tra le sue braccia un’ultima volta.
Da allora, la sua sete di vendetta, il senso di colpa per non aver saputo proteggerla e il desiderio di comprendere l’orrore dietro a quegli orrori, lo portarono a fondare il primo nucleo della Resistenza.
Purtroppo, la missione che si era impossessata del suo corpo e della sua mente gli fece sottovalutare il pozzo di dolore in cui era sprofondata la mente di May, una donna dolce e fragile di cui avevo visto una foto ingiallita, custodita gelosamente nel libro di poesie insieme a un biglietto vergato con scrittura elegante, Al mio unico e per sempre Isern, perchè la poesia contenuta in queste pagine possa nutrire l’amore che ci lega.
May si gettò nel fiume pochi mesi dopo la morte di Faith, stringendo tra le braccia la bambola preferita della sua bambina.
La doppia tragedia non fece che indurire ancora di più il cuore di Isern e rafforzare quello che era divenuto l’unico scopo della sua esistenza.
Per molti anni visse in solitudine, fabbro di giorno e giustiziere durante le notti di veglia, fino a quel freddo mattino di primavera in cui mi accolse come il figlio che non aveva potuto veder crescere.
La maledizione di aprile non era ancora stanca del suo tributo di vite umane, perchè fu proprio l’ultima notte di aprile che Isern mi lasciò per ricongiungersi a Faith e May.
Era tutto pronto per la cerimonia, Isern aveva già posato sul suo banco da lavoro il libro di poesie, protetto da un panno di feltro pesante, aveva acceso un lume a petrolio che emanava pigre volute di fumo grasso e stava cercando nella credenza la sua provvista di liquore.
Quell’anno tutto era carico di una valenza ancor più negativa. Proprio in quei giorni alcuni bambini erano spariti, volatilizzati nonostante la stretta vigilanza, e le ricerche non stavano portando che a false piste. Le speranze di trovarli vivi erano ormai quasi nulle, Isern era stanco e frustrato, aveva già bevuto molto non appena rientrato dall’ennesimo giro di perlustrazione, e potevo percepirne l’ira, bollente come lava dietro il suo metodico apparecchiare.
Io lo stavo osservando di sottecchi, preoccupato come sempre da quel rituale avvelenato che aggiungeva strazio alla sua mente e che ogni anno il suo corpo smaltiva con maggior fatica. Non avrei comunque potuto impedirglielo, era sordo ad ogni mio tentativo e avevo ormai imparato a non contraddirlo su quell’argomento. Non mi aveva mai torto un capello ma la sua forza e la sua ira erano famose e rispettate nei bassifondi della Città.
In quel momento, un bussare concitato riscosse entrambi dalle nostre cupe elucubrazioni.
Senza attendere la porta si spalancò e Sjor entrò quasi correndo nella stanza, i capelli più ritti del solito e il volto rosso per la foga.
«Li ho trovati! Questa volta ci siamo!» e incominciò a raccontarci di come aveva seguito un mercante di carne, uno schifoso Metallico, predatore di arti umani da usare come pezzi di ricambio per chi poteva permettersi di sostituire i suoi arti corrotti con carne giovane, fino a un edificio abbandonato, al confine con la zona contaminata dal Lucòre. Aveva dovuto camminare per parecchie ore, il Metallico aveva più volte cambiato strada allungando il percorso per confondere chi lo stava spiando, ma l’abilità di Sjor e la forza che il suo potere gli dava gli avevano permesso di proseguire il suo pedinamento fino a destinazione.
Arrampicandosi come un gatto su per una scala arrugginita Sjor aveva visto l’interno dell’edificio dove, in un grande atrio spoglio, sembrava essersi radunata la peggiore feccia di tutta la Città. Mercanti di carne, pedofili, assassini prezzolati, erano tutti riuniti in piccoli gruppi e circondavano una grossa gabbia con all’interno piccole sagome, accovacciate ma apparentemente ancora vive.
«Ho visto anche un’altra cosa, Pyros.
Una presenza, un senso di oppressione al petto e ho avuto la sensazione che un tentacolo di energia stesse cercando di sondare il luogo dove mi trovavo, che tentasse di prendere la mia mente. Spostandomi in un punto più in ombra ho potuto vedere una figura scura, avvolta in un mantello nero, che sembrava mangiare la luce e la vita attorno a lei. Non tutti la vedevano, anzi sono quasi sicuro che potessimo vederla solo io e i bambini nella gabbia. Però lei li comandava, aveva il dominio su tutta quella feccia che sembrava reagire ai suoi ordini silenziosi come tante marionette», così mi disse Sjor e in quel momento capimmo che avevamo trovato l’uomo nero.
Isern ascoltava, cupo in volto, mentre le mani si aprivano e chiudevano spasmodicamente e le vene del collo, grosse come corde, pulsavano impazzite.
«Devo andare a radunare gli uomini. Dovete aspettare qui.
No! Non possiamo andare da soli. Anche se non c’è tempo da perdere abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti oppure falliremo. Vi ordino di aspettare, tornerò presto» così ci disse Isern, dopo avermi preso per le spalle e guardato fisso negli occhi con un tono che non ammetteva repliche.
Vorrei avergli dato retta, vorrei aver aspettato accanto al fuoco che lui tornasse con i rinforzi. Forse ora sarebbe ancora vivo.
Non andò così, ovviamente. Avevo il sangue che ribolliva, ogni mia cellula gridava vendetta, per ciò che avevo subito da bambino, per la mia cicatrice, per mia madre che mi aveva rifiutato, per Faith e May, per quei piccoli orfani che tentavamo di proteggere, perchè io e Sjor eravamo forti, una squadra invincibile ai nostri occhi, in realtà solo due pazzi incoscienti.
Afferrai i miei pugnali, il coltello che mi aveva forgiato Isern, il suo dono per la mia maggiore età, e mi bastò dare un’occhiata a Sjor per vedere il suo sorriso brillare spavaldo.
Mi risvegliò un urlo prolungato e terrificante, sembrava più il lamento di una bestia ferita che un grido umano, forse perchè di umanità in quel luogo maledetto non era rimasta traccia.
Ero legato con le mani dietro la schiena, steso bocconi a terra, una guancia schiacciata dentro una pozza di liquido tiepido, buttato come un sacco accanto a una delle colonne che sorreggevano un grande atrio. Per un attimo non ricordai perchè fossi lì, poi il dolore mi fece tornare la memoria.
Una volta arrivati, ci eravamo arrampicati sulla scala fino a un pianerottolo di ferro arrugginito e, scavalcando il telaio di una finestra sfondata, eravamo scivolati nell’ombra e avevamo iniziato una lenta discesa verso l’atrio, tenendoci accostati alle pareti. Dall’alto avevamo visto la gabbia aperta e un piccolo corpo immobile a terra. Questo ci aveva infiammato di ira il cuore, rafforzando il nostro puerile coraggio. Un lampo, un grido di avvertimento e la battaglia aveva avuto inizio.
Con il pugnale ben stretto in mano avevo subito infilzato il primo che mi si era parato davanti, mentre Sjor faceva volteggiare un bastone con le punte di ferro e creava un campo elettrico. L’odore di carne bruciata toglieva il fiato e anche io avevo il mio divertimento, scagliando una palla di fuoco dopo l’altra per tenere lontano quei mostri. Erano tanti, troppi e noi due ragazzi entusiasti alle prese con un potere che ancora non sapevamo dominare. La stanchezza si faceva sentire, un attimo di distrazione mi regalò un colpo violento alla tempia che mi fece cadere in ginocchio. Subito mi furono addosso in molti e persi i sensi, mentre sentivo Sjor urlare in lontananza.
Ruotando a fatica il busto, con gli occhi ancora annebbiati dal colpo preso, riuscii a voltare la testa in direzione del suono terribile che mi aveva risvegliato.
La sagoma nera era al centro della stanza e tratteneva per le tempie un ragazzino dai capelli bianchi, un tempo lucenti ma ora opachi come fiocchi di cotone, mentre un filo luminoso usciva dalla bocca e dagli occhi del ragazzo e veniva risucchiato nel cappuccio con un rumore osceno di piacere.
Poco lontano c’era Sjor, mio fratello, il mio affetto più caro, nudo e legato a pancia sotto su un tavolo e sopra di lui un essere ripugnante lo montava, come un animale, strappando dalle sue labbra ad ogni colpo quel lamento bestiale.
Sjor mi guardava con gli occhi pieni di lacrime e scuoteva la testa con forza, per farmi capire che era meglio non cercare di aiutarlo, attirando l’attenzione su di me.
Distolsi lo sguardo, atterrito. Ciò che avevo visto aveva portato via per sempre una parte di me, quel poco di innocenza che ancora mi rimaneva, ma non potevo stare ad aspettare la fine senza reagire.
Chiusi gli occhi e feci un profondo respiro, sentii l’aria entrare nelle narici e scendere dentro la gola, giù fino al petto, e andare ad alimentare la piccola fiamma che covava dentro di me. La potevo vedere, un filo rosso e bollente che si diramava lungo le vene, risaliva nei muscoli e più in superficie, riscaldando il mio corpo e le corde che lo legavano stretto.
Dopo poco queste presero a fumare e a bruciare lentamente, consumandosi finchè caddero a terra. Rimasi accovacciato, mentre la mano scivolava lungo la gamba per afferrare il coltello legato al polpaccio. Lo tenevo saldamente in mano, stavo già per gettarmi sull’uomo più vicino quando una mano enorme mi tappò la bocca.
Voltai la testa e c’era Isern, che mi guardava con occhi pieni di amore e sofferenza, e con lui tutti gli uomini dei bassifondi, pronti a ripulire quell’orrore.
Ciò che vidi e feci quella notte terribile è qualcosa che non potrà mai trovare pace dentro di me, basterebbero le cicatrici che costellano il mio corpo a ricordare la ferocia di cui fui capace.
Gli uomini di Isern si gettarono all’attacco, mentre lui si preparava a dare battaglia alla figura incappucciata. Per lunghi istanti lo persi di vista, impegnato com’ero nel tentativo di soccorrere Sjor.
La lotta infuriava con ogni mezzo e stavamo avendo la meglio su quella feccia, che iniziò a scappare come un nugolo di ratti, calpestandosi a vicenda per mettersi in salvo.
Mi voltai a cercare Isern proprio nel momento in cui la cosa gli afferrò la gola con gli artigli e gli piantò un pugnale nell’addome.
Urlai con quanto fiato avevo, fino a sentire le corde vocali spezzarsi con un suono metallico, e scaricai un bolide di fuoco su quel mostro, facendolo volare in un angolo, dove bruciò accartocciandosi come una foglia secca.
Presi Isern tra le mie braccia, incapace di fare qualunque cosa alla vista del sangue che scorreva a fiotti dal suo fianco, gli accarezzai il volto, chiedendogli mille volte perdono per la mia stoltezza e gli baciai le mani, per ringraziarlo di essere stato mio padre fino al punto di sacrificarsi per me.
Mi guardò con occhi già opachi, sorrideva a qualcuno che non potevo vedere, e sussurrando a fatica «Non piangere, Pyros, tu sei mio figl…. » morì.
Restai a lungo inebetito con la sua testa sulle ginocchia e non seppi mai dove trovai la forza per caricarmelo sulle spalle e portarlo via da quel luogo di morte.
Tornai a casa con i superstiti e Sjor, ferito profondamente nel corpo e nell’anima. Deposi il corpo di Isern sul grande tavolo di noce, gli lavai via il sangue dolcemente e osservai ancora una volta il suo viso amato, finalmente sereno. Gli misi il libro di poesie sotto il capo, tra le mani la foto di May e i capelli di Faith e lo baciai sulla fronte.
Preparai una sacca con le mie armi, un po’ di cibo e i pochi ricordi che avevo, poi mi voltai, sostenendo Sjor, che si appoggiava a me assente dal mondo, e uscimmo dalla bottega del fabbro.
Chiusi il grande portone di legno con la chiave che da allora tengo appesa al collo e, con la forza che mi restava, inviai la fiamma ad ardere tutto ciò che avevo lasciato lì dentro.
«Riposa sereno, padre».


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

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24 thoughts on “Accanto al fuoco – xii

    • Ho cercato di contenere per non scadere nel patetico e nella ricerca della commozione ad ogni costo. In questo sono molto piemontese, il nostro habitus mentis è esageruma nen!
      Grazie pj, il tuo apprezzamento gentile mi fa sempre molto piacere 😊

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      • L’effetto è davvero molto buono, dubito sarebbe virato sul patetico. Per indole personale mi sarebbe piaciuto uno spazio un po’ più ampio allo sconcerto e all’incredulità che a volte accompagnano queste sofferenze. Qualcosa di simile alla pausa di dolore che accompagna la compagnia dell’anello all’uscita dalla caverna in cui trova la morte Gandalf (se l’hai visto) … Ma è solo una sfumatura di gusto personale. 🙂

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    • In fondo il dolore è una delle poche sensazioni che davvero possiamo dire nostre, vissute sulla nostra pelle. La felicità talvolta è così effimera da essere percepita quando è svanita, un’assenza che diviene presenza nel ricordo. Il dolore invece è solido, tangibile e anche a distanza di tempo riesce a far sentire la sua piena potenza.
      Grazie come sempre per la chiarezza con cui (mi) leggi 😊

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  1. April is the cruellest of months … il libro. Io non amo molto la poesia ma Eliot e la sua “Waste Land” sono un mondo, che tu hai fatto entrare nella tua “potente” storia che dovrà diventare minimo minimo un e-book eh, ché va riassaporata. Temo sempre di perdere qualcosa quando ti leggo e senz’altro molte sono le cose che mi sto perdendo ma me le gusterò tutte alla fine. 😉

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