Segnali di fumo

fonte: White bike 2013- Igor Mudrov

Pedalo senza fretta nel crepuscolo di fine estate. Mi lascio cullare dalla brezza e sento che il corpo si abbandona alla fatica lieve del falsopiano. Osservare la luce che sfuma nel bronzo per lasciare spazio al buio, ora che il sole si fa da parte ogni giorno un poco prima, è una sensazione dolce e malinconica di congedo.
Dritta sul sellino, i piedi operosi e lo sguardo ondivago, mi guardo attorno. Apprezzo i piccoli particolari che avevo dimenticato, mi lascio sorprendere dalle novità.

Una volta questo era un lungo viale di platani buio e inselvatichito per incuria, un luogo che da bambina mi era proibito percorrere da sola; si sussurrava di traffici poco leciti, donne che offrivano il proprio corpo, bustine di polvere bianca, paura atavica dell’uomo nero. Ora i platani ben curati offrono riparo e fresca ombra a una pista ciclabile ariosa e asfaltata, un luogo sereno dove le persone passeggiano con il cane al guinzaglio, capannelli di mamme sorvegliano i bambini, coppie di amiche conversano tenendosi a braccetto; c’è una fontanella in cui i passeri fanno il bagno e tante panchine su cui ci si riposa guardando la gente che passa veloce, si legge, si ricama, ci si bacia con l’ardore dei primi amori.

Assaporo tutto questo mentre la tristezza mi allaga il petto e la luna sorge lucida tra i rami.
La felicità è un sussulto, un arcobaleno destinato a sparire velocemente, invece la tristezza è un abito su misura, una tunica di seta che aderisce alla perfezione al corpo e bisogna saper indossare con eleganza, perché non risparmia la vista dei difetti. È un sentimento perfetto e inevitabile, che non si può che accogliere senza lottare.

Guardo le mie dita nervose e ossute che stringono il manubrio. È ancora bella la mia bicicletta, bianca, elegante, ne ascolto il cigolio delle molle, il leggero tintinnare del campanello picchiettato di ruggine, il portapacchi che sussulta quando prendo una buca, lo stridio dei freni a bacchetta davanti a un ostacolo.

Ho avuto cura del tuo dono.

Era l’estate dei miei 15 anni. Ti sono arrivata davanti in silenzio con la pagella tra le mani, un risultato eccellente, borsa di studio per il secondo anno consecutivo, tra i migliori cinque della scuola.
L’hai letta nel tuo modo curioso, sillabando le parole a fior di labbra, con la fronte corrugata e la sigaretta accesa stretta tra le dita. L’hai piegata e me l’hai porta senza guardarmi in faccia, aspirando una boccata di fumo come fosse ossigeno.
Hai fatto il tuo dovere
Mi compri il motorino?
No
Perché?
Perché no
Ero abituata alle piccole delusioni che sapevi elargire, ho messo la pagella nella cartellina delle cose di scuola e non ci ho più pensato.

Basta non pensarci e tutto smette di fare male.

Qualche giorno dopo mi hai chiamato, ero nel pieno del pomeriggio e di un romanzo interessante, e sono arrivata sbuffando di malavoglia, costretta ad abbandonare la vicenda sul più bello.
Andiamo
Dove andiamo Paolo?
Niente domande e sali in macchina
Ti chiamavo per nome allora, una piccola ribellione per rimarcare la distanza che sentivo tra noi. Non ti piaceva, me ne resi subito conto dalla tua gelida occhiata la prima volta che lo feci, però non mi dicesti mai nulla ed io continuavo a farlo, per gioco, per sfida, per provocare una reazione o forse perché volevo che me ne domandassi la ragione.
La nostra meta quel pomeriggio era il più vecchio e rinomato negozio di cicli della città. Conoscevi tutti, ovunque andassi qualcuno si fermava a parlare con te, a ridere delle tue battute e questo fatto non cessava di stupirmi. Tu, così taciturno e riservato in casa, con gli altri diventavi una persona solare che stentavo a riconoscere.
Ovviamente il proprietario ti salutò per nome con amichevole cordialità.
È stata promossa
Guardati intorno e scegli
Mentre voi due fumavate cominciai a girellare per il negozio, ma non vedevo nulla di mio gusto. Tra le solite Legnano, Bianchi e Graziella non c’era niente che mi facesse battere il cuore.
Tornai da te scuotendo la testa con delusione.
Il proprietario del negozio si fece avanti con reticenza.
Ci sarebbe una bicicletta nuova, è inglese, tutta in acciaio. È appena arrivata e non ho ancora avuto il tempo di esporla. È di là in officina, le stavo controllando le ruote.
Era bianca, lucida di cromature, con un campanello grande dal suono melodioso, i freni a bacchetta che non avevo mai visto prima, il cestino di vimini intrecciato, i copriraggi di elastico bianchi e neri come i copertoni, il sellino di cuoio nero con le molle.
Me ne innamorai a prima vista. Mi voltai a guardarti con gli occhi sgranati e speranzosi, ma tu avevi la solita espressione indecifrabile da giocatore di poker, il fumo della sigaretta che si perdeva dietro la tua testa come un’aureola, mentre ti si accendevano gli occhi pronto, da commerciante qual eri, a trattare.
Aspettami in macchina
Le ultime parole che sentii furono il Ha scelto la più cara del proprietario e il tuo Mettiamoci d’accordo.

Da allora la bicicletta bianca fu il mio mezzo di trasporto preferito per molto tempo. Ci andavo a scuola, in campagna, al fiume, a fare la spesa al mercato, ci caricavo Bea sul portapacchi per portarla a pallavolo, mi piaceva la fatica della salita, era molto pesante e senza cambio, e l’abbrivio della discesa, pennellare le curve senza toccare i freni e sentire il vento sulla faccia.

Mi faceva sentire libera di non essere me.

Poi le esigenze cambiano, la fretta di andare via, l’università fuori sede, gli anni di convitto, i mille treni presi e persi, la tesi, un dottorato inutile, il lavoro che diventa un buco nero succhia-tempo e divora-energie, gli anni passano e se ne vanno, schiacciati come insetti sotto le ruote di una bicicletta, addormentata in soffitta sotto un lenzuolo impolverato.

La scorsa primavera, complice un problema alla schiena e la necessità assoluta di fare del moto, sono andata a cercarla, l’ho spolverata, lavata e asciugata. I copertoni sono ancora in buono stato, li cambierò più avanti perché adoro quel colore bianco e nero da gazza che non fanno più, il cestino è andato distrutto, mangiato da qualche topo probabilmente, ma il campanello manda ancora un suono allegro. È maculata di ruggine in qualche punto ma non farò nessun ritocco, è un’imperfezione che mi fa simpatia, sono solo le macchie di vecchiaia di una bella signora che ha vissuto senza rimpianti e porta con fierezza la sua età.

Sai Paolo, oggi la nostra separazione, qualcuno la chiamerebbe morte ma tu non dargli ascolto, diventa maggiorenne e la cosa che mi rende insieme triste e felice è sapere che ho questa bicicletta nella mia vita da più tempo di quello che mi è stato concesso trascorrere con te, che pure la vita me l’hai data. È come avere il tuo peso sul portapacchi e pedalare sapendo che sei da qualche parte, magari impigliato tra i raggi dei ricordi.

Pedalo pensando a tutto questo e ho deciso che ti verremo a trovare uno di questi giorni, la bicicletta ed io. Non sono più così spericolata nelle curve, anzi freno più del necessario, ma amo ancora la carezza del vento sulla faccia. Percorreremo i vialetti di ghiaia senza fretta, ammirando i fiori e le lastre di granito, e non credo che il tintinnare sommesso del campanello disturberà qualcuno dei residenti, destandoli dal sonno. Staremo in silenzio tu ed io, a tentare di parlarci con il pensiero e i segnali di fumo come abbiamo sempre fatto.

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118 thoughts on “Segnali di fumo

  1. Se è vero che la bicicletta è la penna che scrive sull’asfalto, le tue dita sono penne che scrivono di sentimenti come solo i poeti sanno fare.
    Mi hai emozionato. Tanto.
    E ho riletto più volte il tuo racconto perché oggi avevo bisogno di provare emozioni così.
    Sei bella tu ed è bella la tua bici.
    ❤️🤗

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  2. Ti trovo speciale. Una persona mi ha insegnato a tendere la mano alla me bambina, per aiutarla, per accorciare la distanza. Tu l’hai fatto oggi e l’hai fatto anche con tuo padre, con queste parole. Questo è quello che è arrivato a me, perlomeno. In ogni caso ci hai reso partecipi di ricordi bellissimi, con una punta di amarezza (quella tristezza che ci accompagna sempre, quel padre così serio in casa, i tuoi desideri non esauditi). Grazie Mela. Ti abbraccio.

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    • A volte è difficile riuscire a rendere le mille sfumature che una relazione affettiva riesce ad avere, amore, odio, allegria, delusione, frustrazione, sicurezza o incertezza, c’è tutto e molto altro e sono contenta che si percepisca l’emozione buona e il dolore riesca a sfumare nella malinconia. Mi rende il cuore meno pesante.
      Grazie per le tue parole gentili, grazie.

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  3. Mela, le tue parole mi fanno venire un groppo in gola. Forse lo sai che io ho la lacrima facile, e il tuo racconto – anzi: la tua testimonianza – profuma di tempo e di memoria, e tutto ciò è umanamente delizioso.

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  4. E’ uno scritto meraviglioso a prescindere, ma ancora di più perché parli di un tema a me molto caro, con la grazia e la maestria che ti contraddistinguono. Un abbraccio Mela, avevo proprio bisogno di leggerlo, oggi.

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  5. rientro da una giornata in bici e ti trovo in bicicletta! una vera meraviglia.
    ma al di là della piacevole sorpresa di saperti sulla sella è bello l’uso che ne fai, qui, della bicicletta come fosse il veicolo, il mezzo, per raccontare stati d’animo, emozioni, affetti che da ferma sarebbe stato più difficile. E parli, racconti con una pedalata tranquilla e rotonda.
    posso dirti brava?
    ml

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  6. Ti ho letto non senza qualche pedalata a vuoto a causa di miei pensieri personali. Anche io ho un ricordo legato a pedalate in bicicletta che mi portano dritto da mio papà. Se abbiamo queste parole, se riusciamo ad avere il coraggio, sì il coraggio di condividerle, significa che i nostri papà pedalano ancora accanto a noi. Non sentiremo più i loro inviti a tenerci sul bordo della strada, ad avvisarci dell’imminente sopraggiungere di un’automobile alle nostre spalle o di un ostacolo poco più avanti, non ci raccoglieranno più da terra dopo una rovinosa caduta – “Guaaardaaaaa! Seeenza maaaani! Seeenza maaan…” – e confortarci che non è successo nulla – ho una vcicatrice sul collo di un piede – no, non faranno più nessuna di queste cose…perché non abbiamo bisogno più delle rotelle e sono felici che oggi pedaliamo liberi grazie a loro. Un abbraccio forte.

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    • Ho quasi sperato che fosse passato inosservato e non avessi letto, sai?
      Lo so che basta poco per far detonare i propri ricordi e spero sia stata solo una fitta passeggera di dolore buono…
      Quando mi facevo male e sanguinavo, lui aveva un suo modo burbero e singolare per consolarmi, mi diceva “non fare la goffa, è solo sangue pazzo”‘.
      Credo sia proprio quella goccia di sangue pazzo a darmi il coraggio di scrivere. Ti abbraccio anche io.

      Piace a 1 persona

      • Visto e come se non l’ho visto. Iniziato a leggere e poi messo in attesa di un momento più tranquillo per pedalare insieme a te. Ma dietro, nascosto, senza che te ne accorgessi. Non avevo lo sguardo ondivago, ma fisso davanti alla strada per non perderti di vista. Certi ricordi possono farti sbagliare la strada e perderti…
        Tranquilla, io anche ne ho scritto – alcune cose le hai lette, altre no – ormai la fitta arriva, il sangue pazzo viene pompato e la pedalata è sincornizzata con diastole e sistole che si accavallano. Ogni tanto butto la coda dell’occhio oltre la mia spalla…mi è parso di sentire un altro paio di biciclette cigolare…

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      • Puoi giurarci! Non ci lasceranno mai, finché noi non allungheremo volutamente la pedalata…so’vecchiarelli…Ma hanno più resistenza di noi e il tempo è dalla loro parte perché semplicemente lì dove sono il tempo non c’è più. Sienti a me, pedaliamo lenti, anche perché io – ti dirò – ho il fiato un po’ corto e ‘sti maledetti granelli di polvere che mi entrano negli occhi e mi fanno lacrimare…

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  7. Essere vicini cosi…
    Sempre bello leggerti meletta…
    Scusa se non entro in wp cosi spesso come prima…. saranno due mesi che non ci vengo…
    Volevo salutarti…
    Ma sapevo gia di trovare emozioni… leggo qlc altro post, ma nn commebto tutto x non finire I. Spam

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