Vanni e Sara

fonte: ricerca immagini google

Sara lo stava osservando, da più tempo di quanto realmente occorresse, preparare la valigia con cura meticolosa.
Piegava le camicie azzurre in piccoli rettangoli ordinati, poi i pantaloni di fustagno pesante, il cardigan con le toppe di pelle e le grandi tasche slabbrate dall’uso, le scarpe della domenica avvolte in un panno scuro, il necessario per la barba, con il pennello dall’impugnatura di corno e il sapone cremoso in cui, da bambina, amava affondare le dita immaginando fosse panna montata.
Finalmente abbassò il coperchio, facendo scattare la serratura di ottone con un colpo secco, e raddrizzò lentamente la schiena.
Rimase a guardare la valigia stupito, una bomba carica che non aveva più il tempo di disinnescare, e scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli ancora folti, gli occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto.
A quel gesto di rassegnato nervosismo, Sara gli posò con dolcezza una mano sulla spalla.
– Ora sei pronto ad andare, nonno?
Vanni si riscosse con un sussulto e si voltò a incrociare gli occhi, fino a quel momento evitati, della sua nipote più amata.
L’avevano chiamata Sara e di quell’altra Sara aveva ereditato i capelli neri, la carnagione perfetta e olivastra, il portamento altero da regina.
Gli occhi no, quelli erano uguali ai suoi, di un verde foglia delicato che contrastava con i lineamenti decisi e l’eleganza del caschetto corto.
L’altra aveva invece profondi occhi scuri, vellutati come il muschio, e un manto sontuoso di capelli, che portava raccolti in un nodo sulla nuca.
– Ancora un momento, amore mio, è presto. Non ho fretta.
Sara era consapevole dello sguardo offuscato del nonno, avido di dettagli e sprofondato nelle emozioni che il suo volto gli suscitava. Sapeva che ai suoi lineamenti sovrapponeva, come una velina trasparente, il volto della nonna, il cui ricordo avvolgeva di silenzio la vita di quell’uomo buono e gentile.
Come spesso aveva fatto in passato, espresse il desiderio di riuscire a provare un amore simile al loro, trovare un uomo che la amasse con la stessa sconfinata intensità. Finora non aveva avuto fortuna e l’ultima squallida storia, appena troncata, l’aveva lasciata sfinita e disillusa.
Anche Vanni aveva desiderato morire quando aveva perso la sua donna. Per lungo tempo la fatica di respirare, di trovare un motivo per aprire gli occhi al mattino, lo aveva avviluppato in sabbie mobili. L’affetto dei figli, dei nipoti e la premura delle nuore non sembravano scalfire il muro che aveva eretto intorno a sé.
Solo la nascita di Sara gli aveva fatto tornare la voglia di vivere e aveva circondato quel dono inatteso del suo amore più esclusivo.
Era stato la presenza più importante della sua infanzia, l’unico punto fermo in una famiglia che si era sfasciata troppo presto. Il divorzio dei genitori, il padre assente, lontano per il mondo a costruirsi una carriera impeccabile, la madre, che si era risposata in fretta per mettersi al riparo da un destino di single con prole, avevano lasciato Sara in mezzo alla corrente, sola, una barchetta di carta troppo sottile che solo le mani del nonno avevano raccolto con amore, prima che si lacerasse del tutto.
Era cresciuta lì con lui, alla Cà del tiglio, in mezzo al verde dei prati, ai mezzadri, alle governanti avare di gesti affettuosi, che parlavano un dialetto burbero e si prendevano cura del suo benessere con modi spicci e mani ruvide, profumate di cipolla e sapone da bucato.
Sara non soffriva della loro apparente freddezza, perché c’era Vanni pronto a donarle il suo amore; Vanni che la faceva volare in cerchio finché le si mozzava il respiro e la portava sulle spalle a raccogliere le prime albicocche mature; Vanni che alla sera sotto le coperte le leggeva storie e le raccontava il mondo com’era e come avrebbe dovuto essere.
– Dobbiamo proprio andare, nonno. Ci stanno aspettando ormai da un pezzo e non possiamo fare tardi.
– Fare tardi. Fare tardi! Quando la destinazione è un posto del genere vuol dire che è già troppo tardi. Ogni istante fuori da quella prigione è un sorso di vita guadagnato. Come fai a non capirlo?
– Vanni ora esageri. Addirittura una prigione? Ne stiamo discutendo ormai da settimane e sai bene che è la cosa migliore per te. L’abbiamo deciso insieme. Si prenderanno cura di te come qui a casa non possiamo più fare e avrai la possibilità di incontrare persone nuove, persino simpatiche se gli darai modo di conoscerti.
Sara era irritata dall’ostinazione del nonno e aveva parlato con più durezza del solito, chiamandolo per nome quasi a prenderne le distanze.
-Parli come tua nonna, amore mio. Sciocco di un goy, sei cocciuto come un somaro, mi diceva sempre. Devi dare una possibilità al mondo che ti circonda, altrimenti resterai solo, inacidito come latte guasto. Lei invece, che avrebbe avuto ogni ragione di diffidare del mondo, gli andava sempre incontro a viso aperto.
Era bella la sua Sara, la ragazza più bella che avesse mai visto. Era notte fonda quando il carro del prete si era fermato davanti a casa di suo padre. Ne erano scesi il parroco, la perpetua e una signorina di città. Che non fosse una contadina lo si capiva dalle mani bianche e delicate, anche se era infagottata in indumenti lisi, troppo grandi e pesanti per il suo corpo esile.
Vanni ebbe l’impressione che fosse circondata da una tristezza palpabile come la nebbia che rivestiva i campi in autunno; era così desolata da fargli venire voglia di consegnarle il suo cuore, perché battesse al suo posto, e il suo respiro per riaccenderle gli occhi.
Aveva una stella gialla cucita sul cappotto, un fagotto di libri stretto in pugno e una vita agiata ormai svanita sotto il peso delle colpe della sua razza. Colpe che altri le avevano attribuito, facendone un’orfana senza più radici.
Erano stati anni duri, anni in cui la fame era diventata per ognuno la migliore amica, un dito adunco che scavava guance e ventri, e a farle compagnia c’era la paura dei rastrellamenti, delle spie travestite da gente perbene, del ronzio metallico dal cielo, che obbligava ad alzarsi nel buio della notte per correre all’impazzata nei rifugi, i palmi sudati intrecciati, i piedi lacerati dalle stoppie di meliga.
Si erano scelti con quel primo sguardo, anche se Vanni di bello aveva soltanto gli occhi e da offrirle braccia forti e duro lavoro.
La terra, la cascina, le bestie erano destinate al primo figlio, il secondo era prete e lui era solo il terzo, un povero sognatore amante dei libri e della musica, destinato ad avere solo una giornata di terra, la più grama e asciutta, lontana dalle terre rese fertili dal fiume.
La guerra e la morte avevano scosso le loro vite nel bussolotto e i suoi fratelli erano stati i dadi sbalzati fuori. A lui erano rimasti un pugno di vecchi denutriti, orfani dei propri figli, una casa da rimettere in piedi mattone su mattone e tanta, troppa terra per una famiglia diventata all’improvviso così piccola.
– Hanno arato il campo grande, quello del tiglio. Voglio andarci ora che è in fiore, per vederlo un’ultima volta.
– Ma nonno…
– Pochi minuti soltanto, promesso.
Sara si arrese con un sospiro e un’alzata di spalle, in fondo ormai non faceva molta differenza, e afferrò la valigia, mentre Vanni usciva impugnando il bastone, il suo preferito, con la testa di drago d’avorio che tante storie aveva ispirato nelle sere d’inverno della sua infanzia.
L’auto percorse lentamente la strada bianca fino al grande campo lavorato di fresco.
L’aratura aveva risparmiato una zolla erbosa che circondava il tronco come un collare di pizzo verde. L’albero si stagliava maestoso nel sole del pieno mattino, mentre l’aria era intrisa del dolce profumo mielato dei suoi fiori.
Incurante dei pantaloni eleganti, Vanni avanzò di qualche passo, le scarpe che affondavano nella terra rossa e cedevole, raccolse una grossa zolla umida e l’avvicinò al naso per respirarne l’odore.
Quando parlò lo fece con voce lontana, dimentico della nipote al suo fianco, e sembrava parlasse direttamente al tiglio, scavando indietro nei ricordi.
– L’odore della terra appena arata è quello dolce della fica di una donna. È odore di acqua sotterranea e muschio, l’odore primordiale che sente il neonato uscito dal ventre materno, l’odore della profondità della vita. Affondi la mano nella sua morbidezza e la terra è calda, pulsa di desiderio, è pronta ad accogliere il seme per far nascere radici che penetrino in lei. In primavera, al suo si mescola il profumo del tiglio in fiore ed è una miscela che ubriaca come vino dolce.
Ogni anno in questo periodo Sara mi raggiungeva qui. Portava il fagotto del pranzo e l’ultimo nato da allattare nella cesta di vimini.
Mangiavamo in silenzio, accompagnati dal ronzio delle api, ubriache quanto noi. Quando il bambino dormiva si scioglieva i capelli e sbottonava il davanti del suo vestito a fiori.
Si sedeva su di me e facevamo l’amore con urgenza, nel calore del mezzogiorno.
A volte dal suo seno, stretto tra le mie mani, usciva una perla di latte che leccavo, assaporandone la dolcezza.
Eravamo un’unica carne, era la mia donna, era mia madre, era la fonte del mio nutrimento che ingoiavo come un’ostia sacra. Per mezzo suo mi sentivo vivo.
Al culmine le sfuggiva un gemito, così sottile da sembrare un alito di vento, e scostandosi da me asciugava il seme dalle cosce con una foglia di tiglio, che subito gettava tra le zolle, perché anche la terra venisse fecondata da noi. I miei figli sono anche figli di quelle ore, figli della primavera e di un albero in fiore che non ho mai permesso venisse tagliato.
Con un rapido dietrofront, che colse Sara di sorpresa, Vanni entrò in macchina barcollando, improvvisamente affaticato e pallido in volto.
– Nonno, stai male? Ti cerco l’acqua e un calmante.
– Stai tranquilla, bambina. Sta già passando. I medici possono anche chiamarlo cancro, ma per me è solo il peso di troppi ricordi che sono stanco di portare. Sono pronto, ora. Andiamo.
Il resto del breve tragitto si svolse in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di sprecare parole, là dove bastava la reciproca vicinanza a dire tutto.
Sara accostò all’ingresso di un cancello in ferro battuto, aperto su un viale alberato e a poca distanza da un edificio grande e bianco sullo sfondo.
Scesero entrambi e si guardarono per un momento negli occhi, prima di abbracciarsi a lungo.
– Sei sicuro di non volere il mio aiuto per sistemarti?
– Preferisco entrare da solo e ambientarmi con calma. È quasi mezzogiorno e, per quanto sia di lusso, è pur sempre una casa di riposo. Non voglio turbare l’ora di pranzo degli altri ospiti. Me la caverò bene, vedrai. Ti aspetto domani pomeriggio, staremo insieme e parleremo con calma. Ora vai, amore mio, e fai la brava.
Vanni con un ultimo bacio prese la valigia dalle mani di Sara e si incamminò per il viale senza voltarsi indietro.
Continuò a muoversi un passo alla volta, finché non sentì il rumore dell’auto perdersi in lontananza.
Allora tornò indietro con passo più veloce, fece una breve chiamata e dopo pochi minuti una berlina scura si accostò in silenzio.
L’uomo in giacca blu scese ad aprirgli la portiera, infilò la valigia nel bagagliaio e la macchina ripartì subito, lasciando il marciapiede deserto.
– Saremo a destinazione verso le 16, signore. Ho già avvisato la clinica e tutto sarà pronto al suo arrivo. Se lo desidera, il frigobar è a sua disposizione.
– Grazie, non ho fame ma penso che farò un sonnellino. Mi svegli quando saremo in Svizzera.
Vanni premette il pulsante, sollevò il vetro oscurato che lo separava dal suo autista e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Ancora poche ore e tutto sarebbe finito. L’indomani la sua amata bambina avrebbe ricevuto la lettera con un corriere. Di certo avrebbe pianto e si sarebbe arrabbiata con lui, ma poi avrebbe capito. Lo conosceva abbastanza da sapere che a un periodo di cure pietose e ormai del tutto inutili, capaci solo di prolungare la sua sofferenza, avrebbe preferito un’uscita di scena con dignità.
Ogni cosa era stata fatta con cura e in segreto, il futuro della sua bambina era in mani capaci di consigliarla per il meglio e a lui non restava che tornare dalla sua amata Sara.
Un sorriso gli illuminò il viso quando l’auto imboccò un viale di tigli in fiore.
Subito dopo Vanni si addormentò.

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66 thoughts on “Vanni e Sara

  1. Quegli “…occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto…” sono il preludio a voler chiudere tutti i confronti.
    Che bella, tristemente malinconicamente bella..E che lascia spazio alla libertà del cuore.

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  2. Da brividi. Un profondo rispetto per quest’uomo libero che non ha coinvolto nessuno nella sua decisione, e per te che l’hai raccontato con equilibrato trasporto.
    Un abbraccio alla mia Mela tornata. 🤗😘

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  3. Mela. Sono senza parole.
    Stupendo, come solo tu sai scrivere. Bello, dolce, delicato, triste e forte nello stesso tempo.
    Umido di ricordi e con descrizioni ottime.
    Brava, ma te l’ho già detto. Quindi dico: bello, veramente bello.

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  4. Scritto divinamente come Mela comanda e sa fare. Vanni, un nonno d’altri tempi, un uomo che solo Dio sa quanto ce ne vorrebbero così oggi. Sara e Sarà, l’accento è voluto per la ragazza con la sua vita davanti; l’altra donna, la donna amata da Vanni la cui forzata assenza è una presenza che si avverte nitidamente e ancora fa male.
    Malinconia. Malinconia e realismo, pragmatismo come lo vuoi chiamare. Le altre emozioni sono a corollario. Un vero peccato, nella mia opinione, che Vanni abbia rinunciato a combattere. Sono certo che ce l’avrebbe fatta.
    Applausi alla mia cara Mela.

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  5. sorrido sorpreso a una sintonia di pensiero: verso metà del brano ho avuto l’impressione che Vanni non stesse andando in prigione nè all’ospizio ma verso la morte, ma non pensavo alla svizzera. ho avuto un flash surreale, Sara che accompagna il nonno a una sorta di dogana con l’aldilà. naturalmente condivido la “soluzione svizzera” che non modifica l’identità di pensiero nello sviluppo del racconto (assai delicato nella tua narrazione accurata, la preparazione della valigia con tutti quei particolari è toccante) tra (questo) lettore e (questa) scrittrice.
    ml

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      • Questo è suicidio assistito. Difficile accettare che chi ha vissuto i momenti memorabili della sua vita sotto un tiglio e nell’odore della terra possa scegliersi una fine così asettica.

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      • Vedila così: suicidarsi sotto il tiglio lo avrebbe contaminato, mentre una fine asettica permette di mantenere intatti i ricordi.
        A volte, per avere il coraggio di un gesto estremo senza ripensamenti, servono circostanze estreme.

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      • Se dici che il suicidio contamina la naturalezza del tiglio significa che inconsciamente lo giudichi un atto innaturale.
        Sul secondo punto non sono d’accordo, non esistono circostanze utili a scaricare il suicida dalle sue responsabilità. Il nonno rifiuta la sua nipote e sa di farle del male. Il suicida vuole farla pagare agli altri.

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      • Il suicidio non è un atto naturale, ci mancherebbe.
        È un atto volontario in cui entrano in gioco molte dinamiche, ma non è questa la sede per esaminarle.
        Non sto neppure parlando di scarico di responsabilità, solo di condizioni che rendano meno difficile la messa in atto di un tale gesto.
        Anche qui risulta difficile dare una descrizione univoca. Questo è il modo in cui agirei io in simili circostanze.
        Per quanto riguarda l’ultima frase, la trovo arida e giudicante, e francamente non ritengo sia così. Un suicida, lasciando stare i casi di malattia, vuole prima di tutto farla pagare a sé stesso e purtroppo chi sta intorno fa le spese di un gesto estremo e disperato di sofferenza.

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      • Allor porsi la mano un poco avante
        e colsi un ramicel da un gran pruno;
        e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”.
        Da che fatto fu poi di sangue bruno,
        ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
        non hai tu spirto di pietade alcuno?
        Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
        ben dovrebb’esser la tua man più pia,
        se state fossimo anime di serpi”.
        Dante ci viene in aiuto: Inferno XIII canto. 🙂

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      • Comunque, se mi permetti un inciso, la distinzione tra eutanasia e suicidio assistito è solo modale e francamente anche un po’ ipocrita. In un caso c’è l’assistenza di un medico, nell’altro vengono forniti i mezzi per l’autogestione. La sostanza non cambia e, a mio parere, ben venga che ci siano soluzioni del genere.

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  6. Non voglio esprimere giudizi sulla vostra discussione ma ribadire che e’ una situazione in cui non ci sei dentro non riesci valutare appieno. Mi sono trovato tra i due fuochi, lui che voleva porre fine alle sofferenze di una malattia appoggiandosi a una struttura svizzera, lei che di questa scelta viveva l’aspetto non marginale di esclusione, non era, lei, l’affetto sufficiente a farlo restare al suo fianco. Una mediazione tra i due e la mia disponibilita’ all’accompagnamento hanno modificato l’atteggiamento di entrambi. Credo che per lui fosse importante sapere di avere la possibilita’ concreta di poter usufruire di questa “via d’uscita” nel caso non sopportasse più il suo stato.

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    • Io ti ringrazio per la tua esperienza professionale e umana e le tue parole equilibrate. È un argomento difficile, intimo e con interpretazioni del tutto personali, tutte ugualmente giuste o tutte sbagliate se vogliamo. Alla fine comunque la partita è persa.
      La mia esperienza diretta, sia famigliare che professionale, mi fa ritenere che il diritto di morire con dignità e senza sofferenza sia un bene inalienabile. Una via d’uscita, anche se non praticata, è comunque un grande conforto.
      Grazie per le tue parole, mio caro amico. Per me sono di grande valore.

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  7. Scritto in modo meraviglioso!
    (Sul finale: proprio perché arresa è il mio secondo nome sono intollerante verso chi si arrende, e non riesco ad accettare che morte e vita siano trattate alla pari, quasi che l’una valga l’altra. La morte in quanto arresa è già forte e attraente di suo, non mi sembra proprio necessario fornirle supporto)

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    • Ivanino grazie per il meraviglioso!
      (Sul finale: la morte e la vita devono essere trattate con la stessa dignità. È un tabù che il mondo occidentale non riesce ancora a superare. La morte non è arresa, è il primo gradino di una vita che cambia il modo in cui si svolge. Possiamo chiamarla anima, energia o anche il nulla, però è certo che dal primo istante di vita noi iniziamo a morire. La morte è la chiusura di un ciclo. Preferisco concentrarmi su ciò che esiste dentro il ciclo, pur sapendo che finirà, come tutto ha un termine del resto. Questo non è arrendersi, è consapevolezza.)

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      • (E allora viva il mondo occidentale. Un conto è sapere che finirà, un altro cercare di anticipare la fine. Ci sono persone che andrebbero convinte che la vita è meglio, mettendola sullo stesso piano della morte non si è neutrali, si colpevolizza chi si ostina a voler restare qui a rompere le scatole. Sinceramente questa cosa mi mette i brividi)
        Beh, meraviglioso lo è!

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  8. Sono senza parole, come ogni volta che i tuoi pensieri si trasformano con le lettere! È dolce e struggente, delicato e senza giudizio come pochi sanno fare. Un abbraccio alla mia Melina!😘❤️

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  9. Bentornata!
    Un pezzo che si legge sull’onda di profumi e descrizioni come tu sai fare. Così pieni, rotondi, armoniosi. Mi sono immerso in questo splendido personaggio di Vanni, nel ricordo in me nostalgico di persone e modi di vita, realmente esistite e care, di cui si hanno sempre meno testimonianze dirette. Altre generazioni, come giustamente anche il tuo racconto fa capire. Nel costruire il vissuto di Vanni ho ritrovato le tue grandi capacità poetiche.
    Nella parte terminale ho percepito un virare e un accelerare improvvisi, indipendentemente dal narrato, che mi hanno dato una specie di strappo anche nella lettura. Vuoi, forse, per evidenziare la forza e la convinzione della scelta finale del protagonista. Di fatto, il Vanni così calcolatore e determinato, seduto sulla limousine dai vetri affumicati, in viaggio verso la svizzera, mi è spiaciuto un po’. L’avrei visto meglio salire su un pullman, magari per un viaggio senza meta (o con la meta che tu gli hai dato) e perdersi per la via, fra la gente. Ma è solo un mio sentire, un mio gusto, del tutto personale…
    Bravissima Mela, complimenti. E’ sempre un grande piacere tornare a leggerti.
    P.

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    • Perché Vanni è piemontese come me, pragmatico, determinato e senza fronzoli. La poesia va bene fino a un certo punto, ma la vita reale è un’altra cosa e gli avrei fatto torto se ne avessi fatto un sognatore fino in fondo. Credo non me lo avrebbe perdonato.
      Grazie per la lettura accurata e l’apprezzamento. Mi fa piacere 😊

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      • Interessante. Il tuo Vanni è tuo, e va benissimo così. Ma io non lo facevo sognatore, sai? Forse solo meno moderno, in qualche modo. Ma, ripeto, sono mie fisime. (sono io, piuttosto, il sognatore)
        Grazie a te! Spero di tornare presto a leggerti.

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