scatti rubati ovvero dell’imparare a dire addio

Non amo l’estate, lo sai.
La considero una stagione in saldo, appariscente come un abito troppo scollato, impaziente, frettolosa di esporre la sua mercanzia, prima che marcisca come pesche lasciate al sole. Non lascia il tempo di assuefare la pelle al tepore che già un temporale se la porta via, lasciandone soltanto un ricordo appiccicoso.
Mi piacciono soltanto le mattine estive, una manciata di ore chiare e pulite in cui mi sveglio prima del solito, cammino tranquillo nel silenzio della città insonnolita e scelgo un bar appena aperto, per bere il primo caffè senza fretta.
Lo sto facendo anche ora, mentre ti scrivo davanti a una tazza fumante, seduto nel cuore della tua città.
Sono qui, sì.
Mi sono concesso una breve vacanza da me stesso o un viaggio a ritroso nel tuo ricordo, se preferisci.
L’amavo anche prima questa città elegante e un po’ snob, ma tornare qui sapendo di respirare la tua stessa aria me la rende ogni volta più cara.
Nella cerchia delle sue mura mi sento accolto e protetto. Appartengo a questo luogo, lo sento, perché qui sono sereno, addirittura felice.
Ti sembrerà bizzarro sentir parlare proprio me di felicità. Io che ho fatto della tristezza una camicia di forza da cui non riesco a liberarmi, nonostante gli sforzi, le letture positive, la meditazione, lo sport e l’aiuto ottundente della chimica.
Semplicemente resta lì, inspiegabile e indecorosa.
Eppure non sono infelice, tutt’altro, ma indosso una sottoveste grigio piombo, invisibile ai più, che mi avvolge il cuore come pellicola su un pezzo di carne cruda.
Mi manchi davvero molto, anche se non mi è più permesso dirtelo e la nostra storia è ormai solo il ricordo di un paziente che ha scelto di non essere rianimato.
Ti ho sentita in ogni gesto compiuto in queste giornate pigre, nel rumore dell’acciottolato che ho percorso, nella musica di un concerto all’aperto, nel profumo di cibo delle osterie, nel tuo accento morbido che risuona sulla bocca di ogni persona incontrata.
Ti ho cercata nei graffiti sui muri, in un vicolo puzzolente di umanità incontinente, fra i bracciali di bachelite di una bancarella, nell’intreccio di mani degli amanti a passeggio, nel riflesso di un vetro impolverato.
Eri ovunque e in nessun dove, eri aria invisibile e necessaria.
Ho comprato un quadro, sai? L’ho scovato nella bottega di un rigattiere e sono certo ti piacerebbe molto: un piccolo carboncino di donna dai tratti appena accennati, drappeggi eleganti su carta avorio listata di azzurro.
Saresti fiera del mio buongusto e mi suggeriresti il posto migliore per appenderlo, forse proprio in…..

Una risata femminile interruppe il flusso di coscienza, che stava prendendo una china pericolosamente vicina all’autocompatimento.
Alzando la testa si accorse che i tavolini si erano a poco a poco riempiti. Il tempo era passato senza che se ne avvedesse e i negozi stavano alzando le saracinesche, i neon già accesi a illuminare l’interno.
Un po’ più al centro rispetto al suo tavolo d’angolo era seduta una coppia. Dell’uomo non scorgeva che le spalle, mentre il volto della donna era ben visibile; una turista a giudicare dalla cartina che teneva appoggiata accanto a sé.
Non era bella e neppure tanto giovane, troppo paffuta per essere di suo gradimento, ma aveva una scintilla d’ironia negli occhi chiari che rendeva il suo viso interessante.
Alla risata erano seguite parole di dolce presa in giro per il suo compagno, reo di aver russato “come un leone marino” per tutta la notte.
Era felice di trovarsi lì, lo testimoniavano sia il sorriso rilassato che la postura priva di tensioni e fretta.
La guardò assaporare piano il suo cappuccino, senza zucchero approvò silenziosamente, e addentare con gusto il croissant che aveva davanti.
Era golosa, lo si capiva dal modo in cui socchiudeva di piacere gli occhi, leccandosi la punta delle dita velate di zucchero.
Distolse gli occhi davanti a quel dettaglio intimo, imbarazzato dalla sua stessa curiosità, e cercò di ritrovare la concentrazione necessaria per terminare la lettera, ma dopo poco tornò ad alzare lo sguardo.
Osservò la donna piegare con gesti precisi una bandana colorata e, con un unico fluido movimento, legarsela intorno alla testa.
Restò affascinato dal gesto, pieno di una inconsapevole femminilità, e dal contrasto tra il cobalto della fascia di tessuto e il rosso vivo dei capelli di lei.
Gli tornarono alla mente i quadri dei maestri fiamminghi visti tanto tempo prima ad Anversa, i blu e i magenta, ancora così vividi dopo secoli, che contrastavano con gli occhi chiari e le pelli rosate di giovani nobildonne e umili sguattere.
La donna ora scuoteva la testa con imbarazzo ed era arrossita, mentre il compagno tentava di scattarle una fotografia.
Seguendo un impulso incontrollabile, anche lui sollevò il telefono e le rubò uno scatto, fermandone non il sorriso pieno di poco prima, ma uno più timido e appena accennato.
Lei si accorse del suo gesto, perché arrossì violentemente e voltò di scatto il busto, a rimarcare un confine che non gli era permesso varcare.
Il suo nervosismo era evidente nel modo in cui spiegazzava la cartina, ma non gli rivolse alcun rimprovero o sguardo infastidito. Si limitava a tenere il viso voltato da una parte, nascondendo la sua espressione.
Anche lui abbassò la testa sul foglio e finse di leggere ciò che aveva davanti, per evitare un ulteriore penoso imbarazzo.
Il rumore di sedie strisciate e un buongiorno appena sussurrato, cui rispose con un cenno di capo, conclusero l’accaduto senza vincitori né vinti.
Le parole che aveva scritto tornarono ad occupare tutta la sua attenzione, ma nel rileggerle si faceva strada in lui una sensazione di rassegnazione cui, fino a quel momento, non aveva voluto arrendersi.
Era finita, lo sapeva razionalmente da tanto tempo, ma doveva comprenderlo ormai anche quel suo cuore ostinato. Era il momento giusto per lasciar andare il ricordo di chi non aveva voluto o potuto dargli ciò che desiderava.
Fece cenno al cameriere per avere un altro caffè e iniziò a strappare il foglio con cura, in minuti coriandoli che impilò nel portacenere.
Finì di sorseggiare con calma, poi si avviò verso le monumentali porte del centro storico, socchiudendo gli occhi al riverbero del sole sulle lastre di arenaria rosata.
Una folata di vento improvvisa si portò via un tovagliolo macchiato di caffè, briciole di croissant e coriandoli di carta, insieme al rimpianto di cui erano intrisi.

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26 pensieri su “scatti rubati ovvero dell’imparare a dire addio

  1. Belle queste righe e belli quegli occhi ❤ ❤
    L'estate porta nel vento le mille novità immaginate e desiderate che alla fine di settembre, il più delle volte, restano immaginate e desiderate.

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  2. Avevo bisogno proprio stamattina di leggere un racconto così e tu me lo regali! Mi piace anche l’immagine di questo volto che guarda lontano e vicino insieme, sorride ma quasi ammiccando, forse inseguendo i tuoi stessi pensieri…

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  3. Un racconto intriso di malinconia, che mi ha fatto ricordare gli “addii” che ho vissuto molti anni fa.
    Silenziosi anch’essi, come se l’amore stesse svanendo in una nuvola.
    Finalmente ti vedo!
    Ciao Mela.

    Andrea/K

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  4. che bello questo gioco di travestimenti (un po’ indossi i pantaloni e un po’ metti la fascia tra i capelli) e di rimandi da un tavolino all’altro in impossibili complicità e in intuizioni inespresse.
    bel pezzo davvero, arioso come la luce nelle prime ore di un mattino estivo.
    ml

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    • Grazie mille Sir, anche per aver gradito la foto!
      Ciò che ho scritto parte da una base reale, quindi volutamente preferisco mantenere una certa vaghezza nella definizione dei luoghi. Posso dirti che si tratta di una città del Nord Italia, tutto ciò che sta sopra la Linea Gotica va bene. In realtà qualunque luogo del cuore sarebbe un’ambientazione corretta quindi, se ne hai uno, scegli pure quello 😊

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  5. bellissimo questo scritto, mi sono ritrovata a scrivere lettere che non ho mandato come il tuo protagonista. descrivi così bene gli sguardi, gli imbarazzi, i sospesi. davvero piacevole da leggere e bella tu con la fascia cobalto come la donna del bar. Mi piace tanto questo passaggio dalla realtà al racconto.

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  6. In ritardissimo….amo tutte le stagioni, anche l’esate, pur se questa attuale mi ha portato un dolore immensoe dolori minori ma forti, mi ha portato comunque un viaggio desiderato da anni….l’estate è la voglia di luce.
    E finalmente ti vedo ❤

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