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Se fossi animale sarei gatto se fossi oggetto sarei libro se fossi dolce sarei miele

A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia

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Specchioriflesso

specchioriflesso@fotomia

È colato giù

(dove sei andato, dimmelo)

il blu

(riflesso rifletto)

si specchia

(resta nell’ombra, celati).

Plumbee nell’aria

meringhe d’acqua

(scivolo nel silenzio)

su vetri opachi

grani di polvere

(cirri, cumuli, strati).

Corolle sfinite

di fiori vermigli

(m’ama nonm’ama m’ama)

su vasi crepati

radici di terra

(amami nonamarmi amami).

Riarso rifulge

(sono qui, cercami)

il sole

(colgo e raccolgo)

risuona

(di colpi di ottone, di pianti di rame).

È colato giù

(dove sono, dimmelo)

il cielo

(parlami sott’acqua)

lontano da qui

(solo).

Zigulìbri #4

Questo libro è per chi sbaglia sempre l’ora di partenza e si trova in coda a guardare nelle altre macchine, per chi conserva in un libro la lettera d’amore di uno sconosciuto, per chi ama il profumo della pioggia in estate e per chi vorrebbe credere al destino ma si deve preoccupare di limitare i danni del futuro prossimo.

autostrade e tè alla menta@fotomia

A differenza di altri luoghi più integrati nel tessuto sociale delle città, l’autostrada è una dimensione di passaggio, un non-luogo immerso in una meta-realtà, un lungo corridoio di asfalto che percorriamo senza prestare attenzione all’ambiente circostante, ignari di ciò che succede a chi si trova a condividerne un tratto con noi e desiderosi solo di arrivare il prima possibile alla destinazione prescelta.

Tra il punto A e il punto B passa una retta che auspichiamo sia sempre la più breve e la più facile, ma questo noir, ambientato interamente in autostrada e nei luoghi di servizio per accedere ad essa, quelle stradine nascoste che solo i misteriosi addetti ai lavori conoscono, fa riflettere su quanto la realtà possa essere diversa da ciò che presumiamo e da come una vita, apparentemente “normale”, possa perdere ogni punto di riferimento nello scorrere di un istante, in quell’attimo di distrazione sufficiente a far crollare il castello delle proprie certezze.

Il libro non è suddiviso in capitoli ma in movimenti, proprio come le parti che compongono un’opera sinfonica ed è molto musicale il ritmo della sua prosa, dove brani più lunghi e articolati, con frasi di grande ampiezza, si alternano a un

ritmo

più spezzato

e

sincopato

come se

la brusca

variazione

fosse un segnale:

 

rallenta

e

presta attenzione a dove stai andando.

Il titolo italiano, La metà del diavolo, benché calzante e spiegato nelle ultime pagine del romanzo, non rende fino in fondo l’idea di quello originale, ricalcato su un avviso affisso in prossimità dei cantieri autostradali francesi, Derrière le panneaux, il ya des hommes, dietro i cartelli ci sono degli uomini, uomini che lavorano, che vivono, che soffrono, che possono essere uccisi dalla velocità, da un messaggio sul cellulare, da un colpo di sonno, da un altro uomo, che a sua volta uccide perché ne sente il bisogno.

La trama è apparentemente semplice, un serial killer, bambine scomparse e mai più ritrovate, un padre che ha rinunciato alla sua vita, al suo essere un essere umano per il desiderio di vendetta, una madre che aspetta la notizia che la farà tornare a vivere o le permetterà finalmente di morire. Su tutto questo aleggia la sensazione di attesa e di caccia, il lavoro paziente del cacciatore che raccoglie indizi e circonda il predatore diventato preda, e il caldo, l’ondata di canicola atroce e implacabile di un 15 agosto qualsiasi, un calore descritto in modo quasi antropomorfo, che si sente appiccicato alle parole, che trasuda dalle pagine.

Ci sono gli archetipi della tragedia greca in questo dipanarsi delle ore e dei giorni, pochi, ridotti all’essenziale, perché il piano di Allarme Rapimento è molto chiaro, il 44% dei bambini rapiti viene ucciso entro la prima ora, il 91% nelle prime ventiquatt’ore. Pierre, il padre, l’eroe tragico, Orfeo che entra negli inferi per tentare di ritrovare non il corpo della sua bambina, ma almeno il significato della sua morte e della sua esistenza; Ingrid, la madre, una Clitemnestra, una Medea che attende di consumare la vendetta e cerca di distruggere se stessa e la sua colpa, quella di aver partorito, di aver generato una vita che è andata perduta; Pascal, il mostro, il demone che agisce nell’ombra, colui che porta dentro di se il Male, chiuso nella sua testa dietro una cerniera tatuata sul cranio.

Intorno ai personaggi essenziali si muove un coro fatto di poliziotti che seguono il protocollo senza vedere la rete di connessioni nascoste, l’uomo che raccoglie le cose perdute, il custode della memoria di vite comuni che passano via veloci, Lola la puttana gentile, ragazzo-ragazza dal cuore grande, donna senza esserlo veramente e per questo più umana di chi la considera solo un buco in cui sfogarsi, la vecchia Tía Sonora, la veggente dell’autostrada, una moderna Cassandra che vede il futuro e consola la disperazione leggendo le linee della mano.

Dopo averlo letto, a me è successo, vi capiterà di salutare meno distrattamente il casellante, di passare davanti a un autogrill e pensare che no, non è solo un luogo dove fare pipì o bere un caffè. Dentro quel mostro di acciaio e consumismo a buon mercato il ya des hommes.

Tía Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.

Tía Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. la bugia è sogno.

Tía Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.

La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.

Un retrogusto d’infelicità, lunghi respiri profondi per non vomitare. Rifletti: perché la nausea è essenzialmente femminile? Gli uomini non hanno la nausea. Oppure ce l’hanno per un istante e poi vomitano. Le donne, invece, la trattengono nel ventre, fanno di un malessere una percezione.

E di una percezione, un concetto.

Il mondo è femmina.

Esercizi di volo

Tra acqua e sabbia, tra vita e morte @fotomia

Ho scritto molto in quest’ultimo mese, fiumi di parole, abbozzi di frasi, pensieri lasciati scorrere come acqua sulla pietra.

Tutto è restato nella mia testa, di nulla ho conservato traccia.

Erano appunti presi a matita morbida su fogli di carta immaginari, suggestioni che dopo poco abbandonavo, appallottolando il pensiero per lanciarlo distrattamente alle mie spalle, nell’angolo polveroso dietro agli occhi.

Penso di avere la testa ormai piena, un cestino traboccante di idee accartocciate che staranno lì, a sedimentare in attesa di tornare a galla, o magari si disferanno in un limo confuso, buono solo a far da pacciamatura alle sinapsi.

Ho provato a recuperarne qualcuna, i fogli stropicciati stirati con il palmo delle mani, qualche frase che si aggancia a ricordi ancora freschi, ombre, simulacri di sensazioni vissute, nient’altro che questo.

Il vento rastrella con dita accurate, cancella le tracce, non resta memoria sulla cresta di una duna.

Pesci bambini si rincorrono al confine tra acqua e sabbia, umido e asciutto, vita e morte. Mordono le mie dita, spaventati dall’ombra guizzano via, argento che brilla nel blu.

Mi piace camminare sulla battigia asciutta, inviolata. La sabbia si rompe in croste sottili sotto il mio peso. Affondo nella rena umida, cammino senza fretta, chilometri percorsi in un silenzio fatto di mille suoni, più primitivi delle parole e insieme rassicuranti.
Davanti a me una coppia di orme si allunga come un sentiero di Pollicino, due piedi piccoli e aggraziati, un solco leggero sulla sabbia, una donna, forse una bambina, a fianco due orme più grandi, maschili, leggermente più avanti, le immagino passeggiare nel sole del mattino. L’uno protegge, l’altra segue.
Mi volto a osservare le mie orme, sgraziate, mascoline, il profilo non è netto e delicato, le dita hanno penetrato la rena come artigli, come volessi centrare il mio baricentro sprofondando le radici nel suolo, piedi ancorati a terra a spingere in avanti una testa piena di carta straccia, che vorrebbe salire a rincorrere le nuvole.

Sono capitata per caso in un angolo di paradiso, un luogo segreto in cui stare bene. Qui soffrire sarebbe un peccato contro natura.

L’acqua è calda. Mi sento nel posto giusto, sono a casa e non vorrei uscire mai. La pelle delle dita si arriccia, lecco il sale dalle mani e aspetto che mi cresca la coda, per scendere là sotto, oltre lo specchio del cielo sommerso.

La gente è cordiale e rilassata, tanti piccoli negozi, sorrisi veri, poca omologazione. Mangio con gli occhi, ritrovo il gusto dei piaceri semplici. Sarebbe bello tornare a vivere così, riscoprire la verità dei rapporti con l’altro.
Stiamo perdendo molto, forse tutto, in nome di niente.

In volo, tra funi e carrucole, tra falesie e crepacci. Scendere a precipizio, il vento secca le labbra, il cuore pulsa nelle orecchie, il sibilo dell’acciaio frena la corsa. Volare, senza ali, per un istante sentirsi un angelo, nel mezzo del cielo. Esercizi di volo.

(Ciao Tom, buon volo)

Segnali di fumo

fonte: White bike 2013- Igor Mudrov

Pedalo senza fretta nel crepuscolo di fine estate. Mi lascio cullare dalla brezza e sento che il corpo si abbandona alla fatica lieve del falsopiano. Osservare la luce che sfuma nel bronzo per lasciare spazio al buio, ora che il sole si fa da parte ogni giorno un poco prima, è una sensazione dolce e malinconica di congedo.
Dritta sul sellino, i piedi operosi e lo sguardo ondivago, mi guardo attorno. Apprezzo i piccoli particolari che avevo dimenticato, mi lascio sorprendere dalle novità.

Una volta questo era un lungo viale di platani buio e inselvatichito per incuria, un luogo che da bambina mi era proibito percorrere da sola; si sussurrava di traffici poco leciti, donne che offrivano il proprio corpo, bustine di polvere bianca, paura atavica dell’uomo nero. Ora i platani ben curati offrono riparo e fresca ombra a una pista ciclabile ariosa e asfaltata, un luogo sereno dove le persone passeggiano con il cane al guinzaglio, capannelli di mamme sorvegliano i bambini, coppie di amiche conversano tenendosi a braccetto; c’è una fontanella in cui i passeri fanno il bagno e tante panchine su cui ci si riposa guardando la gente che passa veloce, si legge, si ricama, ci si bacia con l’ardore dei primi amori.

Assaporo tutto questo mentre la tristezza mi allaga il petto e la luna sorge lucida tra i rami.
La felicità è un sussulto, un arcobaleno destinato a sparire velocemente, invece la tristezza è un abito su misura, una tunica di seta che aderisce alla perfezione al corpo e bisogna saper indossare con eleganza, perché non risparmia la vista dei difetti. È un sentimento perfetto e inevitabile, che non si può che accogliere senza lottare.

Guardo le mie dita nervose e ossute che stringono il manubrio. È ancora bella la mia bicicletta, bianca, elegante, ne ascolto il cigolio delle molle, il leggero tintinnare del campanello picchiettato di ruggine, il portapacchi che sussulta quando prendo una buca, lo stridio dei freni a bacchetta davanti a un ostacolo.

Ho avuto cura del tuo dono.

Era l’estate dei miei 15 anni. Ti sono arrivata davanti in silenzio con la pagella tra le mani, un risultato eccellente, borsa di studio per il secondo anno consecutivo, tra i migliori cinque della scuola.
L’hai letta nel tuo modo curioso, sillabando le parole a fior di labbra, con la fronte corrugata e la sigaretta accesa stretta tra le dita. L’hai piegata e me l’hai porta senza guardarmi in faccia, aspirando una boccata di fumo come fosse ossigeno.
Hai fatto il tuo dovere
Mi compri il motorino?
No
Perché?
Perché no
Ero abituata alle piccole delusioni che sapevi elargire, ho messo la pagella nella cartellina delle cose di scuola e non ci ho più pensato.

Basta non pensarci e tutto smette di fare male.

Qualche giorno dopo mi hai chiamato, ero nel pieno del pomeriggio e di un romanzo interessante, e sono arrivata sbuffando di malavoglia, costretta ad abbandonare la vicenda sul più bello.
Andiamo
Dove andiamo Paolo?
Niente domande e sali in macchina
Ti chiamavo per nome allora, una piccola ribellione per rimarcare la distanza che sentivo tra noi. Non ti piaceva, me ne resi subito conto dalla tua gelida occhiata la prima volta che lo feci, però non mi dicesti mai nulla ed io continuavo a farlo, per gioco, per sfida, per provocare una reazione o forse perché volevo che me ne domandassi la ragione.
La nostra meta quel pomeriggio era il più vecchio e rinomato negozio di cicli della città. Conoscevi tutti, ovunque andassi qualcuno si fermava a parlare con te, a ridere delle tue battute e questo fatto non cessava di stupirmi. Tu, così taciturno e riservato in casa, con gli altri diventavi una persona solare che stentavo a riconoscere.
Ovviamente il proprietario ti salutò per nome con amichevole cordialità.
È stata promossa
Guardati intorno e scegli
Mentre voi due fumavate cominciai a girellare per il negozio, ma non vedevo nulla di mio gusto. Tra le solite Legnano, Bianchi e Graziella non c’era niente che mi facesse battere il cuore.
Tornai da te scuotendo la testa con delusione.
Il proprietario del negozio si fece avanti con reticenza.
Ci sarebbe una bicicletta nuova, è inglese, tutta in acciaio. È appena arrivata e non ho ancora avuto il tempo di esporla. È di là in officina, le stavo controllando le ruote.
Era bianca, lucida di cromature, con un campanello grande dal suono melodioso, i freni a bacchetta che non avevo mai visto prima, il cestino di vimini intrecciato, i copriraggi di elastico bianchi e neri come i copertoni, il sellino di cuoio nero con le molle.
Me ne innamorai a prima vista. Mi voltai a guardarti con gli occhi sgranati e speranzosi, ma tu avevi la solita espressione indecifrabile da giocatore di poker, il fumo della sigaretta che si perdeva dietro la tua testa come un’aureola, mentre ti si accendevano gli occhi pronto, da commerciante qual eri, a trattare.
Aspettami in macchina
Le ultime parole che sentii furono il Ha scelto la più cara del proprietario e il tuo Mettiamoci d’accordo.

Da allora la bicicletta bianca fu il mio mezzo di trasporto preferito per molto tempo. Ci andavo a scuola, in campagna, al fiume, a fare la spesa al mercato, ci caricavo Bea sul portapacchi per portarla a pallavolo, mi piaceva la fatica della salita, era molto pesante e senza cambio, e l’abbrivio della discesa, pennellare le curve senza toccare i freni e sentire il vento sulla faccia.

Mi faceva sentire libera di non essere me.

Poi le esigenze cambiano, la fretta di andare via, l’università fuori sede, gli anni di convitto, i mille treni presi e persi, la tesi, un dottorato inutile, il lavoro che diventa un buco nero succhia-tempo e divora-energie, gli anni passano e se ne vanno, schiacciati come insetti sotto le ruote di una bicicletta, addormentata in soffitta sotto un lenzuolo impolverato.

La scorsa primavera, complice un problema alla schiena e la necessità assoluta di fare del moto, sono andata a cercarla, l’ho spolverata, lavata e asciugata. I copertoni sono ancora in buono stato, li cambierò più avanti perché adoro quel colore bianco e nero da gazza che non fanno più, il cestino è andato distrutto, mangiato da qualche topo probabilmente, ma il campanello manda ancora un suono allegro. È maculata di ruggine in qualche punto ma non farò nessun ritocco, è un’imperfezione che mi fa simpatia, sono solo le macchie di vecchiaia di una bella signora che ha vissuto senza rimpianti e porta con fierezza la sua età.

Sai Paolo, oggi la nostra separazione, qualcuno la chiamerebbe morte ma tu non dargli ascolto, diventa maggiorenne e la cosa che mi rende insieme triste e felice è sapere che ho questa bicicletta nella mia vita da più tempo di quello che mi è stato concesso trascorrere con te, che pure la vita me l’hai data. È come avere il tuo peso sul portapacchi e pedalare sapendo che sei da qualche parte, magari impigliato tra i raggi dei ricordi.

Pedalo pensando a tutto questo e ho deciso che ti verremo a trovare uno di questi giorni, la bicicletta ed io. Non sono più così spericolata nelle curve, anzi freno più del necessario, ma amo ancora la carezza del vento sulla faccia. Percorreremo i vialetti di ghiaia senza fretta, ammirando i fiori e le lastre di granito, e non credo che il tintinnare sommesso del campanello disturberà qualcuno dei residenti, destandoli dal sonno. Staremo in silenzio tu ed io, a tentare di parlarci con il pensiero e i segnali di fumo come abbiamo sempre fatto.

Tanto per dire

@fotomia

Perché sto zitta da settimane e le parole si fanno ogni giorno più stantie.

Perché i giorni sono friabili e le costruzioni senza fondamenta crollano.

Perché un senso a questo caldo bisognerà pur darlo, ma io non l’ho ancora trovato.

Perché ho uno struggimento che mi aggroviglia lo stomaco, ma non è la peperonata di ieri sera. 

Perché ho bisogno di silenzio e respiri lunghi, di dormire sonni di piombo e sognare sogni di mercurio.

Perché aspetto la pioggia con l’ardore di un amante, ma non sono pronta a cambiare stagione.

Perché sto leggendo troppi libri, ma le parole fanno male, entrano dentro come spilli e si confondono tra loro.

Perché non credo, ma oggi mi hanno regalato un rosario con un sorriso buono e un gesto timido della mano.

Perché ho bisogno di immergermi nelle onde come nella vasca del battesimo, per sentirmi di nuovo feto e conchiglia.

Perché voglio cogliere legno di mare, impastare sabbia con il sale e farne castelli merlati d’aria.

Perché tutto passa e poi ritorna, tutto è a posto e niente è in ordine, e intanto io aspetto che il vento arrivi e faccia il suo giro.

Perché oggi avevo voglia di scrivere tanto per dire. 

Hic sunt leones

fonte: web

La solitudine acuisce le percezioni e trascorrere soli buona parte del proprio tempo è un esercizio che richiede molta pazienza e nervi saldi.
Nelle ore di silenzio faccio i conti solo con il passo cadenzato del mio cuore e la risacca dei pensieri che mi affollano la testa.
Sono pensieri d’acqua che non sa trovare uno sbocco naturale, acqua che ingrossa le dighe, infida e pericolosa come solo uno stagno può essere.
C’è tanta similitudine tra il tracciato di un eeg e quello di un terremoto, sono moti sussultori, impulsi elettrici, onde ritmiche. Chissà se varrebbe la pena trasformarlo in armonia, tramutare le onde alfa e quelle theta in fa diesis e la bemolle e scoprire qual è la musica di un pensiero.
Il vero problema di chi si lascia sopravvivere è non sapere cosa fare di tutto il tempo che avanza, tempo che dovrebbe essere speso a ridere, a mangiare di gusto, a parlare con persone interessanti, a fare l’amore. Tempo che dovrebbe essere semplicemente speso, non accantonato per ciò che non sarà.
Piangere non è mai una soluzione conveniente, può essere tutt’al più un sollievo momentaneo quando il troppo di dentro tracima nel nulla di fuori.
Scrivere allora, perlomeno provarci, sarà pur sempre meglio di un niente di fatto. Prendere così le distanze dai propri pensieri ne spunta, talvolta, le armi affilate e fa chiudere prima le ferite. Cicatrici, ecco cosa rimane, sulla pelle e dentro la testa. Un tessuto roseo e sottile, teso a coprire i bordi arrossati, un cordoncino di carne che duole nei momenti più assurdi, che pulsa come un cuore e rammenta di non dimenticare.
Memento mori, ma no, non è così, ricordati invece di vivere, ché di morire nessuno si è mai scordato.
Mi piace guidare veloce, mi dà energia, ma la velocità spesso fa perdere dettagli, piccoli particolari, certamente insignificanti, che scatenano riflessioni inaspettate.
Stamattina percorrevo la solita lunga galleria, nella luce ancora incerta di un mattino rovente, e ho dovuto rallentare all’improvviso, fin quasi a fermarmi del tutto. Un trattore probabilmente, forse una biga romana sbucata da un paradosso spazio-temporale, hanno creato una lunga colonna di auto spazientite. Costretta ad adeguarmi alla lentezza del più forte, mi sono ritrovata a osservare ciò che di solito non mi accorgo neppure esista.
In alto, tra i tubi della ventilazione e i cavi delle luci fluorescenti, c’era una coppia di piccioni. Svolazzavano noncuranti del frastuono e dell’aria irrespirabile, si spostavano grassi e sgraziati, erano molto scuri, appesantiti da strati vellutati di smog, e sembravano malati, forse già mutati geneticamente senza neppure essersene accorti.
Non erano affatto interessati a volare verso il fondo della galleria, là dove pure si vedeva il chiarore del sole, anzi stavano al centro, ben lontani dall’uscita, come ne avessero paura. Delimitavano con brevi colpi d’ala un recinto di abitudini sicure.
Mi sono domandata se mai capiranno che esiste un mondo oltre il confine della galleria, una soglia da varcare, un posto lontano dal fragore innaturale di mostri di lamiera e polveri sottili.
Hic sunt leones, mi è affiorata alla mente questa frase imparata tanto tempo fa, un espediente dei cartografi antichi per distinguere il mondo conosciuto da ciò che non valeva la pena esplorare, perché sconosciuto e perciò pericoloso o magari solo poco redditizio.
Un modo elegante e sibillino per dire ho paura di te, non mi interessi, faccio a meno di conoscerti.
Per quei due patetici piccioni la luce in fondo al tunnel e l’aria fresca erano leoni da cui tenersi lontani, una pericolosa novità da non sperimentare.
A volte penso che dovrei tatuarmelo in fronte, qui non c’è nulla di interessante da vedere, non è proprio il caso di fermarsi, hic sunt leones, hic sunt dracones.
Forse, con un disclaimer così efficace, eviterei di continuare a soffrire ricordando chi mi ha attraversato per un istante ed è andato via senza neppure salutare, chi ha lasciato un solco di ricordi e un desiderio di amicizia insoddisfatto, chi non posso fare a meno di rimpiangere nei momenti in cui vorrei condividere una scoperta, un libro bellissimo, la musica perfetta o un panorama mozzafiato.
Sarà che ho buona memoria e ho sempre dato un peso importante alle persone e troppo poco a me stessa, ma la verità è che

….se vuoi andartene, puoi farlo. Io mi ricorderò di te. Io ricordo tutti quelli che se ne vanno (Lilo)

Hic sunt leones