Informazioni su lamelasbacata

Se fossi animale sarei gatto se fossi oggetto sarei libro se fossi dolce sarei miele

mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

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origami

fonte: web

Ho bisogno di una variabile impazzita
in questa vita di granitiche costanti

non riesco a sollevare le braccia
i capelli si avvinghiano in nodi irrisolti

ho la testa ferma su binari in disarmo
provare a sbagliare è un boccone muffito

mi sono svegliata con l’acqua alla gola
sapida di notti di caldo e sudore

cerco una luna nuova di seconda mano
in un vecchio velluto tarmato da falene

è bello sentire la mancanza del vuoto
se il pieno torna con stolida arroganza

si è alzato un altro giorno asciutto
senza pioggia che impasti stelle esplose

quando gli androidi riescono a morire
anche le pecore elettriche trovano pace.

scatti rubati ovvero dell’imparare a dire addio

Non amo l’estate, lo sai.
La considero una stagione in saldo, appariscente come un abito troppo scollato, impaziente, frettolosa di esporre la sua mercanzia, prima che marcisca come pesche lasciate al sole. Non lascia il tempo di assuefare la pelle al tepore che già un temporale se la porta via, lasciandone soltanto un ricordo appiccicoso.
Mi piacciono soltanto le mattine estive, una manciata di ore chiare e pulite in cui mi sveglio prima del solito, cammino tranquillo nel silenzio della città insonnolita e scelgo un bar appena aperto, per bere il primo caffè senza fretta.
Lo sto facendo anche ora, mentre ti scrivo davanti a una tazza fumante, seduto nel cuore della tua città.
Sono qui, sì.
Mi sono concesso una breve vacanza da me stesso o un viaggio a ritroso nel tuo ricordo, se preferisci.
L’amavo anche prima questa città elegante e un po’ snob, ma tornare qui sapendo di respirare la tua stessa aria me la rende ogni volta più cara.
Nella cerchia delle sue mura mi sento accolto e protetto. Appartengo a questo luogo, lo sento, perché qui sono sereno, addirittura felice.
Ti sembrerà bizzarro sentir parlare proprio me di felicità. Io che ho fatto della tristezza una camicia di forza da cui non riesco a liberarmi, nonostante gli sforzi, le letture positive, la meditazione, lo sport e l’aiuto ottundente della chimica.
Semplicemente resta lì, inspiegabile e indecorosa.
Eppure non sono infelice, tutt’altro, ma indosso una sottoveste grigio piombo, invisibile ai più, che mi avvolge il cuore come pellicola su un pezzo di carne cruda.
Mi manchi davvero molto, anche se non mi è più permesso dirtelo e la nostra storia è ormai solo il ricordo di un paziente che ha scelto di non essere rianimato.
Ti ho sentita in ogni gesto compiuto in queste giornate pigre, nel rumore dell’acciottolato che ho percorso, nella musica di un concerto all’aperto, nel profumo di cibo delle osterie, nel tuo accento morbido che risuona sulla bocca di ogni persona incontrata.
Ti ho cercata nei graffiti sui muri, in un vicolo puzzolente di umanità incontinente, fra i bracciali di bachelite di una bancarella, nell’intreccio di mani degli amanti a passeggio, nel riflesso di un vetro impolverato.
Eri ovunque e in nessun dove, eri aria invisibile e necessaria.
Ho comprato un quadro, sai? L’ho scovato nella bottega di un rigattiere e sono certo ti piacerebbe molto: un piccolo carboncino di donna dai tratti appena accennati, drappeggi eleganti su carta avorio listata di azzurro.
Saresti fiera del mio buongusto e mi suggeriresti il posto migliore per appenderlo, forse proprio in…..

Una risata femminile interruppe il flusso di coscienza, che stava prendendo una china pericolosamente vicina all’autocompatimento.
Alzando la testa si accorse che i tavolini si erano a poco a poco riempiti. Il tempo era passato senza che se ne avvedesse e i negozi stavano alzando le saracinesche, i neon già accesi a illuminare l’interno.
Un po’ più al centro rispetto al suo tavolo d’angolo era seduta una coppia. Dell’uomo non scorgeva che le spalle, mentre il volto della donna era ben visibile; una turista a giudicare dalla cartina che teneva appoggiata accanto a sé.
Non era bella e neppure tanto giovane, troppo paffuta per essere di suo gradimento, ma aveva una scintilla d’ironia negli occhi chiari che rendeva il suo viso interessante.
Alla risata erano seguite parole di dolce presa in giro per il suo compagno, reo di aver russato “come un leone marino” per tutta la notte.
Era felice di trovarsi lì, lo testimoniavano sia il sorriso rilassato che la postura priva di tensioni e fretta.
La guardò assaporare piano il suo cappuccino, senza zucchero approvò silenziosamente, e addentare con gusto il croissant che aveva davanti.
Era golosa, lo si capiva dal modo in cui socchiudeva di piacere gli occhi, leccandosi la punta delle dita velate di zucchero.
Distolse gli occhi davanti a quel dettaglio intimo, imbarazzato dalla sua stessa curiosità, e cercò di ritrovare la concentrazione necessaria per terminare la lettera, ma dopo poco tornò ad alzare lo sguardo.
Osservò la donna piegare con gesti precisi una bandana colorata e, con un unico fluido movimento, legarsela intorno alla testa.
Restò affascinato dal gesto, pieno di una inconsapevole femminilità, e dal contrasto tra il cobalto della fascia di tessuto e il rosso vivo dei capelli di lei.
Gli tornarono alla mente i quadri dei maestri fiamminghi visti tanto tempo prima ad Anversa, i blu e i magenta, ancora così vividi dopo secoli, che contrastavano con gli occhi chiari e le pelli rosate di giovani nobildonne e umili sguattere.
La donna ora scuoteva la testa con imbarazzo ed era arrossita, mentre il compagno tentava di scattarle una fotografia.
Seguendo un impulso incontrollabile, anche lui sollevò il telefono e le rubò uno scatto, fermandone non il sorriso pieno di poco prima, ma uno più timido e appena accennato.
Lei si accorse del suo gesto, perché arrossì violentemente e voltò di scatto il busto, a rimarcare un confine che non gli era permesso varcare.
Il suo nervosismo era evidente nel modo in cui spiegazzava la cartina, ma non gli rivolse alcun rimprovero o sguardo infastidito. Si limitava a tenere il viso voltato da una parte, nascondendo la sua espressione.
Anche lui abbassò la testa sul foglio e finse di leggere ciò che aveva davanti, per evitare un ulteriore penoso imbarazzo.
Il rumore di sedie strisciate e un buongiorno appena sussurrato, cui rispose con un cenno di capo, conclusero l’accaduto senza vincitori né vinti.
Le parole che aveva scritto tornarono ad occupare tutta la sua attenzione, ma nel rileggerle si faceva strada in lui una sensazione di rassegnazione cui, fino a quel momento, non aveva voluto arrendersi.
Era finita, lo sapeva razionalmente da tanto tempo, ma doveva comprenderlo ormai anche quel suo cuore ostinato. Era il momento giusto per lasciar andare il ricordo di chi non aveva voluto o potuto dargli ciò che desiderava.
Fece cenno al cameriere per avere un altro caffè e iniziò a strappare il foglio con cura, in minuti coriandoli che impilò nel portacenere.
Finì di sorseggiare con calma, poi si avviò verso le monumentali porte del centro storico, socchiudendo gli occhi al riverbero del sole sulle lastre di arenaria rosata.
Una folata di vento improvvisa si portò via un tovagliolo macchiato di caffè, briciole di croissant e coriandoli di carta, insieme al rimpianto di cui erano intrisi.

24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there

think poetic

fonte: foto mia

In un momento di zero ispirazione, prendo in prestito parole bellissime per adornare questo spazio troppo vuoto, così come farei con un splendido mazzo di fiori primaverili.

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che nessuno stabilisce norme salvo la vita,
Che la vita senza certe norme perde forma,
Che la forma non si perde con l’aprirci,
Che aprirci non è amare indiscriminatamente,
Che non è proibito amare,
Che si può anche odiare,
Che l’odio e l’amore sono affetti,
Che l’aggressione è perché sì ferisce molto,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che definirsi non è remare contro corrente,
Che non quanto più forte si fa il segno più lo si scorge,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che negare parole implica aprire distanze,
Che trovarsi è molto bello,
Che il sesso fa parte del bello della vita,
Che la vita parte dal sesso,
Che il “perché” dei bambini ha un perché,
Che voler sapere di qualcuno non è solo curiosità,
Che volere sapere tutto di tutti è curiosità malsana,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che l’autodeterminazione non è fare le cose da solo,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che per dare dovemmo prima ricevere,
Che affinché ci dìano bisogna sapere anche come chiedere,
Che sapere chiedere non è regalarsi,
Che regalarsi è, in definitiva, non amarsi,
Che affinché ci vogliano dobbiamo dimostrare che cosa siamo,
Che affinché qualcuno “sia” bisogna aiutarlo,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che adulare è tanto pernicioso come girare la faccia,
Che faccia a faccia le cose sono oneste,
Che nessuno è onesto perché non ruba,
Che quello che ruba non è ladro per suo piacere,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che non ci si deve dimenticare che esiste la morte,
Che si può essere morto in vita,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che alziamo muri per non essere feriti,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che quasi tutti siamo muratori di muri,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Che non per il molto portarsi avanti si leva prima il sole,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?

(Mario Benedetti, poeta, scrittore, intellettuale, esule scomparso oggi 10 anni fa)

zuppa di unicorno

fonte: pinterest

Mi sento come un gelato al gusto unicorno. Lo osservi e pensi, che schifo, sarà pieno di zuccheri e altra robaccia chimica, con tutti quei brillantini, i colori assurdi, i confetti che solo a guardarli senti tremare di paura le otturazioni.

Stavo pensando a una persona che desidera ardentemente scrivere e ci sta provando con tutte le sue forze. È brava, tra l’altro, e ce la farà. Io non riuscirei, mi sono detta, perché non sono abbastanza. Abbastanza cosa, poi? Abbastanza brava e intelligente, brillante o vincente; abbastanza bella e magra, questo mai, o abbastanza simpatica e amata. Magari sono un miscuglio di tutto questo, un equilibrio non troppo riuscito dal gusto improbabile e strano quanto l’unicorno. Quanto può sentirsi fuori posto un gelato al gusto unicorno?

Questa strana associazione d’idee è affiorata direttamente dal subconscio stamattina mentre, la testa ficcata nell’armadio, litigavo con vestiti troppo pesanti o ancora leggeri per questo clima bizzoso. Non sopporto più questi sbalzi, non è sano, ogni anno mi lascio cogliere alla sprovvista perché non mi fido della primavera, è una ragazza così volubile, e mi copro troppo, poi sudo, poi mi scopro ed ecco la fregatura e mi ammalo. ‘fanculo….

Sono anche in fase M, mestruazioni, menopausa, malinconia, mugugno, decidete voi quale sostantivo preferite, tanto sempre di M mi sento e, neanche a dirlo, sono uno strazio ambulante.

Tra gli altri è anche per questo motivo che ho rarefatto il mio scrivere e mi autocensuro. Rinuncio dopo poche righe, a volte neppure quelle, perché mi vergogno di me stessa e il pudore mi spinge a tenere celati i pensieri beceri.

Il verme saggio che coabita con la mela bacata mi sgrida. Di che ti lamenti? Cosa ti manca? Non ti vergogni?

Certo che mi vergogno! Però poi mi lamento. Punto. Non ho voglia di scoprire perché, non è obbligatorio sapere tutto nella vita, anzi, ho come il sospetto che più si è ignoranti e meglio si sta. Come un puciu si dice dalle mie parti e se non siete piemontesi andate a leggere la spiegazione che è assai carina.

Mi mancano tante cose. Qualcuna per un po’ è stata mia ma poi se n’è andata, altre invece non le avrò mai e cerco di non pensarci troppo. Aveva ragione chi cantava quello che non ho è quel che non mi manca e sto davvero facendo progressi nel vivere senza aspettative, lontana da inutili rimorsi e sterili rimpianti. Di tanto in tanto mi capita ancora di imboccare uno di quei sentieri mentali ciechi, zeppi di curve che non portano da nessuna parte, e per un po’ mi tocca andare a ramengo. Ci vuole tempo e pazienza per tornare sui propri passi, il labirinto dei se e dei chissà non è semplice da attraversare senza farsi almeno un graffio superficiale.

Vorrei del tempo di qualità solo per me, ore di sonno profondo e ristoratore, qualche abbraccio caldo, un amicizia di lunga data, il ciliegio in fiore della mia infanzia su cui arrampicarmi a leggere le centinaia di libri che ammucchio compulsivamente. Dicono si chiami Tsundoku, purtroppo la cura non è ancora stata inventata, mentre sarebbe bene comprare libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli. Non l’ho detto io ma Schopenauer. Come dargli torto?

Mi mancano le polaroid mozzate che scattava mia madre, tutte senza la testa o i piedi. Ogni volta sperava di averla azzeccata e alla fine erano matte risate e prese in giro affettuose. In una vecchia valigia qualcuna è rimasta intatta, solo ingiallita dal tempo che le si è appiccicato sopra.

Mi mancano i baffi di mio padre e il solletico che mi faceva con i suoi rari baci camuffati da pernacchie. Quelli proprio non posso più riaverli, non c’è valigia grande o piccola che possa contenerne almeno uno.

Mi piacerebbe conversare per il gusto di farlo, non parlare a orecchie sterili solo perché sono pagata per farlo (‘fanculo) e vorrei un sacchetto di gettoni per telefonare in cabina, lontano da orecchie indiscrete, giocando con il filo arrotolato attorno al dito e la cornetta incastrata nella spalla.

Già che ci siamo rivorrei la bomboniera Algida, la coppa del nonno di una volta, perché quella di adesso fa schifo, e la canottiera bianca di Freddy, con lui dentro naturalmente. Se vi sto annoiando vi chiedo perdono, è solo una zuppa di pensieri ma è la mia zuppa e più ne metto più diventa buona. Almeno spero.

Qualche settimana fa ho partecipato a un funerale di paese, di quelli vecchio stile che in città nessuno si sognerebbe più di celebrare.

Dopo la funzione ci siamo incamminati a piedi verso il cimitero, il prete davanti con la croce di legno tra le mani, il carro funebre a passo d’uomo, il corteo dietro in ordine sparso. C’era chi pregava e chi faceva solo finta, chi si guardava intorno, chi piangeva, chi faceva un cenno di saluto, chi chiacchierava a bassa voce scambiando pettegolezzi.

C’erano tre anziani seduti fuori dal bar su sedie di plastica quasi più vecchie di loro, umarell a riposo impettiti e attenti a non perdersi un secondo dell’avvenimento del giorno. Parevano tre Parche con il deambulatore.

È stato strano camminare occupando uno spazio che di solito non appartiene ai pedoni, sfilare tra due colonne di auto ferme, i volti incorniciati dal parabrezza come quadri viventi curiosi e al tempo stesso impazienti di ripartire, tra le serrande a mezz’asta dei negozi, nel silenzio irreale di un tempo sospeso che solo la morte è ancora in grado di donare a chi resta.

Soltanto le rondini se ne infischiavano di quel singolare assembramento di bipedi e continuavano imperterrite a garrire, con i becchi colmi di fuscelli per il nido da costruire.

Tutto scorre e deve continuare, hanno ragione le rondini, tutto va avanti e non indietro, nonostante i periodi di M, la vergogna, le lamentele ragionevoli o irragionevoli e il tempo pazzo che si prende gioco di chi non si fida.

c’est la vie, n’est ce pas?