Me too – Spettatori paganti

Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sul blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
Ogni lettura è un passo verso la consapevolezza.
Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

Tratto d'unione

spettatori pagantiImmagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo…

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Segnali di fumo

fonte: White bike 2013- Igor Mudrov

Pedalo senza fretta nel crepuscolo di fine estate. Mi lascio cullare dalla brezza e sento che il corpo si abbandona alla fatica lieve del falsopiano. Osservare la luce che sfuma nel bronzo per lasciare spazio al buio, ora che il sole si fa da parte ogni giorno un poco prima, è una sensazione dolce e malinconica di congedo.
Dritta sul sellino, i piedi operosi e lo sguardo ondivago, mi guardo attorno. Apprezzo i piccoli particolari che avevo dimenticato, mi lascio sorprendere dalle novità.

Una volta questo era un lungo viale di platani buio e inselvatichito per incuria, un luogo che da bambina mi era proibito percorrere da sola; si sussurrava di traffici poco leciti, donne che offrivano il proprio corpo, bustine di polvere bianca, paura atavica dell’uomo nero. Ora i platani ben curati offrono riparo e fresca ombra a una pista ciclabile ariosa e asfaltata, un luogo sereno dove le persone passeggiano con il cane al guinzaglio, capannelli di mamme sorvegliano i bambini, coppie di amiche conversano tenendosi a braccetto; c’è una fontanella in cui i passeri fanno il bagno e tante panchine su cui ci si riposa guardando la gente che passa veloce, si legge, si ricama, ci si bacia con l’ardore dei primi amori.

Assaporo tutto questo mentre la tristezza mi allaga il petto e la luna sorge lucida tra i rami.
La felicità è un sussulto, un arcobaleno destinato a sparire velocemente, invece la tristezza è un abito su misura, una tunica di seta che aderisce alla perfezione al corpo e bisogna saper indossare con eleganza, perché non risparmia la vista dei difetti. È un sentimento perfetto e inevitabile, che non si può che accogliere senza lottare.

Guardo le mie dita nervose e ossute che stringono il manubrio. È ancora bella la mia bicicletta, bianca, elegante, ne ascolto il cigolio delle molle, il leggero tintinnare del campanello picchiettato di ruggine, il portapacchi che sussulta quando prendo una buca, lo stridio dei freni a bacchetta davanti a un ostacolo.

Ho avuto cura del tuo dono.

Era l’estate dei miei 15 anni. Ti sono arrivata davanti in silenzio con la pagella tra le mani, un risultato eccellente, borsa di studio per il secondo anno consecutivo, tra i migliori cinque della scuola.
L’hai letta nel tuo modo curioso, sillabando le parole a fior di labbra, con la fronte corrugata e la sigaretta accesa stretta tra le dita. L’hai piegata e me l’hai porta senza guardarmi in faccia, aspirando una boccata di fumo come fosse ossigeno.
Hai fatto il tuo dovere
Mi compri il motorino?
No
Perché?
Perché no
Ero abituata alle piccole delusioni che sapevi elargire, ho messo la pagella nella cartellina delle cose di scuola e non ci ho più pensato.

Basta non pensarci e tutto smette di fare male.

Qualche giorno dopo mi hai chiamato, ero nel pieno del pomeriggio e di un romanzo interessante, e sono arrivata sbuffando di malavoglia, costretta ad abbandonare la vicenda sul più bello.
Andiamo
Dove andiamo Paolo?
Niente domande e sali in macchina
Ti chiamavo per nome allora, una piccola ribellione per rimarcare la distanza che sentivo tra noi. Non ti piaceva, me ne resi subito conto dalla tua gelida occhiata la prima volta che lo feci, però non mi dicesti mai nulla ed io continuavo a farlo, per gioco, per sfida, per provocare una reazione o forse perché volevo che me ne domandassi la ragione.
La nostra meta quel pomeriggio era il più vecchio e rinomato negozio di cicli della città. Conoscevi tutti, ovunque andassi qualcuno si fermava a parlare con te, a ridere delle tue battute e questo fatto non cessava di stupirmi. Tu, così taciturno e riservato in casa, con gli altri diventavi una persona solare che stentavo a riconoscere.
Ovviamente il proprietario ti salutò per nome con amichevole cordialità.
È stata promossa
Guardati intorno e scegli
Mentre voi due fumavate cominciai a girellare per il negozio, ma non vedevo nulla di mio gusto. Tra le solite Legnano, Bianchi e Graziella non c’era niente che mi facesse battere il cuore.
Tornai da te scuotendo la testa con delusione.
Il proprietario del negozio si fece avanti con reticenza.
Ci sarebbe una bicicletta nuova, è inglese, tutta in acciaio. È appena arrivata e non ho ancora avuto il tempo di esporla. È di là in officina, le stavo controllando le ruote.
Era bianca, lucida di cromature, con un campanello grande dal suono melodioso, i freni a bacchetta che non avevo mai visto prima, il cestino di vimini intrecciato, i copriraggi di elastico bianchi e neri come i copertoni, il sellino di cuoio nero con le molle.
Me ne innamorai a prima vista. Mi voltai a guardarti con gli occhi sgranati e speranzosi, ma tu avevi la solita espressione indecifrabile da giocatore di poker, il fumo della sigaretta che si perdeva dietro la tua testa come un’aureola, mentre ti si accendevano gli occhi pronto, da commerciante qual eri, a trattare.
Aspettami in macchina
Le ultime parole che sentii furono il Ha scelto la più cara del proprietario e il tuo Mettiamoci d’accordo.

Da allora la bicicletta bianca fu il mio mezzo di trasporto preferito per molto tempo. Ci andavo a scuola, in campagna, al fiume, a fare la spesa al mercato, ci caricavo Bea sul portapacchi per portarla a pallavolo, mi piaceva la fatica della salita, era molto pesante e senza cambio, e l’abbrivio della discesa, pennellare le curve senza toccare i freni e sentire il vento sulla faccia.

Mi faceva sentire libera di non essere me.

Poi le esigenze cambiano, la fretta di andare via, l’università fuori sede, gli anni di convitto, i mille treni presi e persi, la tesi, un dottorato inutile, il lavoro che diventa un buco nero succhia-tempo e divora-energie, gli anni passano e se ne vanno, schiacciati come insetti sotto le ruote di una bicicletta, addormentata in soffitta sotto un lenzuolo impolverato.

La scorsa primavera, complice un problema alla schiena e la necessità assoluta di fare del moto, sono andata a cercarla, l’ho spolverata, lavata e asciugata. I copertoni sono ancora in buono stato, li cambierò più avanti perché adoro quel colore bianco e nero da gazza che non fanno più, il cestino è andato distrutto, mangiato da qualche topo probabilmente, ma il campanello manda ancora un suono allegro. È maculata di ruggine in qualche punto ma non farò nessun ritocco, è un’imperfezione che mi fa simpatia, sono solo le macchie di vecchiaia di una bella signora che ha vissuto senza rimpianti e porta con fierezza la sua età.

Sai Paolo, oggi la nostra separazione, qualcuno la chiamerebbe morte ma tu non dargli ascolto, diventa maggiorenne e la cosa che mi rende insieme triste e felice è sapere che ho questa bicicletta nella mia vita da più tempo di quello che mi è stato concesso trascorrere con te, che pure la vita me l’hai data. È come avere il tuo peso sul portapacchi e pedalare sapendo che sei da qualche parte, magari impigliato tra i raggi dei ricordi.

Pedalo pensando a tutto questo e ho deciso che ti verremo a trovare uno di questi giorni, la bicicletta ed io. Non sono più così spericolata nelle curve, anzi freno più del necessario, ma amo ancora la carezza del vento sulla faccia. Percorreremo i vialetti di ghiaia senza fretta, ammirando i fiori e le lastre di granito, e non credo che il tintinnare sommesso del campanello disturberà qualcuno dei residenti, destandoli dal sonno. Staremo in silenzio tu ed io, a tentare di parlarci con il pensiero e i segnali di fumo come abbiamo sempre fatto.

origami di tempo, caffè mattutini e persone di passaggio nel cuore

fonte: web

Rannicchiata in nowhere land, sospesa in una bolla di caffè, rimango in silenzio ad assaporare l’aria del primo mattino, le facce insonnolite, gli occhi semiaperti e uno sbadiglio malcelato che accompagna la consapevolezza del risveglio.

C’è un piccolo locale dove mi sento a mio agio. Il barista mi saluta con un sorriso e un buongiorno sommesso e non troppo gioviale, come si addice al mattino che sta stirando membra ancora raggomitolate nel ricordo del calore del letto, rispettoso dei sogni che prudono sottopelle come spine di rosa.
Mi siedo sempre al tavolino più nascosto, in un angolo che riesce ad essere allo stesso tempo buio e luminoso, lontano da luci artificiali ma vicino alla finestra che si apre sul giardino d’inverno. Amo la luce naturale, che sia il chiarore luminoso del mattino o il morbido arrivederci del tramonto, è il modo migliore per farmi stare bene. Così come adoro i giardini segreti, gli spazi chiusi che rivelano le loro bellezze solo a uno sguardo più attento e paziente, gli androni bui dalle volte affrescate, le verande nascoste, le alte siepi che celano misteri e, forse, meraviglie di spazi infiniti da immaginare.

Non devo fare richieste, il mio barista sa cosa mi piace e posa accanto a me la tazza fumante, perché se il cappuccino non è molto caldo per me non è buono, lo zucchero di canna, un piccolo bicchiere di acqua e la brioche che preferisco, semplice e con un buon sapore di pane dolce.

Ogni volta attendo di conoscere l’oracolo della schiuma, se sarà una piuma a rendere leggero il giorno, un cuore per le giornate appassionate o una semplice spirale, per quelle da inventare un passo alla volta, istante dopo istante. Resto a osservarla per un attimo, poi verso lo zucchero che rimane sospeso prima di inabissarsi lentamente, quasi trattenesse il respiro come una donna dopo un bacio inatteso.

Il cucchiaino tintinna sommesso mentre mescolo pensieri, caffè e latte finché il colore è quello giusto, una perfetta miscela di bianco e nero, perché non è la purezza che rende qualcosa o qualcuno migliori, ma è la contaminazione a far divenire più interessante il nostro vivere.

Sorseggio piano, assorbo nei polpastrelli il calore della porcellana e ascolto una radio che trasmette soft jazz, nessun telegiornale o giornalista invadente a gridare fandonie più o meno ben costruite, solo le note sincopate che accolgono chi, come me, non ha fretta di buttarsi nella mischia e vuole restare sospeso ancora un poco in una bolla di caffè.

Poso la tazza, l’orologio mi concede ancora un brandello di tempo, solo un pezzetto che piego e ripiego come un origami, per dargli la profondità che mi serve e nascondermi tra le sue linee spezzate. Quanto durano i minuti perché una pentola di acqua bolla, quando la fame si fa sentire? Sembrano ore interminabili eppure sono gli stessi che servono per bere a malapena un caffè con una persona che non vorremmo lasciar andare via, quando sono così dispettosi da prendere la ricorsa e passare in un batter di ciglia a velocità WARP.

Un amico mi ha detto che ho saputo scavare nel vuoto che si porta in giro. Forse non ho scavato solo nel suo ma anche nel mio, un malessere che mi fa dire non sto male ma neppure troppo bene e mi arrovello nel cercare qualcosa che possa riempirlo. Di certo molte persone stanno transitando su quel vuoto, alcune attraversano spavalde senza fermarsi che pochi attimi, altre stanno costruendo fondamenta più solide, a qualcuno devo rinunciare con un sospiro di sincero rimpianto o di sollevata delusione. Questa rete di legami sottili crea suture invisibili che rammendano buchi e rattoppano spifferi.

scarabocchi di chissà cosa e perché mai

Ma perché e di cosa continuo ad avere tanta paura? A questo sto pensando mentre rispondo distratta a chi mi saluta, spersa nella mia bolla e assorta nello scarabocchiare parole e disegni, quasi cercassi tra lettere e linee la mappa del malandrino e la chiave che apre la porta del grande Boh?

Tutto sembra congelarsi ancora per un istante, un fermo immagine color caffè della punta del cucchiaino a raccogliere la schiuma rimasta sul fondo, le ultime briciole incollate al lato della bocca, la punta della biro che riga il foglio, poi la bolla scoppia con un pluf delicato e il mattino riprende fiato e torna a scorrere.

Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

PADRE-E-FIGLIAbn

fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.

Respirare

Respirare, l’atto più semplice che esista, il primo che tutti facciamo con la nascita, prima ancora di aprire gli occhi, l’ultimo che ci accompagna con la morte, quando gli occhi sono già chiusi.

Respira il neonato, piangendo il suo distacco dal mondo acquatico cui appartiene, respirano gli animali, respirano i grandi capodogli, respirano le piante.

La vita e la morte sono legate al respiro, inspiriamo portando la vita dentro, espiriamo portandola fuori.

L’esterno, l’aria, l’ossigeno diventa noi attraverso il sangue, materia e spirito entrano in contatto.

Respiriamo “aria pesante” quando avremmo bisogno di leggerezza, apprezziamo l’odore di chi ci piace, tossiamo per esprimere un rifiuto, un dissenso.

Respirare è una funzione autonoma del corpo regolata dal sistema nervoso ortosimpatico, ho imparato bene la lezione di anatomia –signorina la facciamo ancora una domandina per la lode?– il primo trenta, il primo di tanti ma il primo non si scorda mai e pazienza se le lodi erano solo su carta, chi si loda s’imbroda, lo so papà ma ogni tanto è bello sentirsi dire brava, ed è per questo che non bevo brodo, mi fa troppa acidità.

Se respirare è il soffio della vita allora chi non respira cosa sta cercando di dire, quale tristezza vuole comunicare e se mio padre, l’uomo più asmatico che conoscessi, era anche il più triste che io abbia mai incontrato, allora posso dirmi proprio sua figlia e non solo per la fossetta sul mento.

Ci sono giorni in cui ti svegli con un peso sul petto, un fastidio alla base della trachea che non sai se hai ingoiato un capello o una briciolina di pane, tossisci ma quello non si sposta, però è tardi, a furia di posticipare la sveglia ti sei bruciata tutto il vantaggio, presto, presto che il tempo non aspetta e il peso starà lì buono, non ho tempo per occuparmene.

I pensieri, le parole che non hai detto, quelle che non hai potuto o voluto dire, stanno a macerare in un grumo sempre più stretto e quando si inumidiscono, con la saliva che non hai sputato e le lacrime che non hai versato, ecco che mettono radici, lunghe, sottili e tenaci come quelle della gramigna, radici che corrono, pesano e si avvolgono intorno ai bronchi, senza farsi sentire, sornione come un gatto in caccia.

Tu non ci pensi, lo sai che a volte capita ma ti illudi di saper gestire, cazzo fai yoga, mediti, sai come si fa a respirare, come far muovere il diaframma e riempire la testa di quiete, cosa vuoi che ti facciano quelle stupide, tenere radici.

Però tossisci, ogni volta con più fatica, e ti manca il fiato e devi sospirare, come a buttar fuori quello che invece sta ben dentro e se la ride dei tuoi sforzi.

Arriva il momento che tossisci, tossici e quando cerchi di prendere fiato non riesci, perchè la trachea ti ha detto ‘fanculo, arrangiati da sola ed è diventata stretta come la capocchia di uno spillo, allora cominci ad ansimare, vedi le stelline, ti graffi la gola, come voler fare una tracheo d’urgenza ed entri in panico, cazzo lo sai che non devi agitarti ma quando hai la bocca piena di neve e sei sotto una valanga la calma va a farsi fottere con grazia dal primo che passa.

Allora corri, frughi nella borsa, cerchi quel maledetto inalatore, quello che nei film non si trova mai e il protagonista rantola per terra impotente, butta fuori l’aria, cristosanto di aria non ne ho più, spara, spara in gola e chiudi gli occhi.

Senti il cuore che batte, impazzito, senti il sangue che viaggia alla velocità del suono per portare un po’ di ossigeno dove manca e piangi, cazzo ti piangi stupida, però non puoi farne a meno perchè non è la morte che ti fa paura, ma la mancanza di aria è una tortura diabolica.

Dopo ti resta una stanchezza infinita, la gola fa male come ti avessero garrotato, la voce per un po’ se ne va, le parole ormai sono finite da un pezzo, per qualche giorno ansimi e rantoli nel fare le scale come una vecchina centenaria e stanotte starai con gli occhi sbarrati nel buio, a smaltire il cortisone e l’adrenalina, con la finestra aperta nonostante il freddo.

Starai lì, ferma e silenziosa, a respirare.

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fonte: web

A margine

Il brano che ho scelto mi è davvero molto caro e spero tanto vi piaccia

certo è bello stare al centro delle cose, girare a trecentosessanta gradi, ammirare ciò che ci circonda, essere perno, essere fulcro, il centro della margherita, tutti i petali intorno a fare corona, ad inchinarsi facendo oooh di meraviglia…..

certo è bello essere il primo della fila, girarsi indietro a vedere quanto è lungo lo strascico, prendersi il proprio tempo, perderlo se ci va di farlo, scegliere il boccone migliore, la parte più tenera…..

certo è bello camminare in mezzo al marciapiede, non troppo rasente al muro, che si sporca di grigio la giacca, non troppo sul bordo per non rischiare un incidente, in mezzo, in trionfo, la gente si sposta, fa largo, bisogna lasciar passare….

certo è bello mangiare il cuore della torta, la parte morbida del formaggio, tagliare una fetta scavando a cucchiaio, portare via la parte più appetitosa e scartare la scorza…..

a me piace guardare la vita dal margine, avere la visione più ampia possibile, perdermi nei piccoli dettagli appoggiando le spalle ad uno spigolo, trovare il mio angolo preferito e arredarlo con i miei pensieri….

a me non piacciono gli inchini degli altri petali, mi piace confondermi nelle doppie corolle, in quegli abbozzi alla base dello stelo, che non sai se stanno crescendo o se ci hanno rinunciato prima di provare….

a me piace mangiare la crosta croccante della pizza, rosicchiare le ossa del pollo, il bordo bruciacchiato della crostata e finire l’ultima cucchiaiata di tiramisù, che non mi spiego perchè è sempre la migliore…..

a me piace camminare sul bordo del marciapiede, sui mattoncini che delimitano le aiuole, sbandando un pochino, pronta ad appoggiare a terra la punta del piede e darmi lo slancio per ripartire…..

a me piace affondare i piedi nei sassolini del mare, camminare sulla linea di demarcazione tra sabbia bagnata e asciutta, osservarla mentre piano piano si sposta all’insù, quando l’acqua torna a riprendersi ciò che è suo…..

a me piace colorare a matita sfumata, pasticciare con le dita ed i trucioli di legno, senza cancellare, se no il foglio si strappa, e pazienza se ogni tanto si sporca, se il margine non è perfetto e i bordi si sfocano….

è tutto qui lo stare a bordo vita, è tutta qui la bellezza dei margini…..

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fonte: web

Emozionando-mi

Ho questo post in sospeso da un sacco di tempo e non avevo ancora trovato il momento giusto per scrivere.

È lusinghiero e decisamente imbarazzante che ben quattro persone abbiano provato un’emozione in altrettanti miei post, quindi grazie di cuore alla mia carissima Alexandra, a Romolo, alla dolce Margherita e ad Alessia per aver scelto proprio me.

Non dovrebbe essere difficile rispondere ad un tag, ma questo è stato molto complicato per le emozioni contrastanti che mi ha procurato.

Questa mattina ho detto ad un amico di blog che preoccuparsi è un lavoro difficile, ma affezionarsi è un impegno ancora più difficile, aggiungo ora.

Io mi innamoro di tutto, mi innamoro delle persone, di come scrivono, di ciò che esprimono con i loro disegni, le canzoni, le fotografie, delle parole che scelgono per descrivere la loro realtà, l’inferno personale o il paradiso che stanno vivendo.

Ognuna di loro ha preso possesso di una parte del mio cuore, della mia memoria, di me.

Le emozioni che provo ogni giorno sono tante, soffro, mi commuovo, sorrido, sono felice di interagire, di chiacchierare, di scambiare anche solo un Eh.

Quando un blog chiude, quando un blogger non scrive per troppo tempo, ne sento la mancanza, rimane come un tarlo, un picchiettare fastidioso sulla spalla, mi domando perchè, cosa sia successo, come starà.

Forse sono solo una vispa Teresa che crede nelle favole e non guarda per terra, inciampando rovinosamente nella prima buca nascosta, però non riesco ad essere diversa, non riesco a non dare fiducia, a non credere a ciò che leggo, a ciò che mi viene trasmesso.

In qualche caso ho fortemente voluto dare un volto, creare un legame più profondo, un contatto diretto e non mi sono pentita, anzi è stato un incontro bellissimo, con persone già conosciute negli aspetti forse più intimi e delicati, ma al contempo nuove, ancora da scoprire, da cui essere a mia volta scoperta, senza più rete di protezione, senza nick, senza avatar, solo io, la mia buffa faccia, i miei dentoni da coniglio, le unghie mangiate, la timidezza ed il rossore sulla faccia.

Le motivazioni per cui si apre un blog e si scrive possono essere tante, alcune condivisibili, altre forse meno, ma tutte degne di rispetto, perchè io non sono nessuno, non voglio giudicare se sia la solitudine, la voglia di conoscere persone nuove, un’ambizione letteraria o un modo di evadere la routine, la molla che ha spinto un’altra persona a mettersi in gioco.

Quello che posso, anzi devo fare, è leggere con rispetto e attenzione e decidere se restare oppure no, se accompagnare la strada dell’altro o tirarmi indietro.

Finora solo in pochissimi casi ho deciso, molto a malincuore, di andar via ed anche per quei blog nutro ancora affetto, mentre ogni blog in cui ho deciso di restare mi ha emozionato e continua a farlo ogni giorno.

Per questo non voglio e non posso scegliere, farei torto a troppe persone che hanno conquistato la mia stima ed il mio affetto, esprimerei una parzialità che non sento giusta per il mio modo di essere, forse perchè troppo spesso nella vita reale sono stata messa da parte e tendo ad immedesimarmi con chi viene scartato.

Quello che invece posso fare è chiedere, a chiunque leggerà queste righe, di prendere un nome a caso dal proprio blogroll oppure dal mio, se volete, e andare a leggere o a rileggere un post nel giorno che preferite, quello del vostro compleanno, il mese che più odiate, il giorno che è nato vostro figlio o che avete perso vostro padre, non importa quale, tanto sono sicura che vi emozionerete, oh sì che lo farete.

Visto che sono in vena di sincerità e di mettere a nudo, se possibile ancora più del solito, quel poco che ho in testa e nel cuore, io stasera qui ci metto la faccia, così come sono, con i dentoni davanti, i capelli sparati e l’espressione buffa, perchè voi, tutti voi, mi emozionate sempre.

mela

mela desnuda

‘A Maronna t’accumpagna

Chi ha letto il mio flash racconto PsychoNatale avrà forse sorriso per l’assurdità della situazione descritta, solo che non era finzione ma vita vera, ricordi di un tempo passato in cui non potevo scegliere e dovevo subire.

Ora che sono adulta e riesco a proteggermi meglio, non mi importa granché di ciò che pensa la gente e posso dire a testa alta “Io non amo il Natale e non ne faccio mistero”.

La mia famiglia ha sempre raggiunto la pienezza della sua infelicità proprio durante le feste natalizie. Ricordo due sole occasioni in cui il Natale mi ha reso davvero felice.

La prima volta quando è nata la mia sorella più piccola, la mia bambina di Natale che sta cercando la sua strada altrove.

Oggi però voglio raccontare di un altro Natale, che sembra finto tanto è stato perfetto, ma è stato tutto così straordinariamente vero da sembrare una favola della buonanotte.

Avevo undici anni e un giorno arrivò una lettera dalla madre di mio zio P, acquisito ma mio padrino e quasi un secondo padre per me, nonostante fosse una persona tutt’altro che perfetta.
Era sua mamma, che io chiamavo nonna, anche se non ci legava nessuna parentela.

Ricordo che era appena iniziata la scuola, ma nella lettera c’era una richiesta riguardante il Natale di quell’anno. I “nonni” avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio e volevano che il figlio trascorresse con loro le feste, anziché andare a trovarli in estate, com’era sua abitudine.

Mi domandai perché non avesse semplicemente telefonato, invece di mandare quella lettera scritta con calligrafia incerta e un po’ antiquata, ma solo molto più tardi ho capito che le cose davvero importanti bisogna scriverle, non basta affidarle solo ad un brandello di fiato, bisogna metterci cura, amore e tempo perchè vengano bene.

Fu deciso che zio avrebbe passato le feste con la sua famiglia ed io, la nipote più grande, lo avrei accompagnato. Partimmo appena iniziate le vacanze natalizie con la prospettiva di rientrare il giorno dell’Epifania.

Del viaggio notturno ho impressioni vaghe, l’autostrada, deserta in quelle ore buie, che si snodava interminabile, una trattoria per camionisti alle porte di Roma, un enorme panino al prosciutto, le merit rosse che zio fumava una dietro l’altra, in barba ad ogni scrupolo di fumo passivo, la musica che proveniva dal mangiacassette dell’Alfa amaranto, un misto di Fausto Papetti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Alle prime luci dell’alba ricordo la portiera che si apre, l’abbraccio di nonna – Maronn’ comm’ ti si fatt grann! – una tazza fumante di caffellatte con biscotti fatti in casa, il calore di quella piccola donna amorevole, che mi sembrava tanto vecchia.

Furono giorni meravigliosi, davvero l’ospitalità del sud è una cosa unica, sconcertante e magica per una nordista come me, poco abituata a quelle che, in casa mia, venivano definite “smancerie”.

Ricordo i nipoti di zio, Peppe di tredici anni, Luca, suo fratello di dodici, Carmelina, la cocca di papà, una bambola di nove anni, che mi fecero compagnia in quei pomeriggi di vacanza.

Peppe si innamorò di me, lo capii solo una volta tornata a casa, aprendo il libro che mi aveva regalato in modo solenne, tutto rosso e impacciato dalle prese in giro di Luca, una faccia da schiaffi terribile ma così divertente, e dalle risatine di Carmelina.

Lo scoprii leggendo la lettera d’amore che aveva infilato tra le pagine del libro, piena di un sentimento puro e incontaminato, come solo un ragazzino acerbo può provare per il primo amore.

Ho ancora quel libro, ho fatto un segno nel punto esatto in cui stava la lettera, finita in briciole dopo averla letta così tante volte da consumarne la carta, di cui conservo ancora l’incipit a memoria “Quando leggerai questa lettera saremo lontani, ma sono innamorato di te da quando ti ho vista”.

Ricordo le tombolate, il mercante in fiera, il profumo del caffè che nonna tostava sul fornello con un vecchio trabiccolo, i sottoli e i salumi appesi a stagionare in cantina, pranzi pantagruelici in cui nulla poteva essere rifiutato – mangia se no mi piglio collera! – la corona di struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele, i roccocò, con il loro sentore di garofano e anice, la frutta secca, gli agrumi.

Che spettacolo il presepe di nonna! Io un presepe così non l’avevo mai visto prima, grande, con l’acqua che scorreva, la carta blu a stelline, forata per far passare la luce delle candele, i pastori con i panciotti di lana fatti a maglia da nonna, una gioia, una pura gioia per gli occhi di tutti e un orgoglio immenso per lei, che ogni anno si improvvisava ingegnere per crearlo.

Quella fu anche la prima volta che vidi un uomo armato, il proprietario della palazzina di nonna, che girava con una pistola nella cintura dei pantaloni e che anni dopo fu trovato ammazzato in un’auto, durante una guerra tra gruppi di camorra che insanguinò quel paese del casertano e fece molte vittime.

Avrei ancora tanti ricordi di cui parlare, la reggia di Caserta, il mercato di Forcella, dove comprai un paio di ballerine meravigliose di vernice rosa, la messa di mezzanotte, i botti sparati a S. Silvestro che illuminavano a giorno la strada, la passeggiata con Peppe, solo io e lui, ma non dovevano esserci anche i suoi fratelli?? Benedetta ingenuità!

C’è un ricordo però che sovrasta tutti gli altri e bussa piano piano per uscire.

Ho sempre amato cucinare, ho iniziato da piccolissima, sotto l’occhio attento della mia adorata nonna materna, così come amo collezionare ricette, che trascrivo su quaderni fitti di annotazioni a margine.

Quel pomeriggio eravamo sole, io e nonna, nella cucina che profumava di rosmarino e salvia, messi a spandere il loro aroma sulla stufa per tenere lontane ‘e vecchie.

Di tutte le prelibatezze che avevo assaggiato in quei giorni, una più di tutte le altre mi aveva ingolosito, la pizza di scarola, perciò chiesi a nonna se poteva darmi la ricetta, che volevo scrivere sul mio quaderno personale.

Nonna mi accarezzò la testa poi disse – mantieni! – porgendomi il lavoro a maglia che stava facendo, quei calzettoni sono ancora con me sai nonna?, si alzò per cercare un foglio di carta a quadretti e una matita e iniziò a dettare la sua ricetta, dopo avermi fatto promettere di tenerla segreta.

Io facevo domande su dosi, pesi, grammi, tempi di cottura, precisina com’ero già allora, a cui nonna rispose con una frase che ho impressa nella mente – Figlia mia, per cucinare ci vuole questo – toccandosi il cuore – devi fidarti della tua sensibilità, non della bilancia, e ricorda che un poco di sugna non ha mai fatto male a nisciuno!

Stamattina mi sono alzata presto, ho cercato quel foglio ingiallito nel mio quaderno, ho preparato la pasta che dovrà lievitare con calma e sto facendo cuocere il suo meraviglioso ripieno. La pizza dovrà riposare dopo la cottura, la mangeremo domani per sentire meglio tutti i suoi sapori, come ti sei tanto raccomandata, nonna.

Mi dispiace, mi dispiace tanto di non averti più cercato dopo il brutale divorzio degli zii, mi dispiace di essere stata così noncurante ed egoista, ti chiedo perdono, ero solo una bambina sciocca ed immatura.

Spero tu sia contenta di come continuo ad onorare la tua memoria con la tua meravigliosa ricetta, che tutti mi invidiano ma nessuno avrà mai, è un segreto che ho promesso di mantenere.

Ti saluto nonna come hai salutato me quella mattina presto prima della partenza – Figlia mia ti benedico, ‘a Maronna t’accumpagna

nonnaE con questo post per Natale siamo appost’!!

Non vi aspettate altro da me, tranne che mi piacete tutti un bel po’ ❤

I buchi alle orecchie sono una forma di piercing socialmente tollerato

1967 The Velvet Underground (1) and Nico

e sbucciami dai!

Mi sono fatta due buchi alle orecchie.

Questo fatto, di per sé talmente irrilevante da non spostare di un milionesimo di punto l’autostima della popolazione mondiale, mi riempie di malcelata soddisfazione.

L’aggravante che questi non siano i primi buchi che faccio, ma il settimo e l’ottavo, non è cosa di cui troppo scandalizzarsi.

Pochi giorni fa ho conosciuto una persona che, per una sorta di feeling chimico o magnetismo tra personalità affini, mi ha attirato subito; dopo esserci studiati per un giorno intero, l’interesse è stato ricambiato, tant’è vero che abbiamo avuto modo di parlare di dettagli molto intimi delle nostre vite, in piena serenità e confidenza.

Notando il mio aspetto “curato”, quando voglio so essere un donnino come si deve, e la sfilza di orecchini colorati, mi ha detto che “i buchi alle orecchie sono una forma di piercing socialmente tollerato e bonariamente giudicato”.

Questo mi ha fatto riflettere sul perché abbia sentito la necessità di una trasgressione “tiepida”, senza un vero coraggio, limitandomi a qualcosa di socialmente gradevole.

Ho deciso di bucarmi le orecchie un po’ per noia un po’ per ribellione, per dimostrare a me stessa che potevo decidere di farmi del male a mio piacere, per sentirmi ancora viva.

L’autolesionismo è questo in fondo, ci si taglia per sentire di esistere, mi mangio le unghie fino alla carne per azzerare la mia attitudine al conflitto, non è poi tanto lontano da quella me che a 16 anni si è rapata a zero, per provare a tutti che io ero io e nessuno poteva dirmi cosa fare.

Nonostante le urla di mia madre e la frase di mio padre “Tell’haju a spaccari ‘sta grannissima testa di minchia”, un complimento fra siciliani che suona più o meno “orsù figlia mia adorata, rifletti meglio sulle scelte che fai, ma ti voglio comunque bene”, a me quella testolina rosa piaceva, ero aggraziata e indifesa, solo grandi occhi e ribellione da sfogare.

Anche ora devo ammettere che i miei buchi stanno molto bene tutti insieme, scintillanti e allineati lungo la linea dell’orecchio, mi fanno pensare di avere un’aria alquanto trasgressiva, anche se probabilmente somiglio solo alla cretina qualunque che in realtà sono.

Il settimo buco è piuttosto tranquillo, senza pretese.

Sta lì bravo, adempie il suo compito decorativo come un soldatino abituato ad obbedire.

L’ottavo invece mi sta dando un po’ di grattacapi.

L’ultimo nato vuole dimostrare di essere il figlio ribelle e ha deciso di infettarsi, per farsi notare.

In questi casi la tecnica che adotto abitualmente, in realtà con risultati alquanto discutibili, ogni volta che ho un problema di salute è quella di ignorare il problema, confidando nel fatto che prima o poi passerà da solo.

Purtroppo, la tecnica del bacarozzo morto non ha funzionato e ora mi ritrovo con un orecchio rosso di infezione e bollente.

Questo ottavo figlio si sta rivelando particolarmente caparbio e risponde alla mia indifferenza con fitte di dolore ogni volta che mi sfioro l’orecchio.

L’egocentrico sta riuscendo nel suo intento di attirare la mia attenzione, tant’è che dovrò rassegnarmi a dedicare tempo e cure mediche appropriate al figlio ribelle.

Una bella dose di antibiotico riuscirà ad addomesticare il degenerato e salverà me da conseguenze più serie.

Di questo passo potrei trovare il coraggio necessario per farmi un tatuaggio.

Ci penso da un po’, un’idea balzana che mi frulla in testa e stona con le mie convinzioni di sempre, contrarie a qualcosa di così definitivo e permanente da autoinfliggermi. Perchè sarò pure ribelle, ma i buchi alle orecchie si possono sempre far chiudere, un tatuaggio è più difficile da far sparire. Ci penserò e non sarà, me lo sento, una cosina piccola e aggraziata da portare con discrezione.

La stessa persona di cui parlavo più su mi ha mandato una mail qualche giorno dopo, una sola frase “volevo ancora dirti che secondo me, sotto sotto, dentro Mela batte un cuore metallaro/punk…” che mi ha fatto scoppiare in una risata liberatoria, perchè al di là delle sovrastrutture, delle maschere e delle convenzioni cui dobbiamo piegarci, è bello che ogni tanto qualcuno ci riconosca per quello che siamo davvero.

Questa sera la buonanotte ve la faccio dare da Sid.

Segnali

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fonte: web

Segnali intorno a me, persone che parlano come se mi leggessero dentro, un pranzo che mi ha reso felice e sorridente non per il cibo, ma per le energie che ci siamo scambiati, letture che arrivano al momento giusto, yoga, favole zen, incontri inaspettati nel blog, scambi di punti di vista, cambi di prospettiva.
Sto cambiando, sta succedendo qualcosa, sento di dover finalmente centrare me stessa, sento che è arrivato il momento per iniziare a decidere con consapevolezza.
Non scappo più, dovrò lavorare molto per crescere, ma questa volta sento che è quella giusta.
Non scappo più.