Riflessioni novembrine: lettera a un amico

fonte: web

Per allontanarmi dal villaggio scelsi l’ora più palese,

il declinare del meriggio, quando tutti gli uomini

emergono e guardano il tramonto, senza vederlo.

(Jorge Luis Borges, L’Aleph)

Per avere luce bisogna farsi crepa

spacciarsi, sminuzzarsi,

offrire…. (Chandra Livia Candiani)

Amico mio, ti saluto con l’affetto di sempre.
Ti chiedo scusa fin da subito se il contenuto di questa lettera non sarà allegro nè avrà troppo senso.
Ho un buco nel petto da cui passa aria fredda e queste parole spero riescano a tapparlo, almeno in parte.
In un certo senso, ti chiedo di donarmi la tua comprensione e sono sicura che accoglierai con bontà il mio sproloquio.
A volte, nei tuoi post o commentando scritti di altri, hai espresso il tuo rammarico nel vedere blog assopiti, abbandonati in un limbo dal loro proprietario che, anziché coltivare un terreno fertile, lo lascia diventare incolto e pieno di erbacce.
Al di là dell’ironia che ti contraddistingue, che adoro perché non saresti tu altrimenti, ho sempre percepito la cura e l’attenzione che metti nel leggere e che rendono i tuoi commenti così perspicaci.
Ieri ho ricevuto una notizia che mi ha reso davvero triste e ho subito pensato che avrei voluto comunicartela.
Una blogger, che entrambi leggiamo e seguiamo, è morta.
Le persone perbene avrebbero detto “è mancata” sussurrando “un brutto male”, ma io sono troppo diretta e le parole mi piace dirle senza pudore e senza veli, quindi cancro è la parola giusta da usare, perché si può indorare la pillola, ma non è certo con gli eufemismi che si spuntano gli artigli.
Una ragazza tanto giovane, bella e solare che aveva avuto una vita travagliata, e questo fa rabbia, ma se l’era ripresa con coraggio e ostinazione, e questo fa ancora più rabbia.
Scriveva bene, anzi benissimo, e nel mio Kindle ho una raccolta di racconti che, colpevolmente, mi sono ripromessa di leggere da troppo tempo.
Mi ha fatto tenerezza vedere che l’ultimo scambio di commenti nel suo blog sia stato proprio con te e nulla nella sua risposta faceva presagire a una fine così vicina.
Così ho deciso di scriverti, seguendo l’impulso, per dirti che questa volta il blog non è stato gettato nel dimenticatoio per una negligenza o un capriccio. Questa volta no.
Mi sono chiesta perché questa notizia mi abbia colpito così tanto.
Sono talmente abituata al contatto quotidiano con la malattia e la sofferenza che pensavo di aver sviluppato una corazza abbastanza resistente. Invece si è aperta una crepa che mi fa sentire vulnerabile e non so se da lì, come dice Cohen, riesca a passare la luce.
Spesso ci ripetiamo, con una buona dose di cinismo, che il mondo virtuale è finto, che esistono lupi travestiti da agnelli e la menzogna spesso fa da padrona. Certamente tutto questo è vero, ma esiste un legame con persone, in fondo quasi mai viste nella realtà, che sentiamo nostro, anzi necessario.
Ci sono, in questa rete di relazioni, fatte di parole, emoji e scambi più o meno costruttivi, dei punti fermi di cui non saprei più fare a meno, perché rientrano in ciò che sento mio e che mi fa stare bene.
Questo spazio, che da anni coltivo e proteggo con gelosia dagli sguardi indiscreti, che mi ha permesso di mettere a nudo l’anima come mai avrei osato fare nella vita reale, che a volte mi ha fatto piangere e soffrire, altre invece sperimentare gioia sincera, non è più solo mio, ma ha preso forma grazie all’interazione con chi è passato e ha lasciato il suo segno. Anche tu, che mi rendi spesso felice con le tue parole argute.
Non so che altro aggiungere e credo sia il momento giusto per salutarti. Spero tu abbia compreso anche ciò che non sono stata capace di scrivere e ti abbraccio. A presto.

Vi chiedo perdono, in tanti anni di blog non vi ho mai fatto ricorso prima, non è mia abitudine né lo diventerà in futuro, ma questa volta, per non fare mercimonio di una vicenda reale e dolorosa, preferisco disabilitare i commenti. Se qualcuno di voi ha piacere di lasciarmi comunque un suo pensiero o una riflessione, potrà farlo mandandomi una mail. Mi farà un enorme piacere leggerla. Altrimenti, solo per questa volta, lasciate una stella al vostro passaggio. Grazie ❤

Cardiopoiesis

cuore sotto vetro

Mi si è spezzato il cuore.

Lo stavo sfilando dal petto

come ogni giorno

per appoggiarlo sul cristallo

tra inutili ninnoli

che non so buttare

e fiocchi di polvere

regalo dei giorni.

È caduto di testa

ha davvero una testa il cuore?

con un tonfo crudele e

si è aperta una crepa sottile.

guscio d’uovo cascato dal nido

Ne goccia fuori un rivolo

non albume nè sangue

di parole trasparenti

tutte le ho perdute, tutte.

sono state mai davvero mie?

Ho sparso segatura a manciate

quanto aiuta il giusto emostatico

ed ora la pira collosa

parole coagulate in fretta

inzacchera il pavimento.

Ogni sinonimo è fuso al suo contrario

non è possibile rimediare

soltanto una parola si è salvata

la mia preferita

impigliata all’orlo della ferita.

Vischiosa, lucente e orfana

goccia di miele su fico maturo

è restata appesa un istante

un battito, una sistole

prima di tuffarsi sul cumulo

delle sorelle perdute.

L’ho guardata liquefarsi

in una chiazza opaca

sacrificio senza rimpianti

di lei non riverbera che il ritmo del silenzio.

e ora?

I cocci del cuore sono nell’umido

sembrano bucce di mela

il pavimento non conserva

memorie appiccicate

tracce invisibili al luminol

il buco in petto è colmo di ovatta.

passa ancora vento freddo –

Allo sterno ho appeso l’orologio del nonno

l’ho caricato con l’osso della fortuna

la cassa ammaccata scandisce

il silenzio – fragoroso – delle ore

e la musica – muta – dei giorni.

È ora?

mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

Me too – Spettatori paganti

Il primo articolo del nuovo anno è il contributo che ho scritto per il progetto Me too che, grazie all’iniziativa e all’ospitalità di Tratto d’unione, ha permesso a tante blogger di raccontare il vissuto, personale o di persone care.
Sono quella che sono, per fortuna o purtroppo, anche grazie a queste ferite che porto senza vergognarmi di raccontare. Avrei potuto essere una donna migliore, forse, ma nessuno lo saprà mai.
A chi leggerà chiedo il favore di lasciare un segno anche sul blog di Tratto e magari di leggere chi, prima di me, ha raccontato.
Ogni testimonianza è un passo prezioso verso un mondo migliore.
Ogni lettura è un passo verso la consapevolezza.
Questo è ciò che tutte le donne si augurano.

Tratto d'unione

spettatori pagantiImmagine di Arianna Farricella

«Una volta mi ha picchiata mentre mi possedeva. Dovrei dire mentre facevamo l’amore, ma quello era tutto tranne che amore. Ho portato i lividi dei suoi pugni sui fianchi per settimane. Mi muovevo sotto di lui, è stato questo il motivo della sua furia. Solo le puttane si muovono durante il sesso, le brave mogli cattoliche invece stanno ferme, attente a non godere perché non sta bene. Avevo vent’anni quando mi sono sposata. Erano i primi Anni 60, non si parlava certo di violenza sulle donne né di femminicidio. I panni sporchi andavano lavati in famiglia e se il marito ti prendeva a sberle magari gliene avevi dato motivo. Per chi non sapeva sopportare qualche schiaffo in silenzio non era così semplice separarsi. Il giorno in cui ho abortito la prima volta se n’è andato a caccia tutto il giorno. Si è arrabbiato tanto al suo…

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incongrua bellezza

Savudrija – fonte web

Che spettacolo curioso mi aspetta
a portata di mano.
Solo il tempo di una pedalata
nel sole pigro di maggio.
Una distesa di mattoni e calce accoglie
chi gli arriva alle spalle,
ma lui guarda avanti
verso il blu d’acqua mischiata a un quarto di cielo
che gli occhi confondono
e gli specchi riflettono.
Un faro in mezzo a un prato
riposa nel caldo della controra,
all’ombra di un ciliegio carico,
porpora di frutti sfatti, illividiti da beccate ingorde.
Chi può immaginare la bellezza incongrua
della vista di un faro
lontano da scogli e spruzzi di sale.
Certo i gabbiani stridono, imperterriti,
e volteggiano
e derapano
e il mare è là sotto, a portata d’occhi.
Basta affacciarsi per vedere
uno spicchio di cobalto graffiato dal granito,
ma le onde che accarezzano i piedi
sono verdi di foglia nuova,
odorano non di alga salsa ma di fiori
e lucertole nuotano al posto dei pesci
in un ordine sovvertito che incanta.
Che spettacolo di bellezza incongrua
ammirare la maestà domestica di un faro
addormentato proprio lì,
nel verde di un prato.

Morcheeba – The sea

Dicembre

sulle mura di Lucca@fotomia

Nello spazio sospeso,

tra il giallo e il rosso,

prego le sillabe

perché in Dio

non credo,

preferisco la gentilezza

di un uomo maldestro.

Un disco di ottone indugia

nel cielo indeciso di blu,

era la prima alba di dicembre,

ore di luce livida si sfaldano

nell’attesa della neve,

cadrà presto per dispetto.

Globi di luccio-led

rischiarano orbite

di negozi chiassosi,

pieni di merce

speranza pietosa

vuoti di persone

povertà dignitosa

Digiunare con il frigo pieno

è un lusso inutile

che solo i ricchi

sanno ostentare.

Il sorriso di un bambino

è purezza disarmante

contro l’umanità indecorosa.

La vita è un eterno precariato

senza ammortizzatori

sentimentali.

Segnali di fumo

fonte: White bike 2013- Igor Mudrov

Pedalo senza fretta nel crepuscolo di fine estate. Mi lascio cullare dalla brezza e sento che il corpo si abbandona alla fatica lieve del falsopiano. Osservare la luce che sfuma nel bronzo per lasciare spazio al buio, ora che il sole si fa da parte ogni giorno un poco prima, è una sensazione dolce e malinconica di congedo.
Dritta sul sellino, i piedi operosi e lo sguardo ondivago, mi guardo attorno. Apprezzo i piccoli particolari che avevo dimenticato, mi lascio sorprendere dalle novità.

Una volta questo era un lungo viale di platani buio e inselvatichito per incuria, un luogo che da bambina mi era proibito percorrere da sola; si sussurrava di traffici poco leciti, donne che offrivano il proprio corpo, bustine di polvere bianca, paura atavica dell’uomo nero. Ora i platani ben curati offrono riparo e fresca ombra a una pista ciclabile ariosa e asfaltata, un luogo sereno dove le persone passeggiano con il cane al guinzaglio, capannelli di mamme sorvegliano i bambini, coppie di amiche conversano tenendosi a braccetto; c’è una fontanella in cui i passeri fanno il bagno e tante panchine su cui ci si riposa guardando la gente che passa veloce, si legge, si ricama, ci si bacia con l’ardore dei primi amori.

Assaporo tutto questo mentre la tristezza mi allaga il petto e la luna sorge lucida tra i rami.
La felicità è un sussulto, un arcobaleno destinato a sparire velocemente, invece la tristezza è un abito su misura, una tunica di seta che aderisce alla perfezione al corpo e bisogna saper indossare con eleganza, perché non risparmia la vista dei difetti. È un sentimento perfetto e inevitabile, che non si può che accogliere senza lottare.

Guardo le mie dita nervose e ossute che stringono il manubrio. È ancora bella la mia bicicletta, bianca, elegante, ne ascolto il cigolio delle molle, il leggero tintinnare del campanello picchiettato di ruggine, il portapacchi che sussulta quando prendo una buca, lo stridio dei freni a bacchetta davanti a un ostacolo.

Ho avuto cura del tuo dono.

Era l’estate dei miei 15 anni. Ti sono arrivata davanti in silenzio con la pagella tra le mani, un risultato eccellente, borsa di studio per il secondo anno consecutivo, tra i migliori cinque della scuola.
L’hai letta nel tuo modo curioso, sillabando le parole a fior di labbra, con la fronte corrugata e la sigaretta accesa stretta tra le dita. L’hai piegata e me l’hai porta senza guardarmi in faccia, aspirando una boccata di fumo come fosse ossigeno.
Hai fatto il tuo dovere
Mi compri il motorino?
No
Perché?
Perché no
Ero abituata alle piccole delusioni che sapevi elargire, ho messo la pagella nella cartellina delle cose di scuola e non ci ho più pensato.

Basta non pensarci e tutto smette di fare male.

Qualche giorno dopo mi hai chiamato, ero nel pieno del pomeriggio e di un romanzo interessante, e sono arrivata sbuffando di malavoglia, costretta ad abbandonare la vicenda sul più bello.
Andiamo
Dove andiamo Paolo?
Niente domande e sali in macchina
Ti chiamavo per nome allora, una piccola ribellione per rimarcare la distanza che sentivo tra noi. Non ti piaceva, me ne resi subito conto dalla tua gelida occhiata la prima volta che lo feci, però non mi dicesti mai nulla ed io continuavo a farlo, per gioco, per sfida, per provocare una reazione o forse perché volevo che me ne domandassi la ragione.
La nostra meta quel pomeriggio era il più vecchio e rinomato negozio di cicli della città. Conoscevi tutti, ovunque andassi qualcuno si fermava a parlare con te, a ridere delle tue battute e questo fatto non cessava di stupirmi. Tu, così taciturno e riservato in casa, con gli altri diventavi una persona solare che stentavo a riconoscere.
Ovviamente il proprietario ti salutò per nome con amichevole cordialità.
È stata promossa
Guardati intorno e scegli
Mentre voi due fumavate cominciai a girellare per il negozio, ma non vedevo nulla di mio gusto. Tra le solite Legnano, Bianchi e Graziella non c’era niente che mi facesse battere il cuore.
Tornai da te scuotendo la testa con delusione.
Il proprietario del negozio si fece avanti con reticenza.
Ci sarebbe una bicicletta nuova, è inglese, tutta in acciaio. È appena arrivata e non ho ancora avuto il tempo di esporla. È di là in officina, le stavo controllando le ruote.
Era bianca, lucida di cromature, con un campanello grande dal suono melodioso, i freni a bacchetta che non avevo mai visto prima, il cestino di vimini intrecciato, i copriraggi di elastico bianchi e neri come i copertoni, il sellino di cuoio nero con le molle.
Me ne innamorai a prima vista. Mi voltai a guardarti con gli occhi sgranati e speranzosi, ma tu avevi la solita espressione indecifrabile da giocatore di poker, il fumo della sigaretta che si perdeva dietro la tua testa come un’aureola, mentre ti si accendevano gli occhi pronto, da commerciante qual eri, a trattare.
Aspettami in macchina
Le ultime parole che sentii furono il Ha scelto la più cara del proprietario e il tuo Mettiamoci d’accordo.

Da allora la bicicletta bianca fu il mio mezzo di trasporto preferito per molto tempo. Ci andavo a scuola, in campagna, al fiume, a fare la spesa al mercato, ci caricavo Bea sul portapacchi per portarla a pallavolo, mi piaceva la fatica della salita, era molto pesante e senza cambio, e l’abbrivio della discesa, pennellare le curve senza toccare i freni e sentire il vento sulla faccia.

Mi faceva sentire libera di non essere me.

Poi le esigenze cambiano, la fretta di andare via, l’università fuori sede, gli anni di convitto, i mille treni presi e persi, la tesi, un dottorato inutile, il lavoro che diventa un buco nero succhia-tempo e divora-energie, gli anni passano e se ne vanno, schiacciati come insetti sotto le ruote di una bicicletta, addormentata in soffitta sotto un lenzuolo impolverato.

La scorsa primavera, complice un problema alla schiena e la necessità assoluta di fare del moto, sono andata a cercarla, l’ho spolverata, lavata e asciugata. I copertoni sono ancora in buono stato, li cambierò più avanti perché adoro quel colore bianco e nero da gazza che non fanno più, il cestino è andato distrutto, mangiato da qualche topo probabilmente, ma il campanello manda ancora un suono allegro. È maculata di ruggine in qualche punto ma non farò nessun ritocco, è un’imperfezione che mi fa simpatia, sono solo le macchie di vecchiaia di una bella signora che ha vissuto senza rimpianti e porta con fierezza la sua età.

Sai Paolo, oggi la nostra separazione, qualcuno la chiamerebbe morte ma tu non dargli ascolto, diventa maggiorenne e la cosa che mi rende insieme triste e felice è sapere che ho questa bicicletta nella mia vita da più tempo di quello che mi è stato concesso trascorrere con te, che pure la vita me l’hai data. È come avere il tuo peso sul portapacchi e pedalare sapendo che sei da qualche parte, magari impigliato tra i raggi dei ricordi.

Pedalo pensando a tutto questo e ho deciso che ti verremo a trovare uno di questi giorni, la bicicletta ed io. Non sono più così spericolata nelle curve, anzi freno più del necessario, ma amo ancora la carezza del vento sulla faccia. Percorreremo i vialetti di ghiaia senza fretta, ammirando i fiori e le lastre di granito, e non credo che il tintinnare sommesso del campanello disturberà qualcuno dei residenti, destandoli dal sonno. Staremo in silenzio tu ed io, a tentare di parlarci con il pensiero e i segnali di fumo come abbiamo sempre fatto.