Lo zen e l’arte di preparar biscotti

fonte: web

L’altra sera ho preparato i biscotti. È stata un’immersione nella cucina emotiva, un tuffo rassicurante nei gesti misurati e ripetitivi necessari a raggiungere un buon risultato.

Ho cercato una ricetta semplice da realizzare con calma. Questo mi ha portato a sfogliare i tanti libri che possiedo, ognuno un ricordo del posto in cui l’ho comprato o di chi me lo ha regalato conoscendo la mia passione, e a consultare gli scarabocchi quasi illeggibili del mio quaderno, da cui ogni volta scivolano fuori foglietti di carta incipriata di farina o le ricette invitanti stampate sul retro di vecchie bustine di lievito, vuote ma ancora profumate di vaniglia.

Ho pesato gli ingredienti con puntiglio, nella pasticceria c’è tanta chimica e precisione quanta ne ho trovata in un laboratorio di ricerca, mentre cucinare è spesso questione di estro e improvvisazione, altre volte di puro e semplice culo. Qui invece non si può sbagliare, anche la scelta di un cucchiaio di legno anziché di metallo può compromettere il risultato. È sempre questione di chimica, non tutto si amalgama e sta bene insieme.

Anche l’umore del cuoco è un ingrediente fondamentale. Mai cucinare in preda alla rabbia e quante uova ho fatto impazzire, quanti impasti non lievitare prima di imparare questa semplice regola, quasi che la mia frustrazione fosse assorbita dal tuorlo al posto dello zucchero, creando pesantezza là dove può esserci solo leggerezza. Invece, malinconia e tristezza stanno bene dentro le torte, nel viaggio in forno i pensieri cuociono a fuoco lento ed evaporano, lasciando solo le bolle di un dolce ben lievitato, che al primo assaggio profuma di tiglio e madeleine du temps perdu.

L’amore è di sicuro l’ingrediente che non deve mancare, senza questo niente ha un buon sapore, e cerco di metterlo nell’impasto ad ogni costo. Se voglio bene a qualcuno difficilmente glielo dico con le parole, è più facile che gli prepari un dolce. Anche questo in fondo è aver cura, credo.

Lo scricchiolare della fecola tra le dita mi ricorda la torta margherita che faceva mia nonna, la mia maestra di vita e di tante ricette, e delle volte che l’ho preparata io per lei, quando era ridiventata una bambina golosa dagli occhi azzurri e i capelli candidi.

Nei suoi ultimi giorni aveva dimenticato tutto, chi era, dove si trovava, chiamava sua figlia signora, dandole del lei, la pregava di riportarla dalla sua mamma, relegando in un ramo secco della memoria la casa e le persone con cui aveva trascorso la sua vita. Rideva e batteva le mani quando le portavo la torta e se le domandavo sai chi sono, lei sorrideva e mi chiamava con il mio nome, senza esitazione. Forse è stato quel lungo filo di amore e ricette tramandate a memoria, quel sentiero di farina e vaniglia a mantenere vivo in lei il ricordo di me. Mi fa bene pensare che sia andata così.

Perciò l’altra sera, mentre guardavo un vecchio film degli anni ottanta dalla trama assurda ma pieno della magia di canzoni che non riesco a dimenticare, ho tagliato trucioli di cioccolato con il coltello più affilato che ho e tritato le mandorle non troppo fini, che si sentano scrocchiare sotto i denti in mezzo alla seta del cioccolato fuso.

Ho impastato tutto con la crema di burro e zucchero, la merenda più semplice e buona che sia mai stata inventata, e legato con l’abbraccio solido della farina; anche gli aquiloni per volare alti hanno bisogno di basi resistenti e di un filo robusto.

Ho modellato i biscotti con cura e li ho posati sulla teglia ben distanziati, perché possano stare vicini mentre crescono, condividendo lo spazio senza soffocare, ma non così lontani da sentirsi soli.

Solo alla fine mi sono seduta, dopo aver infornato le teglie e lasciato che il calore del fuoco facesse la sua parte, mentre il film terminava in dolcezza e un aroma semplice di zucchero cotto profumava la casa di un odore così buono che bisognerebbe imbottigliarlo per i momenti speciali.

Una volta pronti ma ancora teneri e fragili, ho lasciato che riposassero, assestassero le idee e prendessero la loro forma definitiva. A volte riposare è necessario, permette di riflettere con calma e riprendere il passo della vita quando scorre alla giusta distanza. Magari nell’attesa ci si “siede” un pochino, si perde in altezza ma si guadagna in concretezza e questo non è affatto un bilancio negativo.

Adesso i miei biscotti sono in una scatola trasparente, protetti ma a portata di mano, non troppo morbidi e neppure troppo secchi, perfetti per un momento di quiete, un sorriso in compagnia, un profumo dimenticato o soltanto un assaggio della mia cucina emotiva, fatta di burro, zucchero e memoria.

Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Da qui non si vede il fiume

L’eco dei tuoi passi nelle stanze della memoria non si è ancora spento.

Quella notte di noi è un disco che gira senza fine sul piatto, è un film che proietto e riavvio con puntiglio, benché l’usura del tempo stia già arrochendo i suoni e smussando i contorni del ricordo.

Forse le ombre dei nostri corpi si sono staccate da noi e sono ancora là, avvolte in un abbraccio di seta in quella stanza con vista sui tetti.

“Da qui non si vede il fiume – pensavo quella notte di fine maggio – ma lo posso immaginare scorrere via, lontano da me” mentre, a braccia incrociate sul davanzale, fissavo il manto di gelsomini di un terrazzo dirimpetto e raccoglievo il coraggio per quel primo passo nelle tue braccia, addomesticando la paura con l’odore di desiderio che emanava la tua pelle sconosciuta.

“Di che hai paura” mi chiedevi.

“Di te” rispondevo e mi guardavi con aria offesa perché non volevi farmi del male, solo amarmi a modo tuo, in quella maniera astratta e indifferente, così lontana dalla minuta noia del quotidiano che io ti domandavo, elargendomi un amore perfetto ma senza amicizia, in cui mi sarei sempre sentita imperfetta.

Eppure, ho permesso alle tue dita di segnare il percorso delle mie vene, dai palmi delle mani fino al collo mi hai impastato la pelle creandomi nuova, hai mandato a memoria i miei contorni come un cieco voglioso, con la lingua hai ridisegnato i tratti del mio viso, i lobi morbidi, le labbra dischiuse, gli occhi serrati stretti per non affrontare la paura di perdere la testa.

Il mio cuore invece, quello stupido codardo, si è arreso subito, scivolando via in silenzio, e si è arrotolato sotto il pavimento, cercando riparo dai dubbi e dalle note false che sentivo nell’aria intorno a noi, pronto a dirigere un concerto, il nostro, di tamburi nel petto, di braccia e mani intrecciate, di gambe e ventri applaudenti, di respiri e gemiti soffocati.

Dopo, sono rimasta a lungo con gli occhi aperti, fissi su uno spicchio di cielo incorniciato dai tetti, mentre le tue mani, stanche ma non ancora sazie, mi afferravano i capelli tirando una ciocca dopo l’altra, con gentilezza, quasi volessi allontanare da me quel poco di ragione che mi era rimasta.

Ho interrogato le tante stelle che si ostinavano a rimanere aggrappate al cielo buio, come una bimba avrebbe sfogliato una margherita cantilenando il suo m’ama-non mente, non m’ama-mente, ma loro hanno opposto un silenzio indifferente di stagnola lucente.

Ho tacitato la nota stonata che vibrava nel ventre, mi sono fatta sorda e cieca alle bugie, nell’illusione che un appetito di conquista potesse prendere non solo le sembianze ma anche la sostanza dell’amore.

Per questo ai tuoi ti amo ho risposto ti voglio, ho ripagato le tue menzogne con altre menzogne, le mie, che negavo a parole di amarti, mentre ti offrivo tutto ciò che avevo senza assicurarmi che lo volessi davvero.

Ho riempito il piatto di chi era già sazio e ho lasciato che il mio dono andasse sprecato. Ora il silenzio che abbraccia i miei passi nelle stanze della memoria è più accogliente di molte delle tue parole che, strette e nere, ancora mi avvolgono mente e cuore.

Skunk Anansie – I Believed in You

Dicono che un buon esercizio per ritrovare la voglia di scrivere sia provare a dare voce alle sensazioni che un’immagine o una musica ci comunicano, almeno questo è ciò che ho tentato di fare con l’acquerello di Tina Maria Elena.

Disintossicazione

fonte: web

Qualche giorno fa sono andata in farmacia. Niente di speciale, un favore che mi avevano chiesto, comperare una scatola di fermenti lattici e qualcosa a base di erbe per digerire.

Entro un po’ a disagio, non conosco l’ambiente perché non sono cliente, il din don varcata la soglia mi infastidisce, richiama attenzione su di me e sono già di fretta, ho un appuntamento e nessun desiderio di fare tardi.

Mi avvicino al banco, c’è un farmacista anziano e vecchio stile, porta giacca e cravatta sotto il camice e si muove con gesti ampollosi. Un buongiorno conciso da parte mia e la richiesta precisa e stringata di ciò che mi occorre sono tutto ciò che sono disposta a concedergli.

Mi guarda di traverso, è abituato a gente indecisa, che chiede consiglio e si fa guidare nella scelta, forse la mia sicurezza lo infastidisce o lo destabilizza.

Anziché gettare banalmente le mie due scatolette in un sacchetto, si attarda ad avvolgerle in un foglio di carta ornato da piccoli caducei verdi. Chiude con attenzione gli angoli del pacchetto con un pezzetto di nastro adesivo e lo rigira tra le mani, incurante della mia ben evidente premura.

Si attarda in inutili istruzioni sulla posologia, mi decanta l’importanza di mangiare e digerire bene, altrimenti il corpo si inquina e soffre, di eliminare le tossine, di tenere in ordine le tubature e gli scarichi.

Rispondo con un sorrisetto ambiguo, un cenno di capo e un mormorio intraducibile, poi apro il portafoglio e attendo di sapere quanto devo per la sua encomiabile prestazione non richiesta.

Sospira rassegnato, posso quasi sentire i suoi pensieri, perle ai porci signora mia, mi creda, e prende i soldi che ho pronti in mano.

Nel porgermi controvoglia il resto spara la sua ultima cartuccia «Ha mai provato la disintossicazione emozionale? Mi piacerebbe parlarne con lei se ha qualche minuto. Le potrebbe essere utile».

Resto per un istante perplessa, penso che stia scherzando e accenno un sorriso che si spegne di fronte al suo sguardo, serio come se mi stesse fornendo la cura per il cancro. Per fortuna vengo salvata dal mio orologio; il tempo scorre, il mio appuntamento è imminente e non mi resta che andare via in fretta.

Cammino perplessa, rifletto sulle sue parole e mi arrabbio con me stessa per non aver saputo rispondere a tono.

Io non voglio disintossicarmi dalle emozioni, voglio buttarmici dentro, affondare i denti con avidità e mordere la polpa, anche se è così acerba da allappare la mia bocca o marcia al punto da disgustarmi. Voglio essere bulimica, ingorda fino a sentire le emozioni scorrere sotto pelle come una droga, l’unica che rende vivi.

Non è dalle emozioni che dobbiamo disintossicarci fino a smettere di sentire, di vedere ciò che ci circonda per com’è anziché per come vogliono farcelo vedere, non è di automi anaffettivi che questo mondo ha bisogno. Invece di disintossicarci, rincorrendo un’inutile anestesia emotiva come il nirvana, cerchiamo di imparare a usare meglio le correnti che ci attraversano, se in emo-zioni risuona la parola αἷμα, sangue, vuol dire che da loro dipende il nostro essere persone vive e non zombie dissanguati.

Non sono le emozioni ad essere pericolose, ma l’uso che si fa di esse, la manipolazione fatta di parole che illudono e ingannano, plagiano e feriscono come sassate, trasformandoci in bombe a orologeria pronte a esplodere.

Le emozioni sono parte di me, anzi sono la vera me e preferisco restare intossicata e sincera, mio signor farmacista, piuttosto che arida e pulita. Non ho tempo per te, mi dispiace, ho una vita imperfetta da cercare di vivere, in preda alle mie emozioni, belle e brutte che siano. Vorrei tornare per dirti queste parole ma so che non capiresti, ormai sei troppo disintossicato ed è un vero peccato, per te.

Il buono che c’è

Gli amanti – L’abbraccio Egon Schiele

Il buono di te e me sta nella curva calda dei nostri corpi abbracciati nel sonno, nell’incastro perfetto di cosce e glutei, nel gioco di teste che si appoggiano e di spalle che si sorreggono a vicenda.

Il buono di te e me risiede negli sguardi che ci scambiamo, nella memoria dietro occhi che si guardano come allora, in quel primo sguardo perfetto, lontano ma ancora così vicino, come se gli anni non fossero passati uno dopo l’altro, sfogliati come petali di margherite, ma si fossero solo ripiegati a soffietto, per occupare meno spazio, per prendere meno polvere, per tenere più al sicuro i ricordi che contengono.

Il buono di te e me si trova nei nostri gusti complementari, nella mia pigrizia e nella tua vitalità, nella mia armonia del canto e nel tuo stonare le note, nel dolce del miele e nell’aspro dell’aceto con cui condiamo la vita in pietanze agrodolci che gustiamo soddisfatti.

Il buono di te e me sono le mie mani che intrecciano le tue al buio, sono odori che si fondono in note di cuore, sono il conforto delle nostre pelli che sfidano il tempo perdendo la battaglia a viso aperto, sono i nostri corpi che annullano la gravità in un abbraccio che niente sbandiera e tutto dimostra in silenzio.

Il buono di te e me non si può ridurre a una sola parola, è camminare in equilibrio sul filo del vivere con i polpastrelli che si sfiorano per non cadere, è dolore nella distanza che opprime lo spazio come un arto fantasma, è fusione nella vicinanza in un nucleo in cui respiro e vita sono sincroni, in cui siamo uniti e mai separati, siamo distanti e mai lontani.

Il buono di te e me siamo io e te.

Titoli, sottotitoli e trama

fonte: web

Tutto è come sedimentato in un blocco compatto che non riesco a scalfire.

Non scrivo, commento poco, mi sembra di avere dentro un nulla che non vale la pena di essere esternato.

Mi accontento di leggere, ascolto musica, osservo il mio intorno, raddrizzo quadri immaginari, tolgo la polvere ai ricordi, cambio prospettiva e messa a fuoco.

Immagino titoli e trame di post che non riesco a scrivere.

Di rosa e ghiaccio fotografia dell’alba di stamattina, gelida e perfetta come succede solo in inverno, quando le montagne sembrano così a portata di carezza.

Maybe tomorrow fermo immagine di me che mi domando se domani troverò la strada verso casa; forse mai ma meglio pensare di sì.

Tempo in ostaggio sottotitolo: il mio, preso in prestito da chi non me lo restituirà nelle stesse condizioni. Sarà liso e sciatto, rattoppato in più punti, smagliato nello sforzo di tenderlo a coprire chi ne ha perduto troppo.

Sole che non scalda controfigura della protagonista raggomitolata in poltrona, nelle mani un libro che racconta di viaggi, di treni e persone che vedono scorrere intere vite dal finestrino, il sole che illumina la finestra senza riuscire a scaldare l’interno.

Morfeo istantanea di me che dormo troppo per non pensare e penso troppo per riuscire a vivere.

Leggere attentamente le avvertenze sottotitolo: fa più vittime la vaccinazione di massa o l’arrivo delle festività natalizie?

La verità è che non ti credi abbastanza atto unico per unico attore.

Difese abbassate e occhi grandi

Sono partita per un viaggio improvvisato sull’onda dell’urgenza. Sono partita con valigie piene per non lasciare a casa il superfluo e nascondere il necessario in profondità, dove fosse più difficile trovarlo. Sono partita con le difese abbassate, le aspettative azzerate e una grande stanchezza, che non mi ha permesso di esercitare alcun controllo pianificatore ma solo di accettare il corso dei giorni.

Per me ho portato soltanto occhi grandi, il mio quaderno, la voglia di assorbire ogni cosa che avrei visto e il desiderio di approdare in un non-luogo e non-tempo da raccontare con parole scelte a casaccio.

Ora sono qui, accoccolata su una sedia di vimini scolorita dal sole e levigata dagli anni, a tremare nell’aria fresca dell’alba, contemplando l’ultimo inizio di giornata sotto un cielo preso in prestito che dovrò restituire tra poco.

Ascolto i rumori del mondo che si sveglia senza fretta e scrivo della bellezza di cui mi sono nutrita. Giorni lenti eppure colmi di esperienze nuove, giorni di passeggiate nei boschi, di tramonti nelle pinete, giorni in cui la luce ha trasformato gli alberi in sentinelle di un quadro surrealista.

Ho ascoltato la voce del mare, goduto del suo abbraccio e leccato i cristalli di sale sulla pelle. Ho disturbato una coppia di granchi in pensione che si crogiolava al sole, un lui indifferente e trasognato e una lei bellicosa e reattiva, che agitava furiosamente le sue minuscole chele allontanandosi da me con passetti obliqui, cauti e danzanti.

Ho pensato tanto, fino allo sfinimento, e scritto ancor di più, per sfiatare tutte le sensazioni che sentivo premere dentro, in quel nocciolo duro e fragile che punge e talvolta trema in mezzo al petto.

Ho pedalato, lunghi chilometri tra aghi di pino profumati e resti di sporcizia miserabile che il benessere viziato di individui incuranti si lascia alle spalle, curiosi reperti archeologici per lo sconcerto di generazioni future. Un passo dopo l’altro, una pedalata alla volta, piede avanti e ritorno, ascoltare il canto ritmico del cambio, il ticchettare oliato della catena, sentire il sangue scorrere rapido in muscoli di cui avevo dimenticato il senso.

C’è di che ubriacarsi da sobri e sognare da svegli e così ho fatto, dimenticando di armare le ultime difese, e ho sbandato per troppa bellezza, cadendo per assaggiare la realtà del terreno e le radici che danno illusoria stabilità, ma solo il tempo di una lacrima isolata, poi in piedi, spolverare gli abiti e ripartire, nonostante il pizzicore delle sbucciature lavate con acqua di mare.

Ho riso a crepapelle, ho cantato spezzoni di ogni canzone che mi balenava in testa e ho parlato. Io, proprio io, la seppia timorosa dal nero più nero che c’è, ho cercato il dialogo e il contatto umano con persone sconosciute.

Ho incontrato un piccolo antiquario dalle mani eleganti e il viso pallido che si è illuminato quando abbiamo parlato di Giappone, di stampe e cloisonné, di porcellane e netsuke e mi ha regalato un airone di carta e un sorriso sincero, perchè “noi sappiamo“.

Ho chiacchierato, tra migliaia di volumi, vino pregiato e tazze di caffè da cappellaio matto, con un libraio rubizzo ed esperto, innamorato dei libri a tal punto da non voler vendere che ciò che gli piace veramente, che mi ha abbracciato e baciato come una figlia e mi ha offerto una bottiglia di nettare dorato da bere pensando ai libri, perchè “noi leggiamo davvero“.

Ho fotografato tutta la bellezza che è inciampata nei miei passi, perchè le foto si fanno con il cuore, gli occhi grandi e i piedi che camminano senza fermarsi. Ho cercato la luce e l’ombra, la natura accarezzata dal vento e il legno abbandonato sulla sabbia, i sorrisi rubati ai bambini che giocano e il dondolio di piedini calzati in scarpette eleganti, il cobalto del mare e il bruno del tufo indorato dal sole.

Ho varcato la soglia di un luogo magico, un portale d’accesso verso un mondo ultraterreno in cui anime secolari riposano sotto pietre e foglie. Ho camminato cautamente sul fondo di un canyon muschioso, scavato nella roccia tenera, posando i piedi con leggerezza per non coprire orme più antiche delle mie. Il silenzio intorno a me parlava di rispetto, il vento soffiava ostinato quasi a scoraggiare l’avanzata, mi sono coperta il capo con una sciarpa colorata, un gesto inconsapevole di protezione e omaggio, un chiedere permesso alle presenze che mi circondavano silenziose.

Ho sostato nel cerchio di pietre corrose, alle spalle di un piccolo varco nella roccia, un luogo di pace e meditazione universale, legato non a un singolo credo religioso ma alla voce del mondo. Nell’angolo più lontano si ergeva ieratico un grande tronco con una cavità rotonda al centro. Dal ceppo mozzato si alzavano due rami simmetrici, due lunghe braccia tese verso lo smalto azzurro del cielo. Il buco era pieno d’acqua limpida e alla base erano posati un grappolo d’uva bianca e una mela rossa, freschi e maturi come appena colti. Un’offerta, un saluto, la benedizione di un viandante allo spirito del luogo, non so cosa fosse quell’altare sacro, ma ho riposto la macchina fotografica, in segno di deferenza, e ho sentito la presenza farsi più accogliente, il vento più dolce e benevolo.

Ora sono qui, a sgranare parole come soldatini passati in rivista, per raddrizzare il tumulto delle sensazioni e dar loro un senso che forse non hanno, ma penso sia giusto così. Partire è soffrire, lasciare, sospirare e ricordare.

sunset

sunset

surreal

surreal

wild-oat

wild oat

flower

flower

drops

drops

gig-in-the-sky

gig in the sky

shoes

shoes

sea

sea

silence

silence

genius-loci

genius loci