Lezioni estive

Gustav Klimt 1905 – 1906 seminudo di donna prona

La stanza era fresca nella penombra di persiane accostate contro il sole estivo e lunghe tende pesanti, di lino color pesca, ne accentuavano l’intimità rosata.
Il silenzio soffocante del giardino amplificava il respiro sommesso del corpo addormentato.
Era nuda e poggiava sul fianco sinistro, una gamba attorcigliata nel groviglio sudato delle lenzuola, mentre l’altra sporgeva all’infuori, quasi a intrappolare un refolo d’aria tra le dita dei piedi dalle unghie smaltate di scuro, in netto contrasto con il bianco candido della pelle.
La testa era rivolta verso l’alto e le pale di un ventilatore poco lontano spingevano sbuffi di aria tiepida che accarezzava le tempie umide, là dove i capelli corti si arricciavano maliziosi, e piccole gocce di sudore fiorivano a imperlarle il labbro socchiuso.

Era scivolato furtivo nella stanza dal terrazzo su cui si aprivano le alte finestre della corte e ora la osservava nascosto dietro le tende, percorrendo con gli occhi ogni dettaglio del corpo che gli si svelava morbido dinnanzi.
Con dita nervose pizzicava le nappe della tenda, come volesse tormentare il capezzolo, turgido e sfacciato, che una lingua di aria solleticava e osservava affascinato la mano nascosta tra le cosce, desiderando essere quelle dita sottili per portare a termine il piacere solitario che il sonno aveva interrotto.

La guardava e intanto pensava che avrebbe potuto scegliere carni più fresche e disponibili se solo avesse voluto, ma nessuna delle ragazze che aveva conosciuto emanava il fascino sensuale della donna che gli dormiva inconsapevole di fronte, il corpo pieno e maturo, la pelle chiarissima e ancora soda dove le vene risaltavano in verdi trasparenze, come la trama di una foglia nuova.

Da quando era tornato per le vacanze estive era diventata la sua ossessione, il tormento che macchiava ogni notte lenzuola che lei gli faceva trovare pulite senza una parola.
Al suo arrivo nella vecchia casa di famiglia, in un turbine di bagagli, caos e risate, l’aveva ritrovata lì, immersa nelle minute incombenze quotidiane del suo ruolo di domestica, come se un anno non fosse mai trascorso. Eppure molto era cambiato, lui era cambiato, il suo corpo di quasi uomo tradiva un desiderio acerbo e incontrollato che non voleva saperne di spegnersi e i gesti affettuosi di lei, la confidenza con cui lo trattava, non facevano che alimentarlo.

L’erezione, che i pantaloni leggeri non riuscivano a nascondere, gli premeva il ventre con urgenza. Mosse a disagio le gambe, stringendole nel tentativo di alleviare il fastidio, e d’un tratto si accorse che qualcosa era mutato nella stanza, il respiro non era più pesante e regolare ma consapevole e cosciente. Si sporse un poco da dietro il suo nascondiglio e incontrò gli occhi spalancati di lei che lo guardavano tranquilli e ironici, un accenno di sorriso a piegare gli angoli della bocca, la mano ancora abbandonata tra le cosce.

Con un verso strozzato si precipitò fuori, nel sole cocente del terrazzo, e percorse i pochi metri che separavano le due stanze. Al riparo dallo sguardo di lei, che sentiva ancora bruciargli la pelle come uno schiaffo, si ritrovò a passeggiare nervoso per la stanza. Aveva il fiato corto ed era sudato come dopo una corsa. Si strappò i vestiti di dosso con una smorfia e si guardò allo specchio, arrossendo per la figura da perfetto idiota appena fatta. Si sentiva stanco ora che l’adrenalina lo aveva abbandonato e si buttò a sedere sulla sedia a sdraio davanti alla finestra. Il riverbero del sole lo costrinse a chiudere gli occhi, ma da dietro le palpebre continuava a rivedere come in un close up i dettagli del corpo, le onde morbide dei fianchi, il pelo ricciuto e biondo del pube.

Afferrò il membro eretto e cominciò a muovere la mano su e giù, dapprima lentamente poi con movimenti più secchi e decisi, sempre più veloce, con urgenza crescente. Respirava a brevi ansiti e non si accorse del rumore della porta che si apriva e richiudeva piano. Sussultò di sorpresa quando una mano si impadronì della sua carne dura e iniziò a giocare con la punta rossa del glande, saggiandone la consistenza sensibile e facendolo rabbrividire per le sensazioni che quella pelle, resa ruvida e callosa dal lavoro domestico, riusciva a dargli.
Le dita sapienti iniziarono a imprimere un ritmo ancora più veloce e il piacere che montava a ondate era quasi insostenibile e lo faceva gemere, finchè un’ultima pressione decisa non lo fece eiaculare a più riprese con un grido selvaggio.

Restò fermo, ancora scosso dall’orgasmo, immobile in ogni parte del corpo tranne il petto che si sollevava e abbassava cercando di contenere il tambureggiare impazzito del cuore, mentre le dita di lei giocavano con i lunghi filamenti di seme perlaceo impigliati nel vello del ventre. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono familiare dell’acqua che scorre, avvertì il tocco piacevole di una spugna umida sul petto e il profumo di labbra fresche sulla tempia, poi ci fu soltanto il suono ovattato di passi in lontananza. Sorrise, gli occhi ancora serrati stretti a trattenere il più a lungo possibile le sensazioni provate, e giurò a se stesso di trovare il coraggio per tornare in quella stanza e abbracciare quel corpo morbido, la notte stessa e ogni altra di quella torrida estate di vacanza.

Onda sonora

Fragile

dal web

Mia cara A,
mi chiedi se sto bene, ma oggi è un giorno di stanchezza che mi lascia fragile come da tanto non capitava più. ​Ci sono fatti cui non riesco a dare subito una risposta, il significato vero rimane nascosto, guardo con attenzione ma non vedo che specchi, che riflettono centuplicata un’immagine fino a renderla reale; però avverto la nota stonata, la frase che non dovrebbe stare lì, quel particolare non ben celato. Il mio sesto senso si mette in allerta, non mi sento un po’ gatto per niente, e non faccio altro che inglobare l’informazione, la sento fare pluf e sprofondare nella fanghiglia in apparenza calma del mio inconscio. Mi limito ad archiviare il dato e lo lascio decantare e invecchiare a contatto con i lieviti del dubbio, perché fermenti e torni a galla al momento opportuno.

Ho quella che Keats definì “capacità negativa”, tendo ad accogliere anche ciò che non posso capire, senza essere frettolosa né voler accettare a tutti i costi una risposta di comodo. Forse in questo mi aiuta la mia innata ingenuità. Per quanto mi sforzi di apparire cinica e stronza in fondo sono buona e gentile, anche se non ne vado fiera, concedo fin troppa fiducia e credo a tutto quello che le persone mi dicono. D’altra parte perché mai non dovrei?

Così a volte, quando non me lo aspetto più, quando penso di essermi solo inventata quel particolare di troppo, ecco che invece vedo il pezzo mancante e so esattamente dove va messo. La risposta che cercavo è sempre stata davanti a me e arriva il momento di aprire gli occhi sulla realtà. Non sempre ciò che scopro mi entusiasma e mi lascia una buona opinione di me, se non quella di aver fatto la figura della stupida ancora una volta. Diamine, la delusione è forte e, chiamala pure mania del controllo o vanità offesa, non riesco proprio ad accettare una menzogna, non quando ho offerto sincerità e ne avrei voluta altrettanta. (Magari sono soltanto una meschina egoista, cos’è mai questo bisogno di dar via amicizia con leggerezza se non un modo per gratificare il mio ego?) È un peccato non riuscire più a provare fiducia, una tristezza infinita che mi fa stare da schifo e mi lascia solo un altro buco da tappare a fatica.

Vado avanti comunque, mia A, un passo per volta, due di lato e qualcuno indietro. A zig zag perché così è la vita e se qualcuno si aspetta una linea retta è solo un fragile ingenuo.

For all those born beneath an angry star

Lest we forget how fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are

Lo zen e l’arte di preparar biscotti

fonte: web

L’altra sera ho preparato i biscotti. È stata un’immersione nella cucina emotiva, un tuffo rassicurante nei gesti misurati e ripetitivi necessari a raggiungere un buon risultato.

Ho cercato una ricetta semplice da realizzare con calma. Questo mi ha portato a sfogliare i tanti libri che possiedo, ognuno un ricordo del posto in cui l’ho comprato o di chi me lo ha regalato conoscendo la mia passione, e a consultare gli scarabocchi quasi illeggibili del mio quaderno, da cui ogni volta scivolano fuori foglietti di carta incipriata di farina o le ricette invitanti stampate sul retro di vecchie bustine di lievito, vuote ma ancora profumate di vaniglia.

Ho pesato gli ingredienti con puntiglio, nella pasticceria c’è tanta chimica e precisione quanta ne ho trovata in un laboratorio di ricerca, mentre cucinare è spesso questione di estro e improvvisazione, altre volte di puro e semplice culo. Qui invece non si può sbagliare, anche la scelta di un cucchiaio di legno anziché di metallo può compromettere il risultato. È sempre questione di chimica, non tutto si amalgama e sta bene insieme.

Anche l’umore del cuoco è un ingrediente fondamentale. Mai cucinare in preda alla rabbia e quante uova ho fatto impazzire, quanti impasti non lievitare prima di imparare questa semplice regola, quasi che la mia frustrazione fosse assorbita dal tuorlo al posto dello zucchero, creando pesantezza là dove può esserci solo leggerezza. Invece, malinconia e tristezza stanno bene dentro le torte, nel viaggio in forno i pensieri cuociono a fuoco lento ed evaporano, lasciando solo le bolle di un dolce ben lievitato, che al primo assaggio profuma di tiglio e madeleine du temps perdu.

L’amore è di sicuro l’ingrediente che non deve mancare, senza questo niente ha un buon sapore, e cerco di metterlo nell’impasto ad ogni costo. Se voglio bene a qualcuno difficilmente glielo dico con le parole, è più facile che gli prepari un dolce. Anche questo in fondo è aver cura, credo.

Lo scricchiolare della fecola tra le dita mi ricorda la torta margherita che faceva mia nonna, la mia maestra di vita e di tante ricette, e delle volte che l’ho preparata io per lei, quando era ridiventata una bambina golosa dagli occhi azzurri e i capelli candidi.

Nei suoi ultimi giorni aveva dimenticato tutto, chi era, dove si trovava, chiamava sua figlia signora, dandole del lei, la pregava di riportarla dalla sua mamma, relegando in un ramo secco della memoria la casa e le persone con cui aveva trascorso la sua vita. Rideva e batteva le mani quando le portavo la torta e se le domandavo sai chi sono, lei sorrideva e mi chiamava con il mio nome, senza esitazione. Forse è stato quel lungo filo di amore e ricette tramandate a memoria, quel sentiero di farina e vaniglia a mantenere vivo in lei il ricordo di me. Mi fa bene pensare che sia andata così.

Perciò l’altra sera, mentre guardavo un vecchio film degli anni ottanta dalla trama assurda ma pieno della magia di canzoni che non riesco a dimenticare, ho tagliato trucioli di cioccolato con il coltello più affilato che ho e tritato le mandorle non troppo fini, che si sentano scrocchiare sotto i denti in mezzo alla seta del cioccolato fuso.

Ho impastato tutto con la crema di burro e zucchero, la merenda più semplice e buona che sia mai stata inventata, e legato con l’abbraccio solido della farina; anche gli aquiloni per volare alti hanno bisogno di basi resistenti e di un filo robusto.

Ho modellato i biscotti con cura e li ho posati sulla teglia ben distanziati, perché possano stare vicini mentre crescono, condividendo lo spazio senza soffocare, ma non così lontani da sentirsi soli.

Solo alla fine mi sono seduta, dopo aver infornato le teglie e lasciato che il calore del fuoco facesse la sua parte, mentre il film terminava in dolcezza e un aroma semplice di zucchero cotto profumava la casa di un odore così buono che bisognerebbe imbottigliarlo per i momenti speciali.

Una volta pronti ma ancora teneri e fragili, ho lasciato che riposassero, assestassero le idee e prendessero la loro forma definitiva. A volte riposare è necessario, permette di riflettere con calma e riprendere il passo della vita quando scorre alla giusta distanza. Magari nell’attesa ci si “siede” un pochino, si perde in altezza ma si guadagna in concretezza e questo non è affatto un bilancio negativo.

Adesso i miei biscotti sono in una scatola trasparente, protetti ma a portata di mano, non troppo morbidi e neppure troppo secchi, perfetti per un momento di quiete, un sorriso in compagnia, un profumo dimenticato o soltanto un assaggio della mia cucina emotiva, fatta di burro, zucchero e memoria.

Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Da qui non si vede il fiume

L’eco dei tuoi passi nelle stanze della memoria non si è ancora spento.

Quella notte di noi è un disco che gira senza fine sul piatto, è un film che proietto e riavvio con puntiglio, benché l’usura del tempo stia già arrochendo i suoni e smussando i contorni del ricordo.

Forse le ombre dei nostri corpi si sono staccate da noi e sono ancora là, avvolte in un abbraccio di seta in quella stanza con vista sui tetti.

“Da qui non si vede il fiume – pensavo quella notte di fine maggio – ma lo posso immaginare scorrere via, lontano da me” mentre, a braccia incrociate sul davanzale, fissavo il manto di gelsomini di un terrazzo dirimpetto e raccoglievo il coraggio per quel primo passo nelle tue braccia, addomesticando la paura con l’odore di desiderio che emanava la tua pelle sconosciuta.

“Di che hai paura” mi chiedevi.

“Di te” rispondevo e mi guardavi con aria offesa perché non volevi farmi del male, solo amarmi a modo tuo, in quella maniera astratta e indifferente, così lontana dalla minuta noia del quotidiano che io ti domandavo, elargendomi un amore perfetto ma senza amicizia, in cui mi sarei sempre sentita imperfetta.

Eppure, ho permesso alle tue dita di segnare il percorso delle mie vene, dai palmi delle mani fino al collo mi hai impastato la pelle creandomi nuova, hai mandato a memoria i miei contorni come un cieco voglioso, con la lingua hai ridisegnato i tratti del mio viso, i lobi morbidi, le labbra dischiuse, gli occhi serrati stretti per non affrontare la paura di perdere la testa.

Il mio cuore invece, quello stupido codardo, si è arreso subito, scivolando via in silenzio, e si è arrotolato sotto il pavimento, cercando riparo dai dubbi e dalle note false che sentivo nell’aria intorno a noi, pronto a dirigere un concerto, il nostro, di tamburi nel petto, di braccia e mani intrecciate, di gambe e ventri applaudenti, di respiri e gemiti soffocati.

Dopo, sono rimasta a lungo con gli occhi aperti, fissi su uno spicchio di cielo incorniciato dai tetti, mentre le tue mani, stanche ma non ancora sazie, mi afferravano i capelli tirando una ciocca dopo l’altra, con gentilezza, quasi volessi allontanare da me quel poco di ragione che mi era rimasta.

Ho interrogato le tante stelle che si ostinavano a rimanere aggrappate al cielo buio, come una bimba avrebbe sfogliato una margherita cantilenando il suo m’ama-non mente, non m’ama-mente, ma loro hanno opposto un silenzio indifferente di stagnola lucente.

Ho tacitato la nota stonata che vibrava nel ventre, mi sono fatta sorda e cieca alle bugie, nell’illusione che un appetito di conquista potesse prendere non solo le sembianze ma anche la sostanza dell’amore.

Per questo ai tuoi ti amo ho risposto ti voglio, ho ripagato le tue menzogne con altre menzogne, le mie, che negavo a parole di amarti, mentre ti offrivo tutto ciò che avevo senza assicurarmi che lo volessi davvero.

Ho riempito il piatto di chi era già sazio e ho lasciato che il mio dono andasse sprecato. Ora il silenzio che abbraccia i miei passi nelle stanze della memoria è più accogliente di molte delle tue parole che, strette e nere, ancora mi avvolgono mente e cuore.

Skunk Anansie – I Believed in You

Dicono che un buon esercizio per ritrovare la voglia di scrivere sia provare a dare voce alle sensazioni che un’immagine o una musica ci comunicano, almeno questo è ciò che ho tentato di fare con l’acquerello di Tina Maria Elena.

Disintossicazione

fonte: web

Qualche giorno fa sono andata in farmacia. Niente di speciale, un favore che mi avevano chiesto, comperare una scatola di fermenti lattici e qualcosa a base di erbe per digerire.

Entro un po’ a disagio, non conosco l’ambiente perché non sono cliente, il din don varcata la soglia mi infastidisce, richiama attenzione su di me e sono già di fretta, ho un appuntamento e nessun desiderio di fare tardi.

Mi avvicino al banco, c’è un farmacista anziano e vecchio stile, porta giacca e cravatta sotto il camice e si muove con gesti ampollosi. Un buongiorno conciso da parte mia e la richiesta precisa e stringata di ciò che mi occorre sono tutto ciò che sono disposta a concedergli.

Mi guarda di traverso, è abituato a gente indecisa, che chiede consiglio e si fa guidare nella scelta, forse la mia sicurezza lo infastidisce o lo destabilizza.

Anziché gettare banalmente le mie due scatolette in un sacchetto, si attarda ad avvolgerle in un foglio di carta ornato da piccoli caducei verdi. Chiude con attenzione gli angoli del pacchetto con un pezzetto di nastro adesivo e lo rigira tra le mani, incurante della mia ben evidente premura.

Si attarda in inutili istruzioni sulla posologia, mi decanta l’importanza di mangiare e digerire bene, altrimenti il corpo si inquina e soffre, di eliminare le tossine, di tenere in ordine le tubature e gli scarichi.

Rispondo con un sorrisetto ambiguo, un cenno di capo e un mormorio intraducibile, poi apro il portafoglio e attendo di sapere quanto devo per la sua encomiabile prestazione non richiesta.

Sospira rassegnato, posso quasi sentire i suoi pensieri, perle ai porci signora mia, mi creda, e prende i soldi che ho pronti in mano.

Nel porgermi controvoglia il resto spara la sua ultima cartuccia «Ha mai provato la disintossicazione emozionale? Mi piacerebbe parlarne con lei se ha qualche minuto. Le potrebbe essere utile».

Resto per un istante perplessa, penso che stia scherzando e accenno un sorriso che si spegne di fronte al suo sguardo, serio come se mi stesse fornendo la cura per il cancro. Per fortuna vengo salvata dal mio orologio; il tempo scorre, il mio appuntamento è imminente e non mi resta che andare via in fretta.

Cammino perplessa, rifletto sulle sue parole e mi arrabbio con me stessa per non aver saputo rispondere a tono.

Io non voglio disintossicarmi dalle emozioni, voglio buttarmici dentro, affondare i denti con avidità e mordere la polpa, anche se è così acerba da allappare la mia bocca o marcia al punto da disgustarmi. Voglio essere bulimica, ingorda fino a sentire le emozioni scorrere sotto pelle come una droga, l’unica che rende vivi.

Non è dalle emozioni che dobbiamo disintossicarci fino a smettere di sentire, di vedere ciò che ci circonda per com’è anziché per come vogliono farcelo vedere, non è di automi anaffettivi che questo mondo ha bisogno. Invece di disintossicarci, rincorrendo un’inutile anestesia emotiva come il nirvana, cerchiamo di imparare a usare meglio le correnti che ci attraversano, se in emo-zioni risuona la parola αἷμα, sangue, vuol dire che da loro dipende il nostro essere persone vive e non zombie dissanguati.

Non sono le emozioni ad essere pericolose, ma l’uso che si fa di esse, la manipolazione fatta di parole che illudono e ingannano, plagiano e feriscono come sassate, trasformandoci in bombe a orologeria pronte a esplodere.

Le emozioni sono parte di me, anzi sono la vera me e preferisco restare intossicata e sincera, mio signor farmacista, piuttosto che arida e pulita. Non ho tempo per te, mi dispiace, ho una vita imperfetta da cercare di vivere, in preda alle mie emozioni, belle e brutte che siano. Vorrei tornare per dirti queste parole ma so che non capiresti, ormai sei troppo disintossicato ed è un vero peccato, per te.