Difese abbassate e occhi grandi

Sono partita per un viaggio improvvisato sull’onda dell’urgenza. Sono partita con valigie piene per non lasciare a casa il superfluo e nascondere il necessario in profondità, dove fosse più difficile trovarlo. Sono partita con le difese abbassate, le aspettative azzerate e una grande stanchezza, che non mi ha permesso di esercitare alcun controllo pianificatore ma solo di accettare il corso dei giorni.

Per me ho portato soltanto occhi grandi, il mio quaderno, la voglia di assorbire ogni cosa che avrei visto e il desiderio di approdare in un non-luogo e non-tempo da raccontare con parole scelte a casaccio.

Ora sono qui, accoccolata su una sedia di vimini scolorita dal sole e levigata dagli anni, a tremare nell’aria fresca dell’alba, contemplando l’ultimo inizio di giornata sotto un cielo preso in prestito che dovrò restituire tra poco.

Ascolto i rumori del mondo che si sveglia senza fretta e scrivo della bellezza di cui mi sono nutrita. Giorni lenti eppure colmi di esperienze nuove, giorni di passeggiate nei boschi, di tramonti nelle pinete, giorni in cui la luce ha trasformato gli alberi in sentinelle di un quadro surrealista.

Ho ascoltato la voce del mare, goduto del suo abbraccio e leccato i cristalli di sale sulla pelle. Ho disturbato una coppia di granchi in pensione che si crogiolava al sole, un lui indifferente e trasognato e una lei bellicosa e reattiva, che agitava furiosamente le sue minuscole chele allontanandosi da me con passetti obliqui, cauti e danzanti.

Ho pensato tanto, fino allo sfinimento, e scritto ancor di più, per sfiatare tutte le sensazioni che sentivo premere dentro, in quel nocciolo duro e fragile che punge e talvolta trema in mezzo al petto.

Ho pedalato, lunghi chilometri tra aghi di pino profumati e resti di sporcizia miserabile che il benessere viziato di individui incuranti si lascia alle spalle, curiosi reperti archeologici per lo sconcerto di generazioni future. Un passo dopo l’altro, una pedalata alla volta, piede avanti e ritorno, ascoltare il canto ritmico del cambio, il ticchettare oliato della catena, sentire il sangue scorrere rapido in muscoli di cui avevo dimenticato il senso.

C’è di che ubriacarsi da sobri e sognare da svegli e così ho fatto, dimenticando di armare le ultime difese, e ho sbandato per troppa bellezza, cadendo per assaggiare la realtà del terreno e le radici che danno illusoria stabilità, ma solo il tempo di una lacrima isolata, poi in piedi, spolverare gli abiti e ripartire, nonostante il pizzicore delle sbucciature lavate con acqua di mare.

Ho riso a crepapelle, ho cantato spezzoni di ogni canzone che mi balenava in testa e ho parlato. Io, proprio io, la seppia timorosa dal nero più nero che c’è, ho cercato il dialogo e il contatto umano con persone sconosciute.

Ho incontrato un piccolo antiquario dalle mani eleganti e il viso pallido che si è illuminato quando abbiamo parlato di Giappone, di stampe e cloisonné, di porcellane e netsuke e mi ha regalato un airone di carta e un sorriso sincero, perchè “noi sappiamo“.

Ho chiacchierato, tra migliaia di volumi, vino pregiato e tazze di caffè da cappellaio matto, con un libraio rubizzo ed esperto, innamorato dei libri a tal punto da non voler vendere che ciò che gli piace veramente, che mi ha abbracciato e baciato come una figlia e mi ha offerto una bottiglia di nettare dorato da bere pensando ai libri, perchè “noi leggiamo davvero“.

Ho fotografato tutta la bellezza che è inciampata nei miei passi, perchè le foto si fanno con il cuore, gli occhi grandi e i piedi che camminano senza fermarsi. Ho cercato la luce e l’ombra, la natura accarezzata dal vento e il legno abbandonato sulla sabbia, i sorrisi rubati ai bambini che giocano e il dondolio di piedini calzati in scarpette eleganti, il cobalto del mare e il bruno del tufo indorato dal sole.

Ho varcato la soglia di un luogo magico, un portale d’accesso verso un mondo ultraterreno in cui anime secolari riposano sotto pietre e foglie. Ho camminato cautamente sul fondo di un canyon muschioso, scavato nella roccia tenera, posando i piedi con leggerezza per non coprire orme più antiche delle mie. Il silenzio intorno a me parlava di rispetto, il vento soffiava ostinato quasi a scoraggiare l’avanzata, mi sono coperta il capo con una sciarpa colorata, un gesto inconsapevole di protezione e omaggio, un chiedere permesso alle presenze che mi circondavano silenziose.

Ho sostato nel cerchio di pietre corrose, alle spalle di un piccolo varco nella roccia, un luogo di pace e meditazione universale, legato non a un singolo credo religioso ma alla voce del mondo. Nell’angolo più lontano si ergeva ieratico un grande tronco con una cavità rotonda al centro. Dal ceppo mozzato si alzavano due rami simmetrici, due lunghe braccia tese verso lo smalto azzurro del cielo. Il buco era pieno d’acqua limpida e alla base erano posati un grappolo d’uva bianca e una mela rossa, freschi e maturi come appena colti. Un’offerta, un saluto, la benedizione di un viandante allo spirito del luogo, non so cosa fosse quell’altare sacro, ma ho riposto la macchina fotografica, in segno di deferenza, e ho sentito la presenza farsi più accogliente, il vento più dolce e benevolo.

Ora sono qui, a sgranare parole come soldatini passati in rivista, per raddrizzare il tumulto delle sensazioni e dar loro un senso che forse non hanno, ma penso sia giusto così. Partire è soffrire, lasciare, sospirare e ricordare.

sunset

sunset

surreal

surreal

wild-oat

wild oat

flower

flower

drops

drops

gig-in-the-sky

gig in the sky

shoes

shoes

sea

sea

silence

silence

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genius loci

Le mie nuvole

Di tanto in tanto mi sorprendo a testa insù, assorta dall’incanto di un spettacolo così effimero e incostante che non può che essere pura bellezza.

Immergo gli occhi nel blu e faccio piazza pulita di tutto quello che sono, di quello che vorrei, di ciò che avrei voluto, nulla resta se non quel blu, glassato di un bianco mutevole e cangiante, che cambia di forma al più leggero soffio di vento, come i pappi di un soffione nelle mani di un bambino.

Vorrei essere quel blu, vorrei essere percorsa da mille refoli di vento e drappeggiata di nuvole, vorrei essere scossa da lampi di elettricità e dilavata da raffiche di pioggia e poi………poi vorrei morire dolcemente, in un colore di porpora e oro, e diventare notte.

Senza stelle che rischiarino il mio sonno.

(dedicato ad un amico)

 

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Un pomeriggio di fine settembre – foto di Mela

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“È un incubo”, pensavo a volte, “forse sto sognando. Adesso mi sveglio e tutte e due ridiamo sedute sul pavimento, che si trasforma in erba, e il gabinetto in un melo frondoso, e le macchie sul soffitto in nuvole incostanti del cui mutevole disegno non devi rendere conto a nessuno, vivere day-to-day, nuvole sfilacciate che corrono sulle nostre teste, suggerendo immagini di libertà e di avventura (Nuvolosità variabile, C.M.Gaite)

Grazie a Lamelasbacata (Un anno di noi)

Non potevo non conservare qui il magnifico regalo che mi ha fatto kalosf. Ha centrato la mia essenza in modo stupefacente, ne sono felice, commossa e onorata.

kalosf

Il suo mondo wordpress è come questo post che mi ha offerto. Un affastellamento di emozioni diverse, di pensieri contrastanti. La sua è una storia, ma è molte storie, come i suoi pensieri che si rincorrono nei post che scrive e che trovano spazi nuovi in quel suo modo di raccontarsi e raccontare. Se il lettore vuole seguire delle logiche, non le troverà certamente. Se qualcuno vuole seguire un disegno ordinato, certamente non è questo il blog ideale nel quale “rifugiarsi”. Qui bisogna avere coraggio. Il coraggio di tuffarsi in una tempesta. In un mondo emozionale in perpetuo movimento, che si alza e si abbassa con la stessa forza di un mare. Tutto richiama tutto, perchè tutto parte dalla vita di una persona, dalle sue sensazioni ed emozioni. Ma niente è come dovrebbe essere. Per lo stesso motivo.

Ecco perciò il suo blog:https://lamelasbacata.wordpress.com/ e grazie per la tua originalità…

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