Zigulìbri #3

fonte: web

Tempo fa ho trascorso alcune ore piacevoli in una libreria, in compagnia di un istrionico e vulcanico libraio con cui ho chiacchierato di libri e passioni, di lavoro e rispetto, di integrità e ideali. Il bottino, assai cospicuo, di quella spedizione riposa tranquillo in uno scaffale e piano piano la pila dei volumi intonsi si assottiglia. Tra questi mi sta attendendo con pazienza la Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. In realtà ci stiamo corteggiando già da qualche tempo, mi capita di accarezzarne la costa, lo apro a caso, aspiro l’odore della carta nuova e leggo qualche frase. So che tra noi scoppierà una grande passione, ma non è ancora arrivato il momento giusto e, fedele al motto che non siamo noi a cercare i libri ma loro a trovarci, sto aspettando di vedere quando verrà a prendermi per mano.

Comunque, la scorsa settimana sono passata per caso, se sarà stato davvero il caso, davanti a una delle mie librerie preferite (il mio sogno proibito in realtà). Visto che non ci dev’essere un motivo preciso per entrare in libreria ma è sempre giusto farlo, sono entrata a curiosare e in pochi minuti ho trovato ciò che non stavo cercando e l’ho portato via con me.

Romanzo naturale è un piccolo libro pieno di fascino e stramberie, è una storia che diventa mille altre storie, alcune nascono e finiscono nello spazio di poche frasi, altre continuano a crescere come un rumore di fondo, ma è anche un continuo andare a capo, un romanzo di soli inizi. È un amarcord, con le sue liste di ricordi nostalgici dell’infanzia fatti di piccoli oggetti da niente, un gioco di incastri e rimandi, un labirinto di specchi in cui le trame si duplicano, riflettendosi, e ogni parola è la porta che apre a riflessioni e digressioni che, dietro un’apparenza svagata come volo di mosche ubriache, descrive l’impossibilità di accettare la fine di un matrimonio e l’incapacità di raccontare il fallimento della propria storia, tentando invece di parlare d’altro, dalla filosofia del gabinetto al giardinaggio, per continuare a ignorare l’elefante nella stanza.

Romanzo naturale è tutto tranne un racconto con una trama ben definita anzi, a ben guardare, non c’è un vero inizio e neppure una fine. Credo si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere a ritroso partendo dall’ultimo capitolo e sarebbe comunque un’esperienza affascinante, a patto di riuscire a sovvertire l’ordine naturale in caos e a lasciarsi trascinare dal suo ritmo onirico.

Ho definito la sua narrazione come il volteggiare di una mosca ubriaca e questo è uno dei temi più centrali e divertenti del romanzo. Vi siete mai fermati a osservare il volo di una mosca in un pomeriggio caldo? Ecco che ronza fastidiosa a pochi centimetri dall’orecchio, poi si allontana pigramente a destra, improvvisamente una brusca virata a sinistra, una corsetta sul vetro caldo della finestra e infine un momento di sosta, con le zampe che si strofinano l’una contro l’altra. Il ritmo è esattamente questo, non un saltare di palo in frasca, piuttosto un vagare per i percorsi tortuosi dell’inconscio, scomponendo la realtà in mille minuscole tessere, come farebbero gli ocelli sfaccettati di una mosca.

In ogni istante a questo mondo c’è una lunga fila di gente che piange e una più corta di gente che ride. Ma anche una terza fila, che non piange più e non ride più. La più triste delle tre. É di questa che voglio parlare.

…..

Oggi è un anno dal divorzio con Ema.
Non ho ancora portato via da casa sua alcuni sogni e qualche altra cosuccia. I sogni sono come i gatti, si disabituano per ultimi alla vecchia casa.

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A volte i libri ci fanno strani scherzi…… Ancora una volta mi convinsi che non siamo noi a servirci dei testi, ma siamo al punto che sono loro a prendersi gioco di noi. A nascondersi quando le cerchiamo e a saltarci agli occhi solo quando lo decidono loro.

…..

Le cose belle succedono sempre l’ultima sera. Io e Carla siamo in camera, all’alba, abbiamo camminato tutta la notte in riva all’Adriatico. Parliamo di tutto, me la cavo abbastanza bene con la lingua. Capiamo di aver letto gli stessi libri e lo attribuiamo a una coincidenza mistica. Stiamo in silenzio. Racconto, cercando a lungo le parole, di una tradizione Tao detta “Bere una tazza di tè senza la tazza del tè”, nel nostro caso parlarsi senza parlarsi. Avrei voluto dire “baciarsi senza baciarsi”. Sapevo che non si saremmo mai più rivisti. Anche lei lo sapeva. Un destino simile ti spinge a vivere tutto il rapporto in poche ore.
Sì, so cosa vi tormenta: non l’abbiamo fatto. Nemmeno una volta. Non ce n’era bisogno.

Potrei ancora citare brani su brani che ho adorato, ma non sarebbe giusto. È bello che ognuno abbia la possibilità di scoprire le proprie citazioni preferite; saranno sicuramente loro a balzare agli occhi, se decideranno che è il momento o la persona giusta.

É un libro divertente e insolito, ma è anche un trattato di nostalgia e un autore che riesce ad affascinare, parlando di nostalgia e malinconia, non può non entrare a far parte del mio personale Olimpo letterario. Vi dico solo che tra le sue pagine c’è la frase che utilizzerei come citazione di apertura, se mai dovessi scrivere un libro mio. Credo che questo già possa bastarmi.

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Zigulìbri #2

Questa volta lo zigulìbri è dedicato a un libro che ho letto con vero piacere durante una delle mie passeggiate quotidiane in solitaria; è un testo breve e di piccolo formato, adatto a essere gustato camminando ondivaghi, ma denso di spunti di riflessione e frasi da aforismario.

Un amico una volta mi disse, in maniera ingenerosa e provocatoria, che le uniche due cose che giustificano l’esistenza della Svizzera sono la cioccolata e Friedrich Dürrenmatt.

Da grande appassionata di teatro di prosa, negli anni ho visto più di uno spettacolo teatrale di Dürrenmatt e raramente mi ha deluso. Invece non avevo mai letto una sua opera e ho voluto iniziare il mio excursus letterario, che credo non si fermerà qui, con Romolo il grande, una commedia di cui ho molto amato l’allestimento teatrale con uno straordinario e impeccabile Mariano Rigillo nella parte del protagonista, l’imperatore Romolo Augustolo, ultimo monarca dell’Impero Romano d’Occidente.

Il sottotitolo recita “una commedia storica che non si attiene alla storia” e il suo autore nelle note finali la definisce difficile proprio perché sembra facile.

Credo che la difficoltà vada ricercata non nel testo, che scorre piacevolmente ed è pieno di ironia e precisi tempi comici, quanto nel sottotesto, nel significato nascosto dietro le parole, che si insinua con l’avanzare della lettura per esplodere nel perfetto e dolceamaro finale.

Lo stile è apparentemente solenne, l’impianto quello della commedia classica, quattro atti in cui si sussegue una teoria di personaggi a volte esilaranti. Ci si rende presto conto che ogni personaggio ha un lato molto umano celato dietro il ruolo che ricopre.

Così, ad esempio, dietro l’onore militare umiliato del soldato Emiliano, che torna dalla prigionia, c’è il dolore dell’uomo torturato, che ha sofferto molto e inutilmente per una patria che non riconosce più e per una donna il cui ricordo l’ha tenuto in vita, ma che sarebbe pronto a sacrificare per la salvezza della povera patria.

La difficoltà maggiore per chi interpreta Romolo, ricorda l’autore, sta nel non farne da subito un personaggio simpatico. Per vent’anni l’imperatore recita la parte dello stupido, dello stoico buffone, dell’allevatore di polli cui dà, con noncurante cinismo, il nome dei suoi predecessori. Tuttavia, dietro l’apparente svagatezza con cui tiene le redini di un impero allo sfacelo, dietro le vesti sontuose e la corona di foglie d’oro, il cui valore si riduce a quello di ultima riserva di denaro per pagare i servitori, ecco apparire un uomo spiritoso, rilassato e affettuoso, che abbraccia il suo destino e accetta ciò che non può essere cambiato, senza risparmiare saette e sarcasmo, con parole sorprendentemente moderne, valide e applicabili a qualsiasi governo si sia succeduto nella storia umana.

ACHILLE Il ministro delle finanze è fuggito, maestà.

ROMOLO Fuggito?

ACHILLE Con le casse dell’erario, maestà.

ROMOLO E perchè? Se non c’era dentro niente!

ACHILLE Spera in tal modo di nascondere la bancarotta totale delle finanze imperiali.

ROMOLO É stata un’eccellente idea la sua. Non c’è rimedio migliore, per nascondere  un grosso scandalo, che costruirne uno di più piccole dimensioni. Gli sia dunque conferito il titolo di “salvatore della patria”. E dove si trova adesso?

ACHILLE Ha trovato un impiego a Siracusa, come contabile in una ditta esportatrice di vini.

ROMOLO Bene! Auguriamoci dunque che questo fedele servitore dello Stato riesca almeno a rifarsi nel commercio delle perdite che comporta la carriera nella pubblica amministrazione. Ecco, prendete. (Si toglie la corona e ne stacca due foglie di alloro, dandone una a ognuno dei due servitori). Fatevi cambiare tutti e due in sesterzi queste foglie d’oro. Tenetevi quanto vi spetta e ridatemi il resto, perchè devo ancora pagare il mio cuoco, l’uomo più importante del mio impero.

D’altra parte uno dei motti più spietati e acuti di Dürrenmatt è ” Il mondo è una polveriera in cui non è vietato fumare” e Romolo sa perfettamente come deve agire per disinnescare la polveriera su cui regna, benché sembri più interessato a giustiziare le galline più improduttive del suo pollaio.

ROMOLO E della gallina che porta il mio nome, che notizie puoi darmi?

PIRAMO È l’animale più nobile e dotato che esista nel nostro pollaio. Uno dei più pregiati prodotti della pollicultura romana.

ROMOLO E l’uovo l’ha fatto, questo nobile animale?

Piramo guarda Achille, implorando aiuto.

ACHILLE Quasi, maestà.

ROMOLO Come quasi? Che vuoi dire? Una gallina o fa l’uovo o non lo fa.

ACHILLE Non ancora, maestà.

ROMOLO (con un gesto deciso) E allora vuol dire che non lo fa. Se non è buona a niente sarà almeno buona in pentola. Dite al cuoco che cucini anche me insieme a Oreste, e inoltre Caracalla.

L’azione è veloce, tutto si svolge nelle ultime ventiquattr’ore dell’impero romano, alle Idi di Marzo del 476 d.c.

TULLIO ROTONDO (è sconvolto) Ma non è possibile, maestà: si tratta di una notizia che sconvolgerà il mondo!

ROMOLO Ti sbagli, ministro: non sono le notizie a sconvolgere il mondo. Sono i fatti, e quelli non possiamo cambiarli perché sono già accaduti quando le notizie arrivano. No: le notizie non fanno altro che eccitare il mondo. È bene perciò abituarsi a farne a meno.

…………..

ROMOLO Non sono stato io a tradire l’impero. É Roma che ha tradito se stessa. Conosceva la verità, ma ha scelto la violenza; conosceva l’umanità e ha scelto la tirannide. Doppiamente si è disonorata: di fronte a se stessa e difronte ai popoli che erano affidati al suo potere. Tu sei adesso dinnanzi a un trono invisibile, Emiliano, il trono degli imperatori romani di cui io son l’ultimo. Come posso aprirti gli occhi affinchè tu veda questo trono, questo cumulo immane di teschi ammonticchiati, questo torrente di sangue, che fuma sui gradini, come un’eterna cascata della potenza di Roma? Che risposta puoi pretendere che ti venga dal culmine di quell’enorme edificio che è la storia romana? Che cosa vuoi che dica delle tue ferite l’imperatore, ergendosi sulla massa di cadaveri dei propri figli e dei figli altrui, sull’ecatombe di vittime massacrate nelle guerre per la maggior gloria di Roma, o sbranate dalle belve perchè Roma si divertisse?

Di fronte a queste parole, così intrise di modernità, non viene forse in mente l’avanzata dei disperati sui barconi, l’orrore di chi preferisce farsi esplodere anzichè dialogare e diventa strumento, spesso inconsapevole, di forze nascoste, carne e moneta di scambio per interessi di pochi a danno di molti e dall’altra parte il rifiuto che molti governi innalzano a suon di muri, sordi e ciechi al cambiamento, come patrizi di una Roma sempre più decadente e ripiegata su se stessa?

É una lettura piacevole, è bello perdersi nelle frasi e tornare a rileggerle e non è raro che scappi una sonora risata di divertimento, seguita da un istante di riflessione che la rende dolcemente amara.

Zigulìbri #1

Le zigulì!

Ve le ricordate? Le mitiche palline alla frutta con cui venivo premiata negli anni della mia infanzia, giusto una …….tina di anni fa.
Finivano sempre troppo presto, una tirava l’altra, e la frase di rito era ogni volta la stessa: ancora una, una sola, dai ti prego, l’ultima e poi basta.

Da zigulì a zigulìbri il passo nella mia mente sbacata è stato breve.

Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta.

Ho pensato di aprire uno spazio in cui raccontare i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera, perchè se un libro non mi piace non solo non ne parlo ma neppure lo finisco.

La vita è troppo corta per sprecarla leggendo brutti libri, che diamine!

L’onere del post di apertura tocca al libro di Rosario de Meo, blogger e caro amico che molti su wp conoscono, che si è fatto voler bene e apprezzare per la qualità della sua scrittura.

Ha scritto un libro bellissimo, il suo primo pubblicato e spero tanto non l’ultimo, Il valzer sull’orlo del pozzo, che merita di essere letto e consigliato molto più di tanti autori blasonati.

Il libro di Romeo, il segnalibro che mi ha regalato (thanks my dear bear!) e la mia pessima grafia

La sua prosa, limpida e netta, venata di affetto e bontà per i suoi personaggi, è solo apparentemente semplice, perchè ha una tale bravura nel raccontare, nel descrivere concetti che fanno anche parte del mio pensiero, da farmi arrabbiare per non averci pensato e farmi desiderare di averlo scritto io. Penso sia questa la miglior qualità di un buon scrittore.

É un libro che racconta, senza perdere la voglia di sorridere anche di fronte al dolore, la vita di un giovane uomo, Cesare, in un percorso narrativo che lo accompagna dalla nascita fino alla soglia dell’età adulta, ciò che critici più colti e autorevoli di me definirebbero romanzo di formazione, ma è anche la storia di un altro protagonista, un alter ego, un amico immaginario di nome Merlino, che del mago da cui prende il nome conserva un pizzico di magia, pur essendo in realtà il pozzo che dà il titolo al romanzo.

Ci sono molti elementi che mi hanno fatto sentire a casa durante la lettura: l’ambientazione e l’epoca in cui si svolge la narrazione; la descrizione di una famiglia “normale” quanto ogni famiglia sa esserlo a modo suo, pur conservando le peculiarità e le piccole stranezze che ne rappresentano l’impronta digitale, il segno di riconoscimento che la rende unica e diversa da tutte le altre; gli amici, pochi e scelti con cautela, come farebbe ogni ragazzo piuttosto solo e parecchio timido; la piccola folla di personaggi che popolava anche i paesi più sperduti fino a qualche decennio fa, la pettegola, il prete, il macellaio, il medico e, perchè no, anche la mignotta. Su tutti spicca, indimenticabile, la figura della nonna, una donna a suo modo moderna e anticonformista che mi ha ricordato le figure femminili di Almodovar, una persona che celebra la vita con uno sberleffo al galateo, che perde il buonumore davanti a nuvole cupe ma lo riacquista traendo forza dal calore del sole, che guida il nipote con dolcezza, osservandolo crescere con l’amorevole distacco di chi non deve provvedere a nutrirlo, a sgridarlo o a correggerne i difetti, ma deve solo amarlo e aiutarlo ad assecondare i suoi sogni.

I sogni di Cesare, la scoperta di quale debba essere il suo posto nel mondo, la difficoltà nell’integrarsi in una società in rapida evoluzione, che sembra aver scordato le sue radici, sono un nodo fondamentale che il protagonista è chiamato a tentare di sciogliere. Mi è sembrata particolarmente significativa la scelta del nome del paese in cui Cesare abita, Inverno. Leggendo, mi risuonava dentro un verso del Riccardo III di Shakespeare «Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole…», perchè l’inverno è gelo e sonno forzato della natura, è momento di pausa di riflessione, tempo in cui tutto diventa più lento e rigido, quasi immoto e immutabile, tempo di preparazione, di riposo che trattiene le forze in attesa del divenire, del verde tenero di foglie nuove. Questo succede a Cesare, così legato al suo Inverno da desiderare di non cambiare e di non veder cambiare la realtà che lo circonda, che teme il tempo delle foglie nuove e cerca di voltarsi verso il passato, quando tutto invece lo sospinge a cercare di creare il suo presente.

Anche l’acqua è altra protagonista di indiscussa importanza nel romanzo. L’acqua che è elemento materno, lunare e uterino, acqua che dà la vita e disseta, acqua che riempie un pozzo vuoto che nasce e cresce parallelamente alla vita di un bimbo di cui è amico, confidente e custode, acqua che sana le ferite ma anche pioggia, calda e delicata a coprire di una coltre umida i momenti di felicità e ancora crudele, gelida e battente di grandine a sottolineare un momento di grande dolore. Il cielo piange con Cesare nel momento dello sconforto, ma l’acqua cessa di cadere quando la felicità diventa così forte da dipingere il cielo di azzurro.

Potrei parlare ancora per molto tempo di tutto ciò che ho trovato nascosto tra le righe, ma in fondo il viaggio più bello che ognuno di noi può fare è quello che si intraprende da soli, magari a letto sotto le coperte, una luce tenue a illuminare il percorso e le pagine che si lasciano sfogliare una ad una, irresistibili come una manciata di zigulì.

Quindi non mi resta che augurarvi buon viaggio dentro questo libro, sono certa che non ne resterete delusi.

Anima noir

Luci d’inverno in giardino

Il noir non è un genere.

È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.

Il noir più che indicare un genere specifico designa un tono generale, una serie di motivi, un insieme di sottogeneri.

(Giorgio Gosetti)

Questa sera la nebbia smussa i confini di ciò che è reale e confonde gli occhi e le orecchie, rimandando al cervello un’immagine misteriosa e suoni ovattati di passi intirizziti. Il giardino, immerso nella fredda umidità di una notte qualunque, si staglia nero su un fondale di luci industriali. Sarebbe facile, socchiudendo appena gli occhi, immaginare una sagoma appoggiata a uno dei tronchi in disparte, le fattezze di un volto indurito e stropicciato dalla vita, un filo di fumo che si leva nell’aria mischiandosi alla nebbia, l’attesa solitaria di qualcosa o qualcuno che si fa aspettare, la sottile minaccia di quell’ombra nel buio.

È solo un fantasticare a occhi aperti che svanisce in un istante. Così, abbandono gli innocenti alberi al loro letargo infreddolito e sorrido delle elucubrazioni della mia anima noir e un po’ pulp che si nasconde, insieme al punk, dietro la patina di perbenismo sabaudo.

Una buona parte dei film migliori che ho visto e dei libri più appassionanti che ho letto appartengono a questo genere. Leggo anche molto altro, ma prima o poi un po’ di sangue deve scorrere, una rivoltella deve fare fuoco, altrimenti non mi diverto fino in fondo.

In casa mia giravano molti libri di fantascienza e quelli che allora venivano definiti “gialli”, ricordo le bellissime copertine della serie Urania, la serie nera dei gialli Mondadori, immagini di coltelli insanguinati, asce e donne con la bocca spalancata in un grido silenzioso.

Fu davvero una strana educazione letteraria per una bambina curiosa e avida di emozioni, unita alla poca vigilanza di genitori molto assorbiti dal lavoro. Io la chiamo fortuna e grazie a quelle letture, rubate di soppiatto dal comodino di mia madre, mi è entrata nel sangue la passione per il noir.

Che sia un romanzo gotico, il capostipite del genere, un noir mediterraneo cui appartengono ottimi scrittori italiani, la raffinatezza malinconica degli scrittori francesi, Leo Malét e Simenon tra i miei preferiti, o un robusto hard boiled americano, non faccio distinzioni, mi piacciono tutti e li leggo con entusiasmo.

Se però dovessi indicare IL libro, quello che porterei con me su un’isola o salverei da un incendio, non potrei che riferirmi a Il lungo addio di Raymond Chandler.

Il protagonista è un detective Marlowe differente dalla caratterizzazione rude e maschilista dei libri precedenti. Qui è una figura più malinconica, ha un atteggiamento protettivo e affettuoso nei confronti di un amico, se ne avverte la tristezza infinita e quasi insostenibile. È un uomo più nudo e indifeso, neppure l’alcool e l’atteggiamento disilluso bastano a proteggerlo dalle delusioni cui lo condurrà il suo idealismo.

C’è  un  senso  di  quieta disperazione che aleggia  nel  romanzo, la  sensazione della  rovina ineluttabile già dal primo incontro  con Terry che Marlowe, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, tenta di salvare e proteggere con cieca ostinazione dalla corruzione della società alto borghese, che nasconde le  sue  miserie  dietro  il denaro, e dalla violenza ottusa della polizia.

È un libro che ha fatto scrivere molto sui retroscena che ne hanno accompagnato la stesura. Precede di poco la morte della compagna di vita di Chandler, si potrebbe dire che il decorso della malattia e la  sua  scrittura viaggiano in parallelo. Forse il titolo stesso può riferirsi alla lenta agonia del distacco dalla persona amata, l’ultimo saluto che si vorrebbe non dover pronunciare, anche se un’altra interpretazione allude invece allo sgretolamento mentale di chi è affetto da alcolismo, l’addio alla normalità.

Nella  figura  dello  scrittore  alcolizzato si è voluto vedere  proprio un autoritratto dello stesso Chandler. L’alcool, il demone che lo porterà alla morte, qui è presente più che in altri libri, è un fantasma che aleggia, il bicchiere colmo uno scudo che stordisce per non affrontare la vita. Alcune atmosfere ricordano quelle di Fitzgerald e verranno riprese anche da Fante e Soriano nel  suo Triste, solitario y final, che vede come protagonista proprio un Marlowe invecchiato.

I tanti personaggi dal passato inconfessabile, le femmes fatales dalla bocca rossa su cuori di ghiaccio, il gangster messicano, i poliziotti violenti, non manca nessuno degli stereotipi del genere noir. Si ha però la sensazione che sia un gioco di specchi per mascherare altra e più profonda visione del mondo; ci si perde volentieri nei cul de sac di un labirinto di parole il cui filo si lascia dipanare solo nelle battute finali.

È un pezzo di jazz freddo, è whisky che brucia  in  gola,  è  malinconia  nebbiosa, è un  libro  del  cuore. Per me.

Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo.

La maggior parte delle persone passano la vita impiegando la metà di tutte le loro energie a difendere una dignità che non hanno mai avuto. (Raymond Chandler, Il lungo addio)

ma perchè il grande Boh?

wp-1476705576091.jpegRed è rimasto colpito da questo termine  il grande Boh, che è entrato da un paio di anni nel mio personale dizionario di parole inventate per descrivere i miei stati d’animo, così come notturnando e molti altri termini che cerco di usare solo in presenza del mio avvocato.

Lo ringrazio perchè mi permette di spiegare la genesi di questo termine strampalato, parlando contemporaneamente di un libro che ho adorato consigliatomi da wwayne, uno dei primi ad aver avuto la bontà di darmi il benvenuto in questo mondo, quando ancora non sapevo neppure se era il caso di mettere il naso fuori dalla porta del mio blog, per paura di risultare invadente.

Succede che un giorno di dicembre leggo una bellissima recensione di wwayne e vado subito in libreria a comperare il libro, succede che leggo fino ad addormentarmi, che il giorno dopo sono distratta sul lavoro perchè penso che devo finirlo assolutamente, che arrivo a casa la sera, mi ficco sul divano con una tazza di tè e nessuna distrazione intorno finchè posso voltare l’ultima pagina con un sospiro di soddisfazione. In quelle ore mi sono commossa, ho riso, scosso la testa, riflettuto, mi è venuta una gran voglia di assaggiare i bufritos¹ e sorrido, sì sorrido tanto perchè sono stata proprio bene in quel mondo di carta e sento che Miles, il Colonnello, Takumi e Alaska sono ormai miei amici.

É un romanzo con una doppia anima, esiste il Prima e il Dopo un fatto che, con la sua secca e indiscutibile essenza, cambia la vita del protagonista, la sua percezione del mondo, il suo modo di intendere la vita.

Ho voluto molto bene a Miles, magro e sfigatello, collezionista solitario di Ultime Parole Famose lette nelle biografie di uomini importanti, che trova la sua strada cercando di risolvere le domande senza risposta lasciate dal suo pensiero fisso, la sua magnifica ossessione, una pin-up in formato tascabile dalla voce prorompente, buffa, sexy e svitata di nome Alaska, che gli insegnerà l’amicizia, il non prendersi troppo sul serio, l’arte di lasciar andare tutto e tutti quando viene il momento e che ai perchè non c’è mai un’unica risposta e, a volte, neanche quella.

«Aspettate un attimo» dissi. Andai nello studio di papà e cercai la biografia di François Rabelais. Mi piaceva leggere le biografie degli scrittori, anche se (come nel caso di monsieur Rabelais) non avevo mai letto le loro opere. Sfogliai il libro verso la fine e scovai la frase segnata con l’evidenziatore. (NON USARE MAI UN EVIDENZIATORE SUI MIEI LIBRI, papà me l’aveva detto mille volte. Ma conoscete un altro modo per trovare subito ciò che cercate?)

«Ecco c’è questo signore» dissi, affacciandomi sulla soglia del salotto. «François Rabelais, poeta. E le sue ultime parole sono state: “Vado a cercare un Grande Forse.” Ecco perchè voglio andare via. Così non dovrò aspettare di essere in punto di morte per mettermi in cerca di un Grande Forse.»

Da questa frase è scaturito il mio grande Boh, il dubbio cui non so dare forma, che punzecchia come un ape e svolazza come una falena vellutata in giro per la mia testa, la risposta che cerco senza trovare o che, più verosimilmente, non ho tutta questa fretta di scovare, perchè a quel punto il viaggio sarebbe finito e capita che la meta non sia interessante come il percorso necessario per raggiungerla.

Dedico questo post al mio carissimo amico Romeo. Io so che la vita porta molte virgole, quasi a riprendere fiato tra uno spintone e l’altro; alcuni due punti per mettere bene in chiaro le cose quando proprio non ce la possiamo fare a capire alla prima; qualche punto esclamativo, di gioia, incredulità o semplicemente perchè fa star bene ogni tanto stare un po’ sopra le righe, come un calzino a righe sotto un pantalone a quadretti. Ci sono i puntini di sospensione, ma secondo me servono solo a darsi un tono, a far pensare che ci sia qualcosa di più interessante dove, magari, non c’è proprio nulla da vedere. Ci sono i punti e virgola, molto eleganti e un po’ desueti; i punti fermi quando davvero ci vuole una pausa e che il mondo se ne stia fuori dalle scatole per un po’; il punto a capo, quando si volta pagina e intrecciamo le dita sperando che il fato ci sorrida una volta per tutte. Ma soprattutto, mio carissimo amico, ci sono tanti e ancora tanti punti interrogativi e io, ma anche tu, ne sono sicura, non potremmo farne a meno perchè di questo si nutrono le nostre vite, di domande, di ricerca, di dita nel culo (purtroppo) e di sorrisi e carezze (per fortuna). Chi nella vita ha solo certezze mi sa che in fondo ha un po’ paura di mettersi in gioco e allora che gusto c’è? Siamo tutti capaci di vivere bene nelle torri d’avorio, nell’esclusivo Parco della Vittoria, ma la vita è più simile a Vicolo Corto e allora almeno cerchiamo di arredarlo come si deve!

Io continuo a lanciare punti interrogativi come ami e a pescare quello che viene su dal fondo, che sia una bella trota o una scarpa vecchia, ma di una cosa sono estremamente certa, prima o poi tu ed io ci guarderemo davvero negli occhi e ci abbracceremo, brindando alla salute di chi pensa di aver trovato tutte le risposte.

?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!


1.Il bufrito (un burrito ripieno di fagioli in umido e ripassato in padella) era la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la frittura migliora qualsiasi cibo (cit.)

Consigli di lettura – Otello Marcacci

Qualche giorno fa, in un post che parlava di citazioni e senso della vita, ho accennato ad un autore di cui avrei voluto parlare più a fondo.

Oggi è un giorno perfetto¹ per conversare di libri e sicuramente quelli di Otello Marcacci sono da leggere, rileggere e consigliare agli amici. Esattamente come sto facendo io ora.

Lo scorso anno, leggendo un vecchio post di un caro amico, sono inciampata in una recensione entusiasta del primo libro di Marcacci, Gobbi come i Pirenei e ho pensato “però, interessante“.

A marzo di quest’anno sul sito di Zest Letteratura sostenibile, che vi consiglio di visitare, sono state pubblicate la recensione del suo terzo libro e l’intervista all’autore, che mi hanno fatto esclamare “molto interessante“.

Successivamente, nel blog di Fulvialuna è apparsa una recensione così sentita del suo ultimo lavoro, che mi sono decisa a leggere i suoi libri e ho fatto molto bene.

Come spesso accade quando entro in loop con un autore che mi piace, desidero leggere di lui tutto quello che posso e in questo caso ho letto la sua produzione completa, tre libri e un racconto breve.

Il mio primo approccio è stato proprio con il racconto breve, La lotteria, una storia di fantascienza ambientata in un futuro governato da una casta geneticamente superiore, che comprime le aspettative e le aspirazioni di chi è di casta inferiore, condannandoli ad una vita di privazioni quasi feudali. Per placare gli inevitabili scontri sociali viene bandito un gioco, una lotteria che, in cambio della morte certa, assicura 24 ore di libertà e dominio assoluto su ogni essere vivente. Il vincitore saprà fare buon uso del suo potere o sarà solo una pedina? L’atmosfera ricorda le opere di Philip K. Dick e i libri della serie Urania. É un racconto veloce e ben scritto, le azioni si susseguono e non mancano i colpi di scena.

Il secondo libro che ho letto, che è anche il secondo scritto dall’autore, si intitola Il ritmo del silenzio ed è uno di quei libri che entrano a forza nella testa e nel cuore, che bussano, aprono porte nascoste e si fanno leggere senza interruzioni finchè anche l’ultima parola non è stata completata. É un romanzo di formazione e riscatto, è narrazione a più voci, è adrenalinico, è critica alla società ma è soprattutto la descrizione dell’amore in tutte le sue molte forme. C’è l’amore-odio per gli amici, ingordo, feroce e smisurato come sa essere quando si è giovani; l’amore per i genitori, che ha il sapore della tenerezza e del rimpianto al tempo stesso; l’amore per una donna come si vorrebbe che fosse e come in realtà è; l’amore per una figlia, lacerante per gli sbagli fatti e immenso per tutto ciò che un genitore sopporta affinché lei non debba soffrire. Su tutto campeggia l’amore per la vita con le sue strade e i bivi da scegliere. Non ultimo, l’amore per la musica che fa da sottofondo al ritmo del silenzio.

Gli ultimi due libri di cui voglio parlare, l’opera prima Gobbi come i Pirenei e l’ultimo lavoro di Marcacci Sfida all’OK Dakar uscito a marzo, hanno come protagonista Eugenio Bollini, toscano, ciclista di professione, una vita professionale da gregario con l’ossessione del quoziente intellettivo, una vita privata incasinata al cubo, come ogni vita che si rispetti.
Il suo autore ne tratteggia un ritratto molto bello, lucido e affettuoso che vi invito a leggere qui.

Nel primo romanzo Bollini sta cercando di dare uno scopo alla sua esistenza dopo una separazione, un rapporto da ricostruire con il figlio, una vita professionale in declino e la voglia di trovare un amore per cui valga la pena vivere. Su questo terreno già in fermento si innesta l’obbligo morale di mantenere una promessa, evento che causerà una serie di reazioni a catena imprevedibili.
É un romanzo molto bello, scritto con ironia sapiente e vivacità. Si ride, si riflette molto e il protagonista entra nel cuore con la sua malinconica dolcezza, fa arrabbiare per la sua goffaggine emotiva ma non si può non tifare per lui.

Nel secondo romanzo della serie ho ritrovato un Bollini molto cambiato, invecchiato, appesantito, disilluso da una vita che non ha mantenuto le sue promesse, un rapporto difficile con la famiglia, quasi del tutto spezzato quello con il figlio. Mentre nel primo stava cercando di dare risposta alle sue domande, in questo secondo libro Bollini deve riannodare tutto il senso del suo esistere, facendo pace con molti dei suoi sbagli. É un libro più amaro del primo, più maturo anche se non mancano i momenti divertenti, ma ciò che lo rende bello e profondamente umano è proprio il sottile filo di tristezza, a tratti disperata, che lega i suoi personaggi. Il tono è sapiente, l’ironia non diventa mai sarcasmo e anche nei momenti più commoventi si riesce a vedere uno scintillio di luce. Proprio per questo è il mio preferito, qui davvero i personaggi acquistano la profondità della vita vera.
Non fermatevi alla sinossi proposta dalla casa editrice, non sono d’accordo con gli aggettivi scelti per descrivere un romanzo che non è affatto picaresco, non ho trovato facili escamotage nè sarcasmo, non c’è un’ atmosfera di volgarità godereccia e pecoreccia alla Amici miei, anzi è un libro profondo e denso, con riflessioni filosofiche che tutto ricordano tranne lo sberleffo. Credo che la visione stereotipata del toscanaccio beffardo debba essere molto riveduta e corretta e forse l’editore dovrebbe valorizzarlo di più, offrendo una chiave di lettura meno superficiale.

Il mio consiglio sincero è quello di leggerli, perchè sono opere di valore e spesso non è facile individuare una buona scrittura in mezzo a tante proposte mediocri, pompate da una politica di marketing più accattivante.

Vi consiglio caldamente di leggere sia le dediche introduttive che i ringraziamenti finali. Lì davvero ho potuto apprezzare l’umanità e l’affetto sincero dell’autore per le persone a lui care, ma anche per noi lettori, sconosciuti e ugualmente importanti.

Se acquisterete i libri direttamente dal sito, come ho fatto io, vi arriveranno autografati e con dedica personalizzata. Un gesto gentile e garbato di amicizia che ho molto apprezzato.

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1.ogni giorno è perfetto per parlare di libri.

Libri che amo – Pedro Lemebel

1046349Dov’ero e cosa facevo nel 1986?

Ero una ragazzina alle prese con il greco ed il latino, affamata di lettura e musica punk,  molto solitaria, nessun amico vero, una cotta che si sarebbe trasformata in un amore tenace e mai corrisposto, tanta timidezza da poterne fare aquiloni. Quell’estate mi sarei rapata a zero per protesta, avrei mostrato orgogliosa a mio padre la lettera della borsa di studio per gli ottimi risultati scolastici conseguiti e ne avrei ottenuto come risposta “da domani sveglia alle sette, vieni a lavorare da me in fabbrica, ho una consegna da rispettare”.

Quell’estate capii cosa voleva dire fatica fisica, lavorare in un capannone sotto il sole cocente di luglio, infilare lingue di lamiera in una macchina che le saldava trasformandole in tubi metallici, puzzare di sudore, di ferro rovente e polvere, addormentarmi attaccata al tavolo della cucina, senza aver voglia neppure di mangiare ma solo di dormire.

Eppure, nonostante questo, mi ritengo immensamente più fortunata di tanti ragazzi che hanno combattuto, in quello stesso periodo, per la loro libertà.

In quell’estate del 1986 dall’altra parte del mondo, a Santiago del Cile, si consumava la ribellione contro la dittatura sanguinaria di Pinochet, che avrebbe finalmente iniziato a crollare a prezzo di molto sangue e vite innocenti, per opera di ragazzi poco più grandi di me, studenti universitari, rivoluzionari pericolosi perchè volevano una vita diversa, una vita in cui fosse permesso pensare, ma anche madri indomite, con le foto dei figli uccisi o spariti nel nulla attaccate al collo, intellettuali dissidenti, anziani pronti a tacere, a coprire azioni di guerriglia contro l’ordine costituito.

In mezzo a questo tremendo affresco di violenza e sangue si staglia una figura così delicata ed incongrua da risultare ammaliante.

Una fata madrina, la fata dell’angolo, una checca, una signorina con il pene in mezzo alle gambe, l’anima pura che tutti vorrebbero avere come angelo custode.

L’insegnamento che lascia è che l’amore può rendere bella e preziosa anche una cassa di armi, addobbata con quattro stracci, che dita fatate possono intessere nel ricamo di una tovaglia lo struggimento di un addio, che a volte essere considerati un rifiuto del genere umano, un fenomeno da baraccone da poter sfruttare come oggetto di piacere, anzichè abbruttire fa scaturire la purezza dell’animo umano “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Ho paura torero è un romanzo intensissimo, una storia d’amore dolce e crudele tra una lei, che non è davvero lei o forse lo è più di tante donne vere, e un lui folle, sognatore e coraggioso come possono esserlo solo i giovani quando amano e sentono con ogni fibra del loro essere.

È un romanzo da leggere e rileggere, anche solo una frase qua e là, per sorridere, piangere un poco e pensare. Dietro alla storia d’amore forse più coinvolgente e triste che io abbia letto di recente c’è la lotta di disobbedienza civile, il coraggio di chi nonostante tutto è restato per combattere, la figura grottesca e ridicola di un dittatore che ogni giorno si rivela più nudo e tragicomico.

In quella posizione, con le ginocchia unite, rannicchiata a metà scala, sembrava davvero una bambina, lo sgorbio artritico del disamore. Avrebbe voluto piangere con tutta l’anima, per cavarsi una volta per tutte la spina dolorosa della sua illusione, ma il suo sguardo da vagabonda lunatica non riuscì a riflettere il chiarore morente che sparì nell’ultimo lampo della sera.

Ci sono autori che entrano dentro come uno stiletto, vanno in profondità nelle viscere e rimangono a pungere la mente; le loro parole, benchè piumate, barocche ed aeree sedimentano e creano massa critica, attorno alla quale è facile e al contempo difficile articolare pensieri compiuti.

E’ il caso del mio incontro con la scrittura di Pedro Lemebel.

Il suo nome mi ha incuriosito la scorsa estate, grazie alle ottime recensioni di Claudia, che potete leggere qui, qui e per scherzo del caso (o forse no) anche oggi, poco prima che mi decidessi a pubblicare questo post rimasto a dormire per troppo tempo nelle bozze.

Ho appuntato i titoli nella mia chilometrica lista dei desideri e me ne sono dimenticata fino a qualche settimana fa, quando ho incontrato una persona deliziosa che me ne ha parlato in termini entusiastici.

Comperare i due volumi pubblicati in Italia da Marcos y Marcos, già per questo una garanzia di mio gradimento personale, e leggerli d’un fiato è stata la miglior decisione che potessi prendere.

Baciami ancora forestiero è una raccolta di racconti e articoli pubblicati nel corso del tempo in riviste e quotidiani cileni.

Ho ritrovato la descrizione delle fate, il disagio nel vivere una sessualità diversa, gli incontri furtivi nei parchi pubblici, le retate della polizia, le bombe incendiarie che distruggono la vita e le ali delle piccole fate, facendole bruciare come lucciole nella notte di Santiago (La musica e le luci non si sono mai spente).

I primi tre racconti sono incisivi e cristallini nel descrivere la lotta di opposizione alla dittatura, che si può manifestare anche prendendo il sole davanti al filo spinato di una campo di correzione o scrivendo una domanda scomoda su di uno schermo bianco (Chi ha ucciso Victor Jara).

Nelle lettere d’amore viene raggiunto l’apice del lirismo barocco, un giocare sapiente con le parole, un ventaglio di piume che cambia prospettiva sulla realtà con il semplice movimento di un polso.

Ragazzo mio rockero: preferisco non esserci mentre scorri queste righe immaginando che ti penso nudo, abbandonato nel tuo letto sfatto, magari con quei King Crimson inesauribili a piena potenza. E mentre scrivo, le lettere danzano nell’aria della tua stanza. Sono note musicali che risuonano nella batteria accanto al tuo letto. Ed è come se io fossi lì, fossi rimasto per sempre covato nei contenitori delle uova che smorzano il concerto solitario… E poi, quando la stanchezza ti vince e piombi nel precipizio del sonno, continui ad ascoltarmi, mi gridi di non smettere di parlare, di accompagnarti nei tunnel bagnati della tua eiaculazione notturna….. Non so se questa lettera volerà a destinazione. Per il momento mi appendo a te per lasciarmi cadere nel sonno. Il televisore ronza come una vespa e la notte inguaina quello che non sono riuscito a dirti.

Non saprei che altro aggiungere, se non che leggerlo arricchisce l’anima e questo è indubbiamente il dono più prezioso che uno scrittore possa offrire.