Zigulìbri #5 – Bertoli

dal blog di Pina Bertoli https://ilmestieredileggereblog.com/

Una scrittura femminile ricca di dettagli, caratterizzazione dei personaggi ben sviluppata, lingua corposa senza essere ridondante che convince anche nei cambi di registro, trama che si dipana senza annoiare.
Queste sono alcune delle mie impressioni di lettura, chi mi conosce sa che difficilmente le considero recensioni, riguardo un libro letto con molto piacere.
L’autrice, Pina Bertoli, blogger che seguo da tempo e che ha saputo creare uno spazio raffinato, colmo di recensioni letterarie, artistiche e musicali da cui spesso ho attinto suggerimenti, ha da pochi giorni pubblicato il suo primo romanzo, Infondate ragioni per credere all’amore, grazie a un concorso letterario bandito dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.
Lucchese di nascita, ha scelto proprio la sua città per ambientarvi il racconto di una famiglia dell’alta borghesia a partire dagli anni ’50 fino all’inizio del nuovo millennio.
Il protagonista è Francesco, ultimogenito e figlio “imbecille” come lo definisce il padre, un ragazzo insicuro, forse debole e incapace di ribellarsi all’autorità e alle regole che la sua famiglia vuole per lui.
Francesco è un perdente che non vuole o non può decidere della sua vita, anzi spesso decide di non scegliere o lascia che sia il caso o le persone che lo circondano a scegliere per lui, anche quando si tratta di decisioni fondamentali quali vivere o lasciarsi morire. Potrebbe cambiare le cose ma alla fine non riesce e lascia che la sua vita si svolga così, senza cercare a tutti i costi il lieto fine.

Niente di quello che ti stava attorno sembrava dare più un senso alla tua vita, che forse mai ti è veramente appartenuta e che in molte occasioni sembrava sparire e poi tornare fuori per magia, come il coniglio nel cilindro dell’illusionista.

La narrazione è molto precisa e resa vivida dai dettagli che rimandano alle varie epoche, la Capannina, i cantanti in auge negli anni ’60, la moda, lo sbarco sulla luna, solo per citarne alcuni e la vicenda scorre senza intoppi, accompagnata da precisi rimandi storici che aiutano a definire il contesto.
In un’epoca in cui anche i reali hanno permesso il matrimonio fra ceti sociali differenti, pare impossibile pensare che solo una sessantina di anni fa il matrimonio con un’operaia fosse osteggiato fino alla messa al bando dalla famiglia.
Eppure è quello che succede a Francesco che, forse nell’unico sussulto di indipendenza, sceglie una donna molto differente dal suo status sociale.
Tanto lui è debole e rassegnato quanto la figura di Maria è forte e luminosa, donna concreta e positiva, incapace di arrendersi e fattiva artefice del suo destino.
I personaggi maschili del romanzo non fanno una gran figura, sono uomini deboli e sfiduciati o autoritari e dispotici o, in un caso particolare, meschini e vigliacchi, pronti a scappare per non prendersi la responsabilità di una figlia non voluta.
Di contro le figure femminili, Maria, la moglie di Francesco, ma anche Simonetta, il suo primo grande amore, e Diletta, la figlia, sono personaggi di grande forza e dolcezza, donne volitive e vincenti, che studiano e cercano una autodeterminazione che fino ad allora alla donna era stata preclusa.
Credo che in ognuna di queste donne ci sia davvero una sfaccettatura della personalità dell’autrice.
I temi trattati e il modo in cui la narrazione si svolge mi hanno ricordato lo stile di uno scrittore che amo molto, Richard Yates.
Proprio come Yates, Pina decide di raccontare il conformismo e la solitudine e lo fa senza provare compassione per i suoi personaggi. Non li tratta male ma non ne ha pietà, si limita a registrare con imparzialità le loro vite, lasciando a noi lettori il compito di decidere da che parte stare, provando a capire le ragioni manifeste o nascoste che condizionano le vite altrui.

Spesso mi sono accanita nel voler giudicare i comportamenti degli adulti con cui sono cresciuta: ora ho capito che giudicare serve a ben poco, meglio provare a capire.

È un libro che si fa leggere con piacere, l’ho finito in poche ore quasi senza accorgermi del tempo che passava, e lascia una traccia dolceamara che non guasta affatto, racconta con voce pacata di scelte, intraprese o scartate, di vita e morte, di amore e tradimento e di tutto ciò che si nasconde dietro una parola semplice eppure tanto complessa, famiglia. Come dice Yates: Non c’è altro di cui scrivere.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

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La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.

Zigulìbri #4 – Incardona

Questo libro è per chi sbaglia sempre l’ora di partenza e si trova in coda a guardare nelle altre macchine, per chi conserva in un libro la lettera d’amore di uno sconosciuto, per chi ama il profumo della pioggia in estate e per chi vorrebbe credere al destino ma si deve preoccupare di limitare i danni del futuro prossimo.

autostrade e tè alla menta@fotomia

A differenza di altri luoghi più integrati nel tessuto sociale delle città, l’autostrada è una dimensione di passaggio, un non-luogo immerso in una meta-realtà, un lungo corridoio di asfalto che percorriamo senza prestare attenzione all’ambiente circostante, ignari di ciò che succede a chi si trova a condividerne un tratto con noi e desiderosi solo di arrivare il prima possibile alla destinazione prescelta.

Tra il punto A e il punto B passa una retta che auspichiamo sia sempre la più breve e la più facile, ma questo noir, ambientato interamente in autostrada e nei luoghi di servizio per accedere ad essa, quelle stradine nascoste che solo i misteriosi addetti ai lavori conoscono, fa riflettere su quanto la realtà possa essere diversa da ciò che presumiamo e da come una vita, apparentemente “normale”, possa perdere ogni punto di riferimento nello scorrere di un istante, in quell’attimo di distrazione sufficiente a far crollare il castello delle proprie certezze.

Il libro non è suddiviso in capitoli ma in movimenti, proprio come le parti che compongono un’opera sinfonica ed è molto musicale il ritmo della sua prosa, dove brani più lunghi e articolati, con frasi di grande ampiezza, si alternano a un

ritmo

più spezzato

e

sincopato

come se

la brusca

variazione

fosse un segnale:

 

rallenta

e

presta attenzione a dove stai andando.

Il titolo italiano, La metà del diavolo, benché calzante e spiegato nelle ultime pagine del romanzo, non rende fino in fondo l’idea di quello originale, ricalcato su un avviso affisso in prossimità dei cantieri autostradali francesi, Derrière le panneaux, il ya des hommes, dietro i cartelli ci sono degli uomini, uomini che lavorano, che vivono, che soffrono, che possono essere uccisi dalla velocità, da un messaggio sul cellulare, da un colpo di sonno, da un altro uomo, che a sua volta uccide perché ne sente il bisogno.

La trama è apparentemente semplice, un serial killer, bambine scomparse e mai più ritrovate, un padre che ha rinunciato alla sua vita, al suo essere un essere umano per il desiderio di vendetta, una madre che aspetta la notizia che la farà tornare a vivere o le permetterà finalmente di morire. Su tutto questo aleggia la sensazione di attesa e di caccia, il lavoro paziente del cacciatore che raccoglie indizi e circonda il predatore diventato preda, e il caldo, l’ondata di canicola atroce e implacabile di un 15 agosto qualsiasi, un calore descritto in modo quasi antropomorfo, che si sente appiccicato alle parole, che trasuda dalle pagine.

Ci sono gli archetipi della tragedia greca in questo dipanarsi delle ore e dei giorni, pochi, ridotti all’essenziale, perché il piano di Allarme Rapimento è molto chiaro, il 44% dei bambini rapiti viene ucciso entro la prima ora, il 91% nelle prime ventiquatt’ore. Pierre, il padre, l’eroe tragico, Orfeo che entra negli inferi per tentare di ritrovare non il corpo della sua bambina, ma almeno il significato della sua morte e della sua esistenza; Ingrid, la madre, una Clitemnestra, una Medea che attende di consumare la vendetta e cerca di distruggere se stessa e la sua colpa, quella di aver partorito, di aver generato una vita che è andata perduta; Pascal, il mostro, il demone che agisce nell’ombra, colui che porta dentro di se il Male, chiuso nella sua testa dietro una cerniera tatuata sul cranio.

Intorno ai personaggi essenziali si muove un coro fatto di poliziotti che seguono il protocollo senza vedere la rete di connessioni nascoste, l’uomo che raccoglie le cose perdute, il custode della memoria di vite comuni che passano via veloci, Lola la puttana gentile, ragazzo-ragazza dal cuore grande, donna senza esserlo veramente e per questo più umana di chi la considera solo un buco in cui sfogarsi, la vecchia Tía Sonora, la veggente dell’autostrada, una moderna Cassandra che vede il futuro e consola la disperazione leggendo le linee della mano.

Dopo averlo letto, a me è successo, vi capiterà di salutare meno distrattamente il casellante, di passare davanti a un autogrill e pensare che no, non è solo un luogo dove fare pipì o bere un caffè. Dentro quel mostro di acciaio e consumismo a buon mercato il ya des hommes.

Tía Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.

Tía Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. la bugia è sogno.

Tía Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.

La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.

Un retrogusto d’infelicità, lunghi respiri profondi per non vomitare. Rifletti: perché la nausea è essenzialmente femminile? Gli uomini non hanno la nausea. Oppure ce l’hanno per un istante e poi vomitano. Le donne, invece, la trattengono nel ventre, fanno di un malessere una percezione.

E di una percezione, un concetto.

Il mondo è femmina.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

Zigulìbri #3 – Gospodinov

fonte: web

Tempo fa ho trascorso alcune ore piacevoli in una libreria, in compagnia di un istrionico e vulcanico libraio con cui ho chiacchierato di libri e passioni, di lavoro e rispetto, di integrità e ideali. Il bottino, assai cospicuo, di quella spedizione riposa tranquillo in uno scaffale e piano piano la pila dei volumi intonsi si assottiglia. Tra questi mi sta attendendo con pazienza la Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. In realtà ci stiamo corteggiando già da qualche tempo, mi capita di accarezzarne la costa, lo apro a caso, aspiro l’odore della carta nuova e leggo qualche frase. So che tra noi scoppierà una grande passione, ma non è ancora arrivato il momento giusto e, fedele al motto che non siamo noi a cercare i libri ma loro a trovarci, sto aspettando di vedere quando verrà a prendermi per mano.

Comunque, la scorsa settimana sono passata per caso, se sarà stato davvero il caso, davanti a una delle mie librerie preferite (il mio sogno proibito in realtà). Visto che non ci dev’essere un motivo preciso per entrare in libreria ma è sempre giusto farlo, sono entrata a curiosare e in pochi minuti ho trovato ciò che non stavo cercando e l’ho portato via con me.

Romanzo naturale è un piccolo libro pieno di fascino e stramberie, è una storia che diventa mille altre storie, alcune nascono e finiscono nello spazio di poche frasi, altre continuano a crescere come un rumore di fondo, ma è anche un continuo andare a capo, un romanzo di soli inizi. È un amarcord, con le sue liste di ricordi nostalgici dell’infanzia fatti di piccoli oggetti da niente, un gioco di incastri e rimandi, un labirinto di specchi in cui le trame si duplicano, riflettendosi, e ogni parola è la porta che apre a riflessioni e digressioni che, dietro un’apparenza svagata come volo di mosche ubriache, descrive l’impossibilità di accettare la fine di un matrimonio e l’incapacità di raccontare il fallimento della propria storia, tentando invece di parlare d’altro, dalla filosofia del gabinetto al giardinaggio, per continuare a ignorare l’elefante nella stanza.

Romanzo naturale è tutto tranne un racconto con una trama ben definita anzi, a ben guardare, non c’è un vero inizio e neppure una fine. Credo si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere a ritroso partendo dall’ultimo capitolo e sarebbe comunque un’esperienza affascinante, a patto di riuscire a sovvertire l’ordine naturale in caos e a lasciarsi trascinare dal suo ritmo onirico.

Ho definito la sua narrazione come il volteggiare di una mosca ubriaca e questo è uno dei temi più centrali e divertenti del romanzo. Vi siete mai fermati a osservare il volo di una mosca in un pomeriggio caldo? Ecco che ronza fastidiosa a pochi centimetri dall’orecchio, poi si allontana pigramente a destra, improvvisamente una brusca virata a sinistra, una corsetta sul vetro caldo della finestra e infine un momento di sosta, con le zampe che si strofinano l’una contro l’altra. Il ritmo è esattamente questo, non un saltare di palo in frasca, piuttosto un vagare per i percorsi tortuosi dell’inconscio, scomponendo la realtà in mille minuscole tessere, come farebbero gli ocelli sfaccettati di una mosca.

In ogni istante a questo mondo c’è una lunga fila di gente che piange e una più corta di gente che ride. Ma anche una terza fila, che non piange più e non ride più. La più triste delle tre. É di questa che voglio parlare.

…..

Oggi è un anno dal divorzio con Ema.
Non ho ancora portato via da casa sua alcuni sogni e qualche altra cosuccia. I sogni sono come i gatti, si disabituano per ultimi alla vecchia casa.

…..

A volte i libri ci fanno strani scherzi…… Ancora una volta mi convinsi che non siamo noi a servirci dei testi, ma siamo al punto che sono loro a prendersi gioco di noi. A nascondersi quando le cerchiamo e a saltarci agli occhi solo quando lo decidono loro.

…..

Le cose belle succedono sempre l’ultima sera. Io e Carla siamo in camera, all’alba, abbiamo camminato tutta la notte in riva all’Adriatico. Parliamo di tutto, me la cavo abbastanza bene con la lingua. Capiamo di aver letto gli stessi libri e lo attribuiamo a una coincidenza mistica. Stiamo in silenzio. Racconto, cercando a lungo le parole, di una tradizione Tao detta “Bere una tazza di tè senza la tazza del tè”, nel nostro caso parlarsi senza parlarsi. Avrei voluto dire “baciarsi senza baciarsi”. Sapevo che non si saremmo mai più rivisti. Anche lei lo sapeva. Un destino simile ti spinge a vivere tutto il rapporto in poche ore.
Sì, so cosa vi tormenta: non l’abbiamo fatto. Nemmeno una volta. Non ce n’era bisogno.

Potrei ancora citare brani su brani che ho adorato, ma non sarebbe giusto. È bello che ognuno abbia la possibilità di scoprire le proprie citazioni preferite; saranno sicuramente loro a balzare agli occhi, se decideranno che è il momento o la persona giusta.

É un libro divertente e insolito, ma è anche un trattato di nostalgia e un autore che riesce ad affascinare, parlando di nostalgia e malinconia, non può non entrare a far parte del mio personale Olimpo letterario. Vi dico solo che tra le sue pagine c’è la frase che utilizzerei come citazione di apertura, se mai dovessi scrivere un libro mio. Credo che questo già possa bastarmi.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

Zigulìbri #2 – Dürrenmatt

Questa volta lo zigulìbri è dedicato a un libro che ho letto con vero piacere durante una delle mie passeggiate quotidiane in solitaria; è un testo breve e di piccolo formato, adatto a essere gustato camminando ondivaghi, ma denso di spunti di riflessione e frasi da aforismario.

Un amico una volta mi disse, in maniera ingenerosa e provocatoria, che le uniche due cose che giustificano l’esistenza della Svizzera sono la cioccolata e Friedrich Dürrenmatt.

Da grande appassionata di teatro di prosa, negli anni ho visto più di uno spettacolo teatrale di Dürrenmatt e raramente mi ha deluso. Invece non avevo mai letto una sua opera e ho voluto iniziare il mio excursus letterario, che credo non si fermerà qui, con Romolo il grande, una commedia di cui ho molto amato l’allestimento teatrale con uno straordinario e impeccabile Mariano Rigillo nella parte del protagonista, l’imperatore Romolo Augustolo, ultimo monarca dell’Impero Romano d’Occidente.

Il sottotitolo recita “una commedia storica che non si attiene alla storia” e il suo autore nelle note finali la definisce difficile proprio perché sembra facile.

Credo che la difficoltà vada ricercata non nel testo, che scorre piacevolmente ed è pieno di ironia e precisi tempi comici, quanto nel sottotesto, nel significato nascosto dietro le parole, che si insinua con l’avanzare della lettura per esplodere nel perfetto e dolceamaro finale.

Lo stile è apparentemente solenne, l’impianto quello della commedia classica, quattro atti in cui si sussegue una teoria di personaggi a volte esilaranti. Ci si rende presto conto che ogni personaggio ha un lato molto umano celato dietro il ruolo che ricopre.

Così, ad esempio, dietro l’onore militare umiliato del soldato Emiliano, che torna dalla prigionia, c’è il dolore dell’uomo torturato, che ha sofferto molto e inutilmente per una patria che non riconosce più e per una donna il cui ricordo l’ha tenuto in vita, ma che sarebbe pronto a sacrificare per la salvezza della povera patria.

La difficoltà maggiore per chi interpreta Romolo, ricorda l’autore, sta nel non farne da subito un personaggio simpatico. Per vent’anni l’imperatore recita la parte dello stupido, dello stoico buffone, dell’allevatore di polli cui dà, con noncurante cinismo, il nome dei suoi predecessori. Tuttavia, dietro l’apparente svagatezza con cui tiene le redini di un impero allo sfacelo, dietro le vesti sontuose e la corona di foglie d’oro, il cui valore si riduce a quello di ultima riserva di denaro per pagare i servitori, ecco apparire un uomo spiritoso, rilassato e affettuoso, che abbraccia il suo destino e accetta ciò che non può essere cambiato, senza risparmiare saette e sarcasmo, con parole sorprendentemente moderne, valide e applicabili a qualsiasi governo si sia succeduto nella storia umana.

ACHILLE Il ministro delle finanze è fuggito, maestà.

ROMOLO Fuggito?

ACHILLE Con le casse dell’erario, maestà.

ROMOLO E perchè? Se non c’era dentro niente!

ACHILLE Spera in tal modo di nascondere la bancarotta totale delle finanze imperiali.

ROMOLO É stata un’eccellente idea la sua. Non c’è rimedio migliore, per nascondere  un grosso scandalo, che costruirne uno di più piccole dimensioni. Gli sia dunque conferito il titolo di “salvatore della patria”. E dove si trova adesso?

ACHILLE Ha trovato un impiego a Siracusa, come contabile in una ditta esportatrice di vini.

ROMOLO Bene! Auguriamoci dunque che questo fedele servitore dello Stato riesca almeno a rifarsi nel commercio delle perdite che comporta la carriera nella pubblica amministrazione. Ecco, prendete. (Si toglie la corona e ne stacca due foglie di alloro, dandone una a ognuno dei due servitori). Fatevi cambiare tutti e due in sesterzi queste foglie d’oro. Tenetevi quanto vi spetta e ridatemi il resto, perchè devo ancora pagare il mio cuoco, l’uomo più importante del mio impero.

D’altra parte uno dei motti più spietati e acuti di Dürrenmatt è ” Il mondo è una polveriera in cui non è vietato fumare” e Romolo sa perfettamente come deve agire per disinnescare la polveriera su cui regna, benché sembri più interessato a giustiziare le galline più improduttive del suo pollaio.

ROMOLO E della gallina che porta il mio nome, che notizie puoi darmi?

PIRAMO È l’animale più nobile e dotato che esista nel nostro pollaio. Uno dei più pregiati prodotti della pollicultura romana.

ROMOLO E l’uovo l’ha fatto, questo nobile animale?

Piramo guarda Achille, implorando aiuto.

ACHILLE Quasi, maestà.

ROMOLO Come quasi? Che vuoi dire? Una gallina o fa l’uovo o non lo fa.

ACHILLE Non ancora, maestà.

ROMOLO (con un gesto deciso) E allora vuol dire che non lo fa. Se non è buona a niente sarà almeno buona in pentola. Dite al cuoco che cucini anche me insieme a Oreste, e inoltre Caracalla.

L’azione è veloce, tutto si svolge nelle ultime ventiquattr’ore dell’impero romano, alle Idi di Marzo del 476 d.c.

TULLIO ROTONDO (è sconvolto) Ma non è possibile, maestà: si tratta di una notizia che sconvolgerà il mondo!

ROMOLO Ti sbagli, ministro: non sono le notizie a sconvolgere il mondo. Sono i fatti, e quelli non possiamo cambiarli perché sono già accaduti quando le notizie arrivano. No: le notizie non fanno altro che eccitare il mondo. È bene perciò abituarsi a farne a meno.

…………..

ROMOLO Non sono stato io a tradire l’impero. É Roma che ha tradito se stessa. Conosceva la verità, ma ha scelto la violenza; conosceva l’umanità e ha scelto la tirannide. Doppiamente si è disonorata: di fronte a se stessa e difronte ai popoli che erano affidati al suo potere. Tu sei adesso dinnanzi a un trono invisibile, Emiliano, il trono degli imperatori romani di cui io son l’ultimo. Come posso aprirti gli occhi affinchè tu veda questo trono, questo cumulo immane di teschi ammonticchiati, questo torrente di sangue, che fuma sui gradini, come un’eterna cascata della potenza di Roma? Che risposta puoi pretendere che ti venga dal culmine di quell’enorme edificio che è la storia romana? Che cosa vuoi che dica delle tue ferite l’imperatore, ergendosi sulla massa di cadaveri dei propri figli e dei figli altrui, sull’ecatombe di vittime massacrate nelle guerre per la maggior gloria di Roma, o sbranate dalle belve perchè Roma si divertisse?

Di fronte a queste parole, così intrise di modernità, non viene forse in mente l’avanzata dei disperati sui barconi, l’orrore di chi preferisce farsi esplodere anzichè dialogare e diventa strumento, spesso inconsapevole, di forze nascoste, carne e moneta di scambio per interessi di pochi a danno di molti e dall’altra parte il rifiuto che molti governi innalzano a suon di muri, sordi e ciechi al cambiamento, come patrizi di una Roma sempre più decadente e ripiegata su se stessa?

É una lettura piacevole, è bello perdersi nelle frasi e tornare a rileggerle e non è raro che scappi una sonora risata di divertimento, seguita da un istante di riflessione che la rende dolcemente amara.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

Zigulìbri #1 – de Meo

Le zigulì!

Ve le ricordate? Le mitiche palline alla frutta con cui venivo premiata negli anni della mia infanzia, giusto una …….tina di anni fa.
Finivano sempre troppo presto, una tirava l’altra, e la frase di rito era ogni volta la stessa: ancora una, una sola, dai ti prego, l’ultima e poi basta.

Da zigulì a zigulìbri il passo nella mia mente sbacata è stato breve.

Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta.

Ho pensato di aprire uno spazio in cui raccontare i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera, perchè se un libro non mi piace non solo non ne parlo ma neppure lo finisco.

La vita è troppo corta per sprecarla leggendo brutti libri, che diamine!

L’onere del post di apertura tocca al libro di Rosario de Meo, blogger e caro amico che molti su wp conoscono, che si è fatto voler bene e apprezzare per la qualità della sua scrittura.

Ha scritto un libro bellissimo, il suo primo pubblicato e spero tanto non l’ultimo, Il valzer sull’orlo del pozzo, che merita di essere letto e consigliato molto più di tanti autori blasonati.

Il libro di Romeo, il segnalibro che mi ha regalato (thanks my dear bear!) e la mia pessima grafia

La sua prosa, limpida e netta, venata di affetto e bontà per i suoi personaggi, è solo apparentemente semplice, perchè ha una tale bravura nel raccontare, nel descrivere concetti che fanno anche parte del mio pensiero, da farmi arrabbiare per non averci pensato e farmi desiderare di averlo scritto io. Penso sia questa la miglior qualità di un buon scrittore.

É un libro che racconta, senza perdere la voglia di sorridere anche di fronte al dolore, la vita di un giovane uomo, Cesare, in un percorso narrativo che lo accompagna dalla nascita fino alla soglia dell’età adulta, ciò che critici più colti e autorevoli di me definirebbero romanzo di formazione, ma è anche la storia di un altro protagonista, un alter ego, un amico immaginario di nome Merlino, che del mago da cui prende il nome conserva un pizzico di magia, pur essendo in realtà il pozzo che dà il titolo al romanzo.

Ci sono molti elementi che mi hanno fatto sentire a casa durante la lettura: l’ambientazione e l’epoca in cui si svolge la narrazione; la descrizione di una famiglia “normale” quanto ogni famiglia sa esserlo a modo suo, pur conservando le peculiarità e le piccole stranezze che ne rappresentano l’impronta digitale, il segno di riconoscimento che la rende unica e diversa da tutte le altre; gli amici, pochi e scelti con cautela, come farebbe ogni ragazzo piuttosto solo e parecchio timido; la piccola folla di personaggi che popolava anche i paesi più sperduti fino a qualche decennio fa, la pettegola, il prete, il macellaio, il medico e, perchè no, anche la mignotta. Su tutti spicca, indimenticabile, la figura della nonna, una donna a suo modo moderna e anticonformista che mi ha ricordato le figure femminili di Almodovar, una persona che celebra la vita con uno sberleffo al galateo, che perde il buonumore davanti a nuvole cupe ma lo riacquista traendo forza dal calore del sole, che guida il nipote con dolcezza, osservandolo crescere con l’amorevole distacco di chi non deve provvedere a nutrirlo, a sgridarlo o a correggerne i difetti, ma deve solo amarlo e aiutarlo ad assecondare i suoi sogni.

I sogni di Cesare, la scoperta di quale debba essere il suo posto nel mondo, la difficoltà nell’integrarsi in una società in rapida evoluzione, che sembra aver scordato le sue radici, sono un nodo fondamentale che il protagonista è chiamato a tentare di sciogliere. Mi è sembrata particolarmente significativa la scelta del nome del paese in cui Cesare abita, Inverno. Leggendo, mi risuonava dentro un verso del Riccardo III di Shakespeare «Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole…», perchè l’inverno è gelo e sonno forzato della natura, è momento di pausa di riflessione, tempo in cui tutto diventa più lento e rigido, quasi immoto e immutabile, tempo di preparazione, di riposo che trattiene le forze in attesa del divenire, del verde tenero di foglie nuove. Questo succede a Cesare, così legato al suo Inverno da desiderare di non cambiare e di non veder cambiare la realtà che lo circonda, che teme il tempo delle foglie nuove e cerca di voltarsi verso il passato, quando tutto invece lo sospinge a cercare di creare il suo presente.

Anche l’acqua è altra protagonista di indiscussa importanza nel romanzo. L’acqua che è elemento materno, lunare e uterino, acqua che dà la vita e disseta, acqua che riempie un pozzo vuoto che nasce e cresce parallelamente alla vita di un bimbo di cui è amico, confidente e custode, acqua che sana le ferite ma anche pioggia, calda e delicata a coprire di una coltre umida i momenti di felicità e ancora crudele, gelida e battente di grandine a sottolineare un momento di grande dolore. Il cielo piange con Cesare nel momento dello sconforto, ma l’acqua cessa di cadere quando la felicità diventa così forte da dipingere il cielo di azzurro.

Potrei parlare ancora per molto tempo di tutto ciò che ho trovato nascosto tra le righe, ma in fondo il viaggio più bello che ognuno di noi può fare è quello che si intraprende da soli, magari a letto sotto le coperte, una luce tenue a illuminare il percorso e le pagine che si lasciano sfogliare una ad una, irresistibili come una manciata di zigulì.

Quindi non mi resta che augurarvi buon viaggio dentro questo libro, sono certa che non ne resterete delusi.

Anima noir

Luci d’inverno in giardino

Il noir non è un genere.

È un colore, uno stato d’animo, una sensazione.

Il noir più che indicare un genere specifico designa un tono generale, una serie di motivi, un insieme di sottogeneri.

(Giorgio Gosetti)

Questa sera la nebbia smussa i confini di ciò che è reale e confonde gli occhi e le orecchie, rimandando al cervello un’immagine misteriosa e suoni ovattati di passi intirizziti. Il giardino, immerso nella fredda umidità di una notte qualunque, si staglia nero su un fondale di luci industriali. Sarebbe facile, socchiudendo appena gli occhi, immaginare una sagoma appoggiata a uno dei tronchi in disparte, le fattezze di un volto indurito e stropicciato dalla vita, un filo di fumo che si leva nell’aria mischiandosi alla nebbia, l’attesa solitaria di qualcosa o qualcuno che si fa aspettare, la sottile minaccia di quell’ombra nel buio.

È solo un fantasticare a occhi aperti che svanisce in un istante. Così, abbandono gli innocenti alberi al loro letargo infreddolito e sorrido delle elucubrazioni della mia anima noir e un po’ pulp che si nasconde, insieme al punk, dietro la patina di perbenismo sabaudo.

Una buona parte dei film migliori che ho visto e dei libri più appassionanti che ho letto appartengono a questo genere. Leggo anche molto altro, ma prima o poi un po’ di sangue deve scorrere, una rivoltella deve fare fuoco, altrimenti non mi diverto fino in fondo.

In casa mia giravano molti libri di fantascienza e quelli che allora venivano definiti “gialli”, ricordo le bellissime copertine della serie Urania, la serie nera dei gialli Mondadori, immagini di coltelli insanguinati, asce e donne con la bocca spalancata in un grido silenzioso.

Fu davvero una strana educazione letteraria per una bambina curiosa e avida di emozioni, unita alla poca vigilanza di genitori molto assorbiti dal lavoro. Io la chiamo fortuna e grazie a quelle letture, rubate di soppiatto dal comodino di mia madre, mi è entrata nel sangue la passione per il noir.

Che sia un romanzo gotico, il capostipite del genere, un noir mediterraneo cui appartengono ottimi scrittori italiani, la raffinatezza malinconica degli scrittori francesi, Leo Malét e Simenon tra i miei preferiti, o un robusto hard boiled americano, non faccio distinzioni, mi piacciono tutti e li leggo con entusiasmo.

Se però dovessi indicare IL libro, quello che porterei con me su un’isola o salverei da un incendio, non potrei che riferirmi a Il lungo addio di Raymond Chandler.

Il protagonista è un detective Marlowe differente dalla caratterizzazione rude e maschilista dei libri precedenti. Qui è una figura più malinconica, ha un atteggiamento protettivo e affettuoso nei confronti di un amico, se ne avverte la tristezza infinita e quasi insostenibile. È un uomo più nudo e indifeso, neppure l’alcool e l’atteggiamento disilluso bastano a proteggerlo dalle delusioni cui lo condurrà il suo idealismo.

C’è  un  senso  di  quieta disperazione che aleggia  nel  romanzo, la  sensazione della  rovina ineluttabile già dal primo incontro  con Terry che Marlowe, l’unico personaggio davvero positivo del romanzo, tenta di salvare e proteggere con cieca ostinazione dalla corruzione della società alto borghese, che nasconde le  sue  miserie  dietro  il denaro, e dalla violenza ottusa della polizia.

È un libro che ha fatto scrivere molto sui retroscena che ne hanno accompagnato la stesura. Precede di poco la morte della compagna di vita di Chandler, si potrebbe dire che il decorso della malattia e la  sua  scrittura viaggiano in parallelo. Forse il titolo stesso può riferirsi alla lenta agonia del distacco dalla persona amata, l’ultimo saluto che si vorrebbe non dover pronunciare, anche se un’altra interpretazione allude invece allo sgretolamento mentale di chi è affetto da alcolismo, l’addio alla normalità.

Nella  figura  dello  scrittore  alcolizzato si è voluto vedere  proprio un autoritratto dello stesso Chandler. L’alcool, il demone che lo porterà alla morte, qui è presente più che in altri libri, è un fantasma che aleggia, il bicchiere colmo uno scudo che stordisce per non affrontare la vita. Alcune atmosfere ricordano quelle di Fitzgerald e verranno riprese anche da Fante e Soriano nel  suo Triste, solitario y final, che vede come protagonista proprio un Marlowe invecchiato.

I tanti personaggi dal passato inconfessabile, le femmes fatales dalla bocca rossa su cuori di ghiaccio, il gangster messicano, i poliziotti violenti, non manca nessuno degli stereotipi del genere noir. Si ha però la sensazione che sia un gioco di specchi per mascherare altra e più profonda visione del mondo; ci si perde volentieri nei cul de sac di un labirinto di parole il cui filo si lascia dipanare solo nelle battute finali.

È un pezzo di jazz freddo, è whisky che brucia  in  gola,  è  malinconia  nebbiosa, è un  libro  del  cuore. Per me.

Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo.

La maggior parte delle persone passano la vita impiegando la metà di tutte le loro energie a difendere una dignità che non hanno mai avuto. (Raymond Chandler, Il lungo addio)