Esercizi di volo

Tra acqua e sabbia, tra vita e morte @fotomia

Ho scritto molto in quest’ultimo mese, fiumi di parole, abbozzi di frasi, pensieri lasciati scorrere come acqua sulla pietra.

Tutto è restato nella mia testa, di nulla ho conservato traccia.

Erano appunti presi a matita morbida su fogli di carta immaginari, suggestioni che dopo poco abbandonavo, appallottolando il pensiero per lanciarlo distrattamente alle mie spalle, nell’angolo polveroso dietro agli occhi.

Penso di avere la testa ormai piena, un cestino traboccante di idee accartocciate che staranno lì, a sedimentare in attesa di tornare a galla, o magari si disferanno in un limo confuso, buono solo a far da pacciamatura alle sinapsi.

Ho provato a recuperarne qualcuna, i fogli stropicciati stirati con il palmo delle mani, qualche frase che si aggancia a ricordi ancora freschi, ombre, simulacri di sensazioni vissute, nient’altro che questo.

Il vento rastrella con dita accurate, cancella le tracce, non resta memoria sulla cresta di una duna.

Pesci bambini si rincorrono al confine tra acqua e sabbia, umido e asciutto, vita e morte. Mordono le mie dita, spaventati dall’ombra guizzano via, argento che brilla nel blu.

Mi piace camminare sulla battigia asciutta, inviolata. La sabbia si rompe in croste sottili sotto il mio peso. Affondo nella rena umida, cammino senza fretta, chilometri percorsi in un silenzio fatto di mille suoni, più primitivi delle parole e insieme rassicuranti.
Davanti a me una coppia di orme si allunga come un sentiero di Pollicino, due piedi piccoli e aggraziati, un solco leggero sulla sabbia, una donna, forse una bambina, a fianco due orme più grandi, maschili, leggermente più avanti, le immagino passeggiare nel sole del mattino. L’uno protegge, l’altra segue.
Mi volto a osservare le mie orme, sgraziate, mascoline, il profilo non è netto e delicato, le dita hanno penetrato la rena come artigli, come volessi centrare il mio baricentro sprofondando le radici nel suolo, piedi ancorati a terra a spingere in avanti una testa piena di carta straccia, che vorrebbe salire a rincorrere le nuvole.

Sono capitata per caso in un angolo di paradiso, un luogo segreto in cui stare bene. Qui soffrire sarebbe un peccato contro natura.

L’acqua è calda. Mi sento nel posto giusto, sono a casa e non vorrei uscire mai. La pelle delle dita si arriccia, lecco il sale dalle mani e aspetto che mi cresca la coda, per scendere là sotto, oltre lo specchio del cielo sommerso.

La gente è cordiale e rilassata, tanti piccoli negozi, sorrisi veri, poca omologazione. Mangio con gli occhi, ritrovo il gusto dei piaceri semplici. Sarebbe bello tornare a vivere così, riscoprire la verità dei rapporti con l’altro.
Stiamo perdendo molto, forse tutto, in nome di niente.

In volo, tra funi e carrucole, tra falesie e crepacci. Scendere a precipizio, il vento secca le labbra, il cuore pulsa nelle orecchie, il sibilo dell’acciaio frena la corsa. Volare, senza ali, per un istante sentirsi un angelo, nel mezzo del cielo. Esercizi di volo.

(Ciao Tom, buon volo)

Aracne

credits: Ocus memini by Blekotakra, DeviantArt

Sono esile, elegante, aggraziato. Sono un re dalle lunghe gambe. Dondolo voluttuoso sul filo che esce dal mio addome, pregno di gomitoli di seta evanescente.

Passeggio rapido e silenzioso, circondo il mio regno di una trama sottile di perlacea perfezione.

Letale.

Implacabile.

Non so da quanto tempo sono in vita. Esisto, forse da sempre. Ho aperto gli occhi ed ero qui, intento a spremere fili collosi, a tessere trappole mortali, osservando il mosaico che mi circonda ricomporsi intorno alla sagoma della preda.

In questo spazio non sono solo.

C’è lei.

La guardo, la osservo, la soppeso, la voglio.

È arrivata prima di me. Forse. O forse dopo. In realtà non ha alcuna importanza.

Ora è qui ed è mia.

Ancora non lo sa, ma è mia.

Quando dorme mi calo su di lei, lentamente, passeggio sul suo corpo caldo e immobile, le accarezzo il viso, penetro le narici, orno la sua bocca con la trina morbida del mio ventre.

Ne ascolto il respiro inquieto, affannoso. Osservo le mani che si muovono nervose nel sonno, lacerano il mio dono, scacciano il fastidio che le provoco.

Ho potere su di lei e ne godo intensamente.

Mi sento uno straccio stamattina. Ho il corpo che formicola in modo fastidioso, quasi che mi abbiano torturato con il solletico per tutta la notte. E poi, ancora quello strano sogno che non mi lascia in pace.

Una stanza colma di sporcizia, polvere, mobili sudici e a pezzi in ogni angolo ed io mi trovo al centro della stanza. Mi guardo intorno, osservo con sconforto la desolazione che mi circonda, ho un fazzoletto legato sulla nuca e una scopa in mano. Inizio a pulire, sono ossessionata da tutta questa sporcizia che sembra guardarmi con cento occhi nero fuliggine.

C’è una chiazza scura sulla parete, la colpisco con la scopa, sembra muffa, esplode al mio tocco in una nuvola di spore, mi tappa la bocca, ingoio, la trachea si chiude, non respiro, soffoco.

Mi sveglio bruscamente. Dio. Che paura. È solo lo stesso incubo. Ancora.

Quando è sveglia talvolta sento i suoi occhi fissi su di me, la vedo che si avvicina e tremo di desiderio. Vorrei correre sulle sue braccia, solleticarle le dita, tessere per lei un bracciale di seta, ascoltare il suono morbido della sua risata.

Invece ho paura, temo il suo tocco e mi ritraggo. Mi sposto in un angolo, aggroviglio le zampe sotto l’addome, divento nient’altro che un punto fermo e le permetto di giocare con i fili della mia casa, di farmi oscillare a suo piacimento, di distruggere indifferente ciò che resta del mio fragile regno.

Nonostante il tormento cui mi sottopone, non mi uccide. Attendo ogni volta il colpo mortale ma, stranamente, mi risparmia, mi grazia dopo essersi divertita a guardare come impazzisco di paura.

Se continuo a trascurare la casa tra poco i ragni mi chiederanno l’affitto. Dovrei decidermi a spazzare via le ragnatele. Un colpo deciso e via, eliminate. Invece non ne ho il coraggio e tollero questi esserini fastidiosi come fossero parenti scomodi, che non puoi mandare via e ti limiti a sopportare ignorandoli.

Ne ho visto uno in bagno, sta lì ormai da un bel po’, ha preso possesso dell’angolo della doccia, proprio sotto lo spiovente del tetto. Ogni tanto pizzico il filo guida della sua tela e lo guardo oscillare come uno yo-yo impazzito. Povera bestiolina, mi fa quasi tenerezza. Devo lasciarla in pace, non sono più una bambina giustificata nella sua innocente crudeltà.

Non appena si allontana incomincio la ricostruzione, filo dopo filo, nodo su nodo, del mio effimero reame, con la rassegnata certezza che, presto o tardi, sarà distrutto in un gioco perverso di logoramento.

Questa sera, immobile nell’angolo più lontano del soffitto, l’ho osservata a lungo. L’acqua calda creava nubi di vapore profumato e le gocce di condensa appesantivano pericolosamente la mia tela.

Mi sono saziato alla vista della sua pelle rosea, delle linee del volto rigato da gocce d’acqua e lacrime, che cadevano a terra andando a mescolarsi ai rigagnoli di schiuma, giù per lo scarico.

Ho desiderato con tutte le forze di crescere, di farmi grande e imponente davanti a lei, di afferrarla e stringerla lentamente, tremante di paura, e poi mangiarla, divorarla intera, sentirla dibattersi sempre più piano dentro il mio ventre gravido, farla finalmente mia, parte del mio corpo, nutrimento per il mio filo.

Invece ho atteso, con la solita tranquilla calma che riservo alle stupide mosche di cui mi nutro, che terminasse la doccia.

Ho sostenuto il suo sguardo indagatore, lasciando che stracciasse ancora una volta i miei fili. Io ho molta pazienza, so quando accostarmi alla preda.

Oggi è stata una giornata da dimenticare, ma l’unica che non dimentica sono proprio io e mi ritrovo a piangere di rabbia come una stupida. Piangi, piangi che fai gli occhi belli, così mi dicevano da piccola. Certo si erano dimenticati di parlarmi del naso a pomodoro, delle palpebre gonfie come canotti e del grumo in gola che non va giù. Ti alzi, bagno, doccia, vestiti, colazione che poi non stai in piedi e hai già la pressione bassa, un filo di trucco che hai una faccia da schifo e sembri malata, borsa, chiavi, scale, auto, corri, clacson, le frecce mettile impedito, cazzo è tardi, parcheggio, troppo lontano, uffa anche oggi, di corsa, due passi in più che rassodano il culo, l’umore sotto le scarpe, un bel respiro, ciao a tutti, caffè, quando arriva l’ora del caffè, buongiorno, mi dica, si figuri, sono qui apposta, dovere, grazie, prego, arrivederci, si chiude, è ora, corri, serrande chiuse, anche oggi niente pane, yoghurt, grissini, una mela al volo, caffè, lavoro, lavoro, lavoro, sera, chiudo la porta, a chiave, due mandate, controllo, sì sono due, sospiro, sollievo, via le scarpe, telefono, ciao, come stai, mi manchi, doccia. Basta, questo ragno mi ha scocciato, ora strappo la sua stupida tela, lo schiaccio, mi è sfuggito dalle dita, domani lo becco. Domani cambia tutto, domani cambio tutto, ora dormo, ne ho bisogno, bicchiere, acqua, lexotan, gocce, 10, 15, 20, 30, ma sì 30, che saranno mai. Bevo, buio, silenzio.

Attenderò la notte per avvicinarmi, la guarderò dormire avvolta nelle coperte, passeggerò tra i suoi capelli con la foga delle dita di un amante, poi violerò la sua bocca, scenderò giù nella gola e ancora più in fondo, fino a raggiungere il cuore.

Lo avvolgerò lentamente con strette spire di seta, sempre più fitte, affonderò le zanne con il veleno finché non smetterà di palpitare e, dopo un ultimo sussulto, non diverrà che un bozzolo freddo, avvolto da un sudario bianco. Cibo, mia, per sempre.

Sogno, ancora, maledetto sogno, mi agito, smettila, è solo un sogno, polvere, troppa polvere, muffa, ingoio, la trachea, fa male, ho paura, freddo, non respiro, soffoco.

Non c’è che un’unica, perfetta colonna sonora per questo incubo: Lullaby

Notte, mare e altri demoni

la mia gabbia

​Sono successe cose strane mentre me ne stavo seduta sul bordo della finestra, a guardare fuori nel buio, protetta da sbarre di ferro, sicura come un uccello in gabbia.

È successo che nelle orecchie mi esplodeva la voce roca di un cantante, mentre davanti agli occhi sbocciavano fiori di luce lontana, piccoli fuochi fatui impressi nella retina.

È successo che le mie narici assorbivano l’odore aromatico di un sigaro, fumato chissà dove, chissà da chi, e portato a me da un soffio invadente, deciso a fare amicizia.

È successo che ho sentito la mia solitudine staccarsi da me per andare a mescolarsi con quella di altri insonni, accaldati, annientati come me dalla stanchezza di una notte anomala, di un’estate anomala e poco caritatevole.

Il suono della chitarra che mi teneva compagnia, così ricco di sfumature suadenti e metalliche, mi ha fatto rimpiangere di non essere una di quelle corde, accarezzata da tocchi sapienti fino a gemere nella tonalità giusta.

Ho desiderato di poter allungare le dita oltre le sbarre della mia gabbia, di tuffarle nel fondo del buio, nell’altrove che resta mondo sconosciuto, fino a sfiorare il piccolo pipistrello che vola ogni notte in cerca di cibo e tiene il conto, con il suo batter d’ali, dei minuti che restano, delle ore che si ammucchiano come polvere sotto il letto.

Ho frugato il buio alla ricerca del ramo cavo dove la civetta canta la sua caccia con voce sicura, mentre trema il sonno dei topi di campo, nascosti in un letto di stoppie arrotolate che, come grossi dadi lasciati a terra da un gigante distratto, punteggiano l’orizzonte.

Il tempo scorre accaldato, il chiaro del giorno si fa attendere, è acqua che non bolle mai, mentre il bozzolo dentro cui mi ritiro in compagnia di pensieri folli mi stringe le membra.

Mi sento lancetta di un orologio che qualcuno ha scordato di caricare, raggio di ruota che corre senza arrivare a una fine che subito torna inizio, bocca e coda di serpe di mare.

Lo schermo vibra, s’illumina di livido verde, le parole escono eleganti da una rete di silicio e si piantano come lisca di pesce nella mia gola, insidiose nella loro seduzione, indigeste nella loro sostanza.

Tu non sai cosa sei per me

No, hai ragione, e neppure voglio saperlo, nemmeno voglio immaginarlo, non quando non so neanche cosa io sono per me, cosa sto aspettando accada per sentire che la mia pelle finalmente mi appartiene, che non sono più perduta dentro di me, vagabonda senza direzione apparente.

Non voglio essere il tuo bisogno né il tuo desiderio, non sarò ripiego né cura. Ciò che vorrei è essere presenza, inevitabile, indiscutibile, come mare che avvolge i sensi, che li circonda e li fa propri, impadronendosi della loro funzione.

Dovrei entrare di prepotenza nel corso delle cose, come le onde fanno ipnotizzando gli occhi di chi le guarda, persi dinnanzi a un blu in movimento costante.

Il mare è eterno, approssima l’infinito, è ciò che non può essere misurato né trattenuto, che si estende oltre e altrove. È forza che rapisce sensi e restituisce vita, acqua che lava e dilava, mano che modella e decanta.

È ciò che vorrei e mai saprò essere.

Alien life

Dormi bene marziano, dormi sereno insieme a tutti quelli che si sono uniti a te lo scorso anno. Chissà che musica meravigliosa starete suonando ora!

La Mela sBacata

behind closed doors credits: http://www.bookandnegative.com/cinema/behind-closed-doors/

Il bambino leggeva, imbozzolato sotto le coperte, con l’aiuto di una pila tascabile.

La camera da letto era fredda e la casa apparentemente silenziosa, anche se di tanto in tanto il bimbo tendeva l’orecchio guardingo, per captare lo scricchiolio di un piede sul parquet e spegnere la luce, severamente vietata a quell’ora di notte.

Tremava nel suo pigiama antiquato di cotone, con i pantaloni a righe e la giacca di foggia maschile, per il freddo ma anche per il rischio che stava correndo, disobbedendo al divieto del padre.

Lui e suo padre non si capivano molto, quel padre arido e gelido, così anglosassone e perbene lo metteva a disagio, non condivideva il suo modo di vivere, il suo essere così rigido, l’odio che provava nei confronti di tutto ciò che lui invece adorava, leggere, suonare, recitare.

Lo incitava spesso ad essere come gli altri bambini, a praticare gli…

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Piove e intanto penso

…..ha quest’acqua un senso….. 

fonte: web

Ascolto il rumore che fa la pioggia. È un suono che mi piace, la miglior colonna sonora per fare l’amore avidamente, ma anche solo per lasciar andare i pensieri dove vogliono.

Un battere sordo, ritmico e ipnotico, sul colmo del tetto si fa strada in mezzo ad altri rumori, di traffico e clacson, di tubi che gorgogliano, di un cane che abbaia al ritorno del padrone, mentre la coppia del piano di sopra non fa che litigare con la puntualità quotidiana di un’abitudine consolidata.

Me ne sto stesa lì sotto con gli occhi sgranati al soffitto e ascolto il pianto di nuvole che si sciolgono tra raffiche di vento caldo, che soffia e spacca rami come fossero fili di paglia impigliati tra i capelli.

Vorrei uscire nel buio fitto per cogliere e accogliere le gocce sul viso, fare del corpo una conca, delle mani una coppa, trasformare il vuoto in liquida trasparenza, dare all’acqua una forma che possa durare un istante.

Ho perso il filo, non l’ho mai davvero tenuto saldo tra le mani, ne ho fatto una gassa d’amante intorno al polso, un nodo scorsoio attorno al collo. Ora non trovo più il bandolo, nascosto, acquattato nel centro del gomitolo e mi accontento di ammucchiare matasse ingarbugliate, di infeltrire fili colorati, di attendere l’arrivo delle forbici.

Dipanare i sogni, districare le speranze, dividere in pezzi, tagliare fotogrammi, togliere un’occhiata di troppo lì, un sorriso di meno laggiù, un paio di mani che si stringono, la pelle delle braccia che si toccano, incollare insieme i frammenti di una realtà perduta, voluta, fottuta, agognata, invidiata.

Piove e intanto penso che qui davvero non c’è alcun senso, solo il suono della pioggia che mi piove nella testa.

Exit

Aggrappato al mio cuore, cerco di volare lontano

Lavo i tagli con sapone di Marsiglia,
l’aria effonde odore di sego e spigo.

L’acqua s’increspa in mulinelli bigi,
bave di schiuma chiazzano il fondo
del catino.

Sbuccio cipolle per la veglia dell’altroieri,
alibi compiacenti si travestono da lacrime
cocenti.

Il vento si beffa di stracci aggrovigliati,
fili di sospiri annodano stretti i rami
snudati.

Disegno scale a pioli sconnesse,
cirri da grandine ornano sentieri di ragnatele.

Le parole ingoiate intere amareggiano il sonno,
dita tremanti contornano frasi smozzicate.

Gioco a scacchi con lo specchio incrinato,
la regina sperduta piange nella torre
del labirinto.

Il passato si traveste di ricordi usurai,
labbra bistrate reclamano baci prostituiti.

Accendo un lume di mirra e mentolo,
aloni di fumo azzurro sfocano il volto
della luna.

La notte pavida riscuote le sue scommesse,
giocatori sconfitti gettano in aria dadi
senza facce.
(Camille Béatrix D’Heure).

On air Hunger strikes

Variazioni di settembre

some-daysOggi l’estate mi ha salutato con una serie di temporali, tuoni che cannoneggiavano giù dalle colline accompagnati, come dive sulla passerella, da flash di lampi seducenti.

Questa sera ho Bach che accompagna i miei pensieri ondivaghi, sospinti in lente ondulazioni da un vento fresco di settembre.

Non posso fare a meno di chiudere gli occhi quando ascolto Bach, così come Glenn Gould non può fare a meno di sillabarne ogni nota mentre lo interpreta. É come se volessi farmi penetrare dalla musica e solo ad occhi chiusi riuscissi a far arrampicare la melodia nel nucleo più profondo, che si contorce come un serpente ammaliato dal suono.

La musica di Bach per me è come il mare e mi lascio travolgere dai suoi flutti, dal crescendo delle note che sembrano non volersi mai arrestare e dall’improvvisa calma dei suoi minuetti, che mi lasciano protesa su un promontorio, in attesa che un nuovo spruzzo di note salmastre mi accarezzi.

Penso a quanto può essere bello il mare in un giorno di pioggia settembrina, quando l’umanità chiassosa viene tenuta lontano da raffiche di acqua e grigiore e, finalmente, può tornare ad avere la dignità solitaria del primo giorno della creazione.

Le sue ampie onde gonfie di schiuma non parlano più della piccolezza precaria degli uomini ma solo dell’anima e dei suoi sogni.

Mentre ascolto le variazioni, che giocano a nascondere la melodia dietro infiniti arabeschi, penso a quanto Bach sia adatto a celebrare una vita quanto una morte. Lo scopo della morte è dare forma compiuta allo scorrere della vita e, a ben vedere, a settembre si celebra la morte dell’estate, che proprio nel dire addio ritrova la sua nobiltà, liberandosi di quell’aria sudata e appiccicosa che non riuscivo più a tollerare, e porta con sè la nostalgia della distanza, l’orizzonte del tramonto che si chiude su altri orizzonti.

Non dovrebbe essere complicato vivere l’ovvietà di un giorno qualunque, non dovrebbe essere difficile avere un amico cui confidare un segreto che grava il cuore, non dovrebbe essere facile sprecare il proprio tempo nel rincorrere una vita che non è mai esattamente quella desiderata.

Tutto dovrebbe essere semplice come la melodia di un’overture di Bach, il mare pulito di un giorno grigio, una pioggia torrenziale che lascia la platea e gli applausi alla luna piena di una notte fresca di settembre.

Doppio poetico – Attila Jozsef

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fonte: web

In una piazza di Budapest, su una scalinata vicino al Danubio, un posto buono per riposarsi e riflettere, sta seduto un uomo magro. Ha il volto scavato, forse dalla fame che brucia dentro, forse dalla follia che scava ancor di più, e gli occhi sperduti dentro la visione dei suoi mostri, la guerra, le condizioni sociali dei più deboli, la politica.

Ha in mano un cappello floscio che spiegazza tra le dita e una camiciola aperta sul collo, perchè fa così tanto caldo da aver buttato il soprabito con noncuranza al suo fianco.

Ha mani bellissime, lunghe e nodose, magre e nervose che riposano mentre osserva l’acqua che scorre, l’acqua che tutto porta via in un istante, tenendo gli occhi bassi non per sconfitta ma per stanchezza o forse chissà.

Non sapremo mai cosa si annida nella sua testa, se il pensiero della madre, l’amore o la morte, quella che metterà in atto sdraiandosi sui binari e lasciandosi attraversare da un treno in corsa.

É un poeta, un sognatore, un uomo solo. É Attila József.

Quando il governo ungherese ha annunciato l’intenzione di rimuovere la sua statua, migliaia di persone si sono radunate intorno a lei con affetto, spontaneamente, recitando le sue poesie e tentando di proteggere la bellezza e la cultura da tutto ciò che limita la libertà di espressione. Per il momento ci sono riuscite e Attila può continuare a riposare guardando il Danubio.

Ho voluto interpretare a modo mio due delle sue poesie che preferisco, con immagini e suoni che le accompagnino.

Resilienza

Resilienza – foto personale

Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Resilienza, la capacità di far fronte ad un evento traumatico riorganizzando la propria vita in modo positivo. Quale esempio migliore se non un tralcio di edera che si riappropria del suo spazio, che scavalca gli aculei di un filo spinato arrugginito e anzi ne fa supporto per crescere più rigogliosa. Come se la tua mano fosse la mia mano, non ho paura che tu mi punga e mi faccia male, mi avvolgo a te e ti proteggo da te stesso. Ascoltando Sheena.

Confini

Confini – foto personale

Il Dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Il dolore è un confine difficile da oltrepassare, aghi di filo spinato che si conficcano in un cielo azzurro, una muraglia che contiene ben più che cocci aguzzi di bottiglia. Il dolore è non riuscire più a percepire la normalità, sentirsi estranei, confinati in una gabbia che solo noi possiamo spezzare e continuare comunque a rimirare il cielo e osservare le nuvole che passano e neppure il nostro filo spinato riesce a stracciare. Ascoltando Lauryn.

Sotto un tavolo

fonte: web

Ho spesso l’impulso irresistibile di rannicchiarmi sotto un tavolo, non ha importanza se metaforico o reale.

Sì, come quando ero bambina e il mondo sotto il tavolo era il mio rifugio per giocare a nascondino, per mettermi al riparo dopo averne combinata una più grave del consentito, per isolarmi dalle urla e dai litigi, quelli brutti che facevano male al cuore prima che al corpo.

Mi piaceva stare sotto quel grande tavolo rettangolare, far scivolare la tovaglia fino a creare una cortina pesante e avvolgente che lasciava filtrare una luce morbida e opaca, colorata dei riflessi blu e rossi dei suoi riquadri di cotone.

Immagino debba essere così la vita dentro un bozzolo, che senza fretta si riscalda e prende vita da un raggio di sole. Anzi, se ci rifletto bene, me lo immagino proprio così quel piccolo involucro che pulsa di vita in fieri, abbarbicato ad una foglia, nascosto nel cavo di un ramo, in attesa di scoprire se diventerà una semplice e candida cavolaia o un ragnetto scuro e grinzoso.

Sotto un tavolo i bambini credono di essere invisibili e invincibili, i rumori arrivano attutiti, le voci sono più gentili, le urla fanno meno paura e le persone, ridotte a gambe e scarpe, sembrano inoffensive e quasi ridicole nella loro incompiutezza.

Sotto un tavolo si può piangere in solitudine, senza dover nascondere il volto tra le braccia, negando con ostinazione infantile che quelle siano lacrime, facendo finta che si tratti solo di acqua di passaggio, finita lì per caso, per colpa di un guasto alle tubature o del solito ingorgo estivo di sentimenti, sedimentati come limo e foglie secche negli argini del cuore. Perché non hanno ancora inventato le partenze intelligenti dell’anima e le giornate da bollino nero sono troppe.

Sotto un tavolo c’è poco da vedere con gli occhi e molto da immaginare con la mente. Anche una briciola di pane con cui giocherellare o una venatura del legno da percorrere con le dita possono condurre in un mondo più lontano, non per questo più sereno, solo diverso. Come il negativo di una foto o il rovescio della medaglia non sono necessariamente migliori o più interessanti, solo una prospettiva differente che merita di essere considerata.

Anche adesso che non ho mica vent’anni, ne ho molti di meno ci sono giorni in cui preferirei trascorrere la vita sotto un tavolo, a raccontarmi che non m’importa del mondo e che delle persone preferisco osservare le scarpe anziché il volto.

Perché ormai sono grande, ma ho ancora lo stesso cuore bambino che si spaventa per una spinta o una risata fuori tempo e che ha paura di disturbare con la sua presenza, mentre le mani si aggrovigliano e gli occhi scappano a cercare l’angolo più nascosto della scena, anche se le pareti non ci sono più e devo rannicchiarmi sotto un tavolo per trovare un istante di pace.

prigioniero dell’ego

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fonte: web

Come una pianta diventa prigioniera del vaso

L’uomo diventa prigioniero dell’ego

Chiuso nella sua limitata coscienza mentale

Allora non può più sentire

O amare, o gioire o persino provare dolore,

É prigioniero dell’ego

Prigioniero del vaso

Nel vaso della sua stessa arroganza,

E non può che morire lentamente.

A meno che non sia una pianta robusta.

Allora può rompere il vaso,

Uscire dal guscio dell’ego

E mettere le sue radici di nuovo nella terra,

nella nuda terra.

(Ego-Bound, D. H. Lawrence)

Avevo voglia di pubblicare questa poesia, che amo molto e spero di non aver snaturato con la mia traduzione, da tanto tempo.

Quando l’ho letta la prima volta tanti, troppi anni fa, ho subito legato le sue parole all’immagine delle decine di vasi di orchidee che vivono beate in casa di mia madre.

Con le piante sono un re Mida a rovescio, tutto ciò che tocco si trasforma in cenere e marciume, orchidee in primis. Eppure mi ostino a comprarle, affascinata dai colori e dalle forme eleganti, salvo dovermi rassegnare all’inevitabile dopo settimane o mesi di stenti, in cui le vedo languire e deperire nonostante i miei volenterosi tentativi.

Consegno le malate, qualcuna ancora ai primi stadi, altre ormai vicine al coma irreversibile, nelle sapienti mani di mia madre che in poco tempo le fa rinascere, le maledette. Ogni volta che le ammiro, tutte in fila sui davanzali, belle, rigogliose e in piena fioritura, sembra che irridano i miei ridicoli tentativi, mentre mi rammentano che non sarò mai capace di vederle fiorire con le mie sole forze.

Ne osservo le radici grigioverdi, sode e ostinate, che escono dalla pacciamatura, dai globuli acquosi della coltura idroponica per librarsi a mezz’aria e nella mente risuonano i versi che tanto amo.

Dove sono le mie radici? Dove la mia forza e l’ostinazione nel rompere il vaso di un ego che non credo di possedere? Ho trovato la foto, bellissima e perfetta, di apertura per puro caso e mi sono immedesimata in quella figura cupa, sospesa a mezz’aria in un cielo tempestoso, vestita di nero perchè il colore richiede troppo coraggio, un uccello solitario, un pensiero solitario che vaga indifferente, radici che si torcono come artigli nella ricerca di un appiglio che dia stabilità, che sia àncora nel temporale.

Forse sono soltanto effimera e instabile, una tillandsia che non ha bisogno di terraferma ma solo di aria e qualche goccia di umidità per sopravvivere. Però anche la mia tillandsia è morta per troppe cure, anche la pianta perfetta non ha retto il peso della mia ansia da prestazione.

Ho ripreso a camminare la mattina presto. Il sole è una palla rossa e bassa sulla linea dell’orizzonte, appena più alto delle due ali di granturco che mi fanno da corridoio e riparo lungo il percorso.

Cammino immersa nell’aria fresca e ancora umida che si appiccica alla pelle, intirizzisce le braccia e gonfia i capelli come radici aeree in cerca di nutrimento.

Cammino cullata dallo scalpiccìo dei piedi che accarezzano l’asfalto, dal ronzio invadente delle auto, dagli sbadigli di un giorno nuovo, intrusi impertinenti che non riescono a sovrastare il rumore bianco dei pensieri intossicati di cui nutro le mie radici.

Sento forte la cupezza dell’estate, perché la odio nella sua sfacciata esibizione di spensieratezza ad ogni costo. Dell’estate salverei solo la parata notturna delle lucciole, effimere e precarie come orchidee nelle mani di un giardiniere inesperto, e le albe di sole rosso e basso, affacciato su davanzali di campi di granturco e volti insonnoliti.