una stanza

immagine presa da internet rielaborata

Aprì la porta e con un gesto automatico cercò l’interruttore della luce, nonostante sapesse che tutto sarebbe rimasto al buio.
Fuori pioveva una pioggia fitta e tenace che aveva fatto scendere la temperatura di parecchi gradi, ma la stanza conservava un calore afoso e innaturale.
L’aria era secca e polverosa e un leggero odore di zucchero bruciato, arrivato da chissà dove, aleggiava ancora tra le pieghe dei teli che nascondevano i mobili.
Si mosse con cautela liquida, in punta di piedi, come fosse la prima volta che entrava in quel luogo e temesse di disturbarne i fantasmi.
Forse era proprio così, perché il silenzio era diventato all’improvviso pesante e sembrava che l’intera stanza stesse trattenendo il fiato per non farsi scoprire.
Continuò ad avanzare a memoria, attento a toccare solo il centro dei riquadri di marmo. Non gli era mai piaciuto pestare le fughe e da bambino temeva si aprisse una voragine improvvisa sotto i piedi, quasi che quelle linee fossero labbra serrate su bocche pronte a spalancarsi per inghiottirlo.
L’antico terrore infantile si era trasformato in una quieta ossessione, che spesso gli procurava sguardi fastidiosi di incredulità e pena cui ormai non faceva più caso.
La sagoma del pianoforte a mezza coda chiudeva il lato ovest della stanza, di fronte alla grande finestra, là dove in tempi lontani la luce del giorno andava a morire e il sole estivo rimaneva immobile per un tempo infinito, per ascoltare fino all’ultima delle note che uscivano dalle imposte aperte.
Sollevò il coperchio di ebano e i tasti gli sorrisero, come i denti ingialliti di un fumatore o le zanne di una belva pronta a mordere. Ne premette uno e ascoltò il riverberare scordato del do sulle superfici impolverate che ne restituirono un’eco incerta.
In quel momento avvertì tutta l’incongruità del suo gesto e l’assurda decisione di ritornare in quella stanza.
Ieri, sembrava fosse trascorsa un’intera stagione nello spazio di poche ore, aveva camminato a lungo nel sole rovente del mezzogiorno, alla ricerca di un calore che per tutto il giorno gli era mancato.
Seguiva sempre lo stesso percorso, le novità lo rendevano insicuro, ma ogni volta piccoli cambiamenti nel paesaggio sapevano sorprenderlo e destare la sua attenzione. Fioriture inaspettate, un campo incolto che improvvisamente trovava arato di fresco, una lepre che masticava trifoglio, le tracce di umanità sporca lasciate da un momento di passione frettolosa, tutto registrava con gli occhi in modo automatico per poi dimenticarlo.
Aveva scelto di percorrere la strada che portava alla vecchia casa diroccata, per vedere il campo di colza in piena fioritura e immergersi nel suo colore giallo brillante. Addossata al portico scrostato marciva una grossa catasta di legna quasi ricoperta da rampicanti, ma la nota stonata in quel paesaggio familiare era stato il barbaglio di un oggetto in movimento.
Si era avvicinato ed era restato a guardare, incredulo, un palloncino ormai mezzo sgonfio, un unicorno dai colori metallici e cangianti che, il filo impigliato in un tronco, danzava a strappi nel vento catturando i raggi del sole.
L’assurdità di quell’oggetto in un luogo abbandonato e tanto lontano dalla città lo aveva dapprima affascinato, poi di colpo terrorizzato al punto che si era voltato a scrutare a lungo le orbite vuote della casa, con la sensazione inquietante di essere osservato.
Si era sentito rifiutato, respinto da un virus inoculato da una mano estranea, ed ora, ritto in piedi nella stanza, provava per la seconda volta la stessa sensazione, come se la sua presenza viva potesse risvegliare le memorie degli oggetti morti che lo circondavano.
Qualcosa di umido colò lungo la guancia. Una, due, tante lacrime, affiorate in sua difesa da chissà quale punto buio della mente, gli sfiguravano il viso come ferite trasparenti.
Un rumore profondo e cadenzato lo riscosse dall’immobilità: era la pendola, ritta nell’angolo buio dietro la porta, o il suo cuore che martellava senza sosta. Ognuno a modo suo teneva conto del tempo passato.
Indietreggiò senza voltare le spalle e, chiusa la porta con due mandate nervose, percorse il lungo corridoio spoglio e poggiò la chiave sulla mensola accanto al portone d’ingresso.
Quando aveva ormai la mano stretta sulla maniglia, lo raggiunse alle spalle il soffio gelido di un suono lontano imprigionato tra i teli della stanza, un sospiro di rabbia e delusione a lungo trattenuto che gli fece tremare le gambe e desiderare di essere per sempre lontano da lì. Al sicuro.

on air Black Sabbath

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pensieri in viaggio

Il silenzio della carrozza passeggeri di un treno pendolare qualunque, in un istante qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con la stessa costanza, mi accoglie senza garbo.

Facce assonnate da troppe notti in debito, i riflessi blu degli schermi danno alla pelle un color automa per nulla invitante. Nessuno incontra il mio sguardo.

Le parole, che prima si intrecciavano tra sconosciuti e conoscenti, non formano più una nuvola densa sopra le teste dei passeggeri, ora invece urlano il silenzio dentro timpani foderati da cuffiette. Guardo fuori dal finestrino.

I cavi, che sbucano da tasche e zaini, collegano al mondo di fuori per separarci dal mondo piccolo, quello degli occhi di fronte a noi che non sappiamo più vedere. Io osservo non vista.

Siamo solitudini su rotaia. Non mi sono mai sentita più sola.

Acacie in fiore fuori dai vetri, un’ape si appoggia ma il vento la strappa via, qualcuno ride in un’altra lingua che non comprendo e mi fa sentire lontana, diversa. La natura di maggio sa affascinare.

Una zanzara d’acciaio fende con fragore imbarazzante un cielo fitto di nuvole, indecise sul da farsi come molte esistenze. Il suono si abbatte come un martello sull’asfalto crepato.

Attendo che si apra il cancello e pregusto l’odore buono che mi accoglierà all’interno. L’attesa mi rende impaziente, ma devo abbassare le aspettative, perché il passaggio della felicità non mi colga distratta.

American idiot mi fa sperare che ci sia ancora spazio per dire no, non voglio essere un idiot qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con eterna costanza.

I cancelli si aprono, entro in un mondo fatto di carta che sa essere più reale di tante esistenze. Il resto oggi sta fuori.

(scritto durante il viaggio, aspettando l’apertura del salone del libro)

sabato di relax @fotomia

L’ora sospesa

fiori d’asfalto@fotomia

Ascolto musica in cuffia a volume altissimo e il rumore del mondo svanisce all’istante, per trasformarsi in un riposante film muto.

Le auto scivolano via ronzando, il battito dei piedi sull’asfalto è solo una vibrazione ovattata tra le falangi, le persone muovono la bocca come pesci in un acquario, ma il senso si perde in un coacervo di silenzio denso.

Eppure, alcuni suoni riescono a penetrare la barriera compatta che ho eretto intorno e dentro di me, il riff di chitarra si mescola al gracchiare altero di un corvo ieratico, mentre un coro blues di rane gracida impertinente, il verde smeraldo dei corpi incastonato nel limo grigiastro di una pozza fonda.

La persistenza ossessiva del suono lo trasforma in rumore bianco, mi penetra nell’inconscio, mi lascia spazio per osservare il perfetto disordine dei prati d’aprile, dove teste gialle di tarassaco invadono l’erba medica e la piantaggine.

È l’equilibrio di un’ora sospesa nel tempo, dove tutto rallenta, lo spazio dilata e non esistono che i miei passi sul terreno soffice di pioggia, cadenzati a tempo di musica, conditi da una folata di vento che trattiene odore di erba tagliata e letame maturo, rinfrescati da una goccia di sudore che scende sul trampolino del labbro per tuffarsi giù, nella polvere di strade bianche.

Oscillo sul filo del binario, stretta tra cielo e terra, nel riverbero di una giornata che ha scordato essere primavera per sconfinare in estate anzitempo.

Finirà questo inutile affastellare pensieri e oggetti, desideri e rammarichi in una torre pendente glassata di polvere e resterà il silenzio di un mondo semplice. Vorrei conoscerne l’ora precisa, per esser pronta.

Per ora attendo l’arrivo delle rondini, la geometria dei corpi neri, le cadute a precipizio nel crepuscolo, il tempo del volo.

La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.

sine materia

oro nelle crepe@fotomia

Mentre sto scrivendo penso che non dovrei pubblicare, che in fondo a nessuno piace leggere parole pesanti e inutili in questi giorni di festa, quando si ha solo desiderio di leggerezza e di evadere dalla routine che fagocita e ammazza la voglia di vivere. Però io sono questo, uno spirito inquieto in cerca di pace. Perdonatemi.

“Per l’amor del cielo datti pace, altrimenti ti ammali sul serio”.

Cercare pace

Dare pace

Creare pace

Fare pace

Stare in pace

Sembra che la pace sia un bene tangibile, una sostanza densa di materia, un oggetto da cercare, un regalo da donare, un castello di sabbia da costruire con cura, affinché non crolli subito.

Si fa pace come si fa l’amore, come si fa un figlio, ma non sono convinta che la pace sia davvero qualcosa che si possa “fare”.

Avete presente quel prurito irrefrenabile alla schiena, uno stimolo fastidioso e totalizzante che costringe a contorcersi, a strofinarsi lascivamente contro uno spigolo qualsiasi come farebbe un orso sul tronco di un albero? Prurito sine materia si chiama, perché non c’è una causa specifica che lo scateni e se ne va così com’è venuto, repentinamente.

Ecco per me la pace è esattamente questa, una sensazione sine materia, un’astrazione intellettuale, un sentimento soggettivo che si tenta a tutti i costi di oggettivare.

Soggettivo nella maniera più assoluta, perché cosa c’è di più personale del proprio modo di stare in pace?
Perfino la tazza del gabinetto può essere luogo di assoluta pace.
Ed è cruenta la pace, inframmezzata a periodi di guerra come la lattuga di un sandwich.
Si vis pacem para bellum è un concentrato di cinico realismo che migliaia di anni non sono ancora riusciti a scalfire.

Se devo essere sincera non so dove mi stanno conducendo queste associazioni d’idee, né se le mie parole hanno un senso per qualcun altro oltre me. Tutto è nato dalla frase che mi hanno detto qualche giorno fa: dovrei darmi pace e smettere di stare male.

Come se fosse semplice dare un freno al vuoto che mi mangia da dentro. Non si sceglie mica volontariamente di stare male. A volte ci si ritrova dentro una palude di sabbie mobili e ogni tentativo di liberarsi non fa che aumentare la presa che porta verso il basso.

Che poi ci provo pure a curarmi le ferite, a versare oro nelle mie crepe anziché sale, a pensare di valere qualcosa in più che un’inezia. Avrei molto con cui fare pace, se solo riuscissi a trovare il modo di darmi pace.

Le mie dita, ad esempio. Si dice che alle lucertole ricresca la coda, a me invece servirebbe qualche dito di ricambio, per sostituire quelli che faccio a brandelli senza pietà.

Dovrei fare pace con i rapporti umani, trovare una via di mezzo tra il concetto di amicizia come la vorrei e quello più modesto che la realtà mi offre.

Dovrei far pace con lo specchio e non vedere solo i difetti che mi propone, ma questo è un compito troppo difficile e mi sa che una sola vita non mi basta per rompere il karma.

Dovrei fare pace con i fantasmi di tutti i natali passati, ma se ripenso a quella bambina troppo seria e al dolore che sente ancora dentro, mi dico che no, non riesco proprio a perdonare. Anzi, quest’anno i fantasmi si sono fatti più forti del solito e mi hanno tolto ogni minimo desiderio di festa. C’è rimasta solo la malinconia a festeggiare sotto il vischio e di pace per me neanche l’ombra.

PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!” (da Melaracconti)

Natale 1989

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie ..

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo «capitale»,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima. (Alda Merini)

every day is Monday morning 

Per la mia amica J,  nelle cui parole mi specchio così spesso che proprio non posso pensare sia “per caso”.

Questa mattina ho letto l’annuncio di un concerto. Dopo aver esclamato wow!! ho pensato che, come quasi tutto ciò che amerei fare, non ci andrò. Vorrei, ma non posso. Matematico.

Mi sono chiesta ancora una volta perché il mio tempo sia ostaggio di ciò che devo e non di ciò che voglio, perché gli obblighi siano più forti e resistenti di un muro di cemento, perché il mio io voglio non sia quasi mai seguito da un io posso.

E no, la risposta non c’è. Vorrei poter dire che in fondo è semplice: basta prendere in mano la propria vita, alzare la testa e mandare tutto e tutti affanculo, ma tanto so che non lo farò mai, che spavalderia e coraggio non fanno e non faranno mai parte del mio corredo genetico.

Ho preso posizione sulla ruota con il solito umore da ogni giorno è lunedì mattina, ora che ci penso dovrei scriverlo in inglese e farmi una maglietta fighissima, e ho iniziato a pedalare da bravo criceto. Però a un certo punto ho rallentato e mi sono guardata intorno. Gli altri erano impegnati nella loro corsa quotidiana, ma io non riuscivo a vedere altro che futilità nei loro gesti e nelle loro parole, un’inutile spreco di energia nel rendere complicato ciò che dovrebbe essere semplice, nel trasformare ogni piccolo intoppo quotidiano in un enorme problema da affrontare di petto. Mi sono sentita estranea a tutto, una bolla di silenzio dentro una bolla di enorme caos che non fa che aumentare l’entropia di un sistema già esausto.

Non è così che mi piace vivere anzi, a dirla tutta, non mi importa nulla di ciò che per coloro che, per loro sfortuna, condividono la ruota con me, sembra essere vitale. Così ho messo la sordina a un assurdo cicaleccio su importanti argomenti di rilevanza nazionale, il black friday di amazon, il colore dell’anno per gli addobbi di Natale e l’organizzazione di un’odiosa cena aziendale su tutti, e mi sono messa a pensare al libro che avevo in borsa, a quanto avrei voluto terminare di leggerlo la sera prima, invece di addormentarmi sul più bello; alla sciarpa che sto lavorando a maglia con pazienza, una riga dopo l’altra, aggiungendo un colore alla volta man mano che la lunghezza cresce e l’umore cambia, consapevole che forse anche per quest’inverno non sarò in grado di finirla; alle novità di lavoro che dovrò affrontare senza convinzione e senza che possa oppormi, a come sia inevitabile e al tempo stesso difficile adattarsi al cambiamento per sopravvivere.

Mi piacerebbe fare come il pettirosso della mia amica J, trovare qualcuno che mi prenda in simpatia e mi regali briciole di biscotto, costruire un nido solido in cui passare il tempo cattivo e volare via quando la vita diventa difficile. Ma non è così che vanno le cose e mi è tornato alla mente un ricordo di qualche anno fa, quando avevo iniziato a nutrire un gruppo di uccellini che abitavano il mio giardino, privati dalle molte nevicate della possibilità di procurarsi il cibo.

Avevo fatto le cose per bene, mi ero procurata le granaglie giuste, lo strutto, briciole di dolci e scaglie di frutta secca e avevo impastato palline gustose, appese ai rami secchi come fast food per piccoli affamati. Il primo giorno era stato esaltante spiare i loro voli, dapprima timidi, poi sempre più spavaldi e anche la popolazione era aumentata, prima solo passeri, poi anche cincie, pettirossi, cardellini, qualche merlo beneducato, ciascuno mangiava rispettando il suo turno, senza prendere più di quanto poteva raccogliere nel becco, per portare le provviste al sicuro in un andirivieni che metteva allegria. La serenità del mio giardino è durata, come tutte le più belle cose, solo lo spazio di poche ore. Poi sono arrivate le gazze. Invadenti, rumorose, prepotenti e aggressive, hanno spazzato via tutto il cibo con ingordigia, dopo aver fatto scappare a colpi d’ala gli altri avversari più deboli.

In un mondo perfetto gli uccelli si sarebbero coalizzati contro le gazze prepotenti e le avrebbero fatte scappare a suon di beccate, ma la realtà è che questa è la vita vera e non un reality. Il forte vince e il debole china la testa e questa storia senza morale edificante non fa eccezione. (Però alla cena aziendale mi darò malata!).

A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia