Il mare all’improvviso

foto mia, la frase no

Il silenzio è un bastardo di gran classe che inganna con elegante noncuranza.

Ci sono momenti in cui lo sentiamo indispensabile, se non addirittura esigenza vitale.
A un certo punto si instaura una sorta di automatismo e stare in silenzio diventa la normalità, non più un’eccezione temporanea alle regole del civile sentire.

Ho tentato spesso di tornare a scrivere, a far parlare quelle emozioni che, nonostante tutto, sento sobbollire dentro, ma non ne sono più stata capace.
Mi è parso che ogni concetto fosse stato già espresso in modo più incisivo, interessante e brillante da chi, diversamente da me, non si era fatto coniglio, intrappolato nelle pastoie del silenzio.

Così, molto semplicemente, ho taciuto.

Oggi ho cercato di incrinare il guscio in cui mi sono nascosta di mia volontà.
Non so neppure perché mi sia preso questo raptus, se sarà di breve durata o una tantum, se questi appunti, che sto scrivendo sul mio quaderno dalla copertina verde, vedranno mai la luce nel blog.

Oggi il silenzio di cui mi sono nutrita negli ultimi mesi mi è sembrato troppo indigesto.

Nel mio ultimo post ho parlato delle parole di un concorso cui ho rinunciato a partecipare ancor prima di aver tentato.

Dopo la parola contagio, si sono succedute complotto, solitudine e #andratuttobene.

Non ho un’indole particolarmente incline al complotto, anzi spesso sono abbastanza ingenua e fiduciosa, perché non penso che dietro ogni azione ci sia necessariamente del marcio in agguato, però sono convinta che la verità, oltre che del tutto soggettiva, sia una sorta di scatola cinese da aprire tra mille cautele; dentro e dietro la verità visibile se ne possono celare altre invisibili, più profonde, nascoste e non sempre del tutto cristalline.

Mi fido, persino troppo, ma a volte mi prende un irresistibile prurito, una voglia di scetticismo degna del miglior filosofo.
Non che questo mi porti all’atarassia, la calma imperturbabile davanti a passioni e sentimenti è troppo difficile per chi ha una buccia permeabile come la mia.

Sul #andratuttobene non ho voglia di esprimere un’opinione.
Non l’ho mai digerito, mi ha stufato fin da subito, solo uno dei tanti odiosi spot che tra poco la televisione ci propinerà con l’avvicinarsi delle feste.
Era evidente che tutto sarebbe andato come doveva andare, anche se non propriamente bene.
Gli unici a beneficiarne per pochissimo tempo sono stati gli animali.
Peccato che l’arroganza che ci contraddistingue tra le specie animali sia tornata a fare danni.

La solitudine, insieme al silenzio, è stata la vera compagna dei miei ultimi mesi.

Mi sono isolata in maniera terapeutica e ho limitato i contatti e le parole a quelle strettamente necessarie.
Ho affrontato il caldo estivo con il viso imbavagliato per troppe ore e l’incessante, ormai consueta, fame d’aria mi ha regalato una rabbia impotente, che ha avvelenato gran parte dei giorni.

Nonostante tutto e chissà in quale recesso, ho trovato le energie necessarie per affrontare il trasloco da una casa mai amata ma che, dopo anni di faticoso adattamento, mi calzava come un guanto. L’ho scambiata con un rifugio più piccolo e, almeno sulla carta, più vantaggioso, ma non riesco ancora a provare il giusto affiatamento che me lo faccia chiamare casa.
Ci stiamo ancora misurando a vicenda e ogni tanto il gomito o il mignolo cozzano contro spigoli inattesi.

Nei giorni trascorsi a inscatolare le mie carabattole, mi sono resa conto di alcuni aspetti di me che avevo sottovalutato.
Ho dovuto venire a patti con la mia tendenza all’accumulo, il voler trasferire ricordi ed emozioni a oggetti materiali ingigantendone il valore, il mio insistere nel procedere con una zavorra emotiva troppo pesante, un carapace che non mi sento ancora pronta ad abbandonare.

Questa me non mi è affatto piaciuta, pensavo di aver raggiunto quella maturità che mi faceva giudicare con sufficienza le altrui manie, maturità che sono invece ben lontana dal possedere.
Sono rimasta delusa da me stessa, non che non mi sia già capitato, ma credo non ci si abitui mai alla sensazione di guardarsi allo specchio e vedere non la persona brillante che ci immaginavamo, ma solo un gran casino.

In questo marasma di emozioni mi sono aggrappata a piccoli gesti necessari: cucinare, leggere, ascoltare musica fino alle lacrime, godermi un tramonto, ammirare il sorriso di girasoli che illumina una collina, veder sorgere la luna.

Ho letto tanto, solo nell’ultima settimana più di mille pagine che sembravano scritte solo per me.
No, non vi dirò di quali libri si tratta.
Ci sono storie che ci appartengono in maniera esclusiva dal primo momento in cui vi poggiamo gli occhi. Rendere altri partecipi del nostro sentire equivale a far loro un torto, come se un altrui giudizio tiepido o negativo fosse una ferita inferta a noi e alle parole che sentiamo nostre.

In questa pazza e deludente estate ho persino accarezzato l’idea di seguire un corso di scrittura, anche se per fortuna mi è passata abbastanza in fretta. Il verme saggio che abita la mela bacata mi ha fatto riflettere su voli pindarici e aspettative terrene, su ali di cera che si squagliano in fretta e umilianti cadute sul didietro.

Questo farneticaio© ha quasi del tutto consumato le pagine del mio quaderno verde e non so se varrà la pena di comperarne un altro a breve, però voglio appuntare un’ultima impressione di settembre.

In un giorno delle mie brevi vacanze, mi sono trovata a passare in uno di quei paesi di Langa assopiti dal tempo, immerso in un paesaggio di colline dolci, vigne cariche di uva, le montagne a fare da fondale a un cielo innocente di nuvole e peccati.
Guardando in su verso un gruppo di case antiche, restaurate senza la leziosità di certi architetti mondaioli, lo sguardo si è fermato su una piccola finestra incassata nel punto più alto, là dove lo spiovente del tetto faceva intuire una mansarda, un alloggio bohemien o forse soltanto un solaio pieno di giochi invecchiati insieme ai loro proprietari.

Sul vetro era stata dipinta una barca che, a vele spiegate, solcava un mare immaginario.

Mi sono chiesta spesso nei giorni a venire quanto potesse essere stato forte il desiderio di chi, radicato tra colline, montagne e onde d’erba abbia preferito sognare il mare.

Farneticaio©: (Far-ne-ti cà-io) s.m.

Neologismo coniato da Massimo Legnani, scrittore e amico carissimo, per descrivere il flusso di coscienza, a volte d’incoscienza, che sgorga libero e ribelle, incurante delle regole del buon senso, dalla penna di colui che farnetica.

prima parola: contagio

fonte: web

L’uomo era seduto al centro del palcoscenico.
Da lontano dava l’impressione di una fredda sicurezza, accentuata dal movimento calmo con cui toglieva peli immaginari dalla manica dell’impeccabile giacca nera, ignorando serafico le chiacchiere sommesse del pubblico che stava finendo di prendere posto.
Le luci iniziarono ad affievolire poco a poco e in un istante, come l’attimo in cui il sole, dopo tanto tergiversare, tramonta, tutto si spense.
Il clangore metallico di una leva, un cono verticale di luce sulla scena e l’uomo, finalmente, sollevò la testa, quasi si fosse svegliato da un lungo sonno, e restò a osservare il buio davanti a sé, un buio denso, fatto di corpi e respiri in attesa.
Si alzò dalla sedia, togliendo con un movimento da prestigiatore la mascherina che appese con noncuranza al microfono. Accennò un piccolo inchino con la testa e scandì con voce rassicurante: Contagio.
Iniziò a ridere.
Da principio fu solo un’espressione divertita che tirava all’infuori gli angoli della bocca, poi il sorriso si allargò a tutto il volto increspando la fronte, mentre gli occhi si incendiavano di ilarità.
In seguito iniziò a sgorgare una risata bassa e gorgogliante, ancora esitante, solo un esercizio per saggiare la resistenza delle corde vocali.
Da ultimo una risata grassa e vitale proruppe dalla bocca, come acqua dalla falla di una diga sconnessa.
L’uomo rideva con forza, alzando la testa rivolta all’indietro per seguire meglio il ritmo, il diaframma che sussultava dallo sforzo, le mani oscillanti che, al pari di un direttore d’orchestra, parevano sospingere il suono a propagarsi nell’aria.
Rideva l’uomo, rideva di una gioia pura e assoluta, mentre grosse lacrime gli rotolavano giù dalle guance arrossate dallo sforzo.
Il pubblico rispose inizialmente con un silenzio stupefatto, interrotto da borbottii, proteste e qualche fischio di derisione.
Qualcuno però, non tra le prime file di notabili imbalsamati, ma da un più indisciplinato loggione, iniziò a ridere, timidamente, un chiocciare di gallina impaurita, a cui presto si aggiunsero altre voci più spavalde.
Dopo poco tutto il pubblico, ormai incontenibile, rideva di gusto.
C’era chi rideva ingordamente in A, a bocca piena, oppure in O, spalancando le mascelle senza paura.
Chi invece, più timido, rideva in E, cui facevano eco risate stridule in I e qualche compassato Uh Uh da upupa di mezz’età.
C’era chi si dava pacche vigorose sulle cosce, tenendosi la pancia provata dallo sforzo, e chi dava di gomito al vicino cercando consenso.
Qualche signora più elegante rideva con discrezione, la bocca nascosta dalla mano, e ci fu persino chi, non pochi a dire il vero, si fece la pipì addosso.
Una risata corale, convinta e compatta scuoteva l’intera sala, come se tante gole umane fossero diventate canne di un unico, maestoso organo da cattedrale.
All’improvviso l’uomo tacque.
Serrò la bocca in una stretta fessura, pareva aver chiuso una cerniera lampo, e si mise ad osservare il pubblico che ancora sussultava garrulo.
Dopo qualche minuto un silenzio penoso e imbarazzato sostituì le risate allegre.
Le persone si guardavano l’un l’altra perplesse, rosse in volto e con il fiatone come dopo una maratona.

……. Ecco, vedete, avete appena sperimentato cos’è il contagio.
Siete stati obbligati vostro malgrado.
Siete stati contagiati
A pensarci adesso fa quasi paura, vero?
Prima della pandemia quanti di voi avevano veramente capito cos’è un contagio?
Pochi, forse pochissimi.
Eppure “virale” è diventata una parola di gran moda, molto usata nei vostri amati social.
Le avete dato un’aura da vincente, un’accezione positiva anche quando non ne ha neppure la parvenza; anche quando ad essere virale è “soltanto” il video del pestaggio di una persona indifesa; anche quando ad essere virali sono gli insulti, l’odio, l’intolleranza.
A qualcuno la parola contagio avrà fatto venire in mente un B-movie di zombie.
Il protagonista bello e macho e la donzella figa ma oca, mai che accada il contrario, scappano urlando tra le corsie di un supermercato deserto quando, all’improvviso, una mano e un volto maciullati si fanno largo tra lo scaffale dei cereali e quello delle crocchette vegane.
Invece il contagio è arrivato da una cosa piccola, così piccola da poter essere trasportata dal respiro, come il vento fa con i pappi di un soffione.
Eppure contagio è una bella parola. Ha in sé i germi del tatto, la radice del tangere, del toccare.
In questi mesi di clausura più di tutti è il senso del tatto ad essermi mancato.
Ci siamo saziati le pance di sapori, le narici di odori. Abbiamo farcito le orecchie di musica, di parole, di poche notizie vere e troppe false verità, ma il tatto è andato a nascondersi, si è fatto piccolo dalla paura.
Mi è mancato sfiorare per sbaglio la mano del commesso che mi dà il resto, stringere intenzionalmente la mano di chi mi ha salutato, abbracciare con forza un amico appena incontrato, carezzare con dolcezza la guancia di una persona amata.
Buffo, vero? La paura del con-tangere ci ha fatto perdere la voglia di tangere.
Non è forse questo il modo in cui un bambino fa esperienza del mondo? Toccando ogni cosa con dita tozze ma tanto agili, pronte a fare i danni più inaspettati in un tempo inferiore a quello in cui voi riuscite a correre ai ripari.
Il virus ci ha toccati, ci ha contagiati e ci ha tolto la sicumera di cui ci siamo per troppo tempo imbevuti. Arrivato senza bussare alla porta, è stato un ospite sgradito. Si è subito messo comodo sul divano e si è ingozzato delle nostre patatine preferite, senza lasciarne neppure una briciola.
Sapete qual è la cosa che più mi ha fatto paura?
Pensare che tutto il mondo che conoscevo è venuto giù come un castello di carte, che le consuetudini e le abitudini non valgono più e bisogna scrivere regole nuove per sopravvivere.
Ancora di più mi ha spaventato pensare che tutto questo sforzo potrebbe non bastare, che tutto è cambiato perché nel profondo non cambi mai nulla, che la movida è diventata una triste covida in maschera e la voglia di spritz a tutti i costi batte la voglia di responsabilità 10 a 0.
Contagio in fondo è solo una parola.
Vi siete mai chiesti chi è il vero virus?
Forse solo l’agente Smith ha la risposta.
……
Buio in sala.
Sipario!

Prendo in prestito dal mio carissimo amico Massimo Legnani il termine farneticaio.
Questo testo è un farneticaio, una fascina di parole da incendiare, di cui io stessa faccio fatica a cogliere il senso.
Vogliamo chiamarlo flusso d’incoscienza?
Lo spunto è nato da un concorso di scrittura teatrale di cui, per caso, mi è giunta notizia.
Il tema era scrivere un testo a partire da alcune parole che tanto hanno significato in questi giorni di emergenza sanitaria e solitudine umana.
Non ho ovviamente partecipato al concorso. Sono una cialtrona di poco mestiere e sviluppato senso del ridicolo e non mi pareva il caso di fare la fine del corvo travestito da pavone.
La parola contagio mi è rimasta in testa e, proprio come un virus, mi ha contagiato spingendomi a scrivere.
Ho pensato che questo spazio è la mia personale capsula di Petri, che qui avrei fatto poco danno con la mia coltura batterica di parole a caso.
Il risultato è questo, purtroppo, e perdonatemi se non ho un vaccino da fornirvi.

Imparare

Ho imparato a sorridere solo con gli occhi.

Ho imparato a fare a meno degli abbracci.

Ho imparato a non smettere di desiderarli.

Ho imparato a farmi bastare l’ossigeno.

Ho imparato che vivere è difficile, ma non impossibile, senza cappuccino.

Ho imparato che tornare a parlarsi è riscoprirsi.

Ho imparato che il silenzio dà dipendenza.

Ho imparato che non devo crearmi aspettative.

Ho imparato che non devo cercare conferme.

Ho imparato che posso star sola senza sentirmi sola.

Ho imparato che posso uscire spettinata.

Ho imparato che mi bastano le scarpe che ho.

Ho imparato che non mi bastano i libri che ho.

Ho imparato che la primavera se ne frega e fiorisce ugualmente.

Ho imparato che rivoglio la mia vita.

Ho imparato che posso accettare di cambiarla.

Ho imparato che posso sbagliare.

Ho imparato che non me ne devo vergognare.

Ho imparato che non ho ancora imparato abbastanza.

e poi ci sono giorni in cui il solo atto della respirazione lascia stremati. sembra più facile rinunciare a questa vita. l’idea di scomparire dà pace. da tanto tempo ero smarrita in un luogo in cui non c’era il sole, in cui non crescevano fiori. ma di tanto in tanto dalle tenebre emergeva qualcosa che amavo e mi riportava alla vita. alla contemplazione di un cielo stellato. alla leggerezza di una risata tra vecchi amici. vivere è difficile. è difficile per tutti. ed è in quel momento. quando vivere è come passare da un buchetto di spillo. che dobbiamo resistere all’impulso di soccombere ai brutti ricordi. rifiutarci d’inchinarci ai brutti mesi o ai brutti anni. perché i nostri occhi bramano d’ingozzarsi di questo mondo. ci sono ancora tanti specchi d’acqua turchese in cui tuffarci. c’è una famiglia. di sangue o d’elezione. la possibilità d’innamorarsi. di persone e luoghi. colline alte come la luna. valli che si srotolano fino a nuovi mondi. e gite. trovo importantissimo accettare di non essere i padroni di questa terra. ma solo visitatori. e da ospiti godiamocela come un giardino. trattiamola con mano delicata. così che possa viverla anche chi verrà dopo di noi. troviamo un sole tutto nostro. coltiviamo fiori tutti nostri. l’universo ci ha partoriti con luce e semi. magari a volte non la sentiamo ma la musica è sempre accesa. basta alzare il volume. finché c’è fiato nei polmoni – dobbiamo continuare a danzare.
Rupi Kaur, Il sole e i suoi fiori

Cardiopoiesis

cuore sotto vetro

Mi si è spezzato il cuore.

Lo stavo sfilando dal petto

come ogni giorno

per appoggiarlo sul cristallo

tra inutili ninnoli

che non so buttare

e fiocchi di polvere

regalo dei giorni.

È caduto di testa

ha davvero una testa il cuore?

con un tonfo crudele e

si è aperta una crepa sottile.

guscio d’uovo cascato dal nido

Ne goccia fuori un rivolo

non albume nè sangue

di parole trasparenti

tutte le ho perdute, tutte.

sono state mai davvero mie?

Ho sparso segatura a manciate

quanto aiuta il giusto emostatico

ed ora la pira collosa

parole coagulate in fretta

inzacchera il pavimento.

Ogni sinonimo è fuso al suo contrario

non è possibile rimediare

soltanto una parola si è salvata

la mia preferita

impigliata all’orlo della ferita.

Vischiosa, lucente e orfana

goccia di miele su fico maturo

è restata appesa un istante

un battito, una sistole

prima di tuffarsi sul cumulo

delle sorelle perdute.

L’ho guardata liquefarsi

in una chiazza opaca

sacrificio senza rimpianti

di lei non riverbera che il ritmo del silenzio.

e ora?

I cocci del cuore sono nell’umido

sembrano bucce di mela

il pavimento non conserva

memorie appiccicate

tracce invisibili al luminol

il buco in petto è colmo di ovatta.

passa ancora vento freddo –

Allo sterno ho appeso l’orologio del nonno

l’ho caricato con l’osso della fortuna

la cassa ammaccata scandisce

il silenzio – fragoroso – delle ore

e la musica – muta – dei giorni.

È ora?

mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

origami

fonte: web

Ho bisogno di una variabile impazzita
in questa vita di granitiche costanti

non riesco a sollevare le braccia
i capelli si avvinghiano in nodi irrisolti

ho la testa ferma su binari in disarmo
provare a sbagliare è un boccone muffito

mi sono svegliata con l’acqua alla gola
sapida di notti di caldo e sudore

cerco una luna nuova di seconda mano
in un vecchio velluto tarmato da falene

è bello sentire la mancanza del vuoto
se il pieno torna con stolida arroganza

si è alzato un altro giorno asciutto
senza pioggia che impasti stelle esplose

quando gli androidi riescono a morire
anche le pecore elettriche trovano pace.

24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

“La notte è il momento più difficile per essere vivi”

foto personale

Il titolo è una citazione dello scrittore horror gothic Poppy Z. Brite ed è lì per pura bellezza e perché spesso, invece di dormire, uso le ore della notte per trascrivere ciò che scribacchio durante le mie giornate.

Mi siedo al tavolino nel mio angolo preferito, quello più nascosto agli sguardi, e scrivo. Di cosa non lo so, lascio scorrere la penna dove le pare, cullata dai rumori.

Tra luoghi comuni sul tempo, gli sfottò dell’ultima partita, le innocue conversazioni del mattino e il tintinnio delle tazzine mi sento protetta. Non mi dà fastidio scrivere in un posto affollato, anzi, la cacofonia crea una bolla compatta in cui mi immergo per isolarmi.

Sarà per questo motivo che riesco ad addormentarmi con il rumore bianco.

Ho scaricato una app tempo fa, quaranta tipi di suoni utili per prendere sonno. Chi soffre d’insonnia d’altronde si aggrappa a qualunque rimedio, anche il più incredibile.

C’è il rumore bianco, quello rosa e quello marrone, ci sono foglie che frusciano, le fusa compiaciute di un gatto, il suono rassicurante di un caminetto acceso; ci sono perfino il ticchettio di una tastiera, il ronzio dell’aspirapolvere e il rumore del traffico all’ora di punta.

Ognuno può trovare il suono più adatto per addormentarsi e ci sarà senz’altro qualche lavoratore, indefesso al punto da sentirsi a suo agio solo tra i rumori di un ufficio.

Con me il rumore bianco funziona.

Dal punto di vista fisico è un fenomeno affascinante, un rumore senza periodicità, di ampiezza costante, perfettamente coerente a sé stesso nel tempo; un rumore che, se fosse luce, alla vista apparirebbe bianco ma, cosa ancora più singolare, un ideale teorico cui tendere perché, a conti fatti, il rumore bianco non esiste. Ciò che mi regala qualche ora di sonno è solo un’approssimazione.

Se invece ripenso al libro di Don DeLillo, tutto il rumore bianco prodotto dal consumismo che fagocita sé stesso, dal martellare ossessivo dei media, dal bulimico desiderio di comunicare che ha portato a una insostenibile riduzione dello spazio privato, mi fa una paura terribile.

Mi rendo conto di quanto abbiamo e siamo disposti a sacrificare del nostro privato per una condivisione che, a ben guardare, porta forse più danni che benefici; a quanto una società iperconnessa possa rendere le persone isolate, indifese, indifferenti e per questo manipolabili, pronte a spendere un like per cause lontane migliaia di km, ma non altrettanto per la sorte dell’ennesimo povero cristo che ci abita accanto, vessato da un branco di subumani anaffettivi, bruciato come spazzatura, emarginato per il colore della pelle.

Qualche settimana fa ho trascorso una breve vacanza in una capitale europea. In metropolitana mi sono divertita a contare il numero di persone ipnotizzate sul proprio smartphone. Ho smesso quando, in un solo viaggio di poche fermate, ho raggiunto una cifra a tre numeri e mi sono sentita triste, io con il mio libro spiegazzato tra le mani, la reflex a tracolla e gli occhi che scrutavano colli piegati a 45°, senza incontrare neppure uno sguardo complice.

Ci sarebbe invece tanto bisogno di riappropriarsi della meraviglia.

Mi rendo conto che anch’io sto producendo rumore bianco, che affastello parole senza troppa cura nella lentezza torpida di un mattino ipoglicemico, inseguendo un senso che mi sfugge.

Mentre rileggo ciò che ho scritto e mi domando se non sia meglio accartocciare il foglio, intercetto uno sguardo, rispondo al saluto in modo automatico, ma non ho voglia di parlare né di spiegare perché io abbia davanti un quaderno e una penna anziché uno smartphone.

È la croce di lavorare in un piccolo borgo dove tutti mi conoscono e spesso, non protetta dalla corazza professionale, finisco per arrossire di goffaggine davanti a uno sguardo più curioso e mi esamino furtiva, alla ricerca della magagna che ha attirato attenzione.

Milan Kundera diceva che tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi, chi di un vasto pubblico, chi di molte persone conosciute, chi solo della persona amata, ma è la quarta categoria che preferisco: quella di chi vive sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Kundera li definisce i sognatori e mi piace pensare di farne un poco parte anch’io.

«dottoressa cosa scrive di bello, una lettera d’amore?». Lo sapevo, la pace è finita e sento già le guance che si arrossano. Sorrido, borbotto una risposta generica, ripongo penna e quaderno. Per oggi basta rumore.

My computer thinks I’m gay
What’s the difference anyway?
When all the people do all day
It staring into a phone
I’ve got too many friends too many people
That I’ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there
Too many friends too many people
That I ll never meet, I’ll never be there for
I’ll never be there for, ‘cause I’ll never be there

zuppa di unicorno

fonte: pinterest

Mi sento come un gelato al gusto unicorno. Lo osservi e pensi, che schifo, sarà pieno di zuccheri e altra robaccia chimica, con tutti quei brillantini, i colori assurdi, i confetti che solo a guardarli senti tremare di paura le otturazioni.

Stavo pensando a una persona che desidera ardentemente scrivere e ci sta provando con tutte le sue forze. È brava, tra l’altro, e ce la farà. Io non riuscirei, mi sono detta, perché non sono abbastanza. Abbastanza cosa, poi? Abbastanza brava e intelligente, brillante o vincente; abbastanza bella e magra, questo mai, o abbastanza simpatica e amata. Magari sono un miscuglio di tutto questo, un equilibrio non troppo riuscito dal gusto improbabile e strano quanto l’unicorno. Quanto può sentirsi fuori posto un gelato al gusto unicorno?

Questa strana associazione d’idee è affiorata direttamente dal subconscio stamattina mentre, la testa ficcata nell’armadio, litigavo con vestiti troppo pesanti o ancora leggeri per questo clima bizzoso. Non sopporto più questi sbalzi, non è sano, ogni anno mi lascio cogliere alla sprovvista perché non mi fido della primavera, è una ragazza così volubile, e mi copro troppo, poi sudo, poi mi scopro ed ecco la fregatura e mi ammalo. ‘fanculo….

Sono anche in fase M, mestruazioni, menopausa, malinconia, mugugno, decidete voi quale sostantivo preferite, tanto sempre di M mi sento e, neanche a dirlo, sono uno strazio ambulante.

Tra gli altri è anche per questo motivo che ho rarefatto il mio scrivere e mi autocensuro. Rinuncio dopo poche righe, a volte neppure quelle, perché mi vergogno di me stessa e il pudore mi spinge a tenere celati i pensieri beceri.

Il verme saggio che coabita con la mela bacata mi sgrida. Di che ti lamenti? Cosa ti manca? Non ti vergogni?

Certo che mi vergogno! Però poi mi lamento. Punto. Non ho voglia di scoprire perché, non è obbligatorio sapere tutto nella vita, anzi, ho come il sospetto che più si è ignoranti e meglio si sta. Come un puciu si dice dalle mie parti e se non siete piemontesi andate a leggere la spiegazione che è assai carina.

Mi mancano tante cose. Qualcuna per un po’ è stata mia ma poi se n’è andata, altre invece non le avrò mai e cerco di non pensarci troppo. Aveva ragione chi cantava quello che non ho è quel che non mi manca e sto davvero facendo progressi nel vivere senza aspettative, lontana da inutili rimorsi e sterili rimpianti. Di tanto in tanto mi capita ancora di imboccare uno di quei sentieri mentali ciechi, zeppi di curve che non portano da nessuna parte, e per un po’ mi tocca andare a ramengo. Ci vuole tempo e pazienza per tornare sui propri passi, il labirinto dei se e dei chissà non è semplice da attraversare senza farsi almeno un graffio superficiale.

Vorrei del tempo di qualità solo per me, ore di sonno profondo e ristoratore, qualche abbraccio caldo, un amicizia di lunga data, il ciliegio in fiore della mia infanzia su cui arrampicarmi a leggere le centinaia di libri che ammucchio compulsivamente. Dicono si chiami Tsundoku, purtroppo la cura non è ancora stata inventata, mentre sarebbe bene comprare libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli. Non l’ho detto io ma Schopenauer. Come dargli torto?

Mi mancano le polaroid mozzate che scattava mia madre, tutte senza la testa o i piedi. Ogni volta sperava di averla azzeccata e alla fine erano matte risate e prese in giro affettuose. In una vecchia valigia qualcuna è rimasta intatta, solo ingiallita dal tempo che le si è appiccicato sopra.

Mi mancano i baffi di mio padre e il solletico che mi faceva con i suoi rari baci camuffati da pernacchie. Quelli proprio non posso più riaverli, non c’è valigia grande o piccola che possa contenerne almeno uno.

Mi piacerebbe conversare per il gusto di farlo, non parlare a orecchie sterili solo perché sono pagata per farlo (‘fanculo) e vorrei un sacchetto di gettoni per telefonare in cabina, lontano da orecchie indiscrete, giocando con il filo arrotolato attorno al dito e la cornetta incastrata nella spalla.

Già che ci siamo rivorrei la bomboniera Algida, la coppa del nonno di una volta, perché quella di adesso fa schifo, e la canottiera bianca di Freddy, con lui dentro naturalmente. Se vi sto annoiando vi chiedo perdono, è solo una zuppa di pensieri ma è la mia zuppa e più ne metto più diventa buona. Almeno spero.

Qualche settimana fa ho partecipato a un funerale di paese, di quelli vecchio stile che in città nessuno si sognerebbe più di celebrare.

Dopo la funzione ci siamo incamminati a piedi verso il cimitero, il prete davanti con la croce di legno tra le mani, il carro funebre a passo d’uomo, il corteo dietro in ordine sparso. C’era chi pregava e chi faceva solo finta, chi si guardava intorno, chi piangeva, chi faceva un cenno di saluto, chi chiacchierava a bassa voce scambiando pettegolezzi.

C’erano tre anziani seduti fuori dal bar su sedie di plastica quasi più vecchie di loro, umarell a riposo impettiti e attenti a non perdersi un secondo dell’avvenimento del giorno. Parevano tre Parche con il deambulatore.

È stato strano camminare occupando uno spazio che di solito non appartiene ai pedoni, sfilare tra due colonne di auto ferme, i volti incorniciati dal parabrezza come quadri viventi curiosi e al tempo stesso impazienti di ripartire, tra le serrande a mezz’asta dei negozi, nel silenzio irreale di un tempo sospeso che solo la morte è ancora in grado di donare a chi resta.

Soltanto le rondini se ne infischiavano di quel singolare assembramento di bipedi e continuavano imperterrite a garrire, con i becchi colmi di fuscelli per il nido da costruire.

Tutto scorre e deve continuare, hanno ragione le rondini, tutto va avanti e non indietro, nonostante i periodi di M, la vergogna, le lamentele ragionevoli o irragionevoli e il tempo pazzo che si prende gioco di chi non si fida.

c’est la vie, n’est ce pas?

Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve