Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve

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dal mio taccuino: 22 novembre 2018

fonte: web

Gioco a Tetris in maniera compulsiva. È la mia droga ma anche l’unico videogioco io abbia mai imparato. Per il resto sono una vera schiappa.
Impilo mattoncini colorati, ipnotizzata da forme basilari che cadono monotone, e sento la testa che si svuota dei pensieri, intenta a creare un mandala di improbabili quanto precarie geometrie.
Costruisco cattedrali bucherellate qua e là dai miei errori di strategia: ammucchio i pezzi difficili ai lati e aspetto fiduciosa il pezzo lungo che risolve sempre tutto. O quasi.
Il mio preferito è quello a T, il più versatile, lo ruoto finché la direzione è quella che voglio, l’aggancio arriva pulito, si tappa la falla, le righe scendono e il mio punteggio sale.
Quando mi distraggo inizio a commettere errori e la geometria perfetta fugge davanti alla supremazia del caos.
Ho perso, la partita è finita ma basta un restart per ricominciare. In fondo nessuno si è fatto male, è solo una tela di Aracne che si distrugge per rigenerarsi.
Con il Tetris non si vince, è assodato.
Gioco nella certezza del fallimento e, per assurdo, sapere di non avere alcuna chance mi rende serena.
Non posso fare altro che sbagliare e allora tanto vale godersela in scioltezza.
Ruotare un pezzo, spostarlo più a destra, accettare il compromesso, ignorare il vuoto che, come una carie, deturpa la perfezione di un muretto di mattoncini ben allineati, aspettare il pezzo perfetto. Magari la vita fosse semplice come una partita a Tetris.

….. ho fatto la mammografia. Ogni anno rimando di qualche mese la tortura, prima 12 che diventano 14, poi 16 finché, presa dallo scrupolo, faccio un bel respiro e prenoto.
Odio la sensazione di freddo e l’attesa in quel seminterrato, odio vedere i capezzoli che si rizzano a contatto con la superficie gelata del vetro, odio dover celare l’imbarazzo che provo facendo finta di niente.
Ti sbattono il seno su una lastra sgradevolmente liscia, mi ricorda sempre il rumore che fa una fetta di carne sulla bilancia del macellaio, e poi arriva la pressa a schiacciare, schiacciare senza pietà.
Resista, è più dolorosa quest’anno, abbiamo uno strumento nuovo, dura qualche secondo in più e un bel vaffanculo non vogliamo dirlo ad alta voce?
Mi sento male, ogni volta prego che non succeda, mi ronzano le orecchie, divento pallida, sudo freddo e chiedo di sedermi un attimo.
Mi vergogno, penso alla figura da stupida appena fatta, agli anni di studio, all’esperienza professionale, alle brutture che sono abituata a vedere e a quanto poco basti per mandare in frantumi la mia sicumera.
Fragile come sono, raccolgo le mie cose e mi sento più nuda di quando ho tolto il reggiseno.

….. La mano mi fa male da morire. Ho rosicchiato le unghie, strappato le pellicine, messo a nudo la carne tenera del polpastrello, devastato tutto quanto e ora ho una ferita aperta che pulsa d’infezione. Ci sbatto dentro continuamente, mi dimentico, poi sussulto dal dolore e mi maledico.
Da troppi anni, da sempre, spunto con i denti le mie armi, cerco in ogni modo di non dare nell’occhio, di sparire a costo di divorare me stessa.
Devo iniziare ad amarmi almeno un po’, come se fosse facile, devo farlo prima che sia troppo tardi.
Solo che è difficile dire allo specchio io sono quando il tuo riflesso ribatte nessuno.
I’m tired of being what you want me to be“.

….. mi manca tanto la sua presenza. È un vuoto di consapevolezza attorno a cui ho costruito una rete di oblio.
Dovrei chiamare, provare a spiegare, discutere, forse dovrei scrivere. Ci ho provato tante volte, ho il cestino pieno di bozze lasciate a metà, belle frasi pulite e ben costruite che verrebbero smontate da una battuta sarcastica o, ancor peggio, ignorate.
Allora penso che tutto questo non servirebbe che ad accrescere la reciproca sofferenza e lascio perdere.
La verità è che ho scelto il limbo per paura e aspetto un passo che, sono consapevole, non arriverà.
Da bambina nel sonno tiravo fuori un piede dalle coperte. Avevo bisogno di sentire un brivido di freddo ma subito mi svegliavo e nascondevo il piede al caldo, impaurita che i mostri sotto il letto mi mangiassero le dita.
Eppure ogni notte tornavo a cercare il brivido, correndo il rischio di rimanere monca.
Ora ho troppa paura di farmi altro male, ho tanti arti fantasma che reclamano attenzione.

….. sto troppo curva, ingobbita come una vecchietta che cerca gli spiccioli caduti a terra, quando invece dovrei raddrizzare la schiena e tirare su il mento. A volte il peso che sento di portare diventa eccessivo e d’istinto mi arrotolo come un riccio in attesa del letargo.
Quando mi accorgo di esserci ricascata, mi appendo a testa in giù, faccio il pipistrello e sento la schiena che si srotola, le spalle che sospirano di sollievo.
Fluttuo in equilibrio, scivolo all’indietro fino a toccare il suolo con le mani, i piedi in verticale, il sangue che ronza nelle orecchie.
Cambio prospettiva, guardo una realtà differente e guadagno un effimero centimetro in altezza e in leggerezza.

….. l’altra sera al supermercato osservavo la mia spesa sfilare sul nastro. Ero soddisfatta, non pareva trasudare troppa frustrazione. I biscotti erano integrali senza zucchero per la glicemia e pazienza se sanno di cartone, la carne era bianca per il colesterolo, il pesce azzurro per gli omega 3, la pastina fine per il brodo, il formaggio senza lattosio per le intolleranze, la tisana zenzero e finocchio per il gonfiore.
Spero solo non si vedesse il pacchetto di patatine occultato sotto il fiocco del mocio.
Le ho scelte cotte al forno, mica fritte!

Piccola storia disegnata

scarabocchi e pasticci miei

Il loro non fu neppure un vero addio. Si trattò più che altro di una lenta ma costante successione di reiterati silenzi, allineati e inevitabili come grani di rosario.

Il tempo delle parole era finito senza un apparente buon motivo. Era bastato un pretesto.

Pur continuando a guardarsi negli occhi, si allontanarono a tal punto da non essere più in grado di vedersi.

La distanza li portò a fronteggiare l’uno le spalle dell’altra, ma non furono capaci di voltarsi. Forse non vollero.

dal mio taccuino: 4 ottobre 2018

Poesia di strada @fotomia

…. l’incubo di stanotte mi ha lasciata svuotata, sfinita da un terrore primordiale e irrazionale. Quale parte di me ha potuto concepire una figura di tanta lucida malvagità?

…. foglie secche danzano accartocciate con un rumore di nacchere, imprigionate in un vortice ascensionale che le intrappola a mezz’aria. Sono panni stesi ad asciugare sul filo della mia fantasia.

…. ho incontrato un ragno enorme e timido che è corso a rifugiarsi tra le foglie. Le mie suole l’hanno mancato per un soffio. Forse sta ancora tremando per lo scampato pericolo.

…. il sole di questa stagione è un dono gentile che accarezza la pelle senza opprimere. Ne faccio provvista per le ossa e l’umore. Allestisco dentro me un confortevole nido di scoiattoli per ammorbidire il tempo cattivo.

…. ho sempre freddo e fame, ma non è il cibo né gli indumenti caldi a mancarmi. Sto cercando di bastare a me stessa, eppure sembro non essere ancora abbastanza bastevole.

…. ho incontrato per strada una poesia che mi ha chiamato a sé, mentre le api andavano già a dormire. Invece le farfalle volano ancora, inconsapevoli del tepore ingannevole.

…. gli ultimi fiordalisi sfoggiano un indaco che ruba la scena al cielo, ritardatari o resilienti continuano a vestire prati dall’erba sempre più corta. Non serve molto per procurare bellezza agli occhi di chi sa dove cercare.

…. Huffington Post dice che cucinare dolci per gli altri è una pratica terapeutica e rilassante. Ho sempre saputo che il mio ti amo passa da una fetta di torta appena fatta.

…. i minuti scorrono troppo veloci, è tardi e mi ritrovo a correre un’altra volta. Prima o poi mi imbatterò nel traguardo da tagliare, ma non ho ancora capito quale sarà la ricompensa. Forse un buono di Amazon?

…. ieri due coccinelle rosa hanno passeggiato con me, sedute comode sulla mia mano. Ogni tanto si sgranchivano le zampe e mi facevano il solletico. È stata la carezza di cui avevo bisogno in quel momento.

…. ho visto un gatto di pelo rosso, morto nel mezzo di un campo di pannocchie mature. Domani la trebbiatrice lo schiaccerà, impastandolo alla terra senza neppure farci caso. A primavera in quel punto nasceranno fiori di campo. Nulla va sprecato, neppure la vita più piccola.

topinambour

fonte: web

Sembrano apparire dal nulla. Il giorno prima non c’erano, ne sono certa, ma ora sono lì che mi guardano: corolle gialle appena stropicciate che pencolano su steli allampanati, troppo sottili per reggere il peso assurdo dei tanti petali sbocciati in una notte sola. Sembrano adolescenti sgraziati e tutti spigoli, che muovono gambe e braccia in maniera goffa e non sanno come contenere un corpo esuberante, che ha perso all’improvviso la morbidezza dell’infanzia e tentenna al confine con l’età adulta, indeciso se andare avanti o rifugiarsi all’indietro.

Così se ne stanno impettiti nell’aria ormai fresca e mi mettono allegria per la livrea gialla e per il nome topinambour, che mi piace assonare a calembour, e insieme una dolce malinconia, perché quando li vedo so che è finita l’estate. Più dei temporali che non si limitano a donare un istante di refrigerio, più della nebbia che si alza tra i tralci di vite e delle giornate che si accorciano in fretta, più della giacca del mattino per me sono loro l’avanguardia dell’autunno.

Cocciutamente continuo a indossare abiti leggeri e sandali aperti, perché non mi fido di queste piccole Cassandre e cerco ancora conferme di estate, che stavo iniziando ad apprezzare proprio ora e non mi rassegno a lasciar andare tanto in fretta.

So che accadrà a breve, ma intanto assaporo i pochi scampoli che restano, i pomodori caldi di sole, gli ultimi voli delle rondini, le finestre aperte da cui entra odore di grigliate, i fuochi del santo, un tramonto aranciato.

Mi concedo un tempo lento e una canzone bellissima e fragile come un fiore di topinambour.

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera
Il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa
Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera
Il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa
Tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
Basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

E’ tempo di imparare a cadere
E’ tempo di rinunciare al veleno
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera.

Interdit

Questa mattina l’atmosfera è rilassata, c’è ancora poca gente in giro e mentre lavoro ascolto distrattamente i discorsi intorno a me.

Entra un cliente abituale, piuttosto anziano, sempre ben vestito, rasato e profumato di dopobarba. Ha una bella abbronzatura, merito dei mesi trascorsi giù a casa. 

Abita qui da tutta la vita, forse cinquant’anni o più, qui ha lavorato, qui sono nati figli e nipoti eppure casa è ancora giù, in un luogo nascosto in profondità nelle pieghe del suo essere e nel pesante accento che il nord non è riuscito a portargli via.

Mentre dedico il mio tempo a chi mi sta di fronte e dispenso i soliti consigli, dettati più dal buon senso che dall’esperienza, sento le voci farsi più alte e agitate.

Quelli lì vengono per invadere la nostra terra….

Non farli entrare a costo di mettere bombe….

Violentate tutte quante…….

Lei li vorrebbe a casa sua? Ah sì? Ho già capito da che parte sta….

Una collega giovane ha commesso l’errore di dire la sua, di ammettere che lei sì ecco lei li aiuterebbe, che non ci vede nulla di male nel farlo ed è partita la filippica dell’anziano che, indignato, si straccia le vesti davanti a tanta impudenza e protesta con violenza verbale eccessiva.

Io ascolto, guardo il suo volto farsi sempre più paonazzo, le vene ingrossate, le mani che si aprono e si chiudono come non vedessero l’ora di dare un pugno, l’accento che si fa più greve e stretto, così carico di odio da lasciare sconcertati.

E tu da che parte stai, vorrei chiedergli, tu che abiti in una casa decorosa, calda in inverno e fresca d’estate, tu che mi chiedi lo sconto senza scontrino perché a quelli là non vuoi dare i tuoi soldi, quelli che al governo mangiano perché si sa che sono tutti uguali.

Tu da che parte stai, tu che entri con prepotenza e pretendi favori perché se no vai in un altro negozio, tu che non ricordi più come si stava qui, nel nord civile, quando non si affittavano case ai meridionali e i terroni a scuola erano bullizzati per un cognome dal suono strano e un colore di pelle appena un poco più scuro.

Io me lo ricordo invece, mi ricordo i racconti di mio padre, arrivato qui a 16 anni con un fagotto e cinquecento lire in tasca, mi ricordo i sorrisetti di compatimento a scuola quando si faceva l’appello, mi ricordo i terun borbottati a mezza voce. Faceva male, fa ancora male e non era niente, davvero niente se penso a quanto odio, a quanto livore oggi sta tracimando da ogni parte.

Le inondazioni arrivano all’improvviso e spazzano via tutto, a volte lasciano un limo fertile, ma di solito distruggono i raccolti e amen, così diceva mio nonno e non si sbagliava.

Io non lo so da che parte sto, però credo che esistano ovunque persone buone e altre meno buone indipendentemente dal luogo di appartenenza; credo che la disperazione possa far commettere azioni riprovevoli, ma un uomo “perbene” che uccide la compagna non ha sempre la pelle scura; credo che la frutta e la verdura che acquistiamo abbiano alle spalle storie tragiche di cui dovremmo vergognarci, ma è più facile chiudere gli occhi e non ascoltare; credo che il sedere di un’anziana madre venga pulito altrettanto bene o forse meglio dalle mani di una “sporca immigrata” e potrei portare altri esempi e parlare, parlare e parlare fino allo sfinimento, senza ottenere nulla più di uno sguardo di schifo e compatimento, perché tanto ho capito da che parte stai.

Forse sto solo dalla parte del genere umano. Almeno ci provo.

(Tutte le immagini sono state trovate in rete)

 

cose fragili

Ascoltando Particles

Si strucca con attenzione. L’ovatta bagnata lascia una scia oleosa sulla pelle pulita mentre la maschera del giorno si distacca piano, lasciando spazio al suo vero volto.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Percorre il contorno a memoria, si valuta, soppesa la pelle alla ricerca di nuovi difetti. Ha ancora poche rughe, solo qualche increspatura sotto gli occhi e due solchi sulla fronte, paralleli come tagli di bisturi, ora profondi più che mai. Le capita sempre quando è stanca o molto triste, sono il barometro del suo vivere.

Ieri una vecchia amica, non si vedono forse da vent’anni, le ha commentato la foto del profilo. Come sei bella, ti stanno bene i capelli, il tempo per te non sembra passare.

Le ha fatto piacere. Era la prima volta che aveva il coraggio di mettere una foto così esplicita, mostrare la faccia senza il velo di un filtro colorato o di un effetto sfocato, ma dopo quel messaggio si è sentita leggera e ha sorriso guardandosi, per una volta, con occhi meno impietosi dei suoi.

Le stanze conservano il calore del giorno appena trascorso, neanche il pavimento su cui cammina scalza lascia l’illusione di un breve refrigerio.

Va a sedersi sul davanzale della finestra, nuda, tanto nessuno la noterà e, se mai un passante distratto dovesse alzare la testa, sarà solo una sagoma scura nel controluce di un abbaino ai piani alti.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Mentre aspetta che sorga la luna, accarezza le pagine del libro che legge e rilegge da qualche giorno: poesie per un amore finito, i delicati e tristi abissi in cui l’animo sprofonda nei giorni dell’abbandono. Si sofferma su un verso, annuisce mentre legge, pare dire sì, è proprio così che si soffre, nelle piccole cose, nelle assenze quotidiane, nel fumo di una sigaretta che non c’è più, nel servizio di piatti che resta a prendere polvere inutilizzato. Ci sono libri che andrebbero venduti con il foglietto delle avvertenze e maneggiati con i guanti di amianto, questo pensa.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Si immagina mentre scrive, seduta alla finestra nel buio della notte, il rombo delle auto sulla statale a dettare il ritmo, il portatile in equilibrio sulle gambe, caldo come un gattino che fa le fusa, e poi si vede mentre si descrive e pensa a chi leggerà di una donna che scrive di una donna che scrive. Vorrebbe raccontare, inventare esistenze più gradevoli della sua, ma è da tanto che non lo fa. Vorrebbe parlare del dolore che la sta mandando in frantumi, quietamente, un giorno alla volta, ma poi pensa che certi dolori non possono essere domati dalle parole, solo il silenzio riesce a contenerli.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Sono pensieri fragili i suoi, giochi di specchi di poco valore nel tentativo di intrappolare un sonno che non vuole arrivare e la lascia a girare sfinita tra lenzuola troppo calde. Invece è magnifico addormentarsi come fanno i bambini, in un lampo repentino dalla veglia al sonno profondo, persi in un mondo lontano dove niente può turbare la loro serenità, dove il lato del cuscino è sempre fresco e i sogni hanno il colore delle nuvole estive che non fanno paura.

copyright Fernando Cobelo – The ordinary young man

Niente di male,
se oggi rifiuto l’altezza
e resto distesa nel letto.
Del resto, anche il cielo
ogni tanto reclina il capo
e s’appoggia
alla spalla bassa
della terra.

Imballami come cosa fragile
e ti viaggerò accanto senza rompermi.

(Elena Mearini, Strategia dell’addio)