Essere come…

Essere come una stanza, piccola e confortevole, non certo lussuosa ma accogliente, solo un posto dove si è liberi di sostare il tempo necessario a riprendere fiato, a scambiare un sorriso, a intessere un abbraccio, a fare l’amore per un’ora appena o per tutta la vita.

Essere come un soggiorno, arredato con la semplicità di un divano comodo e stazzonato, tende che filtrano morbidamente il dentro e il fuori, mediando l’ingresso di luce e d’ombra con gentilezza, e pareti colorate, niente bianco, oh no, che fa a pugni con il grigiore della realtà e ne accentua difetti che il colore sa invece addolcire.

Essere come uno studio, pieno del disordine allegro di chi vive di carta, di sogni e parole, di chi ha molto da pensare e tanto da vedere e impila buoni propositi in torri sbilenche, poggiate su fondamenta di maldestri poi farò. La polvere vela i ripiani quel tanto che basta a disegnare un cuore, a lasciare un’impronta del proprio passaggio e una ragnatela luccica laggiù, nell’angolo più buio e silenzioso, dove un maggiordomo a otto zampe presidia e protegge il vuoto delle mancanze.

Essere come una soffitta, un luogo segreto di nascondini e amici immaginari, di musica ribelle e sogni rockabilly, il cui ricordo provoca una fitta di nostalgia bastarda, che sorge all’improvviso, a distanza di anni e fa venire voglia di tornare, perché lì si stava davvero bene.

Essere come una serra d’inverno, mostrare la propria essenza attraverso i vetri, rivolgere lo sguardo al mondo con le spalle protette e il volto limpido, a sfidare le occhiate indiscrete e le intemperie. Un luogo in cui arrivare al tramonto, quando la luce rivela ogni dettaglio tingendolo di rosso e i fiori diurni dormono, lasciando al profumo del gelsomino il compito di sovrastare l’odore della notte.

Essere come un giardino di bellezza effimera, mutevole e cangiante come il susseguirsi delle stagioni, alternare l’entusiasmo dei fiori di ciliegio alla saggezza di spighe pregne di sole, la pacatezza di uva matura al rigore della prima galaverna.

Essere come un corridoio, lungo, corto, luminoso o cupo, non importa quanti sforzi tu faccia per renderlo accogliente, non servono tappeti, non basta un parato elegante, resta solo un luogo di attesa e passaggio. Le persone transitano, si soffermano con blando interesse a guardare il panorama dalle finestre, si appoggiano al muro, siedono su una scomoda panchetta stropicciando di voglia repressa le sigarette e aspettano che qualcuno si affacci da dentro le stanze e li inviti a entrare. Si allontanano in fretta, neppure un’occhiata a ciò che lasciano indietro, sul tappeto orme leggere che svaniscono in un silenzio fondo.

Essere come una porta girevole, un vaso comunicante tra pieno e vuoto, un limite da oltrepassare, un confine da calpestare, un bussolotto della fortuna che ruota i dadi per far incontrare persone che le appartengono per un solo istante, sempre aperta, mai del tutto ferma, pronta a cedere alla spinta, a contenere e lasciar andare, come se nulla importasse se non l’uscita. Essere porta, essere luogo e non luogo, avere in sé l’inizio e la fine, essere sola.

Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita.

William Blake

Lo zen e l’arte di preparar biscotti

fonte: web

L’altra sera ho preparato i biscotti. È stata un’immersione nella cucina emotiva, un tuffo rassicurante nei gesti misurati e ripetitivi necessari a raggiungere un buon risultato.

Ho cercato una ricetta semplice da realizzare con calma. Questo mi ha portato a sfogliare i tanti libri che possiedo, ognuno un ricordo del posto in cui l’ho comprato o di chi me lo ha regalato conoscendo la mia passione, e a consultare gli scarabocchi quasi illeggibili del mio quaderno, da cui ogni volta scivolano fuori foglietti di carta incipriata di farina o le ricette invitanti stampate sul retro di vecchie bustine di lievito, vuote ma ancora profumate di vaniglia.

Ho pesato gli ingredienti con puntiglio, nella pasticceria c’è tanta chimica e precisione quanta ne ho trovata in un laboratorio di ricerca, mentre cucinare è spesso questione di estro e improvvisazione, altre volte di puro e semplice culo. Qui invece non si può sbagliare, anche la scelta di un cucchiaio di legno anziché di metallo può compromettere il risultato. È sempre questione di chimica, non tutto si amalgama e sta bene insieme.

Anche l’umore del cuoco è un ingrediente fondamentale. Mai cucinare in preda alla rabbia e quante uova ho fatto impazzire, quanti impasti non lievitare prima di imparare questa semplice regola, quasi che la mia frustrazione fosse assorbita dal tuorlo al posto dello zucchero, creando pesantezza là dove può esserci solo leggerezza. Invece, malinconia e tristezza stanno bene dentro le torte, nel viaggio in forno i pensieri cuociono a fuoco lento ed evaporano, lasciando solo le bolle di un dolce ben lievitato, che al primo assaggio profuma di tiglio e madeleine du temps perdu.

L’amore è di sicuro l’ingrediente che non deve mancare, senza questo niente ha un buon sapore, e cerco di metterlo nell’impasto ad ogni costo. Se voglio bene a qualcuno difficilmente glielo dico con le parole, è più facile che gli prepari un dolce. Anche questo in fondo è aver cura, credo.

Lo scricchiolare della fecola tra le dita mi ricorda la torta margherita che faceva mia nonna, la mia maestra di vita e di tante ricette, e delle volte che l’ho preparata io per lei, quando era ridiventata una bambina golosa dagli occhi azzurri e i capelli candidi.

Nei suoi ultimi giorni aveva dimenticato tutto, chi era, dove si trovava, chiamava sua figlia signora, dandole del lei, la pregava di riportarla dalla sua mamma, relegando in un ramo secco della memoria la casa e le persone con cui aveva trascorso la sua vita. Rideva e batteva le mani quando le portavo la torta e se le domandavo sai chi sono, lei sorrideva e mi chiamava con il mio nome, senza esitazione. Forse è stato quel lungo filo di amore e ricette tramandate a memoria, quel sentiero di farina e vaniglia a mantenere vivo in lei il ricordo di me. Mi fa bene pensare che sia andata così.

Perciò l’altra sera, mentre guardavo un vecchio film degli anni ottanta dalla trama assurda ma pieno della magia di canzoni che non riesco a dimenticare, ho tagliato trucioli di cioccolato con il coltello più affilato che ho e tritato le mandorle non troppo fini, che si sentano scrocchiare sotto i denti in mezzo alla seta del cioccolato fuso.

Ho impastato tutto con la crema di burro e zucchero, la merenda più semplice e buona che sia mai stata inventata, e legato con l’abbraccio solido della farina; anche gli aquiloni per volare alti hanno bisogno di basi resistenti e di un filo robusto.

Ho modellato i biscotti con cura e li ho posati sulla teglia ben distanziati, perché possano stare vicini mentre crescono, condividendo lo spazio senza soffocare, ma non così lontani da sentirsi soli.

Solo alla fine mi sono seduta, dopo aver infornato le teglie e lasciato che il calore del fuoco facesse la sua parte, mentre il film terminava in dolcezza e un aroma semplice di zucchero cotto profumava la casa di un odore così buono che bisognerebbe imbottigliarlo per i momenti speciali.

Una volta pronti ma ancora teneri e fragili, ho lasciato che riposassero, assestassero le idee e prendessero la loro forma definitiva. A volte riposare è necessario, permette di riflettere con calma e riprendere il passo della vita quando scorre alla giusta distanza. Magari nell’attesa ci si “siede” un pochino, si perde in altezza ma si guadagna in concretezza e questo non è affatto un bilancio negativo.

Adesso i miei biscotti sono in una scatola trasparente, protetti ma a portata di mano, non troppo morbidi e neppure troppo secchi, perfetti per un momento di quiete, un sorriso in compagnia, un profumo dimenticato o soltanto un assaggio della mia cucina emotiva, fatta di burro, zucchero e memoria.

Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

solo pensieri stanchi

hello, it’s me

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole… Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni. (Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino)

La mia fantasia è inceppata: ho bisogno di un piccolo dispiacere. (Leo Longanesi)

Mia carissima A,
sono passati molti giorni da quando ho avuto un momento per me.
L’ultimo scampolo di inverno freddo si è arreso al dominio del sole e i biancospini sono fioriti in nuvole bianche dal profumo di miele.
Il vento è diventato gentile, non aggredisce più il volto accanendosi sugli angoli della bocca, accarezza le spalle come un amico e accompagna il mio respiro.
Persino la pioggia è meno arrogante, anzi dopo la sua venuta il cielo si fa limpido, i colori più reali.
Sembra tutto così bello e tenero da lasciare senza fiato ma, tu lo sai bene, io non mi fido.
La dolcezza più disarmante è in grado di nascondere insidiose lische di pesce dietro la sua morbida apparenza, quindi continuo a indossare vestiti pesanti e colori scuri, mi avvolgo in una coperta morbida nella penombra fredda della casa e aspetto che la primavera getti sul piatto la sua posta e scopra le carte. Per ora attendo, a braccia conserte, di vedere se mente.
Mi chiedi spesso come sto ed io non so rispondere alla tua domanda se non con il mio silenzio.
Mi sento bersagliata da embrioni di storie, pensieri e abbozzi di frasi che mi sorprendono nei momenti di calma, sulla soglia del sonno, nella trance indotta dai gesti automatici ripetuti soprappensiero.
In quegli attimi è come se dal soffitto iniziassero a piovere gocce di acqua e dovessi raccogliere quello stillicidio in fretta e furia, con mezzi di fortuna, prima che l’arredamento si rovini o l’acqua evapori, lasciando di sè solo una piccola chiazza umida.
Altre volte le storie mi entrano in testa come semi portati da un soffio di vento, si piantano sotto pelle e dormono in attesa che il terreno diventi fertile. Poi basta davvero poco, un sorriso, un raggio di sole, una mezza frase captata per sbaglio, una goccia di pioggia o una lacrima amara che inumidisca il terreno ed ecco che il germoglio si risveglia, le piccole cotiledoni bucano la superficie e qualcosa che prima non c’era inizia a sbocciare.
Certi giorni invece mi sento sazia delle mie parole ancor prima di averle pronunciate, vedo le cose come attraverso un vetro, ne colgo il significato ma non riesco a dargli forma. Tutto scivola via come acqua tra le dita e non rimane che una traccia fastidiosa e l’insoddisfazione di non aver saputo agire.
É difficile anche ora trovare le parole per descrivere cosa provo, ho la testa piena solo di questo, pensieri stanchi che affaticano ogni minuto. Ho guardato dentro la mia ombra, la parte più autentica di me, cercando di riafferrare ciò che ho perso. Senza successo.
Ho tentato di affastellare parole, come biada nutriente per un cavallo stanco di correre. Invano.
Se te lo stai chiedendo, sì, sono stata ancora una volta il cavallo più scadente del branco, quello che aspetta che il dolore penetri fin dentro il midollo per imparare la lezione.
Il corpo capisce il malessere prima che la mente l’abbia realizzato, la mia schiena ha fermato l’andare svogliato di muscoli assuefatti, un piccolo dispiacere, un’oncia di fantasia da sacrificare per ritrovare la voglia di scrivere ciò che vedo, di dipingere ciò che penso, di immaginare ciò che sogno.
Difficile, forse impossibile.
Se e quando il vento cambierà nessuno può saperlo, non certo io, che mi ritrovo a tenere insieme pezzi grandi e schegge taglienti con mani piccole e dita sottili.
Il tempo deve fare il suo lavoro di cartavetrata, il grumo che blocca lo sterno deve ammorbidire la sua fibra quel tanto che basta per essere ingoiato agevolmente, come un rospo viscido di bava fredda.
Ho qualche buco di troppo da rattoppare, ora dai fori filtra una brezza gelida che intorpidisce i pensieri dolci e congela l’inchiostro prima che le parole trovino luce.
Mi sono avventurata sulle montagne russe senza un antiemetico, ho solo un emostatico per calmare il bruciore di dita erose fino alla carne.
Le unghie non ci sono più da tempo e neppure la vergogna di dover mostrare le mani  può fare il miracolo. Non è più il momento di credere alle favole nè ai buoni propositi.
Fuori c’è troppa luce, tutto fa male agli occhi e alla testa. Anche la mia ombra è scappata altrove.
Metto un panno sulle vetrate, come su una gabbia di canarini, chiudo gli occhi e dormo nel buio artificiale.
Perdonerai questi pensieri stanchi, mia carissima, tu che comprendi le fragilità dell’ombra che fa capolino dietro le mie parole e sai che parole meno amare torneranno.

Caos triste – tre istantanee

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fonte: tumblr

Teneva le braccia conserte, strettamente serrate attorno al busto, come a proteggere il cuore da sorrisi che le facevano troppa paura; tremavano le spalle, avvolte in un vecchio scialle di lana, per tenere l’anima al caldo in quei giorni opachi di merla bianca. Le dita magre accarezzavano il vetro della finestra, disegnando i contorni di un piccolo uccellino infreddolito che becchettava il terreno arido del giardino in cerca di cibo. Fece scivolare la mano dentro un sacchetto di semi, avanzato dopo la morte dell’ultimo cardellino, aprì piano la finestra, lanciò la manciata con il gesto ampio di un seminatore e richiuse subito per lasciare fuori il gelo del pomeriggio. L’uccellino volò lontano, spaventato dal rumore, ma rimase a osservare il cibo piovuto così all’improvviso, inclinando la testa con un gesto elegante. Dopo un breve istante di esitazione si avvicinò guardingo e prese a becchettare, prima timidamente, poi sempre più spavaldo finchè fu sazio. Alzò il capo e lei incrociò i suoi occhi neri di ossidiana, che la sorpresero con uno sguardo quasi umano. Poi planò sul davanzale della finestra, colpì una, due, tre volte con forza la cornice di legno con il becco e volò via. In quel momento lei sentì meno freddo.

La tristezza è subdola – pensava – come la riva sassosa del mare. La prima onda ti sorprende alle spalle, ma te lo aspettavi e sei pronta, vai sotto con gli occhi aperti e la bocca chiusa. Ti rialzi, strofini le palpebre arrossate dal sale e ti incammini facendo finta di nulla. Stringi i denti e ignori il dolore dei ciottoli aguzzi che affondano nella carne tenera delle tue dita. Guadagni la riva a fatica, con le caviglie che scivolano all’indietro e proprio mentre sei quasi fuori, ecco che arriva un’onda più grossa e inaspettata. Ti ribalta, ti porta con sè, vai sotto e apri la bocca per la sorpresa, questa volta sì che bevi, ampie sorsate amare che cerchi di sputare, riemergi con l’affanno e il batticuore, l’acqua salata scende a rivoli dal naso nella gola, i capelli si appiccicano sul volto e sulla schiena come alghe e tutto brucia, i pensieri se ne vanno in salamoia, la testa si svuota di ogni valore e una fitta acuta dietro l’occhio ti annuncia un’attacco di emicrania. Ecco sì, la tristezza è così.

La cucina puzzava. Era sporca, anzi proprio lurida, piena di piatti ammassati nel lavello, bicchieri dagli orli unti, frutta ammuffita a marcire in un angolo, il forno che vomitava teglie colme di grasso rappreso. Si guardò intorno con l’espressione blandamente divertita di chi ha visto di peggio, si tolse la gonna di tulle chiaro, lasciandola planare sul pavimento appiccicoso come una farfalla dalle ali impolverate, e si sedette a terra vestita della sola biancheria intima, intrecciando con grazia le gambe da ballerina nella posizione del loto. Incurante del caos triste intorno a lei si appoggiò all’anta malandata e rimase a osservare il gioco di luce che i fari delle auto di passaggio proiettavano a tratti sul muro. Il ritmo cadenzato le ricordava l’apparire e lo scomparire della luce del faro là, su quell’isola che, per quanto si sforzasse, non aveva mai dimenticato. Chiuse gli occhi e lo stillicidio dell’acqua nel lavello la riportò laggiù, nel posto che dentro il cuore amava chiamare casa.

Ascoltando Il senso delle cose

Non è niente, non è niente
niente che si possa dire
passerà anche questa volta

Non è niente, non è niente
è difficile spiegare
uscirò da questa porta
Non è niente, non è niente
voglio essere leggera

salirò sul mio cavallo
anche senza l’armatura
sfiderò ogni tempesta
poi ritroverò la strada

per sentire il sole

Non importa, non importa
so che sei molto impegnato
ci vedremo un’altra volta
e riavvolgeremo il tempo

tanto anch’io… avrò da fare
devo riordinare il mondo

quello che… mi è cresciuto dentro
per sentire il sole
per sentire il sole

Il senso delle cose
si nasconde dietro alle persone
Il senso delle cose

si racconta con parole silenziose

E tu lo vuoi sentire il sole?
Il senso delle cose

si racconta con parole nuove
si racconta con parole silenziose

(Cristina Donà – Il senso delle cose)

Quest’anno

​ https://youtu.be/iKsm2FKQdYw

[La versione dei Negrita mi piace molto di più, ma non ne ho trovata una decente]

Quest’anno, così difficile e complicato, mi ha portato via persone care e mi ha reso consapevole della precarietà dei nostri istanti; è stato pesantissimo eppure veloce, lento nel trascinarsi delle ore e leggero nello scorrere delle albe; così crudele con la musica mi ha fatto salutare con rimpianto i musicisti del cuore, mi ha costretto a riascoltare dischi dimenticati, a ritrovare ricordi sopiti; è stato ricco di vacanze improvvisate, di fotografie incredibili, di buon cibo e ottimo vino, insieme alle poche, indispensabili persone che posso dire mie.

Quest’anno è stato pieno di amicizie, di avatar che hanno preso vita, di volti aperti nei sorrisi, mani strette in abbracci, di incontri desiderati e progettati, di aspettative soddisfatte, di sorprese inaspettate; di mail, quante! di messaggi, di piccoli sorrisi quotidiani, di parole di affetto, di stima e comprensione, di offerte di ascolto e spalle cui appoggiarmi, che mi hanno riscaldato nei momenti tristi, di tanto amore che mi ha circondato e dissetato come una pianta vizza che chiede solo acqua.

Quest’anno  è stato pieno di libri, di parole lette e scritte, di racconti, di personaggi che hanno bussato alla mia testa, fatto cantare la mia immaginazione e fremere le mie dita, uomini tristi, donne pericolose, angeli tabagisti, gigantesse innamorate, giocolieri del fuoco e streghe buone, gente strana, forse un po’ sociopatica, ma che ci posso fare, i semi di una mela sbacata non potevano essere diversi.

Non lo butto via quest’anno, è stato tosto e indigesto, mi ha fatto piangere e sospirare, è stato madre severa e a volte ingiusta, ma mi ha portato anche tanta gioia e la bellezza delle piccole cose che davvero contano.

Auguri a tutti voi che avete saputo renderlo speciale e unico.

Christmas blues

Stanotte ho sognato di stare davanti a una grande parete, nuda e grigia. Ne ho osservato ogni particolare, le piccole crepe, le setole impigliate tra le pennellate come insetti nell’ambra, un piccolo alone più chiaro. Poi ho infilato le dita in un barattolo di vernice colorata e ho iniziato a dipingere, prima timidi tocchi, poi carezze più audaci, infine piene manate con fretta liberatoria.
Le tinte si sovrapponevano, qualche rivolo di colore scendeva colando dai miei gomiti, prima di rapprendersi lentamente come la scia di una lumaca
Proprio mentre stavo facendo un passo indietro, per ammirare la mia opera finita e capire cosa stava affiorando dal guazzabuglio del mio inconscio, mi sono svegliata.
Eh già, peccato. Chissà perchè ci si sveglia sempre troppo presto, sul più bello, nel momento chiarificatore, l’attimo prima dei numeri vincenti del lotto, a un passo di distanza dalla felicità, a un centimetro da un viso che non si può ritrovare che nei propri sogni.
Così, invece della mia splendente parete appena dipinta ho ritrovato il solito grigiore, anzichè le mani sporche di vernice solo un fagotto di coperte arruffate. Ho lavato via quel che restava del sogno e mi sono vestita al buio, indossando la rassegnazione.
Ho parlato tanto oggi, ho subito più del solito una superficiale patina di allegrezza che non condivido, ho sorriso, stretto mani, baciato volti rugosi e un poco ispidi di peluria, incartato regali, consegnato omaggi, ricambiato auguri con la serafica indifferenza di chi non si rende ben conto di che giorno sia oggi.
Mi sono appuntata al petto un avanzo di nastro rosso e a chi mi chiedeva cosa fosse ho risposto con noncuranza “Il mio spirito natalizio, l’ho infilzato qui per non dimenticarmene”.
Di questo tempo, così carico di sogni disillusi e aspettative disattese, avverto soprattutto le mancanze. Mi piacerebbe scrivere non la letterina di ciò che vorrei ma quella di ciò che mi manca e non ho più. Perchè non è vero che quello che non ho è quel che non mi manca. Mi piacerebbe che i miei vuoti tornassero a farsi pieni, ora e subito.

Mi manca mio padre; la pelle tesa dei miei vent’anni; la neve quando potevo stare in casa ad ammirarla dalla finestra, anzichè imprecare dentro un’auto cercando di non finire in un fosso; le vacanze di Natale lunghe, lunghissime fino alla noia; i compiti delle vacanze; non finire i compiti delle vacanze; i libri di lettura obbligatori; leggere di tutto tranne i libri di lettura obbligatori; le dodici fatiche di Asterix; il dolce ipercalorico che faceva mia nonna; i ravioli mangiati crudi di nascosto; un grissino lunghissimo da usare come sigaretta; gli struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele; Remo, perchè era mio amico e mi manca ogni giorno; il primo batticuore; il primo sguardo quando ti accorgi che per lui sei importante; i miei anfibi blu notte; i jeans sdruciti che sono troppo vecchia per mettere ancora; fregarmene di essere troppo vecchia e metterli lo stesso; cantare oh happy day senza vergogna; un gatto solo mio da accarezzare; un regalo davvero brutto da poter barattare alla lotteria; un regalo davvero bello da conservare con cura; la carta stropicciata da piegare; i nastri da arrotolare per l’anno dopo; i gusci delle noci per fare barchette con le vele di mandarino; i pupazzetti di mollica di pane; il muschio vero cercato nei boschi per il presepe; le lucine a forma di fiore per l’albero; le lucine bruciate a forma di fiore per l’albero; il panettone da inzuppare nel latte per colazione fino a febbraio; mio padre che mangia frutta secca; mia madre che lo sgrida perchè ne mangia troppa; il ramo con i datteri sempre troppo asciutti; disegnare pupazzi di neve sulla condensa della finestra; la faccia infuocata dal calore della stufa; la faccia infuocata dal gelo dell’inverno; l’odore di lana bagnata dei guanti dopo una battaglia a palle di neve; il cuore leggero come il cristallo; il sapore della felicità.

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“oggi continuo a pensare da bruco, a emozionarmi da crisalide, a volare da farfalla” (fonte immagine web)