origami

fonte: web

Ho bisogno di una variabile impazzita
in questa vita di granitiche costanti

non riesco a sollevare le braccia
i capelli si avvinghiano in nodi irrisolti

ho la testa ferma su binari in disarmo
provare a sbagliare è un boccone muffito

mi sono svegliata con l’acqua alla gola
sapida di notti di caldo e sudore

cerco una luna nuova di seconda mano
in un vecchio velluto tarmato da falene

è bello sentire la mancanza del vuoto
se il pieno torna con stolida arroganza

si è alzato un altro giorno asciutto
senza pioggia che impasti stelle esplose

quando gli androidi riescono a morire
anche le pecore elettriche trovano pace.

think poetic

fonte: foto mia

In un momento di zero ispirazione, prendo in prestito parole bellissime per adornare questo spazio troppo vuoto, così come farei con un splendido mazzo di fiori primaverili.

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che nessuno stabilisce norme salvo la vita,
Che la vita senza certe norme perde forma,
Che la forma non si perde con l’aprirci,
Che aprirci non è amare indiscriminatamente,
Che non è proibito amare,
Che si può anche odiare,
Che l’odio e l’amore sono affetti,
Che l’aggressione è perché sì ferisce molto,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che definirsi non è remare contro corrente,
Che non quanto più forte si fa il segno più lo si scorge,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che negare parole implica aprire distanze,
Che trovarsi è molto bello,
Che il sesso fa parte del bello della vita,
Che la vita parte dal sesso,
Che il “perché” dei bambini ha un perché,
Che voler sapere di qualcuno non è solo curiosità,
Che volere sapere tutto di tutti è curiosità malsana,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che l’autodeterminazione non è fare le cose da solo,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che per dare dovemmo prima ricevere,
Che affinché ci dìano bisogna sapere anche come chiedere,
Che sapere chiedere non è regalarsi,
Che regalarsi è, in definitiva, non amarsi,
Che affinché ci vogliano dobbiamo dimostrare che cosa siamo,
Che affinché qualcuno “sia” bisogna aiutarlo,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che adulare è tanto pernicioso come girare la faccia,
Che faccia a faccia le cose sono oneste,
Che nessuno è onesto perché non ruba,
Che quello che ruba non è ladro per suo piacere,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che non ci si deve dimenticare che esiste la morte,
Che si può essere morto in vita,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che alziamo muri per non essere feriti,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che quasi tutti siamo muratori di muri,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Che non per il molto portarsi avanti si leva prima il sole,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?

(Mario Benedetti, poeta, scrittore, intellettuale, esule scomparso oggi 10 anni fa)

incongrua bellezza

Savudrija – fonte web

Che spettacolo curioso mi aspetta
a portata di mano.
Solo il tempo di una pedalata
nel sole pigro di maggio.
Una distesa di mattoni e calce accoglie
chi gli arriva alle spalle,
ma lui guarda avanti
verso il blu d’acqua mischiata a un quarto di cielo
che gli occhi confondono
e gli specchi riflettono.
Un faro in mezzo a un prato
riposa nel caldo della controra,
all’ombra di un ciliegio carico,
porpora di frutti sfatti, illividiti da beccate ingorde.
Chi può immaginare la bellezza incongrua
della vista di un faro
lontano da scogli e spruzzi di sale.
Certo i gabbiani stridono, imperterriti,
e volteggiano
e derapano
e il mare è là sotto, a portata d’occhi.
Basta affacciarsi per vedere
uno spicchio di cobalto graffiato dal granito,
ma le onde che accarezzano i piedi
sono verdi di foglia nuova,
odorano non di alga salsa ma di fiori
e lucertole nuotano al posto dei pesci
in un ordine sovvertito che incanta.
Che spettacolo di bellezza incongrua
ammirare la maestà domestica di un faro
addormentato proprio lì,
nel verde di un prato.

Morcheeba – The sea

tu vuoi parlare

credits: ph. Maia Flore

Tu vuoi parlare

ma io sono stanca

e mi nutro dei miei silenzi

Ingoio avida

a grandi sorsate

le frasi di chi

conosce l’arte

di domare parole

plasmando la vita

in forme più grate

Ora su, da bravo

raccontami una storia

che mi sorrida

con leggerezza

perché non so che fare

di questi giorni grigi

che scorrono come nastro

aggrovigliato agli orli

di una sterrata

Se alzi la testa

alla finestra d’angolo

c’è l’ombra di una donna

che legge una storia

di silenzi ribelli

e parole domate

con spade di carta

e lame d’inchiostro

sarà stanca

di voltar pagina

vorrà sognare

di volare via

Ora su, da bravo

non parlare più

sine materia

oro nelle crepe@fotomia

Mentre sto scrivendo penso che non dovrei pubblicare, che in fondo a nessuno piace leggere parole pesanti e inutili in questi giorni di festa, quando si ha solo desiderio di leggerezza e di evadere dalla routine che fagocita e ammazza la voglia di vivere. Però io sono questo, uno spirito inquieto in cerca di pace. Perdonatemi.

“Per l’amor del cielo datti pace, altrimenti ti ammali sul serio”.

Cercare pace

Dare pace

Creare pace

Fare pace

Stare in pace

Sembra che la pace sia un bene tangibile, una sostanza densa di materia, un oggetto da cercare, un regalo da donare, un castello di sabbia da costruire con cura, affinché non crolli subito.

Si fa pace come si fa l’amore, come si fa un figlio, ma non sono convinta che la pace sia davvero qualcosa che si possa “fare”.

Avete presente quel prurito irrefrenabile alla schiena, uno stimolo fastidioso e totalizzante che costringe a contorcersi, a strofinarsi lascivamente contro uno spigolo qualsiasi come farebbe un orso sul tronco di un albero? Prurito sine materia si chiama, perché non c’è una causa specifica che lo scateni e se ne va così com’è venuto, repentinamente.

Ecco per me la pace è esattamente questa, una sensazione sine materia, un’astrazione intellettuale, un sentimento soggettivo che si tenta a tutti i costi di oggettivare.

Soggettivo nella maniera più assoluta, perché cosa c’è di più personale del proprio modo di stare in pace?
Perfino la tazza del gabinetto può essere luogo di assoluta pace.
Ed è cruenta la pace, inframmezzata a periodi di guerra come la lattuga di un sandwich.
Si vis pacem para bellum è un concentrato di cinico realismo che migliaia di anni non sono ancora riusciti a scalfire.

Se devo essere sincera non so dove mi stanno conducendo queste associazioni d’idee, né se le mie parole hanno un senso per qualcun altro oltre me. Tutto è nato dalla frase che mi hanno detto qualche giorno fa: dovrei darmi pace e smettere di stare male.

Come se fosse semplice dare un freno al vuoto che mi mangia da dentro. Non si sceglie mica volontariamente di stare male. A volte ci si ritrova dentro una palude di sabbie mobili e ogni tentativo di liberarsi non fa che aumentare la presa che porta verso il basso.

Che poi ci provo pure a curarmi le ferite, a versare oro nelle mie crepe anziché sale, a pensare di valere qualcosa in più che un’inezia. Avrei molto con cui fare pace, se solo riuscissi a trovare il modo di darmi pace.

Le mie dita, ad esempio. Si dice che alle lucertole ricresca la coda, a me invece servirebbe qualche dito di ricambio, per sostituire quelli che faccio a brandelli senza pietà.

Dovrei fare pace con i rapporti umani, trovare una via di mezzo tra il concetto di amicizia come la vorrei e quello più modesto che la realtà mi offre.

Dovrei far pace con lo specchio e non vedere solo i difetti che mi propone, ma questo è un compito troppo difficile e mi sa che una sola vita non mi basta per rompere il karma.

Dovrei fare pace con i fantasmi di tutti i natali passati, ma se ripenso a quella bambina troppo seria e al dolore che sente ancora dentro, mi dico che no, non riesco proprio a perdonare. Anzi, quest’anno i fantasmi si sono fatti più forti del solito e mi hanno tolto ogni minimo desiderio di festa. C’è rimasta solo la malinconia a festeggiare sotto il vischio e di pace per me neanche l’ombra.

PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!” (da Melaracconti)

Natale 1989

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie ..

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo «capitale»,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima. (Alda Merini)

Dicembre

sulle mura di Lucca@fotomia

Nello spazio sospeso,

tra il giallo e il rosso,

prego le sillabe

perché in Dio

non credo,

preferisco la gentilezza

di un uomo maldestro.

Un disco di ottone indugia

nel cielo indeciso di blu,

era la prima alba di dicembre,

ore di luce livida si sfaldano

nell’attesa della neve,

cadrà presto per dispetto.

Globi di luccio-led

rischiarano orbite

di negozi chiassosi,

pieni di merce

speranza pietosa

vuoti di persone

povertà dignitosa

Digiunare con il frigo pieno

è un lusso inutile

che solo i ricchi

sanno ostentare.

Il sorriso di un bambino

è purezza disarmante

contro l’umanità indecorosa.

La vita è un eterno precariato

senza ammortizzatori

sentimentali.

Specchioriflesso

specchioriflesso@fotomia

È colato giù

(dove sei andato, dimmelo)

il blu

(riflesso rifletto)

si specchia

(resta nell’ombra, celati).

Plumbee nell’aria

meringhe d’acqua

(scivolo nel silenzio)

su vetri opachi

grani di polvere

(cirri, cumuli, strati).

Corolle sfinite

di fiori vermigli

(m’ama nonm’ama m’ama)

su vasi crepati

radici di terra

(amami nonamarmi amami).

Riarso rifulge

(sono qui, cercami)

il sole

(colgo e raccolgo)

risuona

(di colpi di ottone, di pianti di rame).

È colato giù

(dove sono, dimmelo)

il cielo

(parlami sott’acqua)

lontano da qui

(solo).