A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia

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Zigulìbri #4

Questo libro è per chi sbaglia sempre l’ora di partenza e si trova in coda a guardare nelle altre macchine, per chi conserva in un libro la lettera d’amore di uno sconosciuto, per chi ama il profumo della pioggia in estate e per chi vorrebbe credere al destino ma si deve preoccupare di limitare i danni del futuro prossimo.

autostrade e tè alla menta@fotomia

A differenza di altri luoghi più integrati nel tessuto sociale delle città, l’autostrada è una dimensione di passaggio, un non-luogo immerso in una meta-realtà, un lungo corridoio di asfalto che percorriamo senza prestare attenzione all’ambiente circostante, ignari di ciò che succede a chi si trova a condividerne un tratto con noi e desiderosi solo di arrivare il prima possibile alla destinazione prescelta.

Tra il punto A e il punto B passa una retta che auspichiamo sia sempre la più breve e la più facile, ma questo noir, ambientato interamente in autostrada e nei luoghi di servizio per accedere ad essa, quelle stradine nascoste che solo i misteriosi addetti ai lavori conoscono, fa riflettere su quanto la realtà possa essere diversa da ciò che presumiamo e da come una vita, apparentemente “normale”, possa perdere ogni punto di riferimento nello scorrere di un istante, in quell’attimo di distrazione sufficiente a far crollare il castello delle proprie certezze.

Il libro non è suddiviso in capitoli ma in movimenti, proprio come le parti che compongono un’opera sinfonica ed è molto musicale il ritmo della sua prosa, dove brani più lunghi e articolati, con frasi di grande ampiezza, si alternano a un

ritmo

più spezzato

e

sincopato

come se

la brusca

variazione

fosse un segnale:

 

rallenta

e

presta attenzione a dove stai andando.

Il titolo italiano, La metà del diavolo, benché calzante e spiegato nelle ultime pagine del romanzo, non rende fino in fondo l’idea di quello originale, ricalcato su un avviso affisso in prossimità dei cantieri autostradali francesi, Derrière le panneaux, il ya des hommes, dietro i cartelli ci sono degli uomini, uomini che lavorano, che vivono, che soffrono, che possono essere uccisi dalla velocità, da un messaggio sul cellulare, da un colpo di sonno, da un altro uomo, che a sua volta uccide perché ne sente il bisogno.

La trama è apparentemente semplice, un serial killer, bambine scomparse e mai più ritrovate, un padre che ha rinunciato alla sua vita, al suo essere un essere umano per il desiderio di vendetta, una madre che aspetta la notizia che la farà tornare a vivere o le permetterà finalmente di morire. Su tutto questo aleggia la sensazione di attesa e di caccia, il lavoro paziente del cacciatore che raccoglie indizi e circonda il predatore diventato preda, e il caldo, l’ondata di canicola atroce e implacabile di un 15 agosto qualsiasi, un calore descritto in modo quasi antropomorfo, che si sente appiccicato alle parole, che trasuda dalle pagine.

Ci sono gli archetipi della tragedia greca in questo dipanarsi delle ore e dei giorni, pochi, ridotti all’essenziale, perché il piano di Allarme Rapimento è molto chiaro, il 44% dei bambini rapiti viene ucciso entro la prima ora, il 91% nelle prime ventiquatt’ore. Pierre, il padre, l’eroe tragico, Orfeo che entra negli inferi per tentare di ritrovare non il corpo della sua bambina, ma almeno il significato della sua morte e della sua esistenza; Ingrid, la madre, una Clitemnestra, una Medea che attende di consumare la vendetta e cerca di distruggere se stessa e la sua colpa, quella di aver partorito, di aver generato una vita che è andata perduta; Pascal, il mostro, il demone che agisce nell’ombra, colui che porta dentro di se il Male, chiuso nella sua testa dietro una cerniera tatuata sul cranio.

Intorno ai personaggi essenziali si muove un coro fatto di poliziotti che seguono il protocollo senza vedere la rete di connessioni nascoste, l’uomo che raccoglie le cose perdute, il custode della memoria di vite comuni che passano via veloci, Lola la puttana gentile, ragazzo-ragazza dal cuore grande, donna senza esserlo veramente e per questo più umana di chi la considera solo un buco in cui sfogarsi, la vecchia Tía Sonora, la veggente dell’autostrada, una moderna Cassandra che vede il futuro e consola la disperazione leggendo le linee della mano.

Dopo averlo letto, a me è successo, vi capiterà di salutare meno distrattamente il casellante, di passare davanti a un autogrill e pensare che no, non è solo un luogo dove fare pipì o bere un caffè. Dentro quel mostro di acciaio e consumismo a buon mercato il ya des hommes.

Tía Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.

Tía Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. la bugia è sogno.

Tía Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.

La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.

Un retrogusto d’infelicità, lunghi respiri profondi per non vomitare. Rifletti: perché la nausea è essenzialmente femminile? Gli uomini non hanno la nausea. Oppure ce l’hanno per un istante e poi vomitano. Le donne, invece, la trattengono nel ventre, fanno di un malessere una percezione.

E di una percezione, un concetto.

Il mondo è femmina.

Zigulìbri #3

fonte: web

Tempo fa ho trascorso alcune ore piacevoli in una libreria, in compagnia di un istrionico e vulcanico libraio con cui ho chiacchierato di libri e passioni, di lavoro e rispetto, di integrità e ideali. Il bottino, assai cospicuo, di quella spedizione riposa tranquillo in uno scaffale e piano piano la pila dei volumi intonsi si assottiglia. Tra questi mi sta attendendo con pazienza la Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. In realtà ci stiamo corteggiando già da qualche tempo, mi capita di accarezzarne la costa, lo apro a caso, aspiro l’odore della carta nuova e leggo qualche frase. So che tra noi scoppierà una grande passione, ma non è ancora arrivato il momento giusto e, fedele al motto che non siamo noi a cercare i libri ma loro a trovarci, sto aspettando di vedere quando verrà a prendermi per mano.

Comunque, la scorsa settimana sono passata per caso, se sarà stato davvero il caso, davanti a una delle mie librerie preferite (il mio sogno proibito in realtà). Visto che non ci dev’essere un motivo preciso per entrare in libreria ma è sempre giusto farlo, sono entrata a curiosare e in pochi minuti ho trovato ciò che non stavo cercando e l’ho portato via con me.

Romanzo naturale è un piccolo libro pieno di fascino e stramberie, è una storia che diventa mille altre storie, alcune nascono e finiscono nello spazio di poche frasi, altre continuano a crescere come un rumore di fondo, ma è anche un continuo andare a capo, un romanzo di soli inizi. È un amarcord, con le sue liste di ricordi nostalgici dell’infanzia fatti di piccoli oggetti da niente, un gioco di incastri e rimandi, un labirinto di specchi in cui le trame si duplicano, riflettendosi, e ogni parola è la porta che apre a riflessioni e digressioni che, dietro un’apparenza svagata come volo di mosche ubriache, descrive l’impossibilità di accettare la fine di un matrimonio e l’incapacità di raccontare il fallimento della propria storia, tentando invece di parlare d’altro, dalla filosofia del gabinetto al giardinaggio, per continuare a ignorare l’elefante nella stanza.

Romanzo naturale è tutto tranne un racconto con una trama ben definita anzi, a ben guardare, non c’è un vero inizio e neppure una fine. Credo si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere a ritroso partendo dall’ultimo capitolo e sarebbe comunque un’esperienza affascinante, a patto di riuscire a sovvertire l’ordine naturale in caos e a lasciarsi trascinare dal suo ritmo onirico.

Ho definito la sua narrazione come il volteggiare di una mosca ubriaca e questo è uno dei temi più centrali e divertenti del romanzo. Vi siete mai fermati a osservare il volo di una mosca in un pomeriggio caldo? Ecco che ronza fastidiosa a pochi centimetri dall’orecchio, poi si allontana pigramente a destra, improvvisamente una brusca virata a sinistra, una corsetta sul vetro caldo della finestra e infine un momento di sosta, con le zampe che si strofinano l’una contro l’altra. Il ritmo è esattamente questo, non un saltare di palo in frasca, piuttosto un vagare per i percorsi tortuosi dell’inconscio, scomponendo la realtà in mille minuscole tessere, come farebbero gli ocelli sfaccettati di una mosca.

In ogni istante a questo mondo c’è una lunga fila di gente che piange e una più corta di gente che ride. Ma anche una terza fila, che non piange più e non ride più. La più triste delle tre. É di questa che voglio parlare.

…..

Oggi è un anno dal divorzio con Ema.
Non ho ancora portato via da casa sua alcuni sogni e qualche altra cosuccia. I sogni sono come i gatti, si disabituano per ultimi alla vecchia casa.

…..

A volte i libri ci fanno strani scherzi…… Ancora una volta mi convinsi che non siamo noi a servirci dei testi, ma siamo al punto che sono loro a prendersi gioco di noi. A nascondersi quando le cerchiamo e a saltarci agli occhi solo quando lo decidono loro.

…..

Le cose belle succedono sempre l’ultima sera. Io e Carla siamo in camera, all’alba, abbiamo camminato tutta la notte in riva all’Adriatico. Parliamo di tutto, me la cavo abbastanza bene con la lingua. Capiamo di aver letto gli stessi libri e lo attribuiamo a una coincidenza mistica. Stiamo in silenzio. Racconto, cercando a lungo le parole, di una tradizione Tao detta “Bere una tazza di tè senza la tazza del tè”, nel nostro caso parlarsi senza parlarsi. Avrei voluto dire “baciarsi senza baciarsi”. Sapevo che non si saremmo mai più rivisti. Anche lei lo sapeva. Un destino simile ti spinge a vivere tutto il rapporto in poche ore.
Sì, so cosa vi tormenta: non l’abbiamo fatto. Nemmeno una volta. Non ce n’era bisogno.

Potrei ancora citare brani su brani che ho adorato, ma non sarebbe giusto. È bello che ognuno abbia la possibilità di scoprire le proprie citazioni preferite; saranno sicuramente loro a balzare agli occhi, se decideranno che è il momento o la persona giusta.

É un libro divertente e insolito, ma è anche un trattato di nostalgia e un autore che riesce ad affascinare, parlando di nostalgia e malinconia, non può non entrare a far parte del mio personale Olimpo letterario. Vi dico solo che tra le sue pagine c’è la frase che utilizzerei come citazione di apertura, se mai dovessi scrivere un libro mio. Credo che questo già possa bastarmi.

Zigulìbri #2

Questa volta lo zigulìbri è dedicato a un libro che ho letto con vero piacere durante una delle mie passeggiate quotidiane in solitaria; è un testo breve e di piccolo formato, adatto a essere gustato camminando ondivaghi, ma denso di spunti di riflessione e frasi da aforismario.

Un amico una volta mi disse, in maniera ingenerosa e provocatoria, che le uniche due cose che giustificano l’esistenza della Svizzera sono la cioccolata e Friedrich Dürrenmatt.

Da grande appassionata di teatro di prosa, negli anni ho visto più di uno spettacolo teatrale di Dürrenmatt e raramente mi ha deluso. Invece non avevo mai letto una sua opera e ho voluto iniziare il mio excursus letterario, che credo non si fermerà qui, con Romolo il grande, una commedia di cui ho molto amato l’allestimento teatrale con uno straordinario e impeccabile Mariano Rigillo nella parte del protagonista, l’imperatore Romolo Augustolo, ultimo monarca dell’Impero Romano d’Occidente.

Il sottotitolo recita “una commedia storica che non si attiene alla storia” e il suo autore nelle note finali la definisce difficile proprio perché sembra facile.

Credo che la difficoltà vada ricercata non nel testo, che scorre piacevolmente ed è pieno di ironia e precisi tempi comici, quanto nel sottotesto, nel significato nascosto dietro le parole, che si insinua con l’avanzare della lettura per esplodere nel perfetto e dolceamaro finale.

Lo stile è apparentemente solenne, l’impianto quello della commedia classica, quattro atti in cui si sussegue una teoria di personaggi a volte esilaranti. Ci si rende presto conto che ogni personaggio ha un lato molto umano celato dietro il ruolo che ricopre.

Così, ad esempio, dietro l’onore militare umiliato del soldato Emiliano, che torna dalla prigionia, c’è il dolore dell’uomo torturato, che ha sofferto molto e inutilmente per una patria che non riconosce più e per una donna il cui ricordo l’ha tenuto in vita, ma che sarebbe pronto a sacrificare per la salvezza della povera patria.

La difficoltà maggiore per chi interpreta Romolo, ricorda l’autore, sta nel non farne da subito un personaggio simpatico. Per vent’anni l’imperatore recita la parte dello stupido, dello stoico buffone, dell’allevatore di polli cui dà, con noncurante cinismo, il nome dei suoi predecessori. Tuttavia, dietro l’apparente svagatezza con cui tiene le redini di un impero allo sfacelo, dietro le vesti sontuose e la corona di foglie d’oro, il cui valore si riduce a quello di ultima riserva di denaro per pagare i servitori, ecco apparire un uomo spiritoso, rilassato e affettuoso, che abbraccia il suo destino e accetta ciò che non può essere cambiato, senza risparmiare saette e sarcasmo, con parole sorprendentemente moderne, valide e applicabili a qualsiasi governo si sia succeduto nella storia umana.

ACHILLE Il ministro delle finanze è fuggito, maestà.

ROMOLO Fuggito?

ACHILLE Con le casse dell’erario, maestà.

ROMOLO E perchè? Se non c’era dentro niente!

ACHILLE Spera in tal modo di nascondere la bancarotta totale delle finanze imperiali.

ROMOLO É stata un’eccellente idea la sua. Non c’è rimedio migliore, per nascondere  un grosso scandalo, che costruirne uno di più piccole dimensioni. Gli sia dunque conferito il titolo di “salvatore della patria”. E dove si trova adesso?

ACHILLE Ha trovato un impiego a Siracusa, come contabile in una ditta esportatrice di vini.

ROMOLO Bene! Auguriamoci dunque che questo fedele servitore dello Stato riesca almeno a rifarsi nel commercio delle perdite che comporta la carriera nella pubblica amministrazione. Ecco, prendete. (Si toglie la corona e ne stacca due foglie di alloro, dandone una a ognuno dei due servitori). Fatevi cambiare tutti e due in sesterzi queste foglie d’oro. Tenetevi quanto vi spetta e ridatemi il resto, perchè devo ancora pagare il mio cuoco, l’uomo più importante del mio impero.

D’altra parte uno dei motti più spietati e acuti di Dürrenmatt è ” Il mondo è una polveriera in cui non è vietato fumare” e Romolo sa perfettamente come deve agire per disinnescare la polveriera su cui regna, benché sembri più interessato a giustiziare le galline più improduttive del suo pollaio.

ROMOLO E della gallina che porta il mio nome, che notizie puoi darmi?

PIRAMO È l’animale più nobile e dotato che esista nel nostro pollaio. Uno dei più pregiati prodotti della pollicultura romana.

ROMOLO E l’uovo l’ha fatto, questo nobile animale?

Piramo guarda Achille, implorando aiuto.

ACHILLE Quasi, maestà.

ROMOLO Come quasi? Che vuoi dire? Una gallina o fa l’uovo o non lo fa.

ACHILLE Non ancora, maestà.

ROMOLO (con un gesto deciso) E allora vuol dire che non lo fa. Se non è buona a niente sarà almeno buona in pentola. Dite al cuoco che cucini anche me insieme a Oreste, e inoltre Caracalla.

L’azione è veloce, tutto si svolge nelle ultime ventiquattr’ore dell’impero romano, alle Idi di Marzo del 476 d.c.

TULLIO ROTONDO (è sconvolto) Ma non è possibile, maestà: si tratta di una notizia che sconvolgerà il mondo!

ROMOLO Ti sbagli, ministro: non sono le notizie a sconvolgere il mondo. Sono i fatti, e quelli non possiamo cambiarli perché sono già accaduti quando le notizie arrivano. No: le notizie non fanno altro che eccitare il mondo. È bene perciò abituarsi a farne a meno.

…………..

ROMOLO Non sono stato io a tradire l’impero. É Roma che ha tradito se stessa. Conosceva la verità, ma ha scelto la violenza; conosceva l’umanità e ha scelto la tirannide. Doppiamente si è disonorata: di fronte a se stessa e difronte ai popoli che erano affidati al suo potere. Tu sei adesso dinnanzi a un trono invisibile, Emiliano, il trono degli imperatori romani di cui io son l’ultimo. Come posso aprirti gli occhi affinchè tu veda questo trono, questo cumulo immane di teschi ammonticchiati, questo torrente di sangue, che fuma sui gradini, come un’eterna cascata della potenza di Roma? Che risposta puoi pretendere che ti venga dal culmine di quell’enorme edificio che è la storia romana? Che cosa vuoi che dica delle tue ferite l’imperatore, ergendosi sulla massa di cadaveri dei propri figli e dei figli altrui, sull’ecatombe di vittime massacrate nelle guerre per la maggior gloria di Roma, o sbranate dalle belve perchè Roma si divertisse?

Di fronte a queste parole, così intrise di modernità, non viene forse in mente l’avanzata dei disperati sui barconi, l’orrore di chi preferisce farsi esplodere anzichè dialogare e diventa strumento, spesso inconsapevole, di forze nascoste, carne e moneta di scambio per interessi di pochi a danno di molti e dall’altra parte il rifiuto che molti governi innalzano a suon di muri, sordi e ciechi al cambiamento, come patrizi di una Roma sempre più decadente e ripiegata su se stessa?

É una lettura piacevole, è bello perdersi nelle frasi e tornare a rileggerle e non è raro che scappi una sonora risata di divertimento, seguita da un istante di riflessione che la rende dolcemente amara.

Zigulìbri #1

Le zigulì!

Ve le ricordate? Le mitiche palline alla frutta con cui venivo premiata negli anni della mia infanzia, giusto una …….tina di anni fa.
Finivano sempre troppo presto, una tirava l’altra, e la frase di rito era ogni volta la stessa: ancora una, una sola, dai ti prego, l’ultima e poi basta.

Da zigulì a zigulìbri il passo nella mia mente sbacata è stato breve.

Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta.

Ho pensato di aprire uno spazio in cui raccontare i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera, perchè se un libro non mi piace non solo non ne parlo ma neppure lo finisco.

La vita è troppo corta per sprecarla leggendo brutti libri, che diamine!

L’onere del post di apertura tocca al libro di Rosario de Meo, blogger e caro amico che molti su wp conoscono, che si è fatto voler bene e apprezzare per la qualità della sua scrittura.

Ha scritto un libro bellissimo, il suo primo pubblicato e spero tanto non l’ultimo, Il valzer sull’orlo del pozzo, che merita di essere letto e consigliato molto più di tanti autori blasonati.

Il libro di Romeo, il segnalibro che mi ha regalato (thanks my dear bear!) e la mia pessima grafia

La sua prosa, limpida e netta, venata di affetto e bontà per i suoi personaggi, è solo apparentemente semplice, perchè ha una tale bravura nel raccontare, nel descrivere concetti che fanno anche parte del mio pensiero, da farmi arrabbiare per non averci pensato e farmi desiderare di averlo scritto io. Penso sia questa la miglior qualità di un buon scrittore.

É un libro che racconta, senza perdere la voglia di sorridere anche di fronte al dolore, la vita di un giovane uomo, Cesare, in un percorso narrativo che lo accompagna dalla nascita fino alla soglia dell’età adulta, ciò che critici più colti e autorevoli di me definirebbero romanzo di formazione, ma è anche la storia di un altro protagonista, un alter ego, un amico immaginario di nome Merlino, che del mago da cui prende il nome conserva un pizzico di magia, pur essendo in realtà il pozzo che dà il titolo al romanzo.

Ci sono molti elementi che mi hanno fatto sentire a casa durante la lettura: l’ambientazione e l’epoca in cui si svolge la narrazione; la descrizione di una famiglia “normale” quanto ogni famiglia sa esserlo a modo suo, pur conservando le peculiarità e le piccole stranezze che ne rappresentano l’impronta digitale, il segno di riconoscimento che la rende unica e diversa da tutte le altre; gli amici, pochi e scelti con cautela, come farebbe ogni ragazzo piuttosto solo e parecchio timido; la piccola folla di personaggi che popolava anche i paesi più sperduti fino a qualche decennio fa, la pettegola, il prete, il macellaio, il medico e, perchè no, anche la mignotta. Su tutti spicca, indimenticabile, la figura della nonna, una donna a suo modo moderna e anticonformista che mi ha ricordato le figure femminili di Almodovar, una persona che celebra la vita con uno sberleffo al galateo, che perde il buonumore davanti a nuvole cupe ma lo riacquista traendo forza dal calore del sole, che guida il nipote con dolcezza, osservandolo crescere con l’amorevole distacco di chi non deve provvedere a nutrirlo, a sgridarlo o a correggerne i difetti, ma deve solo amarlo e aiutarlo ad assecondare i suoi sogni.

I sogni di Cesare, la scoperta di quale debba essere il suo posto nel mondo, la difficoltà nell’integrarsi in una società in rapida evoluzione, che sembra aver scordato le sue radici, sono un nodo fondamentale che il protagonista è chiamato a tentare di sciogliere. Mi è sembrata particolarmente significativa la scelta del nome del paese in cui Cesare abita, Inverno. Leggendo, mi risuonava dentro un verso del Riccardo III di Shakespeare «Ormai l’inverno del nostro scontento si è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole…», perchè l’inverno è gelo e sonno forzato della natura, è momento di pausa di riflessione, tempo in cui tutto diventa più lento e rigido, quasi immoto e immutabile, tempo di preparazione, di riposo che trattiene le forze in attesa del divenire, del verde tenero di foglie nuove. Questo succede a Cesare, così legato al suo Inverno da desiderare di non cambiare e di non veder cambiare la realtà che lo circonda, che teme il tempo delle foglie nuove e cerca di voltarsi verso il passato, quando tutto invece lo sospinge a cercare di creare il suo presente.

Anche l’acqua è altra protagonista di indiscussa importanza nel romanzo. L’acqua che è elemento materno, lunare e uterino, acqua che dà la vita e disseta, acqua che riempie un pozzo vuoto che nasce e cresce parallelamente alla vita di un bimbo di cui è amico, confidente e custode, acqua che sana le ferite ma anche pioggia, calda e delicata a coprire di una coltre umida i momenti di felicità e ancora crudele, gelida e battente di grandine a sottolineare un momento di grande dolore. Il cielo piange con Cesare nel momento dello sconforto, ma l’acqua cessa di cadere quando la felicità diventa così forte da dipingere il cielo di azzurro.

Potrei parlare ancora per molto tempo di tutto ciò che ho trovato nascosto tra le righe, ma in fondo il viaggio più bello che ognuno di noi può fare è quello che si intraprende da soli, magari a letto sotto le coperte, una luce tenue a illuminare il percorso e le pagine che si lasciano sfogliare una ad una, irresistibili come una manciata di zigulì.

Quindi non mi resta che augurarvi buon viaggio dentro questo libro, sono certa che non ne resterete delusi.

Quest’anno

​ https://youtu.be/iKsm2FKQdYw

[La versione dei Negrita mi piace molto di più, ma non ne ho trovata una decente]

Quest’anno, così difficile e complicato, mi ha portato via persone care e mi ha reso consapevole della precarietà dei nostri istanti; è stato pesantissimo eppure veloce, lento nel trascinarsi delle ore e leggero nello scorrere delle albe; così crudele con la musica mi ha fatto salutare con rimpianto i musicisti del cuore, mi ha costretto a riascoltare dischi dimenticati, a ritrovare ricordi sopiti; è stato ricco di vacanze improvvisate, di fotografie incredibili, di buon cibo e ottimo vino, insieme alle poche, indispensabili persone che posso dire mie.

Quest’anno è stato pieno di amicizie, di avatar che hanno preso vita, di volti aperti nei sorrisi, mani strette in abbracci, di incontri desiderati e progettati, di aspettative soddisfatte, di sorprese inaspettate; di mail, quante! di messaggi, di piccoli sorrisi quotidiani, di parole di affetto, di stima e comprensione, di offerte di ascolto e spalle cui appoggiarmi, che mi hanno riscaldato nei momenti tristi, di tanto amore che mi ha circondato e dissetato come una pianta vizza che chiede solo acqua.

Quest’anno  è stato pieno di libri, di parole lette e scritte, di racconti, di personaggi che hanno bussato alla mia testa, fatto cantare la mia immaginazione e fremere le mie dita, uomini tristi, donne pericolose, angeli tabagisti, gigantesse innamorate, giocolieri del fuoco e streghe buone, gente strana, forse un po’ sociopatica, ma che ci posso fare, i semi di una mela sbacata non potevano essere diversi.

Non lo butto via quest’anno, è stato tosto e indigesto, mi ha fatto piangere e sospirare, è stato madre severa e a volte ingiusta, ma mi ha portato anche tanta gioia e la bellezza delle piccole cose che davvero contano.

Auguri a tutti voi che avete saputo renderlo speciale e unico.

048

fonte: web

Questo racconto é per una persona che ci sta provando.

Oggi ho preso un giorno di ferie. Mi sono alzata molto presto, l’aria frizzante mi ha costretto a indossare la prima giacca pesante della stagione, e sono uscita che faceva ancora buio. 

In realtà una meravigliosa ora blu ha salutato il mio sguardo rivolto al cielo, una distesa stellata di cobalto.

Il tragitto in macchina è stato silenzioso. Sonno, stanchezza accumulata e nervosismo non hanno favorito grandi discorsi. In compenso, la natura ha cercato di addolcire il mutismo con un’alba spettacolare, che ha dispiegato un velo di colori pastello e lame di luce tanto nitida da fare male.

Cammino in un viale di querce, mi diverto a schiacciare sotto i tacchi le ghiande cadute, ancora verdi e tenere, che fanno un bel suono e rilasciano un profumo di bosco e vita tranquilla.

Se non fosse per il traffico che già intasa le strade, chiudendo gli occhi si potrebbe pensare di passeggiare per diletto.

Entriamo, c’è già molta gente che aspetta. Vedo volti pallidi, schiene curve, qualche donna con sciarpe o foulard, ma non hanno un volto mediorientale a giustificare il loro abbigliamento, si sentono numeri e sigle, 048, C01 e non sono certo i vincenti della lotteria; stupisce il silenzio rassegnato che aleggia, non c’è la solita corsa a prendere posto, il chi è l’ultimo, no guardi che toccava a me.

Ci sediamo, sedie scomode come da copione, e aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo.

Non si fa che attendere il proprio turno in questo limbo dalle pareti bianche, si aspetta di ricevere l’ostia di un ago in vena, di contare lo stillicidio di una goccia alla volta, come fosse il ticchettio di un orologio a cucù, si nutre con pudore la flebile speranza che ciò che sta entrando nel corpo sia cura e non dilazione nel pagamento dell’ultima rata.

Attende con rassegnazione mista a premura chi accompagna, le ore passano, le gambe si accavallano impazienti l’una sull’altra, le dita scorrono annoiate sui telefoni, accartocciano quotidiani già colmi di notizie esauste, sfogliano riviste ormai datate che mostrano bikini e incongrue abbronzature estive in copertina.

Qualche telefonata sommessa, siamo ancora qui, il medico non è arrivato, c’è molta gente stamattina, ho visto passare una ragazza molto giovane sulla barella.

Usciamo che è sera. Oggi era una splendida giornata di sole, il cielo terso si intravedeva molto bene tra le veneziane abbassate. Voltando la testa ad ammirare il panorama, le cuffie nelle orecchie per attutire il ronzio delle macchine, non si sarebbe detto di essere su un lettino ma su una poltrona di casa, con la coperta sulle ginocchia e il gatto acciambellato di fianco. Si torna a casa nella luce tenera del tramonto, stanchi, spaesati e con la sensazione di non aver né perso né guadagnato. Il resto arriverà un passo alla volta, i giorni buoni e quelli aggressivi, la nausea, il pianto, i capelli che se ne vanno, l’impotenza di chi accompagna, la speranza che si affievolisce, toccare gli oggetti come fossero nuovi, parlare alle persone come fossero importanti, guardare vecchie foto come fossero appena scattate, gettare il superfluo, accudire il necessario, ingannare il tempo per farlo durare il doppio o il triplo che non si sa mai, potrebbe essere agli sgoccioli o magari ancora no.

Anche questo è cercare di vivere.