incongrua bellezza

Savudrija – fonte web

Che spettacolo curioso mi aspetta
a portata di mano.
Solo il tempo di una pedalata
nel sole pigro di maggio.
Una distesa di mattoni e calce accoglie
chi gli arriva alle spalle,
ma lui guarda avanti
verso il blu d’acqua mischiata a un quarto di cielo
che gli occhi confondono
e gli specchi riflettono.
Un faro in mezzo a un prato
riposa nel caldo della controra,
all’ombra di un ciliegio carico,
porpora di frutti sfatti, illividiti da beccate ingorde.
Chi può immaginare la bellezza incongrua
della vista di un faro
lontano da scogli e spruzzi di sale.
Certo i gabbiani stridono, imperterriti,
e volteggiano
e derapano
e il mare è là sotto, a portata d’occhi.
Basta affacciarsi per vedere
uno spicchio di cobalto graffiato dal granito,
ma le onde che accarezzano i piedi
sono verdi di foglia nuova,
odorano non di alga salsa ma di fiori
e lucertole nuotano al posto dei pesci
in un ordine sovvertito che incanta.
Che spettacolo di bellezza incongrua
ammirare la maestà domestica di un faro
addormentato proprio lì,
nel verde di un prato.

Morcheeba – The sea

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Zigulìbri #5 – Bertoli

dal blog di Pina Bertoli https://ilmestieredileggereblog.com/

Una scrittura femminile ricca di dettagli, caratterizzazione dei personaggi ben sviluppata, lingua corposa senza essere ridondante che convince anche nei cambi di registro, trama che si dipana senza annoiare.
Queste sono alcune delle mie impressioni di lettura, chi mi conosce sa che difficilmente le considero recensioni, riguardo un libro letto con molto piacere.
L’autrice, Pina Bertoli, blogger che seguo da tempo e che ha saputo creare uno spazio raffinato, colmo di recensioni letterarie, artistiche e musicali da cui spesso ho attinto suggerimenti, ha da pochi giorni pubblicato il suo primo romanzo, Infondate ragioni per credere all’amore, grazie a un concorso letterario bandito dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.
Lucchese di nascita, ha scelto proprio la sua città per ambientarvi il racconto di una famiglia dell’alta borghesia a partire dagli anni ’50 fino all’inizio del nuovo millennio.
Il protagonista è Francesco, ultimogenito e figlio “imbecille” come lo definisce il padre, un ragazzo insicuro, forse debole e incapace di ribellarsi all’autorità e alle regole che la sua famiglia vuole per lui.
Francesco è un perdente che non vuole o non può decidere della sua vita, anzi spesso decide di non scegliere o lascia che sia il caso o le persone che lo circondano a scegliere per lui, anche quando si tratta di decisioni fondamentali quali vivere o lasciarsi morire. Potrebbe cambiare le cose ma alla fine non riesce e lascia che la sua vita si svolga così, senza cercare a tutti i costi il lieto fine.

Niente di quello che ti stava attorno sembrava dare più un senso alla tua vita, che forse mai ti è veramente appartenuta e che in molte occasioni sembrava sparire e poi tornare fuori per magia, come il coniglio nel cilindro dell’illusionista.

La narrazione è molto precisa e resa vivida dai dettagli che rimandano alle varie epoche, la Capannina, i cantanti in auge negli anni ’60, la moda, lo sbarco sulla luna, solo per citarne alcuni e la vicenda scorre senza intoppi, accompagnata da precisi rimandi storici che aiutano a definire il contesto.
In un’epoca in cui anche i reali hanno permesso il matrimonio fra ceti sociali differenti, pare impossibile pensare che solo una sessantina di anni fa il matrimonio con un’operaia fosse osteggiato fino alla messa al bando dalla famiglia.
Eppure è quello che succede a Francesco che, forse nell’unico sussulto di indipendenza, sceglie una donna molto differente dal suo status sociale.
Tanto lui è debole e rassegnato quanto la figura di Maria è forte e luminosa, donna concreta e positiva, incapace di arrendersi e fattiva artefice del suo destino.
I personaggi maschili del romanzo non fanno una gran figura, sono uomini deboli e sfiduciati o autoritari e dispotici o, in un caso particolare, meschini e vigliacchi, pronti a scappare per non prendersi la responsabilità di una figlia non voluta.
Di contro le figure femminili, Maria, la moglie di Francesco, ma anche Simonetta, il suo primo grande amore, e Diletta, la figlia, sono personaggi di grande forza e dolcezza, donne volitive e vincenti, che studiano e cercano una autodeterminazione che fino ad allora alla donna era stata preclusa.
Credo che in ognuna di queste donne ci sia davvero una sfaccettatura della personalità dell’autrice.
I temi trattati e il modo in cui la narrazione si svolge mi hanno ricordato lo stile di uno scrittore che amo molto, Richard Yates.
Proprio come Yates, Pina decide di raccontare il conformismo e la solitudine e lo fa senza provare compassione per i suoi personaggi. Non li tratta male ma non ne ha pietà, si limita a registrare con imparzialità le loro vite, lasciando a noi lettori il compito di decidere da che parte stare, provando a capire le ragioni manifeste o nascoste che condizionano le vite altrui.

Spesso mi sono accanita nel voler giudicare i comportamenti degli adulti con cui sono cresciuta: ora ho capito che giudicare serve a ben poco, meglio provare a capire.

È un libro che si fa leggere con piacere, l’ho finito in poche ore quasi senza accorgermi del tempo che passava, e lascia una traccia dolceamara che non guasta affatto, racconta con voce pacata di scelte, intraprese o scartate, di vita e morte, di amore e tradimento e di tutto ciò che si nasconde dietro una parola semplice eppure tanto complessa, famiglia. Come dice Yates: Non c’è altro di cui scrivere.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

pensieri in viaggio

Il silenzio della carrozza passeggeri di un treno pendolare qualunque, in un istante qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con la stessa costanza, mi accoglie senza garbo.

Facce assonnate da troppe notti in debito, i riflessi blu degli schermi danno alla pelle un color automa per nulla invitante. Nessuno incontra il mio sguardo.

Le parole, che prima si intrecciavano tra sconosciuti e conoscenti, non formano più una nuvola densa sopra le teste dei passeggeri, ora invece urlano il silenzio dentro timpani foderati da cuffiette. Guardo fuori dal finestrino.

I cavi, che sbucano da tasche e zaini, collegano al mondo di fuori per separarci dal mondo piccolo, quello degli occhi di fronte a noi che non sappiamo più vedere. Io osservo non vista.

Siamo solitudini su rotaia. Non mi sono mai sentita più sola.

Acacie in fiore fuori dai vetri, un’ape si appoggia ma il vento la strappa via, qualcuno ride in un’altra lingua che non comprendo e mi fa sentire lontana, diversa. La natura di maggio sa affascinare.

Una zanzara d’acciaio fende con fragore imbarazzante un cielo fitto di nuvole, indecise sul da farsi come molte esistenze. Il suono si abbatte come un martello sull’asfalto crepato.

Attendo che si apra il cancello e pregusto l’odore buono che mi accoglierà all’interno. L’attesa mi rende impaziente, ma devo abbassare le aspettative, perché il passaggio della felicità non mi colga distratta.

American idiot mi fa sperare che ci sia ancora spazio per dire no, non voglio essere un idiot qualunque, scelto nel mazzo tra i tanti che si snodano con eterna costanza.

I cancelli si aprono, entro in un mondo fatto di carta che sa essere più reale di tante esistenze. Il resto oggi sta fuori.

(scritto durante il viaggio, aspettando l’apertura del salone del libro)

sabato di relax @fotomia

La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.

A neve ferma

a neve ferma@fotomia

Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

malinconicake@fotomia

Zigulìbri #4 – Incardona

Questo libro è per chi sbaglia sempre l’ora di partenza e si trova in coda a guardare nelle altre macchine, per chi conserva in un libro la lettera d’amore di uno sconosciuto, per chi ama il profumo della pioggia in estate e per chi vorrebbe credere al destino ma si deve preoccupare di limitare i danni del futuro prossimo.

autostrade e tè alla menta@fotomia

A differenza di altri luoghi più integrati nel tessuto sociale delle città, l’autostrada è una dimensione di passaggio, un non-luogo immerso in una meta-realtà, un lungo corridoio di asfalto che percorriamo senza prestare attenzione all’ambiente circostante, ignari di ciò che succede a chi si trova a condividerne un tratto con noi e desiderosi solo di arrivare il prima possibile alla destinazione prescelta.

Tra il punto A e il punto B passa una retta che auspichiamo sia sempre la più breve e la più facile, ma questo noir, ambientato interamente in autostrada e nei luoghi di servizio per accedere ad essa, quelle stradine nascoste che solo i misteriosi addetti ai lavori conoscono, fa riflettere su quanto la realtà possa essere diversa da ciò che presumiamo e da come una vita, apparentemente “normale”, possa perdere ogni punto di riferimento nello scorrere di un istante, in quell’attimo di distrazione sufficiente a far crollare il castello delle proprie certezze.

Il libro non è suddiviso in capitoli ma in movimenti, proprio come le parti che compongono un’opera sinfonica ed è molto musicale il ritmo della sua prosa, dove brani più lunghi e articolati, con frasi di grande ampiezza, si alternano a un

ritmo

più spezzato

e

sincopato

come se

la brusca

variazione

fosse un segnale:

 

rallenta

e

presta attenzione a dove stai andando.

Il titolo italiano, La metà del diavolo, benché calzante e spiegato nelle ultime pagine del romanzo, non rende fino in fondo l’idea di quello originale, ricalcato su un avviso affisso in prossimità dei cantieri autostradali francesi, Derrière le panneaux, il ya des hommes, dietro i cartelli ci sono degli uomini, uomini che lavorano, che vivono, che soffrono, che possono essere uccisi dalla velocità, da un messaggio sul cellulare, da un colpo di sonno, da un altro uomo, che a sua volta uccide perché ne sente il bisogno.

La trama è apparentemente semplice, un serial killer, bambine scomparse e mai più ritrovate, un padre che ha rinunciato alla sua vita, al suo essere un essere umano per il desiderio di vendetta, una madre che aspetta la notizia che la farà tornare a vivere o le permetterà finalmente di morire. Su tutto questo aleggia la sensazione di attesa e di caccia, il lavoro paziente del cacciatore che raccoglie indizi e circonda il predatore diventato preda, e il caldo, l’ondata di canicola atroce e implacabile di un 15 agosto qualsiasi, un calore descritto in modo quasi antropomorfo, che si sente appiccicato alle parole, che trasuda dalle pagine.

Ci sono gli archetipi della tragedia greca in questo dipanarsi delle ore e dei giorni, pochi, ridotti all’essenziale, perché il piano di Allarme Rapimento è molto chiaro, il 44% dei bambini rapiti viene ucciso entro la prima ora, il 91% nelle prime ventiquatt’ore. Pierre, il padre, l’eroe tragico, Orfeo che entra negli inferi per tentare di ritrovare non il corpo della sua bambina, ma almeno il significato della sua morte e della sua esistenza; Ingrid, la madre, una Clitemnestra, una Medea che attende di consumare la vendetta e cerca di distruggere se stessa e la sua colpa, quella di aver partorito, di aver generato una vita che è andata perduta; Pascal, il mostro, il demone che agisce nell’ombra, colui che porta dentro di se il Male, chiuso nella sua testa dietro una cerniera tatuata sul cranio.

Intorno ai personaggi essenziali si muove un coro fatto di poliziotti che seguono il protocollo senza vedere la rete di connessioni nascoste, l’uomo che raccoglie le cose perdute, il custode della memoria di vite comuni che passano via veloci, Lola la puttana gentile, ragazzo-ragazza dal cuore grande, donna senza esserlo veramente e per questo più umana di chi la considera solo un buco in cui sfogarsi, la vecchia Tía Sonora, la veggente dell’autostrada, una moderna Cassandra che vede il futuro e consola la disperazione leggendo le linee della mano.

Dopo averlo letto, a me è successo, vi capiterà di salutare meno distrattamente il casellante, di passare davanti a un autogrill e pensare che no, non è solo un luogo dove fare pipì o bere un caffè. Dentro quel mostro di acciaio e consumismo a buon mercato il ya des hommes.

Tía Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.

Tía Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. la bugia è sogno.

Tía Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.

La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.

Un retrogusto d’infelicità, lunghi respiri profondi per non vomitare. Rifletti: perché la nausea è essenzialmente femminile? Gli uomini non hanno la nausea. Oppure ce l’hanno per un istante e poi vomitano. Le donne, invece, la trattengono nel ventre, fanno di un malessere una percezione.

E di una percezione, un concetto.

Il mondo è femmina.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.

Zigulìbri #3 – Gospodinov

fonte: web

Tempo fa ho trascorso alcune ore piacevoli in una libreria, in compagnia di un istrionico e vulcanico libraio con cui ho chiacchierato di libri e passioni, di lavoro e rispetto, di integrità e ideali. Il bottino, assai cospicuo, di quella spedizione riposa tranquillo in uno scaffale e piano piano la pila dei volumi intonsi si assottiglia. Tra questi mi sta attendendo con pazienza la Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. In realtà ci stiamo corteggiando già da qualche tempo, mi capita di accarezzarne la costa, lo apro a caso, aspiro l’odore della carta nuova e leggo qualche frase. So che tra noi scoppierà una grande passione, ma non è ancora arrivato il momento giusto e, fedele al motto che non siamo noi a cercare i libri ma loro a trovarci, sto aspettando di vedere quando verrà a prendermi per mano.

Comunque, la scorsa settimana sono passata per caso, se sarà stato davvero il caso, davanti a una delle mie librerie preferite (il mio sogno proibito in realtà). Visto che non ci dev’essere un motivo preciso per entrare in libreria ma è sempre giusto farlo, sono entrata a curiosare e in pochi minuti ho trovato ciò che non stavo cercando e l’ho portato via con me.

Romanzo naturale è un piccolo libro pieno di fascino e stramberie, è una storia che diventa mille altre storie, alcune nascono e finiscono nello spazio di poche frasi, altre continuano a crescere come un rumore di fondo, ma è anche un continuo andare a capo, un romanzo di soli inizi. È un amarcord, con le sue liste di ricordi nostalgici dell’infanzia fatti di piccoli oggetti da niente, un gioco di incastri e rimandi, un labirinto di specchi in cui le trame si duplicano, riflettendosi, e ogni parola è la porta che apre a riflessioni e digressioni che, dietro un’apparenza svagata come volo di mosche ubriache, descrive l’impossibilità di accettare la fine di un matrimonio e l’incapacità di raccontare il fallimento della propria storia, tentando invece di parlare d’altro, dalla filosofia del gabinetto al giardinaggio, per continuare a ignorare l’elefante nella stanza.

Romanzo naturale è tutto tranne un racconto con una trama ben definita anzi, a ben guardare, non c’è un vero inizio e neppure una fine. Credo si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere a ritroso partendo dall’ultimo capitolo e sarebbe comunque un’esperienza affascinante, a patto di riuscire a sovvertire l’ordine naturale in caos e a lasciarsi trascinare dal suo ritmo onirico.

Ho definito la sua narrazione come il volteggiare di una mosca ubriaca e questo è uno dei temi più centrali e divertenti del romanzo. Vi siete mai fermati a osservare il volo di una mosca in un pomeriggio caldo? Ecco che ronza fastidiosa a pochi centimetri dall’orecchio, poi si allontana pigramente a destra, improvvisamente una brusca virata a sinistra, una corsetta sul vetro caldo della finestra e infine un momento di sosta, con le zampe che si strofinano l’una contro l’altra. Il ritmo è esattamente questo, non un saltare di palo in frasca, piuttosto un vagare per i percorsi tortuosi dell’inconscio, scomponendo la realtà in mille minuscole tessere, come farebbero gli ocelli sfaccettati di una mosca.

In ogni istante a questo mondo c’è una lunga fila di gente che piange e una più corta di gente che ride. Ma anche una terza fila, che non piange più e non ride più. La più triste delle tre. É di questa che voglio parlare.

…..

Oggi è un anno dal divorzio con Ema.
Non ho ancora portato via da casa sua alcuni sogni e qualche altra cosuccia. I sogni sono come i gatti, si disabituano per ultimi alla vecchia casa.

…..

A volte i libri ci fanno strani scherzi…… Ancora una volta mi convinsi che non siamo noi a servirci dei testi, ma siamo al punto che sono loro a prendersi gioco di noi. A nascondersi quando le cerchiamo e a saltarci agli occhi solo quando lo decidono loro.

…..

Le cose belle succedono sempre l’ultima sera. Io e Carla siamo in camera, all’alba, abbiamo camminato tutta la notte in riva all’Adriatico. Parliamo di tutto, me la cavo abbastanza bene con la lingua. Capiamo di aver letto gli stessi libri e lo attribuiamo a una coincidenza mistica. Stiamo in silenzio. Racconto, cercando a lungo le parole, di una tradizione Tao detta “Bere una tazza di tè senza la tazza del tè”, nel nostro caso parlarsi senza parlarsi. Avrei voluto dire “baciarsi senza baciarsi”. Sapevo che non si saremmo mai più rivisti. Anche lei lo sapeva. Un destino simile ti spinge a vivere tutto il rapporto in poche ore.
Sì, so cosa vi tormenta: non l’abbiamo fatto. Nemmeno una volta. Non ce n’era bisogno.

Potrei ancora citare brani su brani che ho adorato, ma non sarebbe giusto. È bello che ognuno abbia la possibilità di scoprire le proprie citazioni preferite; saranno sicuramente loro a balzare agli occhi, se decideranno che è il momento o la persona giusta.

É un libro divertente e insolito, ma è anche un trattato di nostalgia e un autore che riesce ad affascinare, parlando di nostalgia e malinconia, non può non entrare a far parte del mio personale Olimpo letterario. Vi dico solo che tra le sue pagine c’è la frase che utilizzerei come citazione di apertura, se mai dovessi scrivere un libro mio. Credo che questo già possa bastarmi.

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Da zigulì a zigulìbri. Ci sono libri che si fanno leggere solo così, a perdifiato e perdisonno, una pagina tira l’altra e non conta se la stanchezza avvolge le spalle con la pesantezza di un macigno, se le ore passano veloci e gli occhi si chiudono. Nonostante la vocina del buonsenso strepiti per ricordare che l’ora della sveglia è sempre più vicina, nella testa risuona solo la stessa frase: ancora una pagina, una sola, dai, l’ultima e poi basta. Questi sono i miei libri perdifiato e perdisonno, gli Zigulìbri appunto, alla mia maniera poco ortodossa e sincera.