Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Da qui non si vede il fiume

L’eco dei tuoi passi nelle stanze della memoria non si è ancora spento.

Quella notte di noi è un disco che gira senza fine sul piatto, è un film che proietto e riavvio con puntiglio, benché l’usura del tempo stia già arrochendo i suoni e smussando i contorni del ricordo.

Forse le ombre dei nostri corpi si sono staccate da noi e sono ancora là, avvolte in un abbraccio di seta in quella stanza con vista sui tetti.

“Da qui non si vede il fiume – pensavo quella notte di fine maggio – ma lo posso immaginare scorrere via, lontano da me” mentre, a braccia incrociate sul davanzale, fissavo il manto di gelsomini di un terrazzo dirimpetto e raccoglievo il coraggio per quel primo passo nelle tue braccia, addomesticando la paura con l’odore di desiderio che emanava la tua pelle sconosciuta.

“Di che hai paura” mi chiedevi.

“Di te” rispondevo e mi guardavi con aria offesa perché non volevi farmi del male, solo amarmi a modo tuo, in quella maniera astratta e indifferente, così lontana dalla minuta noia del quotidiano che io ti domandavo, elargendomi un amore perfetto ma senza amicizia, in cui mi sarei sempre sentita imperfetta.

Eppure, ho permesso alle tue dita di segnare il percorso delle mie vene, dai palmi delle mani fino al collo mi hai impastato la pelle creandomi nuova, hai mandato a memoria i miei contorni come un cieco voglioso, con la lingua hai ridisegnato i tratti del mio viso, i lobi morbidi, le labbra dischiuse, gli occhi serrati stretti per non affrontare la paura di perdere la testa.

Il mio cuore invece, quello stupido codardo, si è arreso subito, scivolando via in silenzio, e si è arrotolato sotto il pavimento, cercando riparo dai dubbi e dalle note false che sentivo nell’aria intorno a noi, pronto a dirigere un concerto, il nostro, di tamburi nel petto, di braccia e mani intrecciate, di gambe e ventri applaudenti, di respiri e gemiti soffocati.

Dopo, sono rimasta a lungo con gli occhi aperti, fissi su uno spicchio di cielo incorniciato dai tetti, mentre le tue mani, stanche ma non ancora sazie, mi afferravano i capelli tirando una ciocca dopo l’altra, con gentilezza, quasi volessi allontanare da me quel poco di ragione che mi era rimasta.

Ho interrogato le tante stelle che si ostinavano a rimanere aggrappate al cielo buio, come una bimba avrebbe sfogliato una margherita cantilenando il suo m’ama-non mente, non m’ama-mente, ma loro hanno opposto un silenzio indifferente di stagnola lucente.

Ho tacitato la nota stonata che vibrava nel ventre, mi sono fatta sorda e cieca alle bugie, nell’illusione che un appetito di conquista potesse prendere non solo le sembianze ma anche la sostanza dell’amore.

Per questo ai tuoi ti amo ho risposto ti voglio, ho ripagato le tue menzogne con altre menzogne, le mie, che negavo a parole di amarti, mentre ti offrivo tutto ciò che avevo senza assicurarmi che lo volessi davvero.

Ho riempito il piatto di chi era già sazio e ho lasciato che il mio dono andasse sprecato. Ora il silenzio che abbraccia i miei passi nelle stanze della memoria è più accogliente di molte delle tue parole che, strette e nere, ancora mi avvolgono mente e cuore.

Skunk Anansie – I Believed in You

Dicono che un buon esercizio per ritrovare la voglia di scrivere sia provare a dare voce alle sensazioni che un’immagine o una musica ci comunicano, almeno questo è ciò che ho tentato di fare con l’acquerello di Tina Maria Elena.

solo pensieri stanchi

hello, it’s me

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole… Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni. (Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino)

La mia fantasia è inceppata: ho bisogno di un piccolo dispiacere. (Leo Longanesi)

Mia carissima A,
sono passati molti giorni da quando ho avuto un momento per me.
L’ultimo scampolo di inverno freddo si è arreso al dominio del sole e i biancospini sono fioriti in nuvole bianche dal profumo di miele.
Il vento è diventato gentile, non aggredisce più il volto accanendosi sugli angoli della bocca, accarezza le spalle come un amico e accompagna il mio respiro.
Persino la pioggia è meno arrogante, anzi dopo la sua venuta il cielo si fa limpido, i colori più reali.
Sembra tutto così bello e tenero da lasciare senza fiato ma, tu lo sai bene, io non mi fido.
La dolcezza più disarmante è in grado di nascondere insidiose lische di pesce dietro la sua morbida apparenza, quindi continuo a indossare vestiti pesanti e colori scuri, mi avvolgo in una coperta morbida nella penombra fredda della casa e aspetto che la primavera getti sul piatto la sua posta e scopra le carte. Per ora attendo, a braccia conserte, di vedere se mente.
Mi chiedi spesso come sto ed io non so rispondere alla tua domanda se non con il mio silenzio.
Mi sento bersagliata da embrioni di storie, pensieri e abbozzi di frasi che mi sorprendono nei momenti di calma, sulla soglia del sonno, nella trance indotta dai gesti automatici ripetuti soprappensiero.
In quegli attimi è come se dal soffitto iniziassero a piovere gocce di acqua e dovessi raccogliere quello stillicidio in fretta e furia, con mezzi di fortuna, prima che l’arredamento si rovini o l’acqua evapori, lasciando di sè solo una piccola chiazza umida.
Altre volte le storie mi entrano in testa come semi portati da un soffio di vento, si piantano sotto pelle e dormono in attesa che il terreno diventi fertile. Poi basta davvero poco, un sorriso, un raggio di sole, una mezza frase captata per sbaglio, una goccia di pioggia o una lacrima amara che inumidisca il terreno ed ecco che il germoglio si risveglia, le piccole cotiledoni bucano la superficie e qualcosa che prima non c’era inizia a sbocciare.
Certi giorni invece mi sento sazia delle mie parole ancor prima di averle pronunciate, vedo le cose come attraverso un vetro, ne colgo il significato ma non riesco a dargli forma. Tutto scivola via come acqua tra le dita e non rimane che una traccia fastidiosa e l’insoddisfazione di non aver saputo agire.
É difficile anche ora trovare le parole per descrivere cosa provo, ho la testa piena solo di questo, pensieri stanchi che affaticano ogni minuto. Ho guardato dentro la mia ombra, la parte più autentica di me, cercando di riafferrare ciò che ho perso. Senza successo.
Ho tentato di affastellare parole, come biada nutriente per un cavallo stanco di correre. Invano.
Se te lo stai chiedendo, sì, sono stata ancora una volta il cavallo più scadente del branco, quello che aspetta che il dolore penetri fin dentro il midollo per imparare la lezione.
Il corpo capisce il malessere prima che la mente l’abbia realizzato, la mia schiena ha fermato l’andare svogliato di muscoli assuefatti, un piccolo dispiacere, un’oncia di fantasia da sacrificare per ritrovare la voglia di scrivere ciò che vedo, di dipingere ciò che penso, di immaginare ciò che sogno.
Difficile, forse impossibile.
Se e quando il vento cambierà nessuno può saperlo, non certo io, che mi ritrovo a tenere insieme pezzi grandi e schegge taglienti con mani piccole e dita sottili.
Il tempo deve fare il suo lavoro di cartavetrata, il grumo che blocca lo sterno deve ammorbidire la sua fibra quel tanto che basta per essere ingoiato agevolmente, come un rospo viscido di bava fredda.
Ho qualche buco di troppo da rattoppare, ora dai fori filtra una brezza gelida che intorpidisce i pensieri dolci e congela l’inchiostro prima che le parole trovino luce.
Mi sono avventurata sulle montagne russe senza un antiemetico, ho solo un emostatico per calmare il bruciore di dita erose fino alla carne.
Le unghie non ci sono più da tempo e neppure la vergogna di dover mostrare le mani  può fare il miracolo. Non è più il momento di credere alle favole nè ai buoni propositi.
Fuori c’è troppa luce, tutto fa male agli occhi e alla testa. Anche la mia ombra è scappata altrove.
Metto un panno sulle vetrate, come su una gabbia di canarini, chiudo gli occhi e dormo nel buio artificiale.
Perdonerai questi pensieri stanchi, mia carissima, tu che comprendi le fragilità dell’ombra che fa capolino dietro le mie parole e sai che parole meno amare torneranno.

Accanto al fuoco – xi

A nessuno tranne me Sjor aveva permesso di guardare oltre la facciata di spavalderia e buonumore che mostrava al mondo, facendomi diventare l’unico custode del suo tormentato passato.
Il suo potere si era manifestato molto presto, prima di quanto succedeva di solito a noi albini.
I suoi genitori, terrorizzati da quel figlio dai capelli lunari che li avrebbe condannati alla miseria e al rifiuto da parte della comunità, avevano tentato di affogarlo nel fiume quando aveva solo pochi anni.
L’elemento di Sjor, l’acqua, lo aveva accolto e protetto, lo shock aveva attivato improvvisamente il potere aprendo le sue branchie per permettergli di respirare e palmando le dita delle mani. Così Sjor, divincolatosi dalla stretta del padre, aveva nuotato sott’acqua seguendo il corso del fiume fino ad arrivare nei bassifondi della Città, dove era stato soccorso e aiutato da uomini buoni e pietosi come il nostro amato Isern ed era crescito libero e selvaggio.
Questo mi confidò una notte accanto al fuoco. Il suo volto sofferente e vulnerabile, inondato di lacrime al ricordo delle braccia del padre che lo tenevano sott’acqua, il dolore insanabile per lo sguardo indifferente della madre che lo guardava morire, lo resero mio fratello per sempre, al di là di ogni possibile legame di sangue.
Oltre a dominarla nei suoi diversi stati, Sjor era in grado di concentrare le singole molecole di acqua presenti nell’aria e di sfruttarne il potere di condurre elettricità. Isern gli aveva costruito un bastone da rabdomante che faceva ronzare vorticosamente tra le dita prima di colpire i nemici, fulminandoli sul posto con potenti scosse elettriche.
Durante gli anni del Circo avrebbe aggiunto alle sue armi una formidabile rivoltella dal calcio intarsiato di madreperla, un cimelio sottratto alla teca di uno dei musei ormai abbandonati della parte più antica della Città.
Quando un getto di acqua gelida in faccia mi riporta al presente, è proprio la rivoltella di Sjor, abbandonata su una sedia vicino a me, a ricordarmi cosa è successo poco fa nel vicolo.
Sbatto gli occhi cercando di emergere dalla nebbia torpida che mi avvolge le membra, mi asciugo il volto fradicio imprecando a mezza voce e finalmente riesco a mettere a fuoco la scena.
Sono riverso su un malandato divano nella cucina di Bhumi, vicino alla stufa che emana un calore confortante. Le mie mani sono fasciate da bende macchiate di sangue e la testa sembra essere sul punto di spaccarsi come un melone maturo.
Seduto scomposto su una sedia Sjor si divincola borbottando, mentre Bhumi cerca di medicargli il braccio con un tampone impregnato di un liquido dall’odore pungente.
«A quanto pare non hai perso il tuo maledetto vizio di giocare con l’acqua».
Con queste gelide parole mi rivolgo a Sjor che fa spallucce e accenna un mezzo sorriso.
«Stavi dormendo beato come un angioletto e non ho resistito».
«Smettila di provocarlo e tieni fermo questo».
Bhumi preme più forte il tampone sulla ferita di Sjor con uno sguardo severo che gli strappa un lamento, prima di avvicinarsi a me.
Mi accarezza la fronte, controlla lo stato delle mie pupille e sistema le fasciature.
Osservo il suo volto dolce e concentrato, la ruga verticale che le incide sempre la fronte quando è preoccupata, i piccoli spasmi di sofferenza che le percorrono le labbra. E’ pallida, ha perso molto sangue nella battaglia che abbiamo affrontato, è stata ferita al braccio e alla gamba ma, come al solito, continua ad occuparsi di noi, a cercare di proteggerci da noi stessi e dal rancore che ci ha diviso.
Le stringo una mano, le rivolgo una domanda muta, scuote la testa, gli occhi pieni di lacrime trattenute, e accenna un sorriso sbilenco, poi ci volta le spalle, apre la credenza delle erbe e inizia a trafficare con tazze e acqua bollente, nel tentativo di trovare un rimedio che ci faccia recuperare rapidamente le forze.
Ci lascia a guardarci negli occhi in un silenzio imbarazzato. Sembriamo gatti diffidenti che calcolano la mossa dell’avversario.
«Eri a Sud per organizzare la Resistenza degli uomini del fiume. Perchè sei tornato così presto?».
«Abbiamo subito perdite tremende. Molti uomini sono morti e alcuni dei ragazzi più giovani sono stati rapiti e privati del loro potere. Qualcuno si è salvato ma sono povere larve senza più memoria. Di molti non si è trovato che il corpo privo di vita. Siamo in pochi ormai, il Circo è stato quasi decimato, la Resistenza indebolita dai continui assalti degli Oscuri che sono sempre più potenti».
Guardo Sjor con occhi vitrei, le spalle di Bhumi tremano mentre singhiozza piano.
Chino il capo, mi passo le mani tra i capelli stringendoli forte, come se il dolore che mi sto infliggendo possa cancellare ciò che ho appena udito.
«Allora è davvero finita. Tutto è perduto, tutto è stato vano. Loro sono morti inutilmente».
Lynx accucciata ai miei piedi ringhia piano e sbatte la coda guardinga quando la sedia si rovescia con fracasso e Sjor balza in piedi, il viso stravolto, i pugni che si aprono e si chiudono con furia.
«Quando finirà questa tortura, Pyros? Quando smetterai di condannarmi ancora, ancora e ancora? Credi che io non soffra almeno quanto te? Credi che per me Isern non fosse importante? Che non lo amassi come un padre? Pensi che non darei la mia vita anche in questo momento se servisse a riportare indietro Aïle?».
Un rumore di vetri infranti mi fa sussultare, il vassoio cade a terra e mi schizza la guancia di liquido caldo, mi volto a guardare Bhumi, immobile, con le mani premute sulla bocca nel tentativo di non gridare e sento che la rabbia sta facendo scorrere un fiume di lava dentro le mie vene, sento il fuoco che divampa mentre mi alzo in piedi e urlo tutto il mio dolore contro mio fratello.
«NON OSARE MAI PIÙ PRONUNCIARE IL SUO NOME».
Il cuore martella senza tregua, non riesco a dominare il potere, l’aria diventa secca e inizia a ronzare, chiudo gli occhi e lascio che il fuoco si impadronisca di me.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Disintossicazione

fonte: web

Qualche giorno fa sono andata in farmacia. Niente di speciale, un favore che mi avevano chiesto, comperare una scatola di fermenti lattici e qualcosa a base di erbe per digerire.

Entro un po’ a disagio, non conosco l’ambiente perché non sono cliente, il din don varcata la soglia mi infastidisce, richiama attenzione su di me e sono già di fretta, ho un appuntamento e nessun desiderio di fare tardi.

Mi avvicino al banco, c’è un farmacista anziano e vecchio stile, porta giacca e cravatta sotto il camice e si muove con gesti ampollosi. Un buongiorno conciso da parte mia e la richiesta precisa e stringata di ciò che mi occorre sono tutto ciò che sono disposta a concedergli.

Mi guarda di traverso, è abituato a gente indecisa, che chiede consiglio e si fa guidare nella scelta, forse la mia sicurezza lo infastidisce o lo destabilizza.

Anziché gettare banalmente le mie due scatolette in un sacchetto, si attarda ad avvolgerle in un foglio di carta ornato da piccoli caducei verdi. Chiude con attenzione gli angoli del pacchetto con un pezzetto di nastro adesivo e lo rigira tra le mani, incurante della mia ben evidente premura.

Si attarda in inutili istruzioni sulla posologia, mi decanta l’importanza di mangiare e digerire bene, altrimenti il corpo si inquina e soffre, di eliminare le tossine, di tenere in ordine le tubature e gli scarichi.

Rispondo con un sorrisetto ambiguo, un cenno di capo e un mormorio intraducibile, poi apro il portafoglio e attendo di sapere quanto devo per la sua encomiabile prestazione non richiesta.

Sospira rassegnato, posso quasi sentire i suoi pensieri, perle ai porci signora mia, mi creda, e prende i soldi che ho pronti in mano.

Nel porgermi controvoglia il resto spara la sua ultima cartuccia «Ha mai provato la disintossicazione emozionale? Mi piacerebbe parlarne con lei se ha qualche minuto. Le potrebbe essere utile».

Resto per un istante perplessa, penso che stia scherzando e accenno un sorriso che si spegne di fronte al suo sguardo, serio come se mi stesse fornendo la cura per il cancro. Per fortuna vengo salvata dal mio orologio; il tempo scorre, il mio appuntamento è imminente e non mi resta che andare via in fretta.

Cammino perplessa, rifletto sulle sue parole e mi arrabbio con me stessa per non aver saputo rispondere a tono.

Io non voglio disintossicarmi dalle emozioni, voglio buttarmici dentro, affondare i denti con avidità e mordere la polpa, anche se è così acerba da allappare la mia bocca o marcia al punto da disgustarmi. Voglio essere bulimica, ingorda fino a sentire le emozioni scorrere sotto pelle come una droga, l’unica che rende vivi.

Non è dalle emozioni che dobbiamo disintossicarci fino a smettere di sentire, di vedere ciò che ci circonda per com’è anziché per come vogliono farcelo vedere, non è di automi anaffettivi che questo mondo ha bisogno. Invece di disintossicarci, rincorrendo un’inutile anestesia emotiva come il nirvana, cerchiamo di imparare a usare meglio le correnti che ci attraversano, se in emo-zioni risuona la parola αἷμα, sangue, vuol dire che da loro dipende il nostro essere persone vive e non zombie dissanguati.

Non sono le emozioni ad essere pericolose, ma l’uso che si fa di esse, la manipolazione fatta di parole che illudono e ingannano, plagiano e feriscono come sassate, trasformandoci in bombe a orologeria pronte a esplodere.

Le emozioni sono parte di me, anzi sono la vera me e preferisco restare intossicata e sincera, mio signor farmacista, piuttosto che arida e pulita. Non ho tempo per te, mi dispiace, ho una vita imperfetta da cercare di vivere, in preda alle mie emozioni, belle e brutte che siano. Vorrei tornare per dirti queste parole ma so che non capiresti, ormai sei troppo disintossicato ed è un vero peccato, per te.

Alla ricerca del Trono di Fuoco – Cronache dal regno di Zahel

Le collaborazioni e la scrittura collettiva sono uno dei piaceri che ho imparato ad apprezzare qui su Wp.
Se poi le controparti sono persone di talento e piacevoli come Zeus e Red, allora l’intesa è davvero perfetta.
Non è la prima volta che scrivo per loro, incastrandomi nelle loro storie, e ogni volta è sperimentazione e divertimento allo stato puro.
Grazie amici miei, è bellissimo poter scrivere con voi.

Music For Travelers

Sono sinceramente sbalordito. Ho iniziato questa storia, Alla ricerca del Trono di Fuoco, come puro passatempo e divertimento (e sfida personale) e, post dopo post, è diventata un’avventura che ha coinvolto prima il grande redbavon e, adesso con questo stupendo racconto, anche La Mela sBacata. Ebbene sì, care lettrici e cari lettori, apro la mia divina mail e trovo questo racconto di Mela e che faccio, lo lascio via?
Neanche per idea!!!!
Perciò leggete tutti e incoraggiatela a scrivere il seguito!
Ps: io vi prometto che continuo con la storia principale nei prossimi giorni (spero).

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Se qualcuno, facendosi largo attraverso le impronte di mani, condensa e unto che costellavano il vetro, avesse volto lo sguardo verso la finestra e si fosse soffermato a guardare con attenzione, avrebbe visto una gazza dal lucido piumaggio nero-blu screziato di bianco passeggiare sul davanzale, apparentemente intenta a becchettare la cornice di legno…

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Il buono che c’è

Gli amanti – L’abbraccio Egon Schiele

Il buono di te e me sta nella curva calda dei nostri corpi abbracciati nel sonno, nell’incastro perfetto di cosce e glutei, nel gioco di teste che si appoggiano e di spalle che si sorreggono a vicenda.

Il buono di te e me risiede negli sguardi che ci scambiamo, nella memoria dietro occhi che si guardano come allora, in quel primo sguardo perfetto, lontano ma ancora così vicino, come se gli anni non fossero passati uno dopo l’altro, sfogliati come petali di margherite, ma si fossero solo ripiegati a soffietto, per occupare meno spazio, per prendere meno polvere, per tenere più al sicuro i ricordi che contengono.

Il buono di te e me si trova nei nostri gusti complementari, nella mia pigrizia e nella tua vitalità, nella mia armonia del canto e nel tuo stonare le note, nel dolce del miele e nell’aspro dell’aceto con cui condiamo la vita in pietanze agrodolci che gustiamo soddisfatti.

Il buono di te e me sono le mie mani che intrecciano le tue al buio, sono odori che si fondono in note di cuore, sono il conforto delle nostre pelli che sfidano il tempo perdendo la battaglia a viso aperto, sono i nostri corpi che annullano la gravità in un abbraccio che niente sbandiera e tutto dimostra in silenzio.

Il buono di te e me non si può ridurre a una sola parola, è camminare in equilibrio sul filo del vivere con i polpastrelli che si sfiorano per non cadere, è dolore nella distanza che opprime lo spazio come un arto fantasma, è fusione nella vicinanza in un nucleo in cui respiro e vita sono sincroni, in cui siamo uniti e mai separati, siamo distanti e mai lontani.

Il buono di te e me siamo io e te.