Soffio

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Profumo di tiglio in fiore, mi stordisce, respiro grandi boccate, riempio i polmoni di aroma prezioso, ne avverto la presenza, solida, onde compatte accarezzano i sensi, dispettoso, sfuggente, trasportato da refoli d’aria, a distanza, gira la testa, ronza come un’ape ingorda di nettare, mi guardo intorno, cerco l’albero incriminato, sorgente di tale splendore, afferro un ramo di fiori, minuscoli, fragili e gialli, insignificanti, gravidi di essenza, li stropiccio tra le mani, cadono, danzano, ne ammiro il volteggio nell’aria, governato da piccole ali di verde, annuso dita sapide di dolcezza, aroma potente, da far emergere ciò che è stato dimenticato, da far ubriacare da sobrii e sognare da svegli, torno indietro, riavvolgo gli istanti, mi siedo, terra fresca, gambe incrociate, una formica sulle mani, vene bluastre delicate, percorro una strada sconosciuta, sentieri intricati della memoria, l’ombrello dei rami mi copre, madre affettuosa, tronco ruvido sulle scapole, padre severo, insetti suonano melodie, ninnananna bimba mia, chiudo gli occhi, inspiro pace, espiro silenzio.
Soffio.

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Zigulìbri #3

fonte: web

Tempo fa ho trascorso alcune ore piacevoli in una libreria, in compagnia di un istrionico e vulcanico libraio con cui ho chiacchierato di libri e passioni, di lavoro e rispetto, di integrità e ideali. Il bottino, assai cospicuo, di quella spedizione riposa tranquillo in uno scaffale e piano piano la pila dei volumi intonsi si assottiglia. Tra questi mi sta attendendo con pazienza la Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. In realtà ci stiamo corteggiando già da qualche tempo, mi capita di accarezzarne la costa, lo apro a caso, aspiro l’odore della carta nuova e leggo qualche frase. So che tra noi scoppierà una grande passione, ma non è ancora arrivato il momento giusto e, fedele al motto che non siamo noi a cercare i libri ma loro a trovarci, sto aspettando di vedere quando verrà a prendermi per mano.

Comunque, la scorsa settimana sono passata per caso, se sarà stato davvero il caso, davanti a una delle mie librerie preferite (il mio sogno proibito in realtà). Visto che non ci dev’essere un motivo preciso per entrare in libreria ma è sempre giusto farlo, sono entrata a curiosare e in pochi minuti ho trovato ciò che non stavo cercando e l’ho portato via con me.

Romanzo naturale è un piccolo libro pieno di fascino e stramberie, è una storia che diventa mille altre storie, alcune nascono e finiscono nello spazio di poche frasi, altre continuano a crescere come un rumore di fondo, ma è anche un continuo andare a capo, un romanzo di soli inizi. È un amarcord, con le sue liste di ricordi nostalgici dell’infanzia fatti di piccoli oggetti da niente, un gioco di incastri e rimandi, un labirinto di specchi in cui le trame si duplicano, riflettendosi, e ogni parola è la porta che apre a riflessioni e digressioni che, dietro un’apparenza svagata come volo di mosche ubriache, descrive l’impossibilità di accettare la fine di un matrimonio e l’incapacità di raccontare il fallimento della propria storia, tentando invece di parlare d’altro, dalla filosofia del gabinetto al giardinaggio, per continuare a ignorare l’elefante nella stanza.

Romanzo naturale è tutto tranne un racconto con una trama ben definita anzi, a ben guardare, non c’è un vero inizio e neppure una fine. Credo si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere a ritroso partendo dall’ultimo capitolo e sarebbe comunque un’esperienza affascinante, a patto di riuscire a sovvertire l’ordine naturale in caos e a lasciarsi trascinare dal suo ritmo onirico.

Ho definito la sua narrazione come il volteggiare di una mosca ubriaca e questo è uno dei temi più centrali e divertenti del romanzo. Vi siete mai fermati a osservare il volo di una mosca in un pomeriggio caldo? Ecco che ronza fastidiosa a pochi centimetri dall’orecchio, poi si allontana pigramente a destra, improvvisamente una brusca virata a sinistra, una corsetta sul vetro caldo della finestra e infine un momento di sosta, con le zampe che si strofinano l’una contro l’altra. Il ritmo è esattamente questo, non un saltare di palo in frasca, piuttosto un vagare per i percorsi tortuosi dell’inconscio, scomponendo la realtà in mille minuscole tessere, come farebbero gli ocelli sfaccettati di una mosca.

In ogni istante a questo mondo c’è una lunga fila di gente che piange e una più corta di gente che ride. Ma anche una terza fila, che non piange più e non ride più. La più triste delle tre. É di questa che voglio parlare.

…..

Oggi è un anno dal divorzio con Ema.
Non ho ancora portato via da casa sua alcuni sogni e qualche altra cosuccia. I sogni sono come i gatti, si disabituano per ultimi alla vecchia casa.

…..

A volte i libri ci fanno strani scherzi…… Ancora una volta mi convinsi che non siamo noi a servirci dei testi, ma siamo al punto che sono loro a prendersi gioco di noi. A nascondersi quando le cerchiamo e a saltarci agli occhi solo quando lo decidono loro.

…..

Le cose belle succedono sempre l’ultima sera. Io e Carla siamo in camera, all’alba, abbiamo camminato tutta la notte in riva all’Adriatico. Parliamo di tutto, me la cavo abbastanza bene con la lingua. Capiamo di aver letto gli stessi libri e lo attribuiamo a una coincidenza mistica. Stiamo in silenzio. Racconto, cercando a lungo le parole, di una tradizione Tao detta “Bere una tazza di tè senza la tazza del tè”, nel nostro caso parlarsi senza parlarsi. Avrei voluto dire “baciarsi senza baciarsi”. Sapevo che non si saremmo mai più rivisti. Anche lei lo sapeva. Un destino simile ti spinge a vivere tutto il rapporto in poche ore.
Sì, so cosa vi tormenta: non l’abbiamo fatto. Nemmeno una volta. Non ce n’era bisogno.

Potrei ancora citare brani su brani che ho adorato, ma non sarebbe giusto. È bello che ognuno abbia la possibilità di scoprire le proprie citazioni preferite; saranno sicuramente loro a balzare agli occhi, se decideranno che è il momento o la persona giusta.

É un libro divertente e insolito, ma è anche un trattato di nostalgia e un autore che riesce ad affascinare, parlando di nostalgia e malinconia, non può non entrare a far parte del mio personale Olimpo letterario. Vi dico solo che tra le sue pagine c’è la frase che utilizzerei come citazione di apertura, se mai dovessi scrivere un libro mio. Credo che questo già possa bastarmi.

Zigulìbri #2

Questa volta lo zigulìbri è dedicato a un libro che ho letto con vero piacere durante una delle mie passeggiate quotidiane in solitaria; è un testo breve e di piccolo formato, adatto a essere gustato camminando ondivaghi, ma denso di spunti di riflessione e frasi da aforismario.

Un amico una volta mi disse, in maniera ingenerosa e provocatoria, che le uniche due cose che giustificano l’esistenza della Svizzera sono la cioccolata e Friedrich Dürrenmatt.

Da grande appassionata di teatro di prosa, negli anni ho visto più di uno spettacolo teatrale di Dürrenmatt e raramente mi ha deluso. Invece non avevo mai letto una sua opera e ho voluto iniziare il mio excursus letterario, che credo non si fermerà qui, con Romolo il grande, una commedia di cui ho molto amato l’allestimento teatrale con uno straordinario e impeccabile Mariano Rigillo nella parte del protagonista, l’imperatore Romolo Augustolo, ultimo monarca dell’Impero Romano d’Occidente.

Il sottotitolo recita “una commedia storica che non si attiene alla storia” e il suo autore nelle note finali la definisce difficile proprio perché sembra facile.

Credo che la difficoltà vada ricercata non nel testo, che scorre piacevolmente ed è pieno di ironia e precisi tempi comici, quanto nel sottotesto, nel significato nascosto dietro le parole, che si insinua con l’avanzare della lettura per esplodere nel perfetto e dolceamaro finale.

Lo stile è apparentemente solenne, l’impianto quello della commedia classica, quattro atti in cui si sussegue una teoria di personaggi a volte esilaranti. Ci si rende presto conto che ogni personaggio ha un lato molto umano celato dietro il ruolo che ricopre.

Così, ad esempio, dietro l’onore militare umiliato del soldato Emiliano, che torna dalla prigionia, c’è il dolore dell’uomo torturato, che ha sofferto molto e inutilmente per una patria che non riconosce più e per una donna il cui ricordo l’ha tenuto in vita, ma che sarebbe pronto a sacrificare per la salvezza della povera patria.

La difficoltà maggiore per chi interpreta Romolo, ricorda l’autore, sta nel non farne da subito un personaggio simpatico. Per vent’anni l’imperatore recita la parte dello stupido, dello stoico buffone, dell’allevatore di polli cui dà, con noncurante cinismo, il nome dei suoi predecessori. Tuttavia, dietro l’apparente svagatezza con cui tiene le redini di un impero allo sfacelo, dietro le vesti sontuose e la corona di foglie d’oro, il cui valore si riduce a quello di ultima riserva di denaro per pagare i servitori, ecco apparire un uomo spiritoso, rilassato e affettuoso, che abbraccia il suo destino e accetta ciò che non può essere cambiato, senza risparmiare saette e sarcasmo, con parole sorprendentemente moderne, valide e applicabili a qualsiasi governo si sia succeduto nella storia umana.

ACHILLE Il ministro delle finanze è fuggito, maestà.

ROMOLO Fuggito?

ACHILLE Con le casse dell’erario, maestà.

ROMOLO E perchè? Se non c’era dentro niente!

ACHILLE Spera in tal modo di nascondere la bancarotta totale delle finanze imperiali.

ROMOLO É stata un’eccellente idea la sua. Non c’è rimedio migliore, per nascondere  un grosso scandalo, che costruirne uno di più piccole dimensioni. Gli sia dunque conferito il titolo di “salvatore della patria”. E dove si trova adesso?

ACHILLE Ha trovato un impiego a Siracusa, come contabile in una ditta esportatrice di vini.

ROMOLO Bene! Auguriamoci dunque che questo fedele servitore dello Stato riesca almeno a rifarsi nel commercio delle perdite che comporta la carriera nella pubblica amministrazione. Ecco, prendete. (Si toglie la corona e ne stacca due foglie di alloro, dandone una a ognuno dei due servitori). Fatevi cambiare tutti e due in sesterzi queste foglie d’oro. Tenetevi quanto vi spetta e ridatemi il resto, perchè devo ancora pagare il mio cuoco, l’uomo più importante del mio impero.

D’altra parte uno dei motti più spietati e acuti di Dürrenmatt è ” Il mondo è una polveriera in cui non è vietato fumare” e Romolo sa perfettamente come deve agire per disinnescare la polveriera su cui regna, benché sembri più interessato a giustiziare le galline più improduttive del suo pollaio.

ROMOLO E della gallina che porta il mio nome, che notizie puoi darmi?

PIRAMO È l’animale più nobile e dotato che esista nel nostro pollaio. Uno dei più pregiati prodotti della pollicultura romana.

ROMOLO E l’uovo l’ha fatto, questo nobile animale?

Piramo guarda Achille, implorando aiuto.

ACHILLE Quasi, maestà.

ROMOLO Come quasi? Che vuoi dire? Una gallina o fa l’uovo o non lo fa.

ACHILLE Non ancora, maestà.

ROMOLO (con un gesto deciso) E allora vuol dire che non lo fa. Se non è buona a niente sarà almeno buona in pentola. Dite al cuoco che cucini anche me insieme a Oreste, e inoltre Caracalla.

L’azione è veloce, tutto si svolge nelle ultime ventiquattr’ore dell’impero romano, alle Idi di Marzo del 476 d.c.

TULLIO ROTONDO (è sconvolto) Ma non è possibile, maestà: si tratta di una notizia che sconvolgerà il mondo!

ROMOLO Ti sbagli, ministro: non sono le notizie a sconvolgere il mondo. Sono i fatti, e quelli non possiamo cambiarli perché sono già accaduti quando le notizie arrivano. No: le notizie non fanno altro che eccitare il mondo. È bene perciò abituarsi a farne a meno.

…………..

ROMOLO Non sono stato io a tradire l’impero. É Roma che ha tradito se stessa. Conosceva la verità, ma ha scelto la violenza; conosceva l’umanità e ha scelto la tirannide. Doppiamente si è disonorata: di fronte a se stessa e difronte ai popoli che erano affidati al suo potere. Tu sei adesso dinnanzi a un trono invisibile, Emiliano, il trono degli imperatori romani di cui io son l’ultimo. Come posso aprirti gli occhi affinchè tu veda questo trono, questo cumulo immane di teschi ammonticchiati, questo torrente di sangue, che fuma sui gradini, come un’eterna cascata della potenza di Roma? Che risposta puoi pretendere che ti venga dal culmine di quell’enorme edificio che è la storia romana? Che cosa vuoi che dica delle tue ferite l’imperatore, ergendosi sulla massa di cadaveri dei propri figli e dei figli altrui, sull’ecatombe di vittime massacrate nelle guerre per la maggior gloria di Roma, o sbranate dalle belve perchè Roma si divertisse?

Di fronte a queste parole, così intrise di modernità, non viene forse in mente l’avanzata dei disperati sui barconi, l’orrore di chi preferisce farsi esplodere anzichè dialogare e diventa strumento, spesso inconsapevole, di forze nascoste, carne e moneta di scambio per interessi di pochi a danno di molti e dall’altra parte il rifiuto che molti governi innalzano a suon di muri, sordi e ciechi al cambiamento, come patrizi di una Roma sempre più decadente e ripiegata su se stessa?

É una lettura piacevole, è bello perdersi nelle frasi e tornare a rileggerle e non è raro che scappi una sonora risata di divertimento, seguita da un istante di riflessione che la rende dolcemente amara.

Fughe

fonte: web

FUGHE

Piede destro, piastrella bianca,

piede sinistro, piastrella nera.

Non calpestare le fughe,

resta nei margini.

Camicebianco dice sei pronta,

non avere paura,

apri la porta,

varca la soglia.

Piede destro, piastrella bianca,

piede sinistro, piastrella nera.

Non ascoltare le voci,

resta nei margini. 

Camicebianco non vede

la perfezione delle fughe,

dove denti su vene

non schiudono sorrisi,

dove sogni su specchi

non coagulano grumi.

Piede destro, piastrella bianca,

piede sinistro, piastrella nera.

Non passare il limite,

resta nei margini.

Piede destro, piastrella nera,

il confine è salvo. (C.B. D’Heure)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole (F. De Andrè)

On air Matto – Ivano Fossati

Essere come…

Essere come una stanza, piccola e confortevole, non certo lussuosa ma accogliente, solo un posto dove si è liberi di sostare il tempo necessario a riprendere fiato, a scambiare un sorriso, a intessere un abbraccio, a fare l’amore per un’ora appena o per tutta la vita.

Essere come un soggiorno, arredato con la semplicità di un divano comodo e stazzonato, tende che filtrano morbidamente il dentro e il fuori, mediando l’ingresso di luce e d’ombra con gentilezza, e pareti colorate, niente bianco, oh no, che fa a pugni con il grigiore della realtà e ne accentua difetti che il colore sa invece addolcire.

Essere come uno studio, pieno del disordine allegro di chi vive di carta, di sogni e parole, di chi ha molto da pensare e tanto da vedere e impila buoni propositi in torri sbilenche, poggiate su fondamenta di maldestri poi farò. La polvere vela i ripiani quel tanto che basta a disegnare un cuore, a lasciare un’impronta del proprio passaggio e una ragnatela luccica laggiù, nell’angolo più buio e silenzioso, dove un maggiordomo a otto zampe presidia e protegge il vuoto delle mancanze.

Essere come una soffitta, un luogo segreto di nascondini e amici immaginari, di musica ribelle e sogni rockabilly, il cui ricordo provoca una fitta di nostalgia bastarda, che sorge all’improvviso, a distanza di anni e fa venire voglia di tornare, perché lì si stava davvero bene.

Essere come una serra d’inverno, mostrare la propria essenza attraverso i vetri, rivolgere lo sguardo al mondo con le spalle protette e il volto limpido, a sfidare le occhiate indiscrete e le intemperie. Un luogo in cui arrivare al tramonto, quando la luce rivela ogni dettaglio tingendolo di rosso e i fiori diurni dormono, lasciando al profumo del gelsomino il compito di sovrastare l’odore della notte.

Essere come un giardino di bellezza effimera, mutevole e cangiante come il susseguirsi delle stagioni, alternare l’entusiasmo dei fiori di ciliegio alla saggezza di spighe pregne di sole, la pacatezza di uva matura al rigore della prima galaverna.

Essere come un corridoio, lungo, corto, luminoso o cupo, non importa quanti sforzi tu faccia per renderlo accogliente, non servono tappeti, non basta un parato elegante, resta solo un luogo di attesa e passaggio. Le persone transitano, si soffermano con blando interesse a guardare il panorama dalle finestre, si appoggiano al muro, siedono su una scomoda panchetta stropicciando di voglia repressa le sigarette e aspettano che qualcuno si affacci da dentro le stanze e li inviti a entrare. Si allontanano in fretta, neppure un’occhiata a ciò che lasciano indietro, sul tappeto orme leggere che svaniscono in un silenzio fondo.

Essere come una porta girevole, un vaso comunicante tra pieno e vuoto, un limite da oltrepassare, un confine da calpestare, un bussolotto della fortuna che ruota i dadi per far incontrare persone che le appartengono per un solo istante, sempre aperta, mai del tutto ferma, pronta a cedere alla spinta, a contenere e lasciar andare, come se nulla importasse se non l’uscita. Essere porta, essere luogo e non luogo, avere in sé l’inizio e la fine, essere sola.

Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita.

William Blake

Fragile

dal web

Mia cara A,
mi chiedi se sto bene, ma oggi è un giorno di stanchezza che mi lascia fragile come da tanto non capitava più. ​Ci sono fatti cui non riesco a dare subito una risposta, il significato vero rimane nascosto, guardo con attenzione ma non vedo che specchi, che riflettono centuplicata un’immagine fino a renderla reale; però avverto la nota stonata, la frase che non dovrebbe stare lì, quel particolare non ben celato. Il mio sesto senso si mette in allerta, non mi sento un po’ gatto per niente, e non faccio altro che inglobare l’informazione, la sento fare pluf e sprofondare nella fanghiglia in apparenza calma del mio inconscio. Mi limito ad archiviare il dato e lo lascio decantare e invecchiare a contatto con i lieviti del dubbio, perché fermenti e torni a galla al momento opportuno.

Ho quella che Keats definì “capacità negativa”, tendo ad accogliere anche ciò che non posso capire, senza essere frettolosa né voler accettare a tutti i costi una risposta di comodo. Forse in questo mi aiuta la mia innata ingenuità. Per quanto mi sforzi di apparire cinica e stronza in fondo sono buona e gentile, anche se non ne vado fiera, concedo fin troppa fiducia e credo a tutto quello che le persone mi dicono. D’altra parte perché mai non dovrei?

Così a volte, quando non me lo aspetto più, quando penso di essermi solo inventata quel particolare di troppo, ecco che invece vedo il pezzo mancante e so esattamente dove va messo. La risposta che cercavo è sempre stata davanti a me e arriva il momento di aprire gli occhi sulla realtà. Non sempre ciò che scopro mi entusiasma e mi lascia una buona opinione di me, se non quella di aver fatto la figura della stupida ancora una volta. Diamine, la delusione è forte e, chiamala pure mania del controllo o vanità offesa, non riesco proprio ad accettare una menzogna, non quando ho offerto sincerità e ne avrei voluta altrettanta. (Magari sono soltanto una meschina egoista, cos’è mai questo bisogno di dar via amicizia con leggerezza se non un modo per gratificare il mio ego?) È un peccato non riuscire più a provare fiducia, una tristezza infinita che mi fa stare da schifo e mi lascia solo un altro buco da tappare a fatica.

Vado avanti comunque, mia A, un passo per volta, due di lato e qualcuno indietro. A zig zag perché così è la vita e se qualcuno si aspetta una linea retta è solo un fragile ingenuo.

For all those born beneath an angry star

Lest we forget how fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are

On and on the rain will fall
Like tears from a star
Like tears from a star
On and on the rain will say
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are
How fragile we are