Da qui non si vede il fiume

L’eco dei tuoi passi nelle stanze della memoria non si è ancora spento.

Quella notte di noi è un disco che gira senza fine sul piatto, è un film che proietto e riavvio con puntiglio, benché l’usura del tempo stia già arrochendo i suoni e smussando i contorni del ricordo.

Forse le ombre dei nostri corpi si sono staccate da noi e sono ancora là, avvolte in un abbraccio di seta in quella stanza con vista sui tetti.

“Da qui non si vede il fiume – pensavo quella notte di fine maggio – ma lo posso immaginare scorrere via, lontano da me” mentre, a braccia incrociate sul davanzale, fissavo il manto di gelsomini di un terrazzo dirimpetto e raccoglievo il coraggio per quel primo passo nelle tue braccia, addomesticando la paura con l’odore di desiderio che emanava la tua pelle sconosciuta.

“Di che hai paura” mi chiedevi.

“Di te” rispondevo e mi guardavi con aria offesa perché non volevi farmi del male, solo amarmi a modo tuo, in quella maniera astratta e indifferente, così lontana dalla minuta noia del quotidiano che io ti domandavo, elargendomi un amore perfetto ma senza amicizia, in cui mi sarei sempre sentita imperfetta.

Eppure, ho permesso alle tue dita di segnare il percorso delle mie vene, dai palmi delle mani fino al collo mi hai impastato la pelle creandomi nuova, hai mandato a memoria i miei contorni come un cieco voglioso, con la lingua hai ridisegnato i tratti del mio viso, i lobi morbidi, le labbra dischiuse, gli occhi serrati stretti per non affrontare la paura di perdere la testa.

Il mio cuore invece, quello stupido codardo, si è arreso subito, scivolando via in silenzio, e si è arrotolato sotto il pavimento, cercando riparo dai dubbi e dalle note false che sentivo nell’aria intorno a noi, pronto a dirigere un concerto, il nostro, di tamburi nel petto, di braccia e mani intrecciate, di gambe e ventri applaudenti, di respiri e gemiti soffocati.

Dopo, sono rimasta a lungo con gli occhi aperti, fissi su uno spicchio di cielo incorniciato dai tetti, mentre le tue mani, stanche ma non ancora sazie, mi afferravano i capelli tirando una ciocca dopo l’altra, con gentilezza, quasi volessi allontanare da me quel poco di ragione che mi era rimasta.

Ho interrogato le tante stelle che si ostinavano a rimanere aggrappate al cielo buio, come una bimba avrebbe sfogliato una margherita cantilenando il suo m’ama-non mente, non m’ama-mente, ma loro hanno opposto un silenzio indifferente di stagnola lucente.

Ho tacitato la nota stonata che vibrava nel ventre, mi sono fatta sorda e cieca alle bugie, nell’illusione che un appetito di conquista potesse prendere non solo le sembianze ma anche la sostanza dell’amore.

Per questo ai tuoi ti amo ho risposto ti voglio, ho ripagato le tue menzogne con altre menzogne, le mie, che negavo a parole di amarti, mentre ti offrivo tutto ciò che avevo senza assicurarmi che lo volessi davvero.

Ho riempito il piatto di chi era già sazio e ho lasciato che il mio dono andasse sprecato. Ora il silenzio che abbraccia i miei passi nelle stanze della memoria è più accogliente di molte delle tue parole che, strette e nere, ancora mi avvolgono mente e cuore.

Skunk Anansie – I Believed in You

Dicono che un buon esercizio per ritrovare la voglia di scrivere sia provare a dare voce alle sensazioni che un’immagine o una musica ci comunicano, almeno questo è ciò che ho tentato di fare con l’acquerello di Tina Maria Elena.

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