ma perchè il grande Boh?

wp-1476705576091.jpegRed è rimasto colpito da questo termine  il grande Boh, che è entrato da un paio di anni nel mio personale dizionario di parole inventate per descrivere i miei stati d’animo, così come notturnando e molti altri termini che cerco di usare solo in presenza del mio avvocato.

Lo ringrazio perchè mi permette di spiegare la genesi di questo termine strampalato, parlando contemporaneamente di un libro che ho adorato consigliatomi da wwayne, uno dei primi ad aver avuto la bontà di darmi il benvenuto in questo mondo, quando ancora non sapevo neppure se era il caso di mettere il naso fuori dalla porta del mio blog, per paura di risultare invadente.

Succede che un giorno di dicembre leggo una bellissima recensione di wwayne e vado subito in libreria a comperare il libro, succede che leggo fino ad addormentarmi, che il giorno dopo sono distratta sul lavoro perchè penso che devo finirlo assolutamente, che arrivo a casa la sera, mi ficco sul divano con una tazza di tè e nessuna distrazione intorno finchè posso voltare l’ultima pagina con un sospiro di soddisfazione. In quelle ore mi sono commossa, ho riso, scosso la testa, riflettuto, mi è venuta una gran voglia di assaggiare i bufritos¹ e sorrido, sì sorrido tanto perchè sono stata proprio bene in quel mondo di carta e sento che Miles, il Colonnello, Takumi e Alaska sono ormai miei amici.

É un romanzo con una doppia anima, esiste il Prima e il Dopo un fatto che, con la sua secca e indiscutibile essenza, cambia la vita del protagonista, la sua percezione del mondo, il suo modo di intendere la vita.

Ho voluto molto bene a Miles, magro e sfigatello, collezionista solitario di Ultime Parole Famose lette nelle biografie di uomini importanti, che trova la sua strada cercando di risolvere le domande senza risposta lasciate dal suo pensiero fisso, la sua magnifica ossessione, una pin-up in formato tascabile dalla voce prorompente, buffa, sexy e svitata di nome Alaska, che gli insegnerà l’amicizia, il non prendersi troppo sul serio, l’arte di lasciar andare tutto e tutti quando viene il momento e che ai perchè non c’è mai un’unica risposta e, a volte, neanche quella.

«Aspettate un attimo» dissi. Andai nello studio di papà e cercai la biografia di François Rabelais. Mi piaceva leggere le biografie degli scrittori, anche se (come nel caso di monsieur Rabelais) non avevo mai letto le loro opere. Sfogliai il libro verso la fine e scovai la frase segnata con l’evidenziatore. (NON USARE MAI UN EVIDENZIATORE SUI MIEI LIBRI, papà me l’aveva detto mille volte. Ma conoscete un altro modo per trovare subito ciò che cercate?)

«Ecco c’è questo signore» dissi, affacciandomi sulla soglia del salotto. «François Rabelais, poeta. E le sue ultime parole sono state: “Vado a cercare un Grande Forse.” Ecco perchè voglio andare via. Così non dovrò aspettare di essere in punto di morte per mettermi in cerca di un Grande Forse.»

Da questa frase è scaturito il mio grande Boh, il dubbio cui non so dare forma, che punzecchia come un ape e svolazza come una falena vellutata in giro per la mia testa, la risposta che cerco senza trovare o che, più verosimilmente, non ho tutta questa fretta di scovare, perchè a quel punto il viaggio sarebbe finito e capita che la meta non sia interessante come il percorso necessario per raggiungerla.

Dedico questo post al mio carissimo amico Romeo. Io so che la vita porta molte virgole, quasi a riprendere fiato tra uno spintone e l’altro; alcuni due punti per mettere bene in chiaro le cose quando proprio non ce la possiamo fare a capire alla prima; qualche punto esclamativo, di gioia, incredulità o semplicemente perchè fa star bene ogni tanto stare un po’ sopra le righe, come un calzino a righe sotto un pantalone a quadretti. Ci sono i puntini di sospensione, ma secondo me servono solo a darsi un tono, a far pensare che ci sia qualcosa di più interessante dove, magari, non c’è proprio nulla da vedere. Ci sono i punti e virgola, molto eleganti e un po’ desueti; i punti fermi quando davvero ci vuole una pausa e che il mondo se ne stia fuori dalle scatole per un po’; il punto a capo, quando si volta pagina e intrecciamo le dita sperando che il fato ci sorrida una volta per tutte. Ma soprattutto, mio carissimo amico, ci sono tanti e ancora tanti punti interrogativi e io, ma anche tu, ne sono sicura, non potremmo farne a meno perchè di questo si nutrono le nostre vite, di domande, di ricerca, di dita nel culo (purtroppo) e di sorrisi e carezze (per fortuna). Chi nella vita ha solo certezze mi sa che in fondo ha un po’ paura di mettersi in gioco e allora che gusto c’è? Siamo tutti capaci di vivere bene nelle torri d’avorio, nell’esclusivo Parco della Vittoria, ma la vita è più simile a Vicolo Corto e allora almeno cerchiamo di arredarlo come si deve!

Io continuo a lanciare punti interrogativi come ami e a pescare quello che viene su dal fondo, che sia una bella trota o una scarpa vecchia, ma di una cosa sono estremamente certa, prima o poi tu ed io ci guarderemo davvero negli occhi e ci abbracceremo, brindando alla salute di chi pensa di aver trovato tutte le risposte.

?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!?!


1.Il bufrito (un burrito ripieno di fagioli in umido e ripassato in padella) era la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la frittura migliora qualsiasi cibo (cit.)

Annunci

Forse gli angeli di marmo non piangono lacrime di granito, ma rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria

Questo racconto nasce da un dialogo surreale, a metà strada tra Aspettando Godot e Il venditore di almanacchi di Leopardi, che Domenico ed io abbiamo avuto in merito all’efficacia dei rammendi dell’anima.

Prima di proseguire nella lettura, vi consiglio di deliziarvi con l’ascolto di Jeff e Liz, due tra le voci più belle mai esistite.

I disegni che impreziosiscono e animano il racconto sono opera di Tati, una donna sensibile e dolce come lo zucchero filato, un’amica vera e sincera che ha saputo dare un volto poetico alle mie parole e dovrebbe fare l’illustratrice di professione tanto è brava. Ti adoro dolcezza mia!

Grazie, non mi approfitto del tuo buon cuore.

Fallo pure… stracciami!

Non vorrai fare la fine di un peluche???

Se da tua mano… anche peggio!

Ma io riparo, rammendo, accarezzo, non distruggo. Anzi!

Sfasciami così mi rimetti meglio a posto! Piccolo frankenstein dell’amour!

Quindi dovremmo giocare all’allegro chirurgo?!

E ricucitore! E defibrillatore… e Creatura fa quel che ti dico!

Se no inserisco i cavetti e mando corrente!

Me ne dia di più Creatore!

Tati6

rammendare l’anima è un gesto gentile

Sei sicuro di ciò che mi stai chiedendo? Sappi che la procedura è dolorosa e irreversibile, rifletti bene sulla tua scelta.

Sono certo di ciò che faccio. Quello che ascolto ogni giorno è diventato troppo fastidioso, il ronzare di questi soloni arroganti, che pretendono di guidare la mia vita, mi è intollerabile. Strappami le orecchie, fa’ che io non possa più udire la loro voce e vivrò finalmente sereno.

La sarta sospirò di pena. Questo colloquio si stava rivelando più difficile del previsto ma doveva accontentare il suo cliente, quindi prese un paio di grandi forbici e tagliò via le orecchie, cauterizzando con la fiamma ossidrica il sangue che sgorgava copioso, tolse la coclea, gli ossicini, il timpano e li sostituì con ovatta morbida, cucendo due soffici orecchie di pelo a coprire lo squarcio.

L’uomo non era soddisfatto, non poteva più sentire ma era ancora in grado di vedere perciò chiese alla sarta di sostituirgli anche gli occhi.

Non potrai più godere della bellezza, vedere il miracolo dell’alba, le onde del mare che spruzzano schiuma, le nuvole che si rincorrono alte in cielo, le gambe delle donne che ondeggiano come fiori dentro le loro gonne, il colore di un buon vino che rotea nel bicchiere.

Vedo ogni giorno la spazzatura che mi circonda, gli scheletri in cemento armato dei sogni perduti, la trincea del progresso infranto, le voragini della povertà coperte dalle erbacce, le radici dei fichi che spaccano il terreno. Non voglio più vedere l’esterno che inganna i miei occhi, voglio poter contare solo su ciò che sta all’interno del mio cuore e della mia mente.

Così la sarta si diresse verso il suo bancone ingombro di fili e ritagli, frugò in un barattolo cercando l’attrezzo più adatto e si accostò al suo viso per cavargli gli occhi con un lungo uncinetto. Poi mise i bulbi oculari, che la scrutavano impietosi, in un barattolo di formalina e coprì le orbite vuote con due bottoni tondi e lucenti, scelti con attenzione da una lunga scatola di cartone ingiallito.

Tati1

occhio non vede, cuore duole ancora

Poi fu la volta della lingua, perché l’uomo non voleva più mangiare minestrina con il formaggino, troppi ricordi crudeli gliene avevano tolto il piacere e anche il crudo di mare e il sapore dell’irish coffee non erano quelli di una volta.

Questa volta la sarta la strappò via con le pinze e cucì, al posto della lingua mancante, un segmento di pellicola cinematografica di un vecchio film noir anni ’70.

Tati5

sei davvero consapevole delle tue scelte?

Infine l’uomo chiese la cosa più terribile e irreversibile di tutte, domandò che gli venisse tolto il cuore.

Strappami via questo orologio insopportabile, che come un cucu’ mi tiene sveglio la notte, sconvolge il ritmo dell’ucronia, mi costringe a posticipare il tedio domenicale in una lunga settimana di passione e mi fa stare in giro nella controra, come solo i pazzi e gli ubriachi sanno fare.

La sarta si rifiutò, scosse la testa, gridò e pestò i piedi, ma l’uomo fu irremovibile ad ogni sua obiezione, finché lei rassegnata non impugnò le cesoie da lattoniere, aprì il torace, afferrando quel cuore palpitante che si divincolava come un pesciolino, lo sostituì con un cilindretto di plastica nera, che molto tempo prima aveva contenuto un rullino di pellicola 400 asa, riempì di imbottitura il torace e ricucì a punti lunghi e precisi, spingendo giù con decisione i ciuffi bianchi di imbottitura che cercavano di sfuggire alla disciplina dell’ago.

Tati2

non potevo fare di più ma avrei preferito di no

Bene, sei soddisfatto ora? – gli chiese e scosse tristemente la testa quando il suo cliente non le rispose.

Prese il pupazzo tra le mani e lo cullò per un momento, quasi volesse chiedergli perdono per non essere stata più ferma nel rifiutare le sue assurde pretese, poi attraversò la stanza fino ad un angolo buio e lo depose con delicatezza sulla cima del mucchio che riempiva il fondo del negozio.

Tati3

spero tu non ti senta troppo solo

Rimodernare l’anima è un lavoro di alta sartoria ma le conseguenze sono prevedibili, disse tra sè sospirando, infine andò a chiudere a chiave la porta fermando la campanella fissata allo stipite, posò i barattoli sulla lunga mensola impolverata e spense la luce, dopo aver lanciato un’ultima occhiata piena di tenerezza ai bottoni luccicanti nel viso inanimato del suo ostinato cliente ed al suo cuore che ancora fremeva piano.

Tati4

un cuore sottovetro smette davvero di battere?


Domenico è una persona gentile, un fotografo eclettico, un libero pensatore, un ricercatore della verità anche quando scomoda e un eccellente scrittore. Se ancora non lo conoscete andate a leggere il suo blog personale e il suo blog autore ma soprattutto le sue opere.

Sono certa che le sue creature già pubblicate Clotilde e Don Michele vi conquisteranno e farete la conoscenza di altri personaggi interessanti come Sonia e Vetriolo di prossima pubblicazione.

Valore

Ottobre è finito e oggi sorrido come una mela candita!
Ieri notte guidavo veloce, immersa nel buio di un’autostrada semideserta, con la compagnia di uno chansonnier francese che ha musicato la poesia di un autore che amo molto.
Mi è tornato in mente questo articolo, scritto tanto tempo fa.
L’ho risvegliato per dargli una seconda opportunità di dialogo.
Mi piacerebbe leggere i commenti delle tante persone che stimo e per cui provo un affetto sincero, per la cura e l’attenzione che mi rivolgono e che per me, credetemi, sa di miracolo e non cessa di meravigliarmi.
Questo mondo non esiste, tutto questo è vero come la finzione, la realtà è diversa, tutto può essere cancellato con un click…..però io qui mi sento felice e a casa.

La Mela sBacata

ritratti 05 opera grafica di proprietà privata

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello
che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori…

View original post 284 altre parole

Il mio altrove

Però, (cosa vuol dire però)
Mi sveglio col piede sinistro
Quello giusto

Però, (cosa vuol dire amicizia)

Non mi sono svegliata con il piede giusto, non più ormai da alcuni giorni.

Sono ancora io, ma diversa.

Ieri ho aperto a caso la mia vecchia grammatica del liceo, per vedere se tra le sue pagine era rimasto qualcosa della ragazzina che ero, di quella fiducia luminosa e credulona che riponevo nelle persone e nell’amicizia, in quei “se hai bisogno io ci sono” che ora grondano falsità.

Il libro si è aperto alla voce verbi difettivi e mi è venuto da ridere per quanto ora mi sento difettiva, difettosa e difettata.

Forse già lo sai
che a volte la follia
Sembra l’unica via
Per la felicità

Mi domando di quanto folle coraggio ho ancora bisogno prima di prendere e buttare il tavolo all’aria, strappare la tovaglia dell’ipocrisia, incrociare gli sguardi stupiti di commensali che mi hanno fatto a brandelli e ora giocano con la mollica del mio midollo, facendone palline da gettarsi l’uno l’altro.

C’era una volta un ragazzo
chiamato pazzo
e diceva sto meglio in un pozzo
che su un piedistallo

Oggi ho messo
la giacca dell’anno scorso
che così mi riconosco
ed esco

Starei meglio in un guscio che sotto gli sguardi accusatori di chi mi ritiene il lupo che ha mangiato l’agnellino, omettendo il trascurabile dettaglio che un po’ lupi lo siamo stati tutti, ma soltanto io ho avuto il coraggio di dirlo a voce alta, senza vergognarmi delle mie opinioni.

Se devo stare in un pozzo anzichè sul piedistallo della santità preferisco farlo a testa alta, per essere ancora in grado di riconoscermi quando mi guardo allo specchio.

Ho deciso
di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
lascio che le cose
mi portino altrove
non importa dove
non importa dove

Ho deciso di ignorare il mondo che mi circonda, di passargli attraverso senza soffermarmi sulle delusioni che ho ricevuto. L’unico posto in cui voglio stare è altrove e posso andarci solo con la mente, senza più curarmi dei bisogni di chi non ha saputo tendere una mano quando era necessario.

Io, un tempo era semplice
ma ho sprecato tutta l’energia
per il ritorno

Lascio le parole non dette
e prendo tutta la cosmogonia
e la butto via
e mi ci butto anch’io

Quand’è che la mia vita ha smesso di essere una ripetizione di bisogni fisiologici e attività automatiche, così semplici e rassicuranti nella loro monotonia, ed ho iniziato a sprecare tutte le mie forze per assecondare le richieste altrui? Quando ho deciso che potevo permettere di essere masticata e sputata via come una cicca di tabacco esausta?

Non ho più parole da dire nè da ascoltare, butto via il vecchio vocabolario e ne costruisco uno nuovo, di cui voglio dettare io le regole di sintassi.

Sotto le coperte
che ci sono le bombe
è come un brutto sogno
che diventa realtà

Applico alla vita
i puntini di sospensione
Ché nell’incosciente
non c’è negazione

Mi sono risvegliata da questo brutto sogno e non voglio ricaderci mai più, ora ho gli occhi aperti e la strada chiara davanti a me.

I puntini di sospensione saranno i ciottoli di Pollicino che mi indicano la direzione da percorrere.

Voglio che a guidarmi sia l’incoscienza, chè razionalità e coerenza non mi hanno reso giustizia.

Voglio stare come l’Appeso dei tarocchi, guardare il mondo a testa in giù per avere un altro punto di vista, oscillare intorno al mio asse di equilibrio, ascoltare il fluire dei pensieri e delle opinioni ma essere l’unico baricentro di me stessa.

Voglio “svincolarmi dalle convinzioni, dalle pose e dalle posizioni”.

un ultimo sguardo commosso all’arredamento
e chi si è visto, s’è visto

Mai più così ferita.

Parole

flying-words

fonte: web

Ci sono parole diurne, aperte, limpide, taglienti come il diamante, da sole bastano a definire un istante, a chiarire un dubbio, a scolpire un concetto.

Sono granitiche, impavide, non si nascondono, non arrossiscono d’imbarazzo, sono crudeli e impietose, come l’occhio di bue sulle crepe di cerone di un guitto di terza categoria.

Ci sono parole spudorate, impertinenti, sfacciate, vanitose come una primadonna, lucide come gloss su labbra carnose, profumate come una caramella.

Sono piacenti, allettanti, un regalo luccicante che non mantiene le promesse, false come una moneta di latta, rimbombano metalliche, si appiccicano al palato e lasciano una scia stucchevole e insieme amara.

Ci sono parole notturne, sommesse, da pronunciare con cautela, quando la luce si indebolisce ed è più facile guardarsi negli occhi, sono sentimenti, sono desideri, avvolgono come una carezza e scendono nel profondo, a scavarsi una cuccia dove tutto è caldo e umido.

Sono primitive, grezze, ancestrali, sono archetipo, sono metafora, sono il teorema di Fermat, il problema irrisolvibile, il baule senza serratura, le catene di Houdini senza la chiave, sono il terremoto nelle certezze di tutti i giorni.

Ci sono parole stanche, amareggiate, vizze come un fiore appassito, ingiallite dal sale delle lacrime, grondano cattiveria come liquore da un cioccolatino stantio.

Sono pericolose, un coltello arrugginito che inocula batteri, infettano il cuore e la mente, costringono ad allontanarsi, a leccarsi le ferite in solitudine, sono vittima e sono carnefice.

Ci sono parole buone, chiare come la prima luce del mattino, delicate come un sorriso, profumano di pulito, ristorano come il primo caffè della giornata.

Sono acqua fresca per chi ha sete, medicina per chi si è scottato, calmano il battito del cuore in affanno, fanno sospirare ma di sollievo, sono la nenia che addormenta i bambini, le onde del mare che dialogano con la sabbia.

Ci sono parole, queste, chiuse in un cassetto da tanto tempo, che oggi mi hanno chiesto di uscire per volare via da me.

Ascoltando Paolo Conte

Biscotti e caffè

sunday soul photo by Sanne Ahremark, 2008 fonte: web

Emma rimuginava, accoccolata sul divano, lo sguardo fisso sulla parete di fronte, su quella piccola imperfezione nella tinteggiatura che le rendeva meno angosciante il bianco abbagliante del muro.

Sul tavolino accanto al bracciolo poggiava una tazza di caffè ancora tiepido e un biscotto, grande e morbido, fatto in casa da una mano affettuosa, mordicchiato svogliatamente e lasciato lì ad attendere un sussulto di appetito.

Leggeva Emma, o meglio sfogliava pigramente un libro iniziato da troppo tempo, l’occhio vagava qua e là lungo le pagine, sorseggiando brandelli di frasi, centellinando le parole.

A tratti scorreva lo schermo del telefono, muto e impassibile come una sfinge di silicio.

Era arrabbiata con sè stessa, per quello stupido sussulto di nostalgia di qualche giorno prima, per quel gesto improvviso e assurdo, di cui si stava pentendo e che non poteva che coprirla di ridicolo una volta di più.

Per questo sospirava, per buttare fuori del tutto la vergogna che le faceva arrossire il viso al solo ricordo, e imprecava tra sè, “stupida, stupida stupida che non sei altro”.

Nuovamente il telefono tra le mani, l’ennesima rilettura di quello stupido messaggio, le guance infuocate e gli occhi su quel maledetto segno di spunta, su quelle piccole v blu ormai mute da giorni.

“Ciao sono Emma. Non conosci questo numero ma ti ho inserito tra i miei contatti.

Ecco….non so se è il caso ma sono stufa di guardare la tua foto e leggere il tuo stato che cambia senza commentare……io………penso a te ogni giorno e mi manchi e ti rivoglio nella mia vita.

Non mi importa se non sarà più come prima, anzi magari sarà meglio!

Io rivoglio il mio amico, io rivoglio te e oggi mi sono svegliata con questo desiderio nella testa e non ho più voluto lasciar passare neppure un secondo senza dirtelo.

Io ti rivoglio, perchè mi manchi, perchè ti penso sempre, perchè di questa amicizia ho bisogno come dell’aria che respiro e dell’acqua che bevo.

E adesso sto piangendo e bagno lo schermo di questo stupido smartphone che alla fine ho comprato solo per questo motivo, per trovare il coraggio di contattarti.

Pensaci, fatti desiderare, sii crudele ma poi torna, io ti aspetto”

Dalla finestra aperta, le persiane accostate per non far entrare la luce impietosa, arrivavano suoni ordinari e sereni, un cane che abbaia, grida di bambini impegnati nella partita di calcetto dell’oratorio, il suono arrogante della gazza in cima al tiglio, profumi primaverili portati dal vento, rose, erba tagliata e un’aria fredda di pioggia che fece rabbrividire improvvisamente le spalle di Emma.

Pescando a casaccio nella cesta ai piedi del divano, alla ricerca di qualcosa di morbido per coprirsi, si ritrovò tra le mani proprio quella stola, uno dei suoi ultimi regali di ritorno dall’ennesimo viaggio in India, quanti ne aveva fatti ormai? forse una decina, opulenta e barocca nella sua seta verde oro. Sorridendo ci si avvolse dentro, quasi abbracciandola.

Dormiva da pochi minuti quando la risvegliò il suono insistente del citofono ma alzò le spalle e non rispose, certa che la sua buca delle lettere potesse resistere senza la solita messe di volantini colorati.

Rimase per qualche minuto ad occhi chiusi, accarezzando la seta, raccogliendo le forze per alzarsi da quel divano e riprendere le solite incombenze, quando il telefono si risvegliò dal suo sonno mortale con un cinguettio.

“Aprimi cretina, sono io!”

Sorridendo Emma andò a prendere la scatola dei biscotti, era il momento giusto per gustarli con un amico.

Ascoltando Sia

I biscotti di Emma esistono veramente e sono buonissimi! Se volete assaggiarli eccovi la ricetta 😉

2 uova
180 gr di zucchero di canna
160 gr di burro
2 cucchiai di miele o malto di riso
300 gr di muesli al cioccolato e nocciole
300 gr di farina
buccia di limone grattugiata
12 bustina di lievito per dolci

Mescolare le uova con lo zucchero di canna
Aggiungere burro fuso, miele, muesli, farina, limone e lievito e impastare bene. Lasciar rassodare in frigo per una mezz’ora.
Formare delle palline di impasto con un cucchiaio e schiacciarle un po’ disponendole ben distanziate su una placca con carta forno.
Cuocere in forno a 180 gradi per 15 minuti.

I used to have a friend

Friendship-Quotes-1

fonte: web

La lingua inglese ha un modo del tutto peculiare per sintetizzare una verità importante in una piccola e, apparentemente, innocua allocuzione.

-I used to have a friend-

Com’è elegante, definitiva e implacabile questa frase.

Un tempo avevo un amico e ora non l’ho più.

E’ un rimpianto, un rimorso, una termite assassina che viene troppo spesso a bussare alla porta del mio cuore.

Avevo un amico, forse era L’AMICO, forse prima di lui non sapevo neppure cosa significasse questa parola.

E’ stato padre quando il mio mi aveva appena lasciato, il fratello grande che non ho mai avuto, è stato mentore, complice, sodale, compagno di viaggio, è stato tutto.

Abbiamo condiviso i pasti, fosse un pranzo di lusso al ristorante oppure un semplice tramezzino, dormito nella stessa stanza, usato le stesse lenzuola, ci siamo abbracciati, baciati, sfiorati, annusati, leccati, morsi e presi a pugni, per poi mostrare i reciproci lividi con fierezza.

Abbiamo riso e pianto assieme, bevuto champagne, mangiato caviale e foie gras e cioccolato, oh quanto magnifico cioccolato!

Abbiamo sperperato per regali pazzi, fingendo noncuranza da gran signori e percorso chilometri solo per vederci qualche minuto.

Siamo stati ore ed ore al telefono e milioni di parole, di email ed sms hanno intrecciato la corda che ci legava.

Ci siamo amati ferocemente, nel senso più puro e casto, e ci siamo odiati con distacco.

Ci siamo riappacificati con un sorriso, riso a crepapelle per le banalità più trite e guardato di malanimo chi osava intromettersi tra noi.

Ci bastava un soffio per capirci, uno sguardo, un gesto, una frase ammezzata.

I used to have a friend

C’è ancora, respira, vive, mangia, sorride ma non più per me nè con me.

Ho forzato una porta che doveva restare sbarrata, una verità inconfessabile si è dischiusa come i petali di un fiore velenoso tra di noi.

Mi sono sentita svilita, presa in giro, usata come paravento, un povero spaventapasseri, uno specchietto per le allodole.

Ero giovane, orgogliosa, impulsiva; vedevo la vita solo in bianco o nero, on oppure off, luce o buio pesto.

Non ho voluto o saputo comprendere, perdonare, accettare le sfumature caritatevoli del grigio, accontentarmi del relativo quando volevo l’assoluto.

Che non esiste, ora lo so.

Tutto quell’amore, quella magnifica energia si sono spenti, come uno stoppino troppo corto, soffocato da un’onda di cera liquida.

Niente è stato più come prima, solo il gelo ha preso il sopravvento.

Sono rimasta ad osservare lo sfacelo di un’amicizia che credevo granitica e incorruttibile, sono scappata con il mio dolore e i miei rimpianti senza poter fare nulla per rimediare.

Non ho voluto tappare con inutili cerotti una ferita che non si sarebbe rimarginata, facendo finta di non notare la sua presenza.

Di tanto in tanto mi concedo di guardare cambiare la sua foto del profilo. E’ ingrassato, sorride, quella maglia gli sta bene, è sempre il solito scemo, guarda un po’ quanti capelli ha perso!

Ho inghiottito d’un fiato una medicina molto amara, come fanno tutte le brave bambine giudiziose.

Ho imparato che nessuno può avvicinarsi oltre un certo limite, ho fatto mia l’arte di erigere barriere, mi sono abituata ai morsi della delusione.

Almeno mi ero illusa che fosse così, ci speravo e invece, guarda un po’ che stupida, ci stavo ricascando.

Mi sono fermata in tempo, ho sentito solo una piccola bruciatura nell’anima ma, a ben guardare, non si è formata neanche la vescica.

Neppure la rabbia è arrivata a farmi compagnia.

Ci si arrabbia con una persona che si ama, che si conosce, non con un fantasma, l’ombra di qualcuno che non esiste, un’illusione.

L’estraneo che ho davanti non merita la mia rabbia, non se l’è guadagnata, non lo conosco e non so chi sia.

Provo tristezza e delusione e forse anche un po’ di pena; perdiamo entrambi e nessuno è soddisfatto.

Ma guarda un po’ che stupida, ci stavo ricascando, stavo ricominciando a credere di aver trovato un nuovo amico.

Ascoltando Kurt