Lezioni estive

Gustav Klimt 1905 – 1906 seminudo di donna prona

La stanza era fresca nella penombra di persiane accostate contro il sole estivo e lunghe tende pesanti, di lino color pesca, ne accentuavano l’intimità rosata.
Il silenzio soffocante del giardino amplificava il respiro sommesso del corpo addormentato.
Era nuda e poggiava sul fianco sinistro, una gamba attorcigliata nel groviglio sudato delle lenzuola, mentre l’altra sporgeva all’infuori, quasi a intrappolare un refolo d’aria tra le dita dei piedi dalle unghie smaltate di scuro, in netto contrasto con il bianco candido della pelle.
La testa era rivolta verso l’alto e le pale di un ventilatore poco lontano spingevano sbuffi di aria tiepida che accarezzava le tempie umide, là dove i capelli corti si arricciavano maliziosi, e piccole gocce di sudore fiorivano a imperlarle il labbro socchiuso.

Era scivolato furtivo nella stanza dal terrazzo su cui si aprivano le alte finestre della corte e ora la osservava nascosto dietro le tende, percorrendo con gli occhi ogni dettaglio del corpo che gli si svelava morbido dinnanzi.
Con dita nervose pizzicava le nappe della tenda, come volesse tormentare il capezzolo, turgido e sfacciato, che una lingua di aria solleticava e osservava affascinato la mano nascosta tra le cosce, desiderando essere quelle dita sottili per portare a termine il piacere solitario che il sonno aveva interrotto.

La guardava e intanto pensava che avrebbe potuto scegliere carni più fresche e disponibili se solo avesse voluto, ma nessuna delle ragazze che aveva conosciuto emanava il fascino sensuale della donna che gli dormiva inconsapevole di fronte, il corpo pieno e maturo, la pelle chiarissima e ancora soda dove le vene risaltavano in verdi trasparenze, come la trama di una foglia nuova.

Da quando era tornato per le vacanze estive era diventata la sua ossessione, il tormento che macchiava ogni notte lenzuola che lei gli faceva trovare pulite senza una parola.
Al suo arrivo nella vecchia casa di famiglia, in un turbine di bagagli, caos e risate, l’aveva ritrovata lì, immersa nelle minute incombenze quotidiane del suo ruolo di domestica, come se un anno non fosse mai trascorso. Eppure molto era cambiato, lui era cambiato, il suo corpo di quasi uomo tradiva un desiderio acerbo e incontrollato che non voleva saperne di spegnersi e i gesti affettuosi di lei, la confidenza con cui lo trattava, non facevano che alimentarlo.

L’erezione, che i pantaloni leggeri non riuscivano a nascondere, gli premeva il ventre con urgenza. Mosse a disagio le gambe, stringendole nel tentativo di alleviare il fastidio, e d’un tratto si accorse che qualcosa era mutato nella stanza, il respiro non era più pesante e regolare ma consapevole e cosciente. Si sporse un poco da dietro il suo nascondiglio e incontrò gli occhi spalancati di lei che lo guardavano tranquilli e ironici, un accenno di sorriso a piegare gli angoli della bocca, la mano ancora abbandonata tra le cosce.

Con un verso strozzato si precipitò fuori, nel sole cocente del terrazzo, e percorse i pochi metri che separavano le due stanze. Al riparo dallo sguardo di lei, che sentiva ancora bruciargli la pelle come uno schiaffo, si ritrovò a passeggiare nervoso per la stanza. Aveva il fiato corto ed era sudato come dopo una corsa. Si strappò i vestiti di dosso con una smorfia e si guardò allo specchio, arrossendo per la figura da perfetto idiota appena fatta. Si sentiva stanco ora che l’adrenalina lo aveva abbandonato e si buttò a sedere sulla sedia a sdraio davanti alla finestra. Il riverbero del sole lo costrinse a chiudere gli occhi, ma da dietro le palpebre continuava a rivedere come in un close up i dettagli del corpo, le onde morbide dei fianchi, il pelo ricciuto e biondo del pube.

Afferrò il membro eretto e cominciò a muovere la mano su e giù, dapprima lentamente poi con movimenti più secchi e decisi, sempre più veloce, con urgenza crescente. Respirava a brevi ansiti e non si accorse del rumore della porta che si apriva e richiudeva piano. Sussultò di sorpresa quando una mano si impadronì della sua carne dura e iniziò a giocare con la punta rossa del glande, saggiandone la consistenza sensibile e facendolo rabbrividire per le sensazioni che quella pelle, resa ruvida e callosa dal lavoro domestico, riusciva a dargli.
Le dita sapienti iniziarono a imprimere un ritmo ancora più veloce e il piacere che montava a ondate era quasi insostenibile e lo faceva gemere, finchè un’ultima pressione decisa non lo fece eiaculare a più riprese con un grido selvaggio.

Restò fermo, ancora scosso dall’orgasmo, immobile in ogni parte del corpo tranne il petto che si sollevava e abbassava cercando di contenere il tambureggiare impazzito del cuore, mentre le dita di lei giocavano con i lunghi filamenti di seme perlaceo impigliati nel vello del ventre. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono familiare dell’acqua che scorre, avvertì il tocco piacevole di una spugna umida sul petto e il profumo di labbra fresche sulla tempia, poi ci fu soltanto il suono ovattato di passi in lontananza. Sorrise, gli occhi ancora serrati stretti a trattenere il più a lungo possibile le sensazioni provate, e giurò a se stesso di trovare il coraggio per tornare in quella stanza e abbracciare quel corpo morbido, la notte stessa e ogni altra di quella torrida estate di vacanza.

Onda sonora

Lo zen e l’arte di preparar biscotti

fonte: web

L’altra sera ho preparato i biscotti. È stata un’immersione nella cucina emotiva, un tuffo rassicurante nei gesti misurati e ripetitivi necessari a raggiungere un buon risultato.

Ho cercato una ricetta semplice da realizzare con calma. Questo mi ha portato a sfogliare i tanti libri che possiedo, ognuno un ricordo del posto in cui l’ho comprato o di chi me lo ha regalato conoscendo la mia passione, e a consultare gli scarabocchi quasi illeggibili del mio quaderno, da cui ogni volta scivolano fuori foglietti di carta incipriata di farina o le ricette invitanti stampate sul retro di vecchie bustine di lievito, vuote ma ancora profumate di vaniglia.

Ho pesato gli ingredienti con puntiglio, nella pasticceria c’è tanta chimica e precisione quanta ne ho trovata in un laboratorio di ricerca, mentre cucinare è spesso questione di estro e improvvisazione, altre volte di puro e semplice culo. Qui invece non si può sbagliare, anche la scelta di un cucchiaio di legno anziché di metallo può compromettere il risultato. È sempre questione di chimica, non tutto si amalgama e sta bene insieme.

Anche l’umore del cuoco è un ingrediente fondamentale. Mai cucinare in preda alla rabbia e quante uova ho fatto impazzire, quanti impasti non lievitare prima di imparare questa semplice regola, quasi che la mia frustrazione fosse assorbita dal tuorlo al posto dello zucchero, creando pesantezza là dove può esserci solo leggerezza. Invece, malinconia e tristezza stanno bene dentro le torte, nel viaggio in forno i pensieri cuociono a fuoco lento ed evaporano, lasciando solo le bolle di un dolce ben lievitato, che al primo assaggio profuma di tiglio e madeleine du temps perdu.

L’amore è di sicuro l’ingrediente che non deve mancare, senza questo niente ha un buon sapore, e cerco di metterlo nell’impasto ad ogni costo. Se voglio bene a qualcuno difficilmente glielo dico con le parole, è più facile che gli prepari un dolce. Anche questo in fondo è aver cura, credo.

Lo scricchiolare della fecola tra le dita mi ricorda la torta margherita che faceva mia nonna, la mia maestra di vita e di tante ricette, e delle volte che l’ho preparata io per lei, quando era ridiventata una bambina golosa dagli occhi azzurri e i capelli candidi.

Nei suoi ultimi giorni aveva dimenticato tutto, chi era, dove si trovava, chiamava sua figlia signora, dandole del lei, la pregava di riportarla dalla sua mamma, relegando in un ramo secco della memoria la casa e le persone con cui aveva trascorso la sua vita. Rideva e batteva le mani quando le portavo la torta e se le domandavo sai chi sono, lei sorrideva e mi chiamava con il mio nome, senza esitazione. Forse è stato quel lungo filo di amore e ricette tramandate a memoria, quel sentiero di farina e vaniglia a mantenere vivo in lei il ricordo di me. Mi fa bene pensare che sia andata così.

Perciò l’altra sera, mentre guardavo un vecchio film degli anni ottanta dalla trama assurda ma pieno della magia di canzoni che non riesco a dimenticare, ho tagliato trucioli di cioccolato con il coltello più affilato che ho e tritato le mandorle non troppo fini, che si sentano scrocchiare sotto i denti in mezzo alla seta del cioccolato fuso.

Ho impastato tutto con la crema di burro e zucchero, la merenda più semplice e buona che sia mai stata inventata, e legato con l’abbraccio solido della farina; anche gli aquiloni per volare alti hanno bisogno di basi resistenti e di un filo robusto.

Ho modellato i biscotti con cura e li ho posati sulla teglia ben distanziati, perché possano stare vicini mentre crescono, condividendo lo spazio senza soffocare, ma non così lontani da sentirsi soli.

Solo alla fine mi sono seduta, dopo aver infornato le teglie e lasciato che il calore del fuoco facesse la sua parte, mentre il film terminava in dolcezza e un aroma semplice di zucchero cotto profumava la casa di un odore così buono che bisognerebbe imbottigliarlo per i momenti speciali.

Una volta pronti ma ancora teneri e fragili, ho lasciato che riposassero, assestassero le idee e prendessero la loro forma definitiva. A volte riposare è necessario, permette di riflettere con calma e riprendere il passo della vita quando scorre alla giusta distanza. Magari nell’attesa ci si “siede” un pochino, si perde in altezza ma si guadagna in concretezza e questo non è affatto un bilancio negativo.

Adesso i miei biscotti sono in una scatola trasparente, protetti ma a portata di mano, non troppo morbidi e neppure troppo secchi, perfetti per un momento di quiete, un sorriso in compagnia, un profumo dimenticato o soltanto un assaggio della mia cucina emotiva, fatta di burro, zucchero e memoria.

In-canta-mi

Intonami un canto

che faccia suonare

il mio cuore 

di un canto

limpido e pieno,

come il canto di un falco,

solitario e fiero,

che sogna senza posa,

nel silenzio fondo

del primo mattino,

di volare in tondo

sulla lepre lesta,

che corre ignara

al destino segnato,

tra la brina chiara 

di un prato ghiacciato,

di ghiaccioli lucenti

imperlato,

di trine fragili

ricamato,

che risuona 

come vetro soffiato,

che tinna 

come campane a festa,

che d’erba fa strumento

di un canto

che m’incanta.

Intonami un canto

che faccia vibrare

il mio cuore

del canto

morbido e dolce

di un amore clandestino,

che parco si nutre

di istanti presenti, 

che fragile dorme 

nel cavo delle mani, 

che caldo riluce 

nel freddo d’inverno, 

che avido osserva

il profilo dell’amato,

di lacrime argentee

ornato,

di sorrisi d’addio

svelato,

come specchio 

incrinato

di macchie pallide

marezzato,

come bocca appassionata

che di bacio fa strumento

di un canto

che m’incanta.

On air Learning to fly

Sull’onda della lettura, il mio carissimo amico Ali mi ha inviato un suo bozzetto che sono felicissima di aggiungere a completamento del post. Grazie caro ❤

Volo di falco by Ali di Velluto

Incompiuta in la minore

fonte: web

​È una terribile bellezza il nostro amarci,

nelle apnee di un respiro,

nelle pause tra un largo e un adagio,

nel silenzio prima del finale,

cullandoci sull’arco elegante di una semicroma.

È un tempo sincopato il nostro amarci,

di intervalli e assenze,

di parole pensate in solitudine,

di nascondini immaginari,

di dolcezza sfrangiata agli orli di un sorriso nostalgico.

È un contrappunto dissonante il nostro amarci,

un canone inverso,

la tredicesima misura,

un accordo in la minore

che resta incompiuto come il desiderio della controra.

È un’armonia sospesa il nostro amarci,

un ritornello fuori tempo

un solfeggio fuori luogo,

un’ancia solitaria che vibra un riff incompreso,

senza il permesso di trasformarsi in assolo.

Pausa sigaretta

fonte: web

Stava appoggiato con i gomiti al parapetto e si godeva il tramonto, lontano dal mormorio scomposto di quella umanità tanto bisognosa di aiuto che sentiva salire da là sotto, insieme allo smog e ai rumori del traffico caotico di un venerdì sera qualunque.

Guardò in basso ammirando la vertiginosa caduta dei grattacieli, i vetri che riflettevano i raggi morenti trasformandoli in colate di pura luce dorata.

Si frugò nelle tasche, ne trasse un sacchetto di pelle consumata, reso morbido dalla carezza delle sue mani e dall’uso, nei lunghi anni trascorsi a sorvegliare e ascoltare, abbracciare, consolare e asciugare lacrime.

Tirò fuori una presa di tabacco a foglia lunga, biondo e profumato, che dispose con cura sulla cartina, rollando la sigaretta con dita veloci ed esperte.

La strinse tra le labbra e si palpò le tasche alla ricerca del suo Zippo. Ne sentì la solida consistenza sotto le dita, gli spigoli dolcemente arrotondati e il profilo del disegno inciso sopra. Ascoltò nei suoi solchi la storia che ogni volta quel pezzo di metallo gli raccontava, rivisse il rumore delle granate che esplodevano, il fragore delle pale degli elicotteri, l’umidità collosa che rendeva impossibile anche solo respirare, accucciati nell’acqua stagnate di paludi fangose e infestate dai serpenti; rivide la luce fioca dell’accendino che illuminava un viso cereo, le mani sporche di terra che stringevano le sue nell’ultimo attimo di terrore prima della quiete della morte.

Lo fece scattare, accese la sigaretta e aspirò con forza incendiandone la punta di brace rossiccia. Annuendo tra sé si disse per l’ennesima volta che il tabacco, insieme al caffè, era una grande invenzione, forse il migliore dei compagni per una pausa di riposo, lontano, almeno per un poco, dal compito che aveva scelto di assolvere, votando la sua vita alla cura degli altri.

Un fruscio lieve accanto a lui gli fece comprendere di non essere più solo con i suoi pensieri.

Rollò un’altra sigaretta, l’accese con la punta incandescente della sua e, senza neppure voltare il capo, la passò alla persona al suo fianco.

Due sorrise, afferrò la sigaretta con le dita sottili e la portò alla bocca con avidità. Fili di fumo, paralleli e sottili, si innalzarono nel cielo ormai scuro prima di essere deviati da una folata di vento.

«Grazie Uno, ne avevo un gran bisogno. Oggi è stata una giornata impegnativa. Non credevo di riuscire a portare a termine il mio compito.»

«Ogni singolo giorno è impegnativo. Ognuno di coloro che abbiamo scelto di aiutare è importante. Sono soli, siamo tutti soli, ma nella nostra solitudine possiamo trovare compagni di viaggio che ci rendano più lieve il percorso.»

Due ascoltava le parole del suo mentore, gli tremavano le mani mentre dava le ultime boccate alla sua sigaretta, lentamente, senza fretta, per timore che finisse troppo presto e, con lei, il suo attimo di riposo.

«Oggi ne ho perso uno. Per quanto mi sia sforzato di trovare un modo per aiutarlo è stato tutto inutile. Ha costruito un muro intorno a sé che non sono riuscito a infrangere. Sono rimasto al suo fianco accarezzandogli la fronte, finché non ha deciso che era giunto il momento di andarsene.»

Uno si voltò a guardare il volto sofferente dell’amico, gli poggiò la mano sulla spalla percependone il dolore, la frustrazione impotente che anche lui sentiva ora nel cuore e sospirò piano.

Era un sentire comune a tutti loro, ma erano soprattutto i più giovani a soffrirne. Il tempo avrebbe limato le asperità e lenito il dolore. Tutto sarebbe divenuto più semplice da sopportare, non meno faticoso.

«Ci sono giorni in cui ho paura di tutto. Di me, di noi, di loro, di me con loro, di me senza di loro. Temo la vicinanza, le lacrime, i pericoli che devono affrontare, ma ho uguale terrore della distanza da loro, di non essere mai abbastanza bravo ad ascoltare la loro voce o rapido nell’interpretare i segnali. Ho paura di fallire come te, come tutti.»

Due sembrava bere le sue parole e chiedeva con gli occhi che continuasse.

«Quando viene il loro tempo dobbiamo lasciarli andare, anche se non vorremmo, anche se la culla del nostro abbraccio è così confortevole e ci strazia separarci da loro. Esiste un viaggio che devono affrontare da soli e noi possiamo accompagnarli solo fino alla soglia.»

Restarono ancora un ultimo istante l’uno al fianco dell’altro, le mani intrecciate sotto il mento, i gomiti poggiati al cemento ruvido, i loro profili, disegnati dalla luce della luna appena sorta, li rendevano due maestose statue, potenti e inavvicinabili.

Il rumore che saliva dal basso diventò più forte e netto, presero a separarsi voci imploranti, richieste sommesse di aiuto, sospiri, urla di dolore e infine, più limpido di un cristallo, il primo vagito di un bambino.

«E’ ora di andare. Hanno bisogno di noi.»

Uno salì in piedi sul parapetto, la carezza del vento gli portò via dalle labbra l’ultimo gusto del tabacco, aprì le ali e si lasciò cadere giù, verso il basso, verso quella terra così amata e fragile.

«Eccomi piccolo. Sto arrivando.»

Ascoltando Guardian Alanis Morissette

L’heure de la nuit

tumblr_od9catp2rq1sijyd6o1_500

fonte: tumblr

Lascia ch’io entri

nel tuo mondo.

Non tenermi

lontana

con il silenzio,

teso,

di filo spinato,

feroce,

che graffia carne

avida

di abbracci.

Stringi la mano,

a pugno,

tra le mie

e fa ch’io l’apra,

un dito

alla volta,

per svelarne il vuoto,

ostinato,

vestito della nuda

nudità

di dolore

solitario.

Appoggia i palmi

sul mio volto,

indifeso

e sfiora la pelle

con la cura,

lenta,

di un cieco

che impara

i sentieri,

nascosti,

di rughe

colme di vita.

Cerca la mia bocca

con l’affanno

di un morente

cui dare fiato,

di una pagina

cui mescere inchiostro,

di un cardellino

cui donare libertà.

Scuoti la cenere

del tempo,

implacabile,

sulla soglia

del tuo cuore

e accogli l’ombra,

paziente,

dell’attesa,

di te,

in me.

Lascia ch’io entri

nella tua anima. (Camille Béatrix D’Heure)

Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

PADRE-E-FIGLIAbn

fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.