scatti rubati ovvero dell’imparare a dire addio

Non amo l’estate, lo sai.
La considero una stagione in saldo, appariscente come un abito troppo scollato, impaziente, frettolosa di esporre la sua mercanzia, prima che marcisca come pesche lasciate al sole. Non lascia il tempo di assuefare la pelle al tepore che già un temporale se la porta via, lasciandone soltanto un ricordo appiccicoso.
Mi piacciono soltanto le mattine estive, una manciata di ore chiare e pulite in cui mi sveglio prima del solito, cammino tranquillo nel silenzio della città insonnolita e scelgo un bar appena aperto, per bere il primo caffè senza fretta.
Lo sto facendo anche ora, mentre ti scrivo davanti a una tazza fumante, seduto nel cuore della tua città.
Sono qui, sì.
Mi sono concesso una breve vacanza da me stesso o un viaggio a ritroso nel tuo ricordo, se preferisci.
L’amavo anche prima questa città elegante e un po’ snob, ma tornare qui sapendo di respirare la tua stessa aria me la rende ogni volta più cara.
Nella cerchia delle sue mura mi sento accolto e protetto. Appartengo a questo luogo, lo sento, perché qui sono sereno, addirittura felice.
Ti sembrerà bizzarro sentir parlare proprio me di felicità. Io che ho fatto della tristezza una camicia di forza da cui non riesco a liberarmi, nonostante gli sforzi, le letture positive, la meditazione, lo sport e l’aiuto ottundente della chimica.
Semplicemente resta lì, inspiegabile e indecorosa.
Eppure non sono infelice, tutt’altro, ma indosso una sottoveste grigio piombo, invisibile ai più, che mi avvolge il cuore come pellicola su un pezzo di carne cruda.
Mi manchi davvero molto, anche se non mi è più permesso dirtelo e la nostra storia è ormai solo il ricordo di un paziente che ha scelto di non essere rianimato.
Ti ho sentita in ogni gesto compiuto in queste giornate pigre, nel rumore dell’acciottolato che ho percorso, nella musica di un concerto all’aperto, nel profumo di cibo delle osterie, nel tuo accento morbido che risuona sulla bocca di ogni persona incontrata.
Ti ho cercata nei graffiti sui muri, in un vicolo puzzolente di umanità incontinente, fra i bracciali di bachelite di una bancarella, nell’intreccio di mani degli amanti a passeggio, nel riflesso di un vetro impolverato.
Eri ovunque e in nessun dove, eri aria invisibile e necessaria.
Ho comprato un quadro, sai? L’ho scovato nella bottega di un rigattiere e sono certo ti piacerebbe molto: un piccolo carboncino di donna dai tratti appena accennati, drappeggi eleganti su carta avorio listata di azzurro.
Saresti fiera del mio buongusto e mi suggeriresti il posto migliore per appenderlo, forse proprio in…..

Una risata femminile interruppe il flusso di coscienza, che stava prendendo una china pericolosamente vicina all’autocompatimento.
Alzando la testa si accorse che i tavolini si erano a poco a poco riempiti. Il tempo era passato senza che se ne avvedesse e i negozi stavano alzando le saracinesche, i neon già accesi a illuminare l’interno.
Un po’ più al centro rispetto al suo tavolo d’angolo era seduta una coppia. Dell’uomo non scorgeva che le spalle, mentre il volto della donna era ben visibile; una turista a giudicare dalla cartina che teneva appoggiata accanto a sé.
Non era bella e neppure tanto giovane, troppo paffuta per essere di suo gradimento, ma aveva una scintilla d’ironia negli occhi chiari che rendeva il suo viso interessante.
Alla risata erano seguite parole di dolce presa in giro per il suo compagno, reo di aver russato “come un leone marino” per tutta la notte.
Era felice di trovarsi lì, lo testimoniavano sia il sorriso rilassato che la postura priva di tensioni e fretta.
La guardò assaporare piano il suo cappuccino, senza zucchero approvò silenziosamente, e addentare con gusto il croissant che aveva davanti.
Era golosa, lo si capiva dal modo in cui socchiudeva di piacere gli occhi, leccandosi la punta delle dita velate di zucchero.
Distolse gli occhi davanti a quel dettaglio intimo, imbarazzato dalla sua stessa curiosità, e cercò di ritrovare la concentrazione necessaria per terminare la lettera, ma dopo poco tornò ad alzare lo sguardo.
Osservò la donna piegare con gesti precisi una bandana colorata e, con un unico fluido movimento, legarsela intorno alla testa.
Restò affascinato dal gesto, pieno di una inconsapevole femminilità, e dal contrasto tra il cobalto della fascia di tessuto e il rosso vivo dei capelli di lei.
Gli tornarono alla mente i quadri dei maestri fiamminghi visti tanto tempo prima ad Anversa, i blu e i magenta, ancora così vividi dopo secoli, che contrastavano con gli occhi chiari e le pelli rosate di giovani nobildonne e umili sguattere.
La donna ora scuoteva la testa con imbarazzo ed era arrossita, mentre il compagno tentava di scattarle una fotografia.
Seguendo un impulso incontrollabile, anche lui sollevò il telefono e le rubò uno scatto, fermandone non il sorriso pieno di poco prima, ma uno più timido e appena accennato.
Lei si accorse del suo gesto, perché arrossì violentemente e voltò di scatto il busto, a rimarcare un confine che non gli era permesso varcare.
Il suo nervosismo era evidente nel modo in cui spiegazzava la cartina, ma non gli rivolse alcun rimprovero o sguardo infastidito. Si limitava a tenere il viso voltato da una parte, nascondendo la sua espressione.
Anche lui abbassò la testa sul foglio e finse di leggere ciò che aveva davanti, per evitare un ulteriore penoso imbarazzo.
Il rumore di sedie strisciate e un buongiorno appena sussurrato, cui rispose con un cenno di capo, conclusero l’accaduto senza vincitori né vinti.
Le parole che aveva scritto tornarono ad occupare tutta la sua attenzione, ma nel rileggerle si faceva strada in lui una sensazione di rassegnazione cui, fino a quel momento, non aveva voluto arrendersi.
Era finita, lo sapeva razionalmente da tanto tempo, ma doveva comprenderlo ormai anche quel suo cuore ostinato. Era il momento giusto per lasciar andare il ricordo di chi non aveva voluto o potuto dargli ciò che desiderava.
Fece cenno al cameriere per avere un altro caffè e iniziò a strappare il foglio con cura, in minuti coriandoli che impilò nel portacenere.
Finì di sorseggiare con calma, poi si avviò verso le monumentali porte del centro storico, socchiudendo gli occhi al riverbero del sole sulle lastre di arenaria rosata.
Una folata di vento improvvisa si portò via un tovagliolo macchiato di caffè, briciole di croissant e coriandoli di carta, insieme al rimpianto di cui erano intrisi.

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24 maggio: il girotondo delle rondini

rose selvatiche foto mia rielaborata

Ha un nome delicato.
Strada dell’Olmo c’è scritto in alto, un rettangolo bianco che si riquadra nel troppo blu di un cielo quasi estivo, quasi finto, troppo perfetto.
Dell’antico olmo non resta traccia, solo il nome ne omaggia il vuoto del tronco, rimpiazzato da campi a grano gialloverde e chiazze di radi papaveri impolverati, stinti come panni vecchi.
Una radice dimenticata dorme sotto le zolle, ne indovino il gonfiore nascosto e la immagino sprofondare nel ventre scuro della terra, libera dal peso della chioma.
L’attaccamento alla vita dei fiori selvatici è un prezioso insegnamento di resistenza, nonostante in primavera la gente vada a morire in guerra o trovi un sudario in mare, anziché fermarsi a guardare il girotondo selvaggio delle rondini.
La rosa canina fiorisce in cascate che si gettano a capofitto, punteggiando di glassa rosa l’intrico di spine, torta di nettare per api ubriache di profumi ancestrali, mentre il prato sussurra il mistero della vita che cresce in silenzio. Nessuno sembra comprenderne più la melodia e malinconia tracima dalla gola, affogando il respiro di fango amaro.
Il sole arroventa la pelle e scava canyon disidratati nel mezzo della fronte; l’acciaio di un fucile scotta più del fuoco, ma non è salutare il suo calore; bere acqua salata non è un buon modo per dissetarsi.
Ho sfogliato una margherita di non m’ama lunga un anno, ma il vuoto nel petto non si è colmato. Ho capito che anche il funerale più straziante non dura in eterno ed è ormai tempo per me di gettare terra grassa sulle mancanze, mischiarla ai petali del rifiuto e seppellirli più a fondo, dove non si tocca.
Il cielo lavanda al tramonto si riga di nere traiettorie. Non morti scheletri metallici, ma vive architetture piumate popolano la sera di girotondi.

zuppa di unicorno

fonte: pinterest

Mi sento come un gelato al gusto unicorno. Lo osservi e pensi, che schifo, sarà pieno di zuccheri e altra robaccia chimica, con tutti quei brillantini, i colori assurdi, i confetti che solo a guardarli senti tremare di paura le otturazioni.

Stavo pensando a una persona che desidera ardentemente scrivere e ci sta provando con tutte le sue forze. È brava, tra l’altro, e ce la farà. Io non riuscirei, mi sono detta, perché non sono abbastanza. Abbastanza cosa, poi? Abbastanza brava e intelligente, brillante o vincente; abbastanza bella e magra, questo mai, o abbastanza simpatica e amata. Magari sono un miscuglio di tutto questo, un equilibrio non troppo riuscito dal gusto improbabile e strano quanto l’unicorno. Quanto può sentirsi fuori posto un gelato al gusto unicorno?

Questa strana associazione d’idee è affiorata direttamente dal subconscio stamattina mentre, la testa ficcata nell’armadio, litigavo con vestiti troppo pesanti o ancora leggeri per questo clima bizzoso. Non sopporto più questi sbalzi, non è sano, ogni anno mi lascio cogliere alla sprovvista perché non mi fido della primavera, è una ragazza così volubile, e mi copro troppo, poi sudo, poi mi scopro ed ecco la fregatura e mi ammalo. ‘fanculo….

Sono anche in fase M, mestruazioni, menopausa, malinconia, mugugno, decidete voi quale sostantivo preferite, tanto sempre di M mi sento e, neanche a dirlo, sono uno strazio ambulante.

Tra gli altri è anche per questo motivo che ho rarefatto il mio scrivere e mi autocensuro. Rinuncio dopo poche righe, a volte neppure quelle, perché mi vergogno di me stessa e il pudore mi spinge a tenere celati i pensieri beceri.

Il verme saggio che coabita con la mela bacata mi sgrida. Di che ti lamenti? Cosa ti manca? Non ti vergogni?

Certo che mi vergogno! Però poi mi lamento. Punto. Non ho voglia di scoprire perché, non è obbligatorio sapere tutto nella vita, anzi, ho come il sospetto che più si è ignoranti e meglio si sta. Come un puciu si dice dalle mie parti e se non siete piemontesi andate a leggere la spiegazione che è assai carina.

Mi mancano tante cose. Qualcuna per un po’ è stata mia ma poi se n’è andata, altre invece non le avrò mai e cerco di non pensarci troppo. Aveva ragione chi cantava quello che non ho è quel che non mi manca e sto davvero facendo progressi nel vivere senza aspettative, lontana da inutili rimorsi e sterili rimpianti. Di tanto in tanto mi capita ancora di imboccare uno di quei sentieri mentali ciechi, zeppi di curve che non portano da nessuna parte, e per un po’ mi tocca andare a ramengo. Ci vuole tempo e pazienza per tornare sui propri passi, il labirinto dei se e dei chissà non è semplice da attraversare senza farsi almeno un graffio superficiale.

Vorrei del tempo di qualità solo per me, ore di sonno profondo e ristoratore, qualche abbraccio caldo, un amicizia di lunga data, il ciliegio in fiore della mia infanzia su cui arrampicarmi a leggere le centinaia di libri che ammucchio compulsivamente. Dicono si chiami Tsundoku, purtroppo la cura non è ancora stata inventata, mentre sarebbe bene comprare libri, se insieme si potesse comprare il tempo per leggerli. Non l’ho detto io ma Schopenauer. Come dargli torto?

Mi mancano le polaroid mozzate che scattava mia madre, tutte senza la testa o i piedi. Ogni volta sperava di averla azzeccata e alla fine erano matte risate e prese in giro affettuose. In una vecchia valigia qualcuna è rimasta intatta, solo ingiallita dal tempo che le si è appiccicato sopra.

Mi mancano i baffi di mio padre e il solletico che mi faceva con i suoi rari baci camuffati da pernacchie. Quelli proprio non posso più riaverli, non c’è valigia grande o piccola che possa contenerne almeno uno.

Mi piacerebbe conversare per il gusto di farlo, non parlare a orecchie sterili solo perché sono pagata per farlo (‘fanculo) e vorrei un sacchetto di gettoni per telefonare in cabina, lontano da orecchie indiscrete, giocando con il filo arrotolato attorno al dito e la cornetta incastrata nella spalla.

Già che ci siamo rivorrei la bomboniera Algida, la coppa del nonno di una volta, perché quella di adesso fa schifo, e la canottiera bianca di Freddy, con lui dentro naturalmente. Se vi sto annoiando vi chiedo perdono, è solo una zuppa di pensieri ma è la mia zuppa e più ne metto più diventa buona. Almeno spero.

Qualche settimana fa ho partecipato a un funerale di paese, di quelli vecchio stile che in città nessuno si sognerebbe più di celebrare.

Dopo la funzione ci siamo incamminati a piedi verso il cimitero, il prete davanti con la croce di legno tra le mani, il carro funebre a passo d’uomo, il corteo dietro in ordine sparso. C’era chi pregava e chi faceva solo finta, chi si guardava intorno, chi piangeva, chi faceva un cenno di saluto, chi chiacchierava a bassa voce scambiando pettegolezzi.

C’erano tre anziani seduti fuori dal bar su sedie di plastica quasi più vecchie di loro, umarell a riposo impettiti e attenti a non perdersi un secondo dell’avvenimento del giorno. Parevano tre Parche con il deambulatore.

È stato strano camminare occupando uno spazio che di solito non appartiene ai pedoni, sfilare tra due colonne di auto ferme, i volti incorniciati dal parabrezza come quadri viventi curiosi e al tempo stesso impazienti di ripartire, tra le serrande a mezz’asta dei negozi, nel silenzio irreale di un tempo sospeso che solo la morte è ancora in grado di donare a chi resta.

Soltanto le rondini se ne infischiavano di quel singolare assembramento di bipedi e continuavano imperterrite a garrire, con i becchi colmi di fuscelli per il nido da costruire.

Tutto scorre e deve continuare, hanno ragione le rondini, tutto va avanti e non indietro, nonostante i periodi di M, la vergogna, le lamentele ragionevoli o irragionevoli e il tempo pazzo che si prende gioco di chi non si fida.

c’est la vie, n’est ce pas?

Testa piena di nuvole

fonte: web

Non voglio più vedere, non voglio più ascoltare. C’è troppo poco da dire e molto su cui riflettere.
Ben si addice al mio umore la nebbia di questa mattina.
Guido su una stretta passerella di asfalto, ma ai due lati del palcoscenico non c’è né fondale di scena né pubblico pagante, solo un fitto muro grigio-latte, avariato al gusto smog. (18 dicembre 2018)

C’è tanta gente in strada.
Là dove è territorio di auto ora sono i piedi a comandare e sorrisi, grida di bimbi, auguri veri e posticci riverberano al posto dei clacson.
Luci illuminano palazzi nobili, volti famosi proiettati in seppia fanno la notte meno sola, imbellettata in una coltre di lustrini da vecchia puttana, mentre scoppi inopportuni di petardi feriscono orecchi e cuori di cani.
Display illividiscono volti comuni, chine le teste le dita volano. Intrappolate nella rete come insetti nell’ambra, milioni di foto dicono guardami, invidiami, condividimi, ma domani dimenticami.
Ho la testa piena di nuvole e il cuore vuoto. (31 dicembre 2018)

Ho conosciuto una donna che spegneva la luce dei lampioni al suo passaggio, come se la sua tristezza non riuscisse a tollerare altro che il buio più fitto attorno a sé.
Ho incontrato una princiseppia sfuggente, ammantata di inchiostro indelebile, che diceva no quando intendeva sì e allontanava le persone quando invece le voleva vicine. La sua nuvola nera era troppo densa per essere oltrepassata e ora languisce invecchiando da sola, incapace di superare confini che lei stessa ha creato.
Ho veduto una ragazza dal corpo sformato, che faceva del suo grasso una corazza per respingere il dolore e viveva sommersa di spazzatura, incapace di disfarsi dei rifiuti perché come tale era stata gettata via, rifiutata da chi credeva la amasse.
Ho osservato una donna aquilone, incostante come il vento, sempre pronta a rincorrere l’ultima idea balzana, con la testa talmente piena di progetti irrealizzabili che portava alla caviglia un peso di ghisa, per restare ancorata al suolo senza volar via, persa dietro l’ultimo incompiuto. (7 gennaio 2019)

Scrivere è diventato tanto difficile. A volte mi sembra uno sforzo sovraumano, certamente molto al di là delle mie capacità. Mi addolora non farlo, ma mi crea ancora più sofferenza non farlo come vorrei. Ogni tanto qualche idea si affaccia per poi svanire subito e mi sento come stessi attendendo di veder bollire l’acqua. Ho gli spaghetti già pronti e una fame spaventosa, ma quella non si decide mai ed io resto lì, impaziente di vedere qualche bollicina promettente. Forse la tristezza di questi ultimi mesi mi ha talmente inzuppata che è diventato difficile fare tutto tranne che sopravvivere o forse si è solo seccata la fonte che alimentava il mio ruscello di parole. Succede, dispiace, è davvero un peccato, passerà. (14 gennaio 2019)

Gli ultimi mesi mi hanno regalato una parata di lune meravigliose. Stamattina una splendida luna piena, luminosa come un sole freddo, ha accompagnato il mio tragitto nel buio del primo mattino. Con rispetto e modestia si è tenuta alla mia sinistra, ma non poteva fare a meno di brillare ed io di guardare, nonostante non fosse più la luna rossa di ieri, così attesa e chiacchierata che mi sono dimenticata di osservarla, intenta com’ero a sonnecchiare sotto le coperte. Mi sono chiesta perché in passato non abbia prestato più attenzione a queste semplici meraviglie. Dove sono andate le lune della mia giovinezza? Ero davvero così intenta a vivere la vita da non avere tempo per alzare gli occhi al cielo o ero solo una sciocca ragazzina distratta, convinta di avere le carte giuste in mano? L’essenziale non è affatto invisibile agli occhi, forse ci vuole solo una buona vista e la voglia di apprezzare la semplice bellezza di una luna piena. (22 gennaio 2019)

Amo Gennaio e la lentezza con cui scorrono i suoi giorni, mi piace il freddo tagliente che arsura le labbra, le giornate corte e le notti lunghe, la condensa sui vetri al mattino, la galaverna e i cieli limpidi, il cappotto pesante e il berretto di maglia colorato, i guanti dimenticati in casa, le mani affondate nelle tasche a raccattare calore, le battaglie improvvisate a palle di neve, il tè alla cannella e il profumo dei mandarini, le albe glassate di arancio e le giornate crude, bigie di ghiaccio e nebbia. (25 gennaio 2019)

Non amo festeggiare i compleanni, dei regali non mi importa granché, se posso preferisco non dire quando sono nata, ma se lo faccio mi aspetto gli auguri. Quando non succede mi dispiace, sento di aver rivelato un segreto alla persona sbagliata o magari non ero io la persona giusta. Oggi non è stato un buon compleanno, non sono stata la persona giusta per tanti a cui tengo davvero e ora ho una piccola spina conficcata in gola. Punge, ma non va né su né giù. La vita è anche fatta di questo, desideri disattesi e puerili insoddisfazioni. (** gennaio 2019)

Se non devo guidare, correre al lavoro o  semplicemente uscire di casa, guardare la neve mi regala pace. C’è chi sente il bel tempo e chi segna la pioggia in arrivo, io invece “marco la neve”. Brividi di freddo mi percorrono il corpo, un rivolo di acqua immaginaria scende lungo la schiena e, anche se il cielo è sereno e si vedono le stelle, so che di lì a poche ore arriverà. Mi alzo a notte fonda e l’aeroplanino candido di un bambino dispettoso è già planato su ogni cosa. La sensazione più bella è ascoltare i suoni che cambiano e diventano ovattati, rispettosi di quel candore effimero che, prima di quanto vorrei, qualche pneumatico schiaccerà sporcando la sua perfezione. Mi preparo un tè caldo, non accendo neppure la luce, mi muovo a memoria per non disturbarne il volteggiare e la osservo cadere in silenzio. Il bianco mi riempie gli occhi di luce, mentre il vapore che si leva dalla tazza appanna il vetro. Con il dito disegno un fiocco di neve. (1 febbraio 2019)

On air Mina – Neve

Piccola storia disegnata

scarabocchi e pasticci miei

Il loro non fu neppure un vero addio. Si trattò più che altro di una lenta ma costante successione di reiterati silenzi, allineati e inevitabili come grani di rosario.

Il tempo delle parole era finito senza un apparente buon motivo. Era bastato un pretesto.

Pur continuando a guardarsi negli occhi, si allontanarono a tal punto da non essere più in grado di vedersi.

La distanza li portò a fronteggiare l’uno le spalle dell’altra, ma non furono capaci di voltarsi. Forse non vollero.

Vanni e Sara

fonte: ricerca immagini google

Sara lo stava osservando, da più tempo di quanto realmente occorresse, preparare la valigia con cura meticolosa.
Piegava le camicie azzurre in piccoli rettangoli ordinati, poi i pantaloni di fustagno pesante, il cardigan con le toppe di pelle e le grandi tasche slabbrate dall’uso, le scarpe della domenica avvolte in un panno scuro, il necessario per la barba, con il pennello dall’impugnatura di corno e il sapone cremoso in cui, da bambina, amava affondare le dita immaginando fosse panna montata.
Finalmente abbassò il coperchio, facendo scattare la serratura di ottone con un colpo secco, e raddrizzò lentamente la schiena.
Rimase a guardare la valigia stupito, una bomba carica che non aveva più il tempo di disinnescare, e scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli ancora folti, gli occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto.
A quel gesto di rassegnato nervosismo, Sara gli posò con dolcezza una mano sulla spalla.
– Ora sei pronto ad andare, nonno?
Vanni si riscosse con un sussulto e si voltò a incrociare gli occhi, fino a quel momento evitati, della sua nipote più amata.
L’avevano chiamata Sara e di quell’altra Sara aveva ereditato i capelli neri, la carnagione perfetta e olivastra, il portamento altero da regina.
Gli occhi no, quelli erano uguali ai suoi, di un verde foglia delicato che contrastava con i lineamenti decisi e l’eleganza del caschetto corto.
L’altra aveva invece profondi occhi scuri, vellutati come il muschio, e un manto sontuoso di capelli, che portava raccolti in un nodo sulla nuca.
– Ancora un momento, amore mio, è presto. Non ho fretta.
Sara era consapevole dello sguardo offuscato del nonno, avido di dettagli e sprofondato nelle emozioni che il suo volto gli suscitava. Sapeva che ai suoi lineamenti sovrapponeva, come una velina trasparente, il volto della nonna, il cui ricordo avvolgeva di silenzio la vita di quell’uomo buono e gentile.
Come spesso aveva fatto in passato, espresse il desiderio di riuscire a provare un amore simile al loro, trovare un uomo che la amasse con la stessa sconfinata intensità. Finora non aveva avuto fortuna e l’ultima squallida storia, appena troncata, l’aveva lasciata sfinita e disillusa.
Anche Vanni aveva desiderato morire quando aveva perso la sua donna. Per lungo tempo la fatica di respirare, di trovare un motivo per aprire gli occhi al mattino, lo aveva avviluppato in sabbie mobili. L’affetto dei figli, dei nipoti e la premura delle nuore non sembravano scalfire il muro che aveva eretto intorno a sé.
Solo la nascita di Sara gli aveva fatto tornare la voglia di vivere e aveva circondato quel dono inatteso del suo amore più esclusivo.
Era stato la presenza più importante della sua infanzia, l’unico punto fermo in una famiglia che si era sfasciata troppo presto. Il divorzio dei genitori, il padre assente, lontano per il mondo a costruirsi una carriera impeccabile, la madre, che si era risposata in fretta per mettersi al riparo da un destino di single con prole, avevano lasciato Sara in mezzo alla corrente, sola, una barchetta di carta troppo sottile che solo le mani del nonno avevano raccolto con amore, prima che si lacerasse del tutto.
Era cresciuta lì con lui, alla Cà del tiglio, in mezzo al verde dei prati, ai mezzadri, alle governanti avare di gesti affettuosi, che parlavano un dialetto burbero e si prendevano cura del suo benessere con modi spicci e mani ruvide, profumate di cipolla e sapone da bucato.
Sara non soffriva della loro apparente freddezza, perché c’era Vanni pronto a donarle il suo amore; Vanni che la faceva volare in cerchio finché le si mozzava il respiro e la portava sulle spalle a raccogliere le prime albicocche mature; Vanni che alla sera sotto le coperte le leggeva storie e le raccontava il mondo com’era e come avrebbe dovuto essere.
– Dobbiamo proprio andare, nonno. Ci stanno aspettando ormai da un pezzo e non possiamo fare tardi.
– Fare tardi. Fare tardi! Quando la destinazione è un posto del genere vuol dire che è già troppo tardi. Ogni istante fuori da quella prigione è un sorso di vita guadagnato. Come fai a non capirlo?
– Vanni ora esageri. Addirittura una prigione? Ne stiamo discutendo ormai da settimane e sai bene che è la cosa migliore per te. L’abbiamo deciso insieme. Si prenderanno cura di te come qui a casa non possiamo più fare e avrai la possibilità di incontrare persone nuove, persino simpatiche se gli darai modo di conoscerti.
Sara era irritata dall’ostinazione del nonno e aveva parlato con più durezza del solito, chiamandolo per nome quasi a prenderne le distanze.
-Parli come tua nonna, amore mio. Sciocco di un goy, sei cocciuto come un somaro, mi diceva sempre. Devi dare una possibilità al mondo che ti circonda, altrimenti resterai solo, inacidito come latte guasto. Lei invece, che avrebbe avuto ogni ragione di diffidare del mondo, gli andava sempre incontro a viso aperto.
Era bella la sua Sara, la ragazza più bella che avesse mai visto. Era notte fonda quando il carro del prete si era fermato davanti a casa di suo padre. Ne erano scesi il parroco, la perpetua e una signorina di città. Che non fosse una contadina lo si capiva dalle mani bianche e delicate, anche se era infagottata in indumenti lisi, troppo grandi e pesanti per il suo corpo esile.
Vanni ebbe l’impressione che fosse circondata da una tristezza palpabile come la nebbia che rivestiva i campi in autunno; era così desolata da fargli venire voglia di consegnarle il suo cuore, perché battesse al suo posto, e il suo respiro per riaccenderle gli occhi.
Aveva una stella gialla cucita sul cappotto, un fagotto di libri stretto in pugno e una vita agiata ormai svanita sotto il peso delle colpe della sua razza. Colpe che altri le avevano attribuito, facendone un’orfana senza più radici.
Erano stati anni duri, anni in cui la fame era diventata per ognuno la migliore amica, un dito adunco che scavava guance e ventri, e a farle compagnia c’era la paura dei rastrellamenti, delle spie travestite da gente perbene, del ronzio metallico dal cielo, che obbligava ad alzarsi nel buio della notte per correre all’impazzata nei rifugi, i palmi sudati intrecciati, i piedi lacerati dalle stoppie di meliga.
Si erano scelti con quel primo sguardo, anche se Vanni di bello aveva soltanto gli occhi e da offrirle braccia forti e duro lavoro.
La terra, la cascina, le bestie erano destinate al primo figlio, il secondo era prete e lui era solo il terzo, un povero sognatore amante dei libri e della musica, destinato ad avere solo una giornata di terra, la più grama e asciutta, lontana dalle terre rese fertili dal fiume.
La guerra e la morte avevano scosso le loro vite nel bussolotto e i suoi fratelli erano stati i dadi sbalzati fuori. A lui erano rimasti un pugno di vecchi denutriti, orfani dei propri figli, una casa da rimettere in piedi mattone su mattone e tanta, troppa terra per una famiglia diventata all’improvviso così piccola.
– Hanno arato il campo grande, quello del tiglio. Voglio andarci ora che è in fiore, per vederlo un’ultima volta.
– Ma nonno…
– Pochi minuti soltanto, promesso.
Sara si arrese con un sospiro e un’alzata di spalle, in fondo ormai non faceva molta differenza, e afferrò la valigia, mentre Vanni usciva impugnando il bastone, il suo preferito, con la testa di drago d’avorio che tante storie aveva ispirato nelle sere d’inverno della sua infanzia.
L’auto percorse lentamente la strada bianca fino al grande campo lavorato di fresco.
L’aratura aveva risparmiato una zolla erbosa che circondava il tronco come un collare di pizzo verde. L’albero si stagliava maestoso nel sole del pieno mattino, mentre l’aria era intrisa del dolce profumo mielato dei suoi fiori.
Incurante dei pantaloni eleganti, Vanni avanzò di qualche passo, le scarpe che affondavano nella terra rossa e cedevole, raccolse una grossa zolla umida e l’avvicinò al naso per respirarne l’odore.
Quando parlò lo fece con voce lontana, dimentico della nipote al suo fianco, e sembrava parlasse direttamente al tiglio, scavando indietro nei ricordi.
– L’odore della terra appena arata è quello dolce della fica di una donna. È odore di acqua sotterranea e muschio, l’odore primordiale che sente il neonato uscito dal ventre materno, l’odore della profondità della vita. Affondi la mano nella sua morbidezza e la terra è calda, pulsa di desiderio, è pronta ad accogliere il seme per far nascere radici che penetrino in lei. In primavera, al suo si mescola il profumo del tiglio in fiore ed è una miscela che ubriaca come vino dolce.
Ogni anno in questo periodo Sara mi raggiungeva qui. Portava il fagotto del pranzo e l’ultimo nato da allattare nella cesta di vimini.
Mangiavamo in silenzio, accompagnati dal ronzio delle api, ubriache quanto noi. Quando il bambino dormiva si scioglieva i capelli e sbottonava il davanti del suo vestito a fiori.
Si sedeva su di me e facevamo l’amore con urgenza, nel calore del mezzogiorno.
A volte dal suo seno, stretto tra le mie mani, usciva una perla di latte che leccavo, assaporandone la dolcezza.
Eravamo un’unica carne, era la mia donna, era mia madre, era la fonte del mio nutrimento che ingoiavo come un’ostia sacra. Per mezzo suo mi sentivo vivo.
Al culmine le sfuggiva un gemito, così sottile da sembrare un alito di vento, e scostandosi da me asciugava il seme dalle cosce con una foglia di tiglio, che subito gettava tra le zolle, perché anche la terra venisse fecondata da noi. I miei figli sono anche figli di quelle ore, figli della primavera e di un albero in fiore che non ho mai permesso venisse tagliato.
Con un rapido dietrofront, che colse Sara di sorpresa, Vanni entrò in macchina barcollando, improvvisamente affaticato e pallido in volto.
– Nonno, stai male? Ti cerco l’acqua e un calmante.
– Stai tranquilla, bambina. Sta già passando. I medici possono anche chiamarlo cancro, ma per me è solo il peso di troppi ricordi che sono stanco di portare. Sono pronto, ora. Andiamo.
Il resto del breve tragitto si svolse in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di sprecare parole, là dove bastava la reciproca vicinanza a dire tutto.
Sara accostò all’ingresso di un cancello in ferro battuto, aperto su un viale alberato e a poca distanza da un edificio grande e bianco sullo sfondo.
Scesero entrambi e si guardarono per un momento negli occhi, prima di abbracciarsi a lungo.
– Sei sicuro di non volere il mio aiuto per sistemarti?
– Preferisco entrare da solo e ambientarmi con calma. È quasi mezzogiorno e, per quanto sia di lusso, è pur sempre una casa di riposo. Non voglio turbare l’ora di pranzo degli altri ospiti. Me la caverò bene, vedrai. Ti aspetto domani pomeriggio, staremo insieme e parleremo con calma. Ora vai, amore mio, e fai la brava.
Vanni con un ultimo bacio prese la valigia dalle mani di Sara e si incamminò per il viale senza voltarsi indietro.
Continuò a muoversi un passo alla volta, finché non sentì il rumore dell’auto perdersi in lontananza.
Allora tornò indietro con passo più veloce, fece una breve chiamata e dopo pochi minuti una berlina scura si accostò in silenzio.
L’uomo in giacca blu scese ad aprirgli la portiera, infilò la valigia nel bagagliaio e la macchina ripartì subito, lasciando il marciapiede deserto.
– Saremo a destinazione verso le 16, signore. Ho già avvisato la clinica e tutto sarà pronto al suo arrivo. Se lo desidera, il frigobar è a sua disposizione.
– Grazie, non ho fame ma penso che farò un sonnellino. Mi svegli quando saremo in Svizzera.
Vanni premette il pulsante, sollevò il vetro oscurato che lo separava dal suo autista e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Ancora poche ore e tutto sarebbe finito. L’indomani la sua amata bambina avrebbe ricevuto la lettera con un corriere. Di certo avrebbe pianto e si sarebbe arrabbiata con lui, ma poi avrebbe capito. Lo conosceva abbastanza da sapere che a un periodo di cure pietose e ormai del tutto inutili, capaci solo di prolungare la sua sofferenza, avrebbe preferito un’uscita di scena con dignità.
Ogni cosa era stata fatta con cura e in segreto, il futuro della sua bambina era in mani capaci di consigliarla per il meglio e a lui non restava che tornare dalla sua amata Sara.
Un sorriso gli illuminò il viso quando l’auto imboccò un viale di tigli in fiore.
Subito dopo Vanni si addormentò.

La morale è una, ma anche trina

la casa dei cuori di pezza@fotomia

Anche quest’anno, tra giorni buoni e altri molto meno, sono arrivata alla fine.

Tempo di bilanci per alcuni, tempo di pulizie e chiarezza per altri, di sbornie e lacrime per altri ancora.

Niente di tutto questo per me, che non faccio più bilanci né tiro le somme da tempo, anzi è già molto se ricordo di pagare le bollette a scadenza, e rimando le pulizie ogni giorno un passo più in là.

In fondo la fine dell’anno è solo una convenzione, un gong che facciamo battere nel momento in cui doppiamo la boa, una tappa intermedia del percorso, una bandierina piantata al suolo.

D’altra parte ogni viaggio prevede punti di sosta e ogni viaggiatore, anche il più instancabile, persino Ulisse, ha sentito il bisogno di riposare prima di riprendere il cammino.

Illusioni, speranze, desideri non fanno per me, a una testa che scappa via a rincorrere i sogni, riesco ancora a contrapporre un solido buonsenso sabaudo che mi tiene ancorata al presente. So bene che domani sarà come oggi, lo stesso cielo, la stessa aria, lo stesso paese; so che i cambiamenti, quando arrivano, si presentano all’improvviso e non sempre coincidono con un nuovo inizio, che il futuro, roseo o nero che sia, dipende solo in parte da me e molto deve al caos…. o al culo, se preferite.

Forse quest’anno non avrò più Saturno contro, poveraccio anche lui, sempre a dargli la croce addosso quando magari siamo noi ad essere contro; forse quest’anno farò scelte o deciderò di abbracciare le mie non-scelte e continuare con ciò che ho; forse chissà, mi ritroverò tra un anno seduta ancora al tavolo della mia cucina, il pranzo che cuoce sul fornello e qualche parola da spendere tra le dita.

In questi giorni ho letto un libro di Fiabe così belle che non immaginerete mai, ho letto  quasi sempre con il sorriso sulle labbra, tra un sorso di caffè mattutino e uno sbadiglio serale.

Ho letto di donne bellissime innamorate di uomini bruttissimi, di soldati con il fucile caricato a Pum!, di cuori di pezza per toraci vuoti, di sorrisi da acchiappare con il retino.

Ho letto di quando il mare ha deciso di andarsene a spasso, di messaggi d’amore così intensi e timidi da nascondersi dietro un banale Ciao, di una donna che adorava fare la cacca e del seme di mela che stava lì dentro al calduccio.

Ho letto di una bambina che pioveva dentro, di un ciccione che sapeva volare, degli occhiali per vedere il mondo a colori e dell’ultimo giorno del mondo, di come tutto è nato da un unico, immenso e caldo abbraccio.

Il nostro cavaliere si guardò intorno a lungo; poi ne prese uno, lo studiò, lo rimirò, lo mise giù, ne prese un altro e via così, finché, in un angolo, sotto un mucchio di altri, ma dal bussare asincrono rispetto a loro, ne trovò uno perfetto.
Era piccolo, a modino, rosa, smangiucchiato dai tarli; ma sulla sua armatura, appoggiato nella conca, vedeste come ci stava. Se lo provò, guardandosi nel vago riflesso di un vetro, e vide riflesso nel vetro, oltre a se stesso un filo meno bello, un uomo contento.
-Ottima scelta-, si disse; e il cuore fece: tu-tum. Raccolse la sua spada, pronto per nuove, meravigliose avventure, e fece per uscire; ma quando si avviò verso l’uscio, rimasto aperto, altri sette cuori a balzelloni s’avviarono verso lui e, ai suoi piedi, fecero: tu-tum.
E lui cadde a terra e pianse, e li bagnò; perché uno era sporco delle sigarette che ci aveva spento dentro, uno sapeva dell’alcol che ci aveva bevuto su, uno aveva i segni della sua casa di quando era andato via, in giro per il mondo, uno era un puntaspilli; e poi uno portava i segni della sua dentatura, e uno era fatto d’aspirina e si era consunto nel tentativo di calmargli i mal di testa, e uno era fermo, quasi, e il suo tu-tum era appena percettibile.
I cuori ripeterono: tu-tum, piano.
Lui disse: scusate.
I cuori: tu-tum, piano.
Lui disse: perdonatemi.
I cuori fecero: tu-tum, piano.
Lui pianse, e si accarezzò il cuore. Ed era la prima volta che lo fece, la prima volta che questo accadde in tutta la sua vita, ricordò, per quanto della sua vita gli fosse dato di ricordare; e i sette cuori ripresero piano il loro colore e aumentarono la forza, e fecero tu-tum perdendo le bruciature, e tu-tum smacchiandosi dell’alcol, e tu-tum togliendosi gli spilli di dosso, e tu-tum, tu-tum, tu-tum, tu-tum.
Il nostro cavaliere bellissimo, ora è bellissimo, corre in giro per i Reami Lontanissimi del mondo, dove magari i draghi si sono calmati, e ride con il suo cuore nuovo di pacca.
E ogni tanto lo mette per terra e gli dice: bello.
E quello risponde: tu-tum.

La morale di questo post è una, ma anche trina.

Mi piace chiudere l’anno parlando di libri, mi piace l’idea che quest’ultimo post del 2017 sia come l’ultima pagina di un racconto, anzi di una fiaba. Se è piaciuta anche a voi ne sono ancor più contenta.

A volte c’è tanto bisogno di leggere una fiaba, c’è bisogno di farsi un regalo, mettere le scarpine Primigi ai piedi, sì proprio quei sandalini con i buchi che tutti abbiamo amato e odiato da piccoli, e pensare che magari un senso o una morale da qualche parte c’è davvero. Nascosto ma c’è.

Leggere è la risposta e leggendo non solo non ti scordi la domanda, ma te ne vengono molte altre e magari anche qualche sorriso. Il che non guasta mai.

Fatevi un regalo e leggetelo. Sarà un bel modo per iniziare l’anno con il sorriso sulle labbra ed essere soddisfatti, tanto quanto può esserlo un seme di mela che dorme e sogna l’albero che sarà.