dal mio taccuino: 4 ottobre 2018

Poesia di strada @fotomia

…. l’incubo di stanotte mi ha lasciata svuotata, sfinita da un terrore primordiale e irrazionale. Quale parte di me ha potuto concepire una figura di tanta lucida malvagità?

…. foglie secche danzano accartocciate con un rumore di nacchere, imprigionate in un vortice ascensionale che le intrappola a mezz’aria. Sono panni stesi ad asciugare sul filo della mia fantasia.

…. ho incontrato un ragno enorme e timido che è corso a rifugiarsi tra le foglie. Le mie suole l’hanno mancato per un soffio. Forse sta ancora tremando per lo scampato pericolo.

…. il sole di questa stagione è un dono gentile che accarezza la pelle senza opprimere. Ne faccio provvista per le ossa e l’umore. Allestisco dentro me un confortevole nido di scoiattoli per ammorbidire il tempo cattivo.

…. ho sempre freddo e fame, ma non è il cibo né gli indumenti caldi a mancarmi. Sto cercando di bastare a me stessa, eppure sembro non essere ancora abbastanza bastevole.

…. ho incontrato per strada una poesia che mi ha chiamato a sé, mentre le api andavano già a dormire. Invece le farfalle volano ancora, inconsapevoli del tepore ingannevole.

…. gli ultimi fiordalisi sfoggiano un indaco che ruba la scena al cielo, ritardatari o resilienti continuano a vestire prati dall’erba sempre più corta. Non serve molto per procurare bellezza agli occhi di chi sa dove cercare.

…. Huffington Post dice che cucinare dolci per gli altri è una pratica terapeutica e rilassante. Ho sempre saputo che il mio ti amo passa da una fetta di torta appena fatta.

…. i minuti scorrono troppo veloci, è tardi e mi ritrovo a correre un’altra volta. Prima o poi mi imbatterò nel traguardo da tagliare, ma non ho ancora capito quale sarà la ricompensa. Forse un buono di Amazon?

…. ieri due coccinelle rosa hanno passeggiato con me, sedute comode sulla mia mano. Ogni tanto si sgranchivano le zampe e mi facevano il solletico. È stata la carezza di cui avevo bisogno in quel momento.

…. ho visto un gatto di pelo rosso, morto nel mezzo di un campo di pannocchie mature. Domani la trebbiatrice lo schiaccerà, impastandolo alla terra senza neppure farci caso. A primavera in quel punto nasceranno fiori di campo. Nulla va sprecato, neppure la vita più piccola.

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topinambour

fonte: web

Sembrano apparire dal nulla. Il giorno prima non c’erano, ne sono certa, ma ora sono lì che mi guardano: corolle gialle appena stropicciate che pencolano su steli allampanati, troppo sottili per reggere il peso assurdo dei tanti petali sbocciati in una notte sola. Sembrano adolescenti sgraziati e tutti spigoli, che muovono gambe e braccia in maniera goffa e non sanno come contenere un corpo esuberante, che ha perso all’improvviso la morbidezza dell’infanzia e tentenna al confine con l’età adulta, indeciso se andare avanti o rifugiarsi all’indietro.

Così se ne stanno impettiti nell’aria ormai fresca e mi mettono allegria per la livrea gialla e per il nome topinambour, che mi piace assonare a calembour, e insieme una dolce malinconia, perché quando li vedo so che è finita l’estate. Più dei temporali che non si limitano a donare un istante di refrigerio, più della nebbia che si alza tra i tralci di vite e delle giornate che si accorciano in fretta, più della giacca del mattino per me sono loro l’avanguardia dell’autunno.

Cocciutamente continuo a indossare abiti leggeri e sandali aperti, perché non mi fido di queste piccole Cassandre e cerco ancora conferme di estate, che stavo iniziando ad apprezzare proprio ora e non mi rassegno a lasciar andare tanto in fretta.

So che accadrà a breve, ma intanto assaporo i pochi scampoli che restano, i pomodori caldi di sole, gli ultimi voli delle rondini, le finestre aperte da cui entra odore di grigliate, i fuochi del santo, un tramonto aranciato.

Mi concedo un tempo lento e una canzone bellissima e fragile come un fiore di topinambour.

Il sole a settembre mi lascia vestire ancora leggera
Il fiume riposa negli argini aperti di questa distesa
Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera
Il giorno sprofonda nei solchi bruciati di questa distesa
Tu lo sapevi che nessuna gioia nasce senza un dolore
Basta solo farlo guarire, basta lasciarlo entrare

E’ tempo di imparare a guardare
E’ tempo di ripulire il pensiero
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

E’ tempo di imparare a cadere
E’ tempo di rinunciare al veleno
E’ tempo di dominare il fuoco
E’ tempo di ascoltare davvero

L’amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera.

Ottobre è il più schifoso dei mesi

Ottobre è un mese per stomaci forti e persone temerarie

Questo ho scritto tanti anni fa, su uno degli innumerevoli quaderni che accompagnano il mio vagabondare tra i pensieri e i labirinti che ho nella testa.

Mi ricordo che l’avevo scelto per la bella copertina, questa sciocca mania di farmi attirare dall’involucro esterno, ma sono una gazza, che ci posso fare!, e poi mi piace l’odore nuovo della carta e quell’attimo di paralisi che avverto ogni volta che affronto una pagina bianca, quasi che le tracce di inchiostro fossero la prova di una verginità perduta.

Mi piace scegliere una penna con la punta sottile e tracciare, con la mia pessima grafia, i pensieri che si affacciano per prendere un po’ di aria, lumachine con le antenne curiose in cerca di erbetta fresca.

In realtà, quello che faccio è cercare di tradurre in parole le immagini che ho nella testa, perchè per me ogni parola ha associata un’immagine, che spesso non è quella che mi aspetterei, e un colore e, talvolta, un profumo.

Se penso alla parola grembiule in realtà io vedo mia nonna, sento il profumo del cibo cucinato con amore, e la parola è azzurra, il suo colore preferito.

Sinestesia si chiama, dicono sia legata ad una diversa trasmissione dei canali del calcio, quanto li ho odiati quando studiavo fisiologia, ma alla fine poco importa.

Anche i mesi hanno un colore, gennaio è color del ghiaccio e odora di sale, marzo è di un verde gentile e profuma di fiori di melo e così via.

Ottobre è un mese feroce, ottobre ha il colore del raspo dell’uva esausto, un violaceo malsano che puzza di lieviti e muffa, e l’odore delle foglie schiacciate nei viali pieni di pioggia, che se non stai ben attento dove metti i piedi scivoli come su una saponetta.

Niente a che vedere con quelle cartoline caramellose che grondano buoni sentimenti, i viali alberati perfettamente spazzati, tranne alcune foglie che si posano qua e là come modelle in attesa di essere fotografate, i colori accesi, le zucche e tutto quel rosso e arancio, che mi stanno un po’ sulle palle perchè non sono i colori giusti, non sono giusti per ottobre.

Ottobre puzza di nebbia, quel laccio viscido che incolla la gola e fa tossire senza requie, i vestiti che odorano di fumo chimico, le lenzuola umide che si appiccicano alla pelle e costringono a dormire raggomitolati, per racimolare un po’ di calore.

Ogni anno mi dico che ce la faccio, ormai sono grande, non è difficile.

Arriva la fine di settembre e sono carica, che vuoi che siano trentuno stupidi giorni, passano che neanche te ne accorgi e invece una mattina ti guardi allo specchio e ti arriva la mazzata, cazzo! è ottobre e immediatamente l’energia cala, come la lancetta del tachimetro della DeLorean, sei lì che stai raggiungendo le 88 miglia orarie e ottobre ti fa lo sgambetto!

Ottobre è il più schifoso dei mesi e la DeLorean viaggia al passo di un bradipo con seri problemi di orientamento.

Mi toccherà aspettare che si levi ancora una volta dai piedi, mi toccherà aspettare che arrivi novembre, che ha il colore wasabi dei crisantemi giapponesi e l’odore buono della neve che arriva, quel freddo meraviglioso, che punge il naso al mattino e chiama a gran voce il tepore della lana e il sapore di un buon vino rosso, tannico il giusto e non troppo giovane, come piace a me.

Mi toccherà aspettare.

woman waiting in the rain

fonte: web

Grazie al blog Cose da V, lei sa perchè!

Inside the eye

Mi piace mischiare le carte, contaminare un po’ alla bastarda, cercare ispirazione in musica, immagini e parole, esplorare le altrui emozioni, aggiungere le mie, agitare senza mescolare troppo e tratteggiare l’istante di una vita, reale o immaginaria che sia.

Un verso di Sylvia Plath, conservato in attesa che arrivassero il momento e l’immagine perfetta, una canzone sottilmente ipnotica, l’ozio di una serata solitaria di inizio autunno, malinconica al punto giusto. Questa è la cornice, il resto soltanto parole sparpagliate nel cielo della sera, pensieri tossici, roba così, buona solo per fare un po’ di “tiatro”.

Inside a tornado – JasiahGeizer – for credits: click image

Ascoltando Placebo

Ho perduto il registro giusto per parlare con te, sto frugando fino allo sfinimento ma non riesco a trovarlo, non ne scorgo più traccia dentro di me.

Non lo so dov’è andato a cacciarsi, se è rimasto schiacciato sotto il peso dei sensi di colpa o se sta in un angolo in disparte, coperto da un velo pietoso di noncuranza.

Te ne sarai impossessato tu, come di tutto il resto, e me lo restituirai solo quando avrai voglia o tempo da elemosinare.

Sono al centro del maelstrom, intorno a me grigiore e calma apparente ma, se volgo lo sguardo all’insù, un vortice di pensieri si sta avvitando implacabile, senza fine e senza fretta.

Non riesci a vedermi dall’alto ma sono qui, in procinto di farmi ancora molto male, sospesa in una cesura del tempo che non scorre più in linea retta e si dipana in densi gomitoli di fumo vellutato.

Sai, credo proprio che l’infelicità abbia un odore.

A tratti mi sembra di annusarlo, zaffate dolciastre che svolazzano nell’aria, così impercettibili da provocare solo un timido senso di nausea.

Se ne sono accorte le zanzare, che si gettano su di me voraci come mai e si ubriacano con gusto del mio sangue misto a tristezza.

Sento la mancanza di quelle mille mila parole sussurrate con passione. Anche se non erano sincere ora le rivorrei indietro, per chiuderle a chiave in un cassetto invece di vederle vorticare sopra di me, intente a giocare a nascondino tra rivoli grigi di bugie.

Per un tempo troppo breve ho creduto di essere qualcosa di raro e fragile, da custodire con cura e apprensione, piccola sciocca Alice meravigliata dalle favole.

Invece mi sbagliavo, era solo il mercatino della banalità, dove le buone cose di pessimo gusto non passano mai di moda.

Ho dimenticato il rumore che fa un cuore che batte a precipizio; ora mi fa compagnia la colpevole sensazione di non poter essere mai più così felice, amara e stucchevole come miele di corbezzolo.

Sento fremere l’aria intorno a me.

Il rumore bianco dei pensieri, che risucchiano la ragione, si lascia alle spalle soltanto macerie.

Non ci sono prigionieri da fare qui.

E’ rimasta solo l’impronta della tua assenza.

470b3dda9bc520f5fd07548ac14ffa94Beatrice si fermò un lungo momento ad osservare lo schermo, strizzando gli occhi nel rileggere la mail appena scritta, il mento poggiato sulle mani intrecciate, i denti che infierivano sul labbro inferiore, come le capitava sempre nei momenti di intensa riflessione o grande imbarazzo.

Riflessione e imbarazzo che provava anche adesso, ripensando alle mail già inviate in precedenza e alle risposte evasive e deludenti che aveva ricevuto.

Aveva l’impressione che i suoi sforzi producessero lo stesso risultato del gettare sassi in una pozza di sabbie mobili, nessun cerchio concentrico sulla superficie, nessun moto ondulatorio, solo un sommesso pluf ingordo e soddisfatto, poi più alcun segno di vita.

L’ennesima non-risposta l’aveva davvero ferita, così generica e formale, perfetta per una corrispondenza tra estranei.

Avrebbe preferito uno schiaffo in pieno viso, di certo l’avrebbe mortificata ed umiliata molto meno.

Passato il primo momento di sconcerto e ingoiato il magone che le ostruiva l’esofago, le era balenato in testa un pensiero, così rapido ed improvviso da mozzarle il fiato, “c’è un limite al dolore che posso autoinfliggermi ed oggi l’ho superato”.

Questo le aveva dato un senso di tranquillità e conforto che non provava da tempo.

Forse aveva bisogno solo di questo, di toccare quel fondo di cui tutti, almeno una volta nella vita, infarciscono i discorsi esistenziali ma che pochi sperimentano sul serio.

Quest’ultima mail non era un richiamo, un picchiettìo fastidioso per destare un interesse ormai inesistente, una corda lanciata nella speranza che dall’altra parte venisse afferrata con decisione.

Questa mail era un mai più, lo sapeva bene.

Non si rassegnava ad una scelta così drastica, perchè lo amava ancora e le veniva da ridere e insieme da piangere per quanto si sentiva stupida.

Però non poteva più permettersi di soffrire, aveva calpestato abbastanza il suo orgoglio, almeno questo lo doveva al rispetto che le restava per sè stessa.

Beatrice sospirò con forza, chiuse gli occhi a scacciare la tristezza e pigiò Enter.

Riempire peperoncini

Riempire peperoncini piccanti, il lavoro più ingrato del mondo.

Ogni anno ci ricasco, ogni anno mi maledico e mi riprometto che sarà l’ultimo, ogni anno ci ripenso e mi dico che in fondo, paragonati a quelli industriali, ne vale proprio la pena.

Eccoli lì, carnosi, rossi e sodi, sembra quasi mi stiano sfidando.

Un giorno per raccoglierli e pulirli, e guai a toccarsi gli occhi, che piangono calde lacrime, al contatto con i vapori che si sprigionano aprendoli.

Un giorno per sbollentarli nell’aceto, profumato di lauro, cannella, ginepro e chiodi di garofano, per me la miglior sinfonia olfattiva dell’autunno.

Un giorno per riempirli con olive, capperi e acciughe, la via più spiccia e prevedibile, o salsa al tonno, rigorosamente fatta in casa, se no che casalinga disperata sarei?

Finalmente un bel bagno nell’olio e riposo al buio per almeno due mesi, perchè il tempo leviga il piccante e raffina il sapore e perchè a volte bisogna saper aspettare.

In fondo riempire peperoncini è una metafora della vita.

Ci ostiniamo a riempire di contenuto un involucro aspro e bruciante, cerchiamo di ingentilire le asprezze e ammorbidire i contorni e spesso, per apprezzarne fino in fondo il valore, dobbiamo imparare ad aspettare, a non avere fretta di gustare tutto subito.

Per alcuni la vita è una scatola di cioccolatini, per me un vasetto di peperoncini piccanti da assaporare con cautela.

peperoncini