A neve ferma

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Tempo fa mi è capitato di leggere il risultato di un curioso esperimento scientifico, volto a far chiarezza sulla sensibilità empatica delle piante.

Tre piante sono state poste nelle stesse condizioni di luce e clima, è stato usato lo stesso terriccio per invasarle e identiche sono state le condizioni e la frequenza di innaffiatura e fertilizzazione.

Alla prima venivano rivolte parole dolci e gentili ogni volta che ci si prendeva cura di lei, rimarcando il fatto che fosse bella e stesse crescendo bene.

Alla seconda non veniva rivolta alcuna parola, benché venisse nutrita e curata con la stessa frequenza della prima.

La terza veniva apostrofata con male parole ogniqualvolta era possibile.

Il risultato dell’esperimento fu che la prima crebbe rigogliosa con una splendida fioritura, la seconda crebbe normalmente con una fioritura modesta ma visibile, la terza venne colpita da infezioni fungine e morì.

Mi sono ricordata di questo curioso aneddoto proprio in questo fine settimana dove, per tre giorni di seguito, ho preparato la stessa identica torta con risultati molto diversi.

Il sabato pomeriggio libero per me è merce rara. Non mi capita di frequente di averne e di solito, benché lo aspetti con la trepidazione del Leopardi facendo mille progetti per farlo fruttare il più possibile, quella manciata di ore si riduce in cenere in un lampo, arsa nel sacro fuoco delle faccende domestiche, del tutto inutili ma necessarie a non farmi chiamare mamma dai ragni e a evitare tetano e altre infezioni batteriche assortite.

Lo scorso sabato non è andata meglio. Una serie di contrattempi, spesa fatta male e l’arrivo a casa con l’idea di una torta “da fare in fretta”, per lasciar spazio a qualche ora di relax.

Ovviamente non è andata così.

Sembra impossibile ma riesco ad essere la persona più precisa e allo stesso tempo pasticciona che esista sulla terra, quindi, parecchie decine di minuti dopo, mi sono trovata a circumnavigare residui di farina e di uovo sbattuto, torsoli di mela e burro semisciolto, nel tentativo di domare la lievitazione piuttosto incontinente di una ciambella che aveva deciso di varcare ogni confine lecito di contenimento.

Il risultato è stata una torta buona di gusto ma straripante, soffice e al tempo stesso gommosa per colpa del mio intervento drastico per ridurne l’esuberanza, una torta cui i miei modi frettolosi avevano impartito le stesse caratteristiche impazienti.

Ieri è stato il giorno della riscossa. Con calma ho preparato gli ingredienti, pesando con cura per poi riporre subito i barattoli, un piano di lavoro sgombro e pulito, l’attrezzatura tutta a portata di mano. Chiacchieravo con mia sorella di banalità, ridendo e pensando ad altro, e ho lavorato con tranquillità, rilassata e non troppo concentrata su ciò che stavo facendo.

Un passaggio cruciale per la buona riuscita di una torta è montare i bianchi a neve ferma. È un procedimento che spesso mi annoia e mi spinge a scartare la ricetta che volevo eseguire, ma questa volta era indispensabile farlo e ho cercato di concludere il più rapidamente possibile. Sapevo che non sarebbe stato sufficiente, sapevo di non aver inglobato aria abbastanza, ma ero fiduciosa. In fondo una neve meno ferma non poteva fare una gran differenza.

Il risultato è stata una torta ottima di gusto e soffice, ma di dimensioni contenute. Non avevo avuto abbastanza pazienza, non avevo dato leggerezza al mio impasto anzi, prestandogli solo un’attenzione distratta, lo avevo condannato al girone più basso delle torte, quello delle “è buona ma….”.

Oggi è un giorno di malinconia autunnale e lacrima facile. Di solito mi ostino a vivere alla giornata, cercando un senso che non esiste, ma a volte l’asticella della sopportazione cala velocemente al limite e mi ritrovo sgualcita e indifesa, con tutte le insicurezze che affiorano come sassi da un torrente in secca.

È una sensazione di assoluto sconcerto impotente, con la lista delle cose che andrebbero cambiate ben presente davanti agli occhi e l’assoluta consapevolezza di non essere in grado di farlo. L‘uomo è un animale che vive d’abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti, questo lo diceva Steinbeck in Furore. Ho sempre pensato che questa citazione descriva altrettanto bene i gatti e in fondo tutti quanti siamo un po’ egoisti e ombrosi, gelosi e abitudinari come i gatti. Ci fa piacere raccontarci di essere cani, buoni, fedeli e altruisti, ma a ben guardare il gatto ci assomiglia di più. E magari non è neppure tanto sbagliato.

Con questa tetraggine in corpo ho afferrato ciotole e ingredienti per il terzo tentativo. Questa volta non c’era fretta nei miei gesti né distrazione, questa volta la calma e il metodo hanno lavorato bene, un cucchiaio di farina dopo l’altro, mentre i pensieri e la tristezza si amalgamavano con le uova e lo zucchero.

Questa volta ho montato i bianchi a lungo, a neve tanto ferma da restare immobile, picchi bianchi sospesi al centro della ciotola pieni di aria e di promesse non mantenute. Le parole sono importanti, diceva Michele in Palombella rossa, e le promesse, che di parole sono fatte, allora sono quanto di più prezioso esista e non andrebbero sciupate. Ma io divago e la torta ha bisogno di me. Ho mescolato, dosato e assaggiato con cura. Ho affettato veli di mela da affondare nell’impasto per dare umida dolcezza e chicchi rossi di mirtilli per dare allegria. Ho aspettato senza fretta che cuocesse, solo una tazza di chai speziato tra le mani e uno scialle caldo sulle spalle, per contrastare il vento freddo che sento bussare ai vetri dopo essere scivolato giù dalle colline, bianche della prima neve di stanotte.

Questa volta il profumo di limone è meraviglioso, l’aspetto è bello e non ci sono ma dispettosi che possano offuscare il piacere di aver fatto una torta perfetta. Forse mancava la malinconia a creare equilibrio là dove fretta e distrazione avevano fallito.

Forse.

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Quote challenge – Day 3 – l’amore

fonte: web

E’ arrivato il terzo e ultimo giorno del challenge che mi ha tanto entusiasmato.

Anche oggi rinnovo l’invito a giocare la vostra personale partita con la letteratura, ma se amate la poesia o i testi delle canzoni perchè non mettervi ugualmente in gioco?

Dopo il senso della vita e il coraggio, oggi parlo d’amore, come piace a me naturalmente, dolceamaro e tormentato, un amore che spacca le ossa e fa tremare le vene dei polsi, che si distrugge ogni sera e rinasce più forte il mattino dopo, che fa della sua assenza la più forte delle presenze.
Se dite che non può esistere, allora sono in compagnia di altri inguaribili visionari come me.

1.

Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
– Non dico niente, – esclamò Ivan, e soggiunse: – La supplico, continui!
L’ospite continuò.
– Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
– Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell’ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
– No, mi piacciono i fiori, ma non questi, – dissi.
– Quali le piacciono?
– Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po’ confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po’, finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
– E poi? – disse Ivan. – Per favore, non salti niente!
– E poi? – l’ospite ripeté la domanda. – Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: – L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti.
(Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita)

2.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.
(Fabrizio de Andrè, Verranno a chiederti del nostro amore)

3.

Lei lo guardava, il lieve stupore dei suoi occhi chiari lo teneva calmo. Sotto alla piattaforma, nella camera, le preoccupazioni si ammucchiavano, si soffocavano l’una con l’altra con accanimento. Chloé sentiva dentro il suo corpo una forza opaca, una presenza nemica dentro il suo torace, alla quale non sapeva come opporsi, di tanto in tanto tossiva per spostare l’avversario abbarbicato alla sua carne profonda. Le pareva, ogni volta che respirava a fondo, di abbandonarsi viva alla rabbia ottusa del nemico, alla sua insidiosa malignità. Il suo seno si sollevava appena e il contatto delle lisce lenzuola con le sue gambe lunghe e nude metteva un po’ di tranquillità nei suoi movimenti. Di fianco a lei Colin, con la schiena un po’ curva, la guardava. La notte stava arrivando, si veniva formando a strati concentrici attorno al piccolo nucleo luminoso della lampada accesa in capo al letto, prigioniera del muro, chiusa da una lastra rotonda di vetro smerigliato.

«Colin mio mettimi un po’ di musica» disse Chloé.

«Metti qualche motivo che ti piace».

«Non è meglio che non ti affatichi?» disse Colin.

Colin parlava da molto lontano, non aveva una bella cera. il cuore aveva occupato tutto lo spazio del suo petto, solo adesso se ne rendeva conto.
(Boris Vian, La schiuma dei giorni)

Se vi siete persi i primi due giorni, li trovate qui Day 1 e Day 2.
È stato un viaggio adorabile nelle parole. Buona lettura, sempre.

Quote challenge – Day 2 – il coraggio

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fonte: web

Secondo giorno del Quote challenge.

Questo giochino mi sta piacendo un sacco!

Se vi aggrada provateci, non siate timidi. Condividere il proprio amore per i libri è una delle cose per cui vale la pena vivere.

1.

«Tenterò di andare a scuola».
«Bene. Ottimo. E che altro?»
«Forse cercherò di essere più paziente con gli stupidi.»
«Bene. E che altro?»
«Non so, magari tenterò di non rovinare le cose perché divento troppo emotivo.»
«E poi?»
«Non è sufficiente?»
«Sì. E’ più che sufficiente. E adesso, permettimi di chiederti come pensi che riuscirai a ottenere i risultati che mi hai elencato.»
«Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me.»
«Che cosa intendi per seppellire i tuoi sentimenti?»
«Anche se saranno fortissimi, non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.»
(Jonathan Safran Foer, Molto forte incredibilmente vicino)

2.

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più di questo vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore secondo me, quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
Avevo dodici anni – quasi tredici – la prima volta che vidi un essere umano morto. Successe nel 1960, tanto tempo fa… anche se a volte non mi pare così lontano. Soprattutto la notte quando mi sveglio da quei sogni in cui la grandine cade nei suoi occhi aperti.
(Stephen King, Stagioni diverse – Stand by me)

3.

Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi sia rappresentato da un uomo col fucile in mano.
Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.
È raro vincere in questi casi, ma qualche volta succede.
La signora Dubose ha vinto.
È morta come voleva morire, senza essere schiava né degli uomini né delle cose.
Era la persona più coraggiosa che io avessi mai conosciuto.
(Harper Lee, Il buio oltre la siepe)

A domani per le ultime tre citazioni.

Quote challenge – Day 1 – il senso della vita

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fonte: web

Adoro le citazioni che uso a pro e sproposito, se poi sono di libri che amo e che in qualche modo accompagnano la mia vita meglio ancora.

La mia dolce e adorabile Penny mi ha nominata per questa challenge e visto che si parla di libri e citazioni non potevo esimermi, ovviamente a modo mio.

Il tutto si risolve molto semplicemente in 3 citazioni al giorno per 3 giorni.

Veniamo subito alla questione nomination, sì perchè dovrei nominare 3 persone al giorno.

Uno dei motivi per cui raramente faccio tag è che, al momento di nominare qualcuno, assisto a un fuggi fuggi generale che neppure a palla avvelenata si correva più spediti.

Le scuse solitamente sono le più becere e possiamo riassumerle, ça va sans dire, con una splendida citazione di un personaggio in missione per conto di Dio, lode ai suoi occhiali neri:

Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!

Quindi respirate di sollievo perchè non nominerò nessuno, o meglio, vi nomino tutti e mi limito a guardarvi severamente negli occhi ricordandovi che è sempre l’ora di una buona citazione libraria e non è il caso di fare i pelandroni!

Detto questo, eccovi le citazioni dei miei libri preferiti per il Day 1. Non è stato semplice selezionarli e mi rammarico per le centinaia di altri libri che avrei voluto citare.

1.

Il tempo scorre velocissimo e ce ne accorgiamo soprattutto quando guardiamo indietro: mentre siamo intenti al presente, passa inosservato, tanto vola via leggero nella sua fuga precipitosa.

Ne chiedi il motivo? Tutto il tempo trascorso si trova in uno stesso luogo; lo vediamo simultaneamente, sta tutto insieme; ogni cosa precipita nello stesso baratro. E, del resto, non possono esserci lunghi intervalli in una cosa che nel complesso è breve. La nostra vita è un attimo, anzi, meno di un attimo; ma la natura ci ha schernito dando un’apparenza di durata a questo spazio di tempo minimo: di una parte ne ha fatto l’infanzia, di un’altra la fanciullezza, poi l’adolescenza, il declino dall’adolescenza alla vecchiaia e la vecchiaia stessa. Quanti gradini ha collocato in una scala così corta!

Poco fa ti ho salutato; e tuttavia questo “poco fa” è una buona parte della nostra esistenza, e la sua breve durata, pensiamoci, un giorno finirà. Non mi sembrava in passato che il tempo scorresse tanto veloce; ora la sua celerità mi appare incredibile, sia perché sento che si avvicina la meta, sia perché ho cominciato a osservare e a fare il conto delle mie perdite.

(Lucio Anneo Seneca, Lettera 49, La vita è breve: non sprechiamola in cose vane)

 2.

…..l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare.

E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che una data forma, un dato atto non è questo e non è cosí. Ma inevitabilmente, poco dopo, se ci spostiamo d’un punto, ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è questo e non è cosí; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che non sarà mai né questo né cosí in nessun modo stabile e sicuro; ma ora in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci parranno sbagliati, o tutti veri, che è lo stesso; perché una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi é destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila)

 3.

Ci sono persone che aspettano la grande occasione tutta la vita senza rassegnarsi mai all’idea che possa essere tutta nel tragitto tra la scuola dei figli e il posto di lavoro, tra il campo di calcetto dove giochi con gli amici e il supermercato dove compri per lo più cose superflue. Che non sia solo organizzare le vacanze aspettando il Natale o portare fuori di casa il cane e guardarlo mentre si rotola nel fango, e poi cenare sempre verso le otto per riuscire a leggere qualche pagina del libro che tieni sul comodino. Ci sono persone che non sanno rinunciare al sogno di vedere la vetta dell’Everest dal campo base e pensare che il giorno dopo siederanno sul tetto del mondo. Qualcosa mi diceva che nessuno pensa davvero che tutto vada bene così com’è e che i sogni che avevamo da ragazzi erano solo una sciocchezza. Ognuno di noi ha avuto un momento in cui la grande occasione sembrava lì a portata di mano. Qualcosa tipo la telefonata di un regista che ti dice che il casting per un film da premio Oscar è andato bene e tu sei tra i candidati al ruolo principale. Tutti pensiamo che arriverà un giorno in cui accadrà qualcosa di magico da raccontare e di cui vantarsi, anche se non succede.

Però, ecco, io credo che già sperarlo sia bello.

Conta il viaggio non la meta, dicono i saggi.

(Otello Marcacci, Sfida all’OK Dakar)

Dell’ultimo autore vi parlerò meglio molto presto perchè vale davvero la pena conoscerlo.

A domani per le altre citazioni.

Citazioni&Riflessioni

“Lo sai perchè hai l’ulcera? Perchè hai solo due forme di comunicazione: il silenzio e la rabbia”

dal film Prima di mezzanotte

credits: Arthur Tress – Girl with dunce cap

Mi diverte leggere le citazioni poste sulla prima pagina dei libri.

Talvolta si addicono perfettamente al contenuto, in altri casi risultano più criptiche e mi lasciano con un dubbio irrisolto.

Saranno state scelte perché in qualche modo amate dall’autore, evocative di un percorso di vita che non ci è dato conoscere, o semplicemente per far sfoggio di erudizione e colpire il lettore con una trovata d’ingegno?

Il mio professore di latino e italiano del liceo, da noi chiamato con spregio “Il Beppe”, mente geniale, pungente e sardonica ma un vero bastardo, parlandone da vivo, mi ha insegnato a modo suo l’importanza dell’uso corretto delle citazioni.

Ricordo un votaccio per aver attribuito erroneamente una citazione latina di Plauto, buttata a caso in un tema a sostegno di un’argomentazione troppo debole.

“Contenuto discreto ma impari ad essere umile e a citare le fonti corrette. Questo le costa due punti in meno”

La citazione che ho riportato all’inizio, benché non sappia ancora se calzerà con il resto di questo post già abbastanza confuso, non è una semplice boutade. Mi piace e molto spesso, per fortuna non sempre, contraddistingue il modo in cui mi rapporto al mondo, al pari della varietà espressiva di Clint Eastwood negli spaghetti western: con il sigaro o senza sigaro.

Nelle ultime settimane mi sto sorprendendo meno arrabbiata con il mondo intero, sensazione che mi lascia interdetta e mi fa stare sulle spine.

Ho passato buona parte della mia vita emotiva in allarme rosso, scrutando come una vedetta in attesa delle vele nere, l’odore del pericolo incombente sulla testa come un nuvolone grigio di grandine.

Ora mi guardo attorno e mi chiedo perché le cose mi colpiscono meno profondamente, perché la rabbia dura così poco e scivola via come gocce d’acqua dal piumaggio di un’anatra.

Sto diventando più fatalista, invecchio o è solo il caldo che mi toglie le forze?

Mi sento un pugile che, nonostante abbia perso ai punti, ha ancora in corpo così tanta adrenalina da augurarsi un knock-out liberatorio.

Lavoro in un paesone ai margini di un grande capoluogo industriale, conosco bene praticamente tutti gli abitanti, direi negli aspetti più personali e delicati della loro vita, dato il lavoro che faccio.

La gente mi chiama per nome, mi saluta per strada, mi ferma per chiedere consigli, mi offre il caffè al bar. A tratti è confortante ma tanto faticoso, mi obbliga ad indossare sempre la livrea professionale, ad essere lucida e presente a me stessa anche quando vorrei solo buio e silenzio.

Ho un collega giovane con cui ho un rapporto a dir poco burrascoso e movimentato.

Per un periodo, molto breve peraltro, siamo anche stati amici ma qualcosa si è guastato ed ora sembriamo due acrobati alle estremità di un asse, in equilibrio precario sulla capocchia di uno spillo, impugnando ciascuno un coltello da lancio anziché un ombrellino.

Se uno dei due si avvicina troppo ruzzoliamo a terra entrambi, facendoci molto male, quindi non resta che tenerci d’occhio da lontano, mantenendo le posizioni di sicurezza.

Pochi giorni fa si commentava l’ennesima storia di corna, moglie tradita, quattro figli di cui tre con problemi di salute, marito che conosce una donna in chat e in fretta e furia va a prendersela in Sudamerica, i piccioncini che girano abbracciati per il paese.

Brutta storia davvero, squallida e triste, che lascia l’amaro in bocca e la sensazione che davvero tutto valga così poco da essere gettato alle ortiche, senza pensarci su nemmeno un momento.

CollegaGiovane pontificava indignato sul marito “non capisco”, “mi fa schifo”, “persone così non meritano di esistere”, “io non farò mai una cosa del genere”.

Per un po’ l’ho lasciato parlare, poi ho detto alcune cose che, benché liquidate da lui con una scrollata di spalle e un’occhiata di compatimento alla povera stupida in premenopausa, mi hanno dato parecchio su cui riflettere.

Gli ho detto che prima di trinciare giudizi bisognerebbe conoscere il vissuto e le circostanze che portano una persona a compiere un gesto del genere; che l’aver commesso un’azione orribile non significa che il suo autore sia una persona totalmente orribile; che quasi mai il torto o la ragione stanno da una sola parte; che a volte la gravidanza, il parto, l’attenzione esclusiva al benessere dei figli possono portare le donne a dimenticare il loro ruolo di mogli e compagne, per diventare esclusivamente madri, creando una sensazione di abbandono nell’uomo il quale, diciamocelo francamente, non è il vero sesso forte della coppia e diventa sensibile alle moine di una qualunque gatta randagia, capace di farlo sentire al centro dell’universo.

Mentre parlavo mi sono resa conto che per la prima volta ero stata in grado di mettermi dalla parte del torto, entrare in sintonia empatica con il colpevole e parlare in suo favore.

Ho compreso che le frasi “per sempre” e “non farò mai” sono tanto teoriche quanto irrealizzabili. L’assoluto non esiste, siamo creature fallibili, a volte ingorde, frettolose e inconsistenti, dobbiamo accontentarci del compromesso, dei colori sfumati, del “più che potrò” e del “farò del mio meglio”, dobbiamo mediare ogni giorno tra i nostri desideri e ciò che la sorte è davvero in grado di offrirci, tenendo a mente che l’inganno è solo in parte vita e prima o poi tutti dovremo confrontarci con i nostri sbagli.

Il vero grande errore è l’incapacità di comunicare un disagio, un bisogno di attenzione, un personale senso di solitudine a chi ci sta accanto, è la sfiducia nelle doti di ascolto e comprensione dell’altro ed è il pensare di risolvere ogni problema dando un colpo di spugna alla vecchia vita, ricominciare da capo fuggendo, dimentichi del cumulo di macerie che ci si lascia alle spalle.

Mi sono resa conto che fino a poco tempo fa non avrei mai detto cose del genere, anzi mi sarei infuocata di sdegno ed indignazione pasionaria, sarei stata tra quelli che puntano il dito e sputano sentenze con voce astiosa.

Questo mi lascia perplessa, mi fa sentire irrisolta, perennemente in costruzione e senza certezze.

Davvero questa è la maturità? Sto diventando grande ed equilibrata o solo accidiosa e cinica perchè, ad uno sguardo più attento, degli altri non mi importa nulla?

Ballando questa ad alto volume

Per rendere “Il Beppe” fiero di me, ringrazio la mitica dott.ssa Bailey di Grey’s Anatomy, Dino Abbrescia in “Se devo essere sincera”, i Marta sui tubi e ovviamente Sergio Leone per la paternità delle altre citazioni sparse nel post.