Lezioni estive

Gustav Klimt 1905 – 1906 seminudo di donna prona

La stanza era fresca nella penombra di persiane accostate contro il sole estivo e lunghe tende pesanti, di lino color pesca, ne accentuavano l’intimità rosata.
Il silenzio soffocante del giardino amplificava il respiro sommesso del corpo addormentato.
Era nuda e poggiava sul fianco sinistro, una gamba attorcigliata nel groviglio sudato delle lenzuola, mentre l’altra sporgeva all’infuori, quasi a intrappolare un refolo d’aria tra le dita dei piedi dalle unghie smaltate di scuro, in netto contrasto con il bianco candido della pelle.
La testa era rivolta verso l’alto e le pale di un ventilatore poco lontano spingevano sbuffi di aria tiepida che accarezzava le tempie umide, là dove i capelli corti si arricciavano maliziosi, e piccole gocce di sudore fiorivano a imperlarle il labbro socchiuso.

Era scivolato furtivo nella stanza dal terrazzo su cui si aprivano le alte finestre della corte e ora la osservava nascosto dietro le tende, percorrendo con gli occhi ogni dettaglio del corpo che gli si svelava morbido dinnanzi.
Con dita nervose pizzicava le nappe della tenda, come volesse tormentare il capezzolo, turgido e sfacciato, che una lingua di aria solleticava e osservava affascinato la mano nascosta tra le cosce, desiderando essere quelle dita sottili per portare a termine il piacere solitario che il sonno aveva interrotto.

La guardava e intanto pensava che avrebbe potuto scegliere carni più fresche e disponibili se solo avesse voluto, ma nessuna delle ragazze che aveva conosciuto emanava il fascino sensuale della donna che gli dormiva inconsapevole di fronte, il corpo pieno e maturo, la pelle chiarissima e ancora soda dove le vene risaltavano in verdi trasparenze, come la trama di una foglia nuova.

Da quando era tornato per le vacanze estive era diventata la sua ossessione, il tormento che macchiava ogni notte lenzuola che lei gli faceva trovare pulite senza una parola.
Al suo arrivo nella vecchia casa di famiglia, in un turbine di bagagli, caos e risate, l’aveva ritrovata lì, immersa nelle minute incombenze quotidiane del suo ruolo di domestica, come se un anno non fosse mai trascorso. Eppure molto era cambiato, lui era cambiato, il suo corpo di quasi uomo tradiva un desiderio acerbo e incontrollato che non voleva saperne di spegnersi e i gesti affettuosi di lei, la confidenza con cui lo trattava, non facevano che alimentarlo.

L’erezione, che i pantaloni leggeri non riuscivano a nascondere, gli premeva il ventre con urgenza. Mosse a disagio le gambe, stringendole nel tentativo di alleviare il fastidio, e d’un tratto si accorse che qualcosa era mutato nella stanza, il respiro non era più pesante e regolare ma consapevole e cosciente. Si sporse un poco da dietro il suo nascondiglio e incontrò gli occhi spalancati di lei che lo guardavano tranquilli e ironici, un accenno di sorriso a piegare gli angoli della bocca, la mano ancora abbandonata tra le cosce.

Con un verso strozzato si precipitò fuori, nel sole cocente del terrazzo, e percorse i pochi metri che separavano le due stanze. Al riparo dallo sguardo di lei, che sentiva ancora bruciargli la pelle come uno schiaffo, si ritrovò a passeggiare nervoso per la stanza. Aveva il fiato corto ed era sudato come dopo una corsa. Si strappò i vestiti di dosso con una smorfia e si guardò allo specchio, arrossendo per la figura da perfetto idiota appena fatta. Si sentiva stanco ora che l’adrenalina lo aveva abbandonato e si buttò a sedere sulla sedia a sdraio davanti alla finestra. Il riverbero del sole lo costrinse a chiudere gli occhi, ma da dietro le palpebre continuava a rivedere come in un close up i dettagli del corpo, le onde morbide dei fianchi, il pelo ricciuto e biondo del pube.

Afferrò il membro eretto e cominciò a muovere la mano su e giù, dapprima lentamente poi con movimenti più secchi e decisi, sempre più veloce, con urgenza crescente. Respirava a brevi ansiti e non si accorse del rumore della porta che si apriva e richiudeva piano. Sussultò di sorpresa quando una mano si impadronì della sua carne dura e iniziò a giocare con la punta rossa del glande, saggiandone la consistenza sensibile e facendolo rabbrividire per le sensazioni che quella pelle, resa ruvida e callosa dal lavoro domestico, riusciva a dargli.
Le dita sapienti iniziarono a imprimere un ritmo ancora più veloce e il piacere che montava a ondate era quasi insostenibile e lo faceva gemere, finchè un’ultima pressione decisa non lo fece eiaculare a più riprese con un grido selvaggio.

Restò fermo, ancora scosso dall’orgasmo, immobile in ogni parte del corpo tranne il petto che si sollevava e abbassava cercando di contenere il tambureggiare impazzito del cuore, mentre le dita di lei giocavano con i lunghi filamenti di seme perlaceo impigliati nel vello del ventre. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono familiare dell’acqua che scorre, avvertì il tocco piacevole di una spugna umida sul petto e il profumo di labbra fresche sulla tempia, poi ci fu soltanto il suono ovattato di passi in lontananza. Sorrise, gli occhi ancora serrati stretti a trattenere il più a lungo possibile le sensazioni provate, e giurò a se stesso di trovare il coraggio per tornare in quella stanza e abbracciare quel corpo morbido, la notte stessa e ogni altra di quella torrida estate di vacanza.

Onda sonora

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Cosa voglio di te

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fonte: cagouille.tumblr.com

Il tempo dopo l’amore,
la carezza dopo il buongiorno,
il silenzio dopo un bacio,
la tristezza dopo la partenza.
Le ore tra le tue braccia,
le gambe che si stringono,
il calore che emaniamo,
il respiro sulla nuca.
Le mani che si intrecciano,
le lenzuola che si bagnano,
i sogni che si scontrano,
la voce che si spegne.
Il languore dopo il sesso,
lo sperma tra le cosce,
Il sapore della lingua,
l’odore del sudore.
I sogni infranti nel cassetto,
le ore mancate degli incontri,
i minuti dilatati del telefono,
le rughe fiorite nell’attesa.
La calma cupa della notte,
la luce aguzzina dell’alba,
la grandine sui desideri,
il tramonto beffardo sul mare.
Le zanzare che pungono,
i ricordi che mordono,
le meduse che ustionano,
le lacrime che lavano.
L’aperitivo senza gli amici,
la panna dentro il caffè,
le briciole dei tuoi sorrisi,
lo zucchero in fondo alla tazza.
La schiuma nella doccia,
i capelli sul cuscino,
la barba dentro il rasoio,
il dentifricio nel lavandino.
Cosa voglio di te?
Te
(Vinnie Scavetto)

Thunderstruck

La musica che ho scelto è parte essenziale del racconto durante la lettura, quindi vi pregherei di ascoltarla, se vi è possibile.
Il contenuto è più esplicito di ciò che ho scritto finora, ma ho voluto giocare con qualcosa di diverso da me.
Spero di non turbare la sensibilità di nessuno con le mie parole.
Poi è anche Carnevale!


Finì di annodare la sciarpa di seta nera a mo’ di turbante, coprendo completamente i corti capelli rossi, per lasciare in evidenza solo il viso, dagli occhi truccati pesantemente di scuro.
Sorrise allo specchio, mentre avvertiva sotto le suole degli stivali le vibrazioni della musica industrial che si riverberavano lungo le assi del parquet, senza riuscire a coprire del tutto, nonostante l’altissimo volume, i gemiti che provenivano dall’ampio locale che si estendeva sotto il suo attico.
Anche i suoi due cuccioli mugolavano di eccitazione ed impazienza a stento trattenute, osservandola, con adorazione e timore, mentre si preparava con gesti metodici.
Si passò con cura il rossetto rosso sulla bocca carnosa finché, soddisfatta del risultato, indossò la maschera.
L’aveva creata con le sue mani, piccole roselline di seta bianca, perle e brillantini luminosi le davano un’aria innocente, accentuata dalla farfalla al centro della fronte, mentre le piume grigie la rendevano unica e misteriosa.
Era perfetta, in violento contrasto con i pantaloni di latex nero, una morbida ventosa aderente alle sue forme nude, infilati dentro gli altissimi stivali a stiletto dalla suola rossa.
Prese il corsetto bianco ricamato di nero e con uno schiocco di dita chiamò a sé uno dei cuccioli.
L’uomo si precipitò ad allacciare le stringhe del bustino, stringendo forte i lacci, come la sua padrona l’aveva addestrato a fare, e accolse con un gemito di piacere e dolore la sua ricompensa, una crudele torsione del piercing che portava al capezzolo sinistro.
L’altro cucciolo nel frattempo, dopo aver lucidato con la lingua la punta degli stivali, porse alla padrona la marsina di raso dalle lunghe code e i due guinzagli di metallo che lei allacciò ai loro collari, e prese con cautela tra le mani la mela rossa che aveva lucidato fino a farla brillare.
Dopo un ultimo sguardo allo specchio che occupava la parete di fronte all’enorme letto, la regina con una mano afferrò i guinzagli, con l’altra il bastone animato, che aveva spesso fatto stillare gocce di sangue per il suo piacere, e con un rude strattone ai cuccioli si avviò verso la pedana di vetro.
La folla urlò di impazienza ed eccitazione nell’udire le prime note di Thunderstruck, la canzone che annunciava l’ingresso della regina nell’arena, la sua preferita.
La pedana di vetro accolse il trio ed iniziò una lenta discesa nel ventre di quel luogo di piacere e sofferenza.
Osservava la distesa di corpi sotto di lei, che si muovevano al ritmo della musica e delle copule, inalando l’odore di sudore, sesso, sperma e lubrificante che impregnava ogni angolo dell’edificio e il suo sguardo si soffermò con un luccichio di divertimento su una biondina minuta e nervosa che, un enorme strap-on allacciato ai fianchi, montava con foga il suo cavallo umano.
Sentiva l’acquolina in bocca, pregustando il divertimento di cui avrebbe goduto nelle ore successive, mentre con uno strattone al guinzaglio ed un’alzata sapiente del sopracciglio faceva capire al cucciolo chi fosse la destinataria della mela, il dono più ambito e conteso per il suddito chiamato a soddisfare i suoi piaceri.
La canzone stava terminando e la discesa della piattaforma si arrestò ad un metro di altezza sopra la folla adorante, che urlava il nome di colei che aveva reso possibile il loro piacere senza freni e senza pudori.
Sorridendo fissò il suo popolo maledetto, colpì forte il pavimento con il bastone, in sincronia con l’ultimo rantolo della musica, e con voce dolce ma ferma disse “La vostra regina è qui, il mio ordine è di godere senza alcun limite, che il mio regno inizi ora!”.
La musica riprese fortissima, le urla si intensificarono e le luci si spensero sulla marea dei corpi.

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Lo spicchio

“Bentornati all’ascolto amici della radio! Continuiamo la nostra programmazione pomeridiana con un pezzo scelto per voi direttamente dai favolosi anni ’80! Sono le 16.30 di lunedì 26 ottobre, fuori piove ma qui nei nostri studi suoniamo solo la buona musica!”

Per un attimo smise di insaponarsi il corpo e chiuse il rubinetto della doccia per ascoltare meglio.

Già le prime note la fecero sorridere e la resero ancora più felice.

Adorava Prince, ma quella era LA canzone, la sua preferita, ed era la conclusione perfetta per quel pigro pomeriggio, così diverso dal solito noioso lunedì di lavoro.

Terminò la sua doccia canticchiando le parole, muovendo il corpo in maniera sensuale a tempo con la musica, mentre rivoli di schiuma le correvano giù per il corpo.

Varcò la soglia e percorse la stanza con passo leggero, la pelle ancora leggermente umida e rosea, profumata di anice e talco.

Strinse gli occhi per abituarsi alla penombra e cominciò a raccogliere gli indumenti gettati alla rinfusa, cercando di individuarli tra gli oggetti disseminati sul pavimento, a dimostrazione dell’urgenza appena soddisfatta.

Si accostò alla finestra, da cui filtrava un barlume di luce, e iniziò a rivestirsi: prima le mutandine, muovendo leggermente i fianchi per far aderire il pizzo al solco delle natiche, poi si curvò un poco in avanti, per accomodare morbidamente i seni nelle coppe del reggiseno, infine srotolò le calze, appoggiando prima un piede, poi l’altro al bordo del letto.

Quanto le piacevano quelle calze, nere, perfettamente coprenti, la rendevano più sicura, fasciavano le sue gambe senza svelare troppo, le facevano scudo dagli sguardi indiscreti.

“Sì, ho scelto bene” andava dicendo tra sè, mentre le mani accarezzavano il tessuto, dalla caviglia fino alla coscia, per tenderlo senza grinze, raddrizzando l’alto bordo di pizzo che lasciava scoperto uno spicchio di pelle tenera e morbida.

Steso sul letto sfatto, coperto solo da una striscia di lenzuolo stropicciato, la guardava con attenzione, mentre il pulsare ritmico del glande indolenzito gli ricordava, con piccoli sussulti di assestamento, l’orgasmo appena avuto.

Tempo prima lei gli aveva letto una poesia di quella poetessa polacca di cui era assurdamente in fissa, Szymqualcosa…….quel nome assurdo non se lo ricordava proprio, ma un verso gli era rimasto impresso nella mente:

Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.

Lui ora si sentiva così, finchè avesse potuto guardare quello spicchio di pelle tenera e nuda, quel confine di paradiso tra il bordo della calza e l’orlo delle mutandine, il mondo non avrebbe meritato una fine.

Osservava ogni suo gesto con avidità, quasi ad imprimerselo nella retina, a tatuarselo sui polpastrelli delle dita: il movimento dei fianchi nell’indossare le mutandine, le gambe un po’ aperte, la conchiglia rosea del sesso, che poco prima aveva leccato e succhiato fino a sentirla tremare nella sua bocca, la ragnatela di pizzo che disegnava quelle natiche che aveva stretto tra le mani, il seno, ora nascosto dal tessuto leggero, ma con i capezzoli ancora ben turgidi e visibili e quello spicchio di pelle, che lo chiamava come una sirena per farsi ancora baciare, leccare e mordere.

Percepì appena il movimento alle sue spalle e instintivamente sussultò, nel sentire le dita che facevano scorrere verso il basso l’elastico delle mutandine.

Piegò il collo di lato, per ricevere meglio il bacio, e incurvò le natiche verso di lui, con un mormorio di desiderio.

“Lascia le calze” le sussurrò all’orecchio, mentre le sganciava il reggiseno e lo faceva volare alle sue spalle.

Il tempo, tenuto in ostaggio da quello spicchio di pelle tenera e rosea, tornò a scorrere solo quando la luce morbida del pomeriggio ebbe lasciato spazio al buio della sera.

Lei stava ascoltando questa canzone, perfetta per un pomeriggio di pioggia e………

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fonte: web

Udito

Intorno a me Glory Box

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fonte: web

Avvicinati

voglio udire il suono del tuo respiro
che si avvicina prepotente
e circonda la mia gola
con un soffio di seta.

Sussurrami

voglio udire il suono del mio nome
che vibra sulle tue labbra
e danza sulle nostre lingue
intrecciate al ritmo delle sillabe.

Spogliami

voglio udire il suono della tua carne
che spinge dentro la mia
e mescola gli umori di seme e mare
in una risacca perlacea di sale.

Toccami

voglio udire il suono delle nostre dita
che si consumano in abili carezze
e risvegliano i corpi sfiniti
dopo un lento pasto di piacere.

(Vinnie Scavetto)

Tatto

Intorno a me Profumo

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fonte: web

Vorrei
afferrare la tua mano
i mignoli intrecciati
stringendoci piano
in un nodo silenzioso.

Vorrei
risalire con le dita
i percorsi delle vene
ascoltando con il pollice
il canto del tuo cuore.

Vorrei
strusciare come un gatto
la gamba sul tuo petto
assaporando il calore
dei corpi vicini.

Vorrei
accarezzare con il ventre
il velluto della pelle
inalando con desiderio
l’aria che tu respiri.
(Vinnie Scavetto)

Un’altra vita (climax)

abbandono

fonte: web

Un’altra vita

per poterti godere

un’altra vita

per poterti amare.

Ti voglio

-non sarai mai mio-

ti desidero

-così inutilmente-

Sogni di sudore

sogni di calore,

di letti sfatti

di corpi tremanti.

Mordo il vermiglio

addormento la voglia,

sulle mie labbra

scaglie di sangue pazzo.

Questa vita

per guardarti in lontananza

questa vita

per sorriderti a distanza.

Gesti insoddisfatti

gemiti trattenuti,

sospiro forte

vuota di te.

(Vinnie Scavetto)

 Ascoltando Climax