Melaracconti? seconda parte

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8 – TUTTI I MIEI SBAGLI

Se solo si fosse fermata a ragionare non avrebbe ripetuto sempre lo stesso stupido sbaglio, se solo la smettesse una buona volta di avere una incrollabile fiducia nelle altre persone, se solo non avesse dato ascolto ai consigli dei finti amici; eccola lì, dolorante e zoppicante, certo che era proprio una scema patetica, ma cosa le era saltato in mente di andare a quella festa, così importante per tutti loro, con quel terribile, dolorosissimo paio di stivali a stiletto?

9 – LUCE

SBAM! si accende una luce, forte, aggressiva, mille watt di freddo neon, i tubi fluorescenti che ti urlano TANA!!!! TI ABBIAMO BECCATO! tu inizi a correre, a correre forte mentre le pareti si restringono e il tunnel si trasforma in un imbuto, più stretto, sempre più stretto e la porta là in fondo si sta chiudendo, la vedi, la senti e allora corri, corri più forte, corri come se la vita ti stesse sfuggendo davanti e la tua ombra si staccasse da te e mentre sei quasi lì SBAM! la porta si chiude; carica a 300! libera! niente da fare _____________________________ l’abbiamo persa.

10 – IN TRAM

Ero già seduto da un paio di fermate quando la vidi salire sul tram e farsi largo con grazia tra le persone, per accostarsi a me con fare noncurante, appoggiandosi un poco al mio gomito per colpa della ressa; rimasi ad ammirarla di sottecchi, la consistenza trasparente della pelle, il vestito color crema e rosato dai riflessi cangianti nella luce del primo mattino, ma prima che potessi tentare di accarezzarla, alla fermata dell’Orto Botanico dispiegò le ali e volò via.

11 – CIBO

Aveva fame, riusciva a pensare solo a quella brutale, primordiale esigenza, mentre si aggirava per il quartiere distrutto, sventrato dalle esplosioni, dove sui pochi muri rimasti spiccavano le silhouettes di coloro che la bomba aveva incenerito, il negativo di una fotografia di morte e desolazione; faticava a ricordare quando aveva mangiato l’ultima volta, sentiva solo lo stomaco urlare incessante, sotto le unghie pochi rimasugli di pelo di ratto che succhiò avidamente, riaprendo il morso che la bestia gli aveva dato prima di essere uccisa e scuoiata, e nel leccare via il sangue iniziò a strapparsi la pelle delle dita, a mordere la sua carne con frenesia e infine fu impossibile smettere di mangiarsi vivo.

12 – CAFFE’ NERO

Caffè, ancora una tazza di caffè prima di alzarmi da questa sedia per andare incontro al mondo, che alla fine neppure mi piace il gusto del caffè nero, così amaro e acido insieme, ma il profumo oh sì il profumo vale il sacrificio di berlo, girando piano piano il cucchiaino nella tazza, da dove diavolo arriva questa tazza poi, forse da quel viaggio ad Amsterdam di ritorno da Istanbul, con la paura di essere scoperto e il dolore allo stomaco, riempito a forza e pronto ad esplodere; il telefono squilla da tanto ormai, sono loro e vogliono quello che gli spetta, come sempre, ma non sanno ancora che non avranno niente, questa volta me la sono venduta, i soldi sono per lei e per quella cosa che le cresce nella pancia, una cosa bella finalmente, che la fa sorridere come io non sono mai riuscito a fare, bussano forte alla porta, sono loro, un ultimo sorso di caffè ed è ora di saltare giù per andare incontro al mondo.

13 – ATTESA

Ciao, ti scrivo seduta in questa sala d’attesa gelida dalle pareti verde vomito, in procinto di partire per un viaggio senza ritorno che mi renderà un’altra da ora; ti scrivo per dirti che ti amo, ma amare non basta quando mi sento così indegna di te, quando ciò che ho da offrirti è troppo poco e una via d’uscita diversa non c’è; però ti amo e voglio dirtelo un’altra volta, mentre ancora per poco siamo insieme e voglio chiederti scusa perchè ho così tanta paura, ma sono ancora una bambina, è troppo presto per una vita di noi e ora è troppo tardi per tornare indietro, stanno chiamando il mio numero, devo andare “Buongiorno, sono qui per l’IVG”.

14 – CURIOSITY KILLED THE CAT

Stavo terminando di fissare il treppiedi, l’attrezzatura di acciaio brunito sparsa per terra su un telo di plastica, quando un toc toc mi ha segnalato l’arrivo di una notifica di wordpress, come? quando?? davvero??? io nominata per un tag, una flash story da scrivere, ma siamo matti io non so scrivere, non sono mica capace, se poi non vinco rimango male, mi arrabbio ed è meglio per tutti se non mi fanno incazzare; mentre pensavo a questo colpo basso hanno suonato alla porta, era arrivato il materiale che aspettavo, l’ho lacerato impaziente con le mani sporche di grasso lubrificante e non ho più pensato a quella sciocca flash story, finalmente il silenziatore e il mirino erano perfetti e potevo portare a termine il lavoro, ora che sapevo dove andava a correre!

15 – LOVE STORY

Guardarsi negli occhi e morire, poi subito rinascere e morire nuovamente, questa volta insieme, l’uno dentro l’altra, arrossire, abbassare lo sguardo, tornare a sollevarlo non tollerando distacco, continuare a guardarsi, ancora e ancora, riconoscersi a memoria, sapersi amare nei posti più improbabili, imparare a ridere dei segreti più reconditi, intrecciare le mani, annusarsi la pelle, bere le lingue, frugarsi le menti, incollarsi in una spirale di braccia e sessi, ascoltare il clap clap dei ventri, suonare il ritmo più antico e infine venire, venire insieme, venirsi dentro……………..il semaforo scattò sul verde, le due colonne di veicoli presero a muoversi, i loro sguardi si separarono per sempre.

Ai quindici racconti ho aggiunto un omaggio speciale per il mio caro Yzzy, che mi ha dedicato ben due disegni!

MELANCHOLIA

Era stata gettata con dolorosa noncuranza in un angolo buio e polveroso, le membra coperte di ragnatele e dell’avanzo di qualche lustrino scintillante, ricordo di abiti eleganti di un lontano passato; dalle screpolature della vernice, cotta da troppi lustri di sole e vetrate, colò giù una lacrima di metacrilato, una scia di nostalgia per il calore delle mani che un tempo l’avevano vestita con tanta cura, mentre ora solo qualche topolino ramingo veniva a farle compagnia, accovacciandosi sul suo seno e confortandola con il suo tepore; nel silenzio del magazzino risuonarono passi pesanti e un fascio di luce le fece brillare gli occhi di vetro “eccola qui, finalmente l’abbiamo trovata! Riportiamola in negozio”.

Melaracconti?

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Qualche tempo fa sono stata invitata a partecipare ad un flash story contest.

Sono bastian contrario di natura, mi piace fare l’esatto opposto di ciò che mi viene chiesto, quindi ho deciso che non avrei in alcun modo partecipato.

Il concetto di flash story però è assai intrigante, perciò ho deciso di provare a vedere se sarei stata in grado di scrivere una storia in una frase, un’occhiata dallo spioncino, la finestra sul cortile da cui provare a congetturare il resto della storia.

Ho scritto quindici mini-racconti, uno per ogni giorno del contest originario, ed è stato davvero appassionante veder scaturire le trame di punto in bianco, nel bel mezzo di una frase, tra un sorso e l’altro di caffè, sotto la doccia, mentre mi lavavo i denti, prima di spegnere la luce e mettermi a dormire.

Alcuni sono autobiografici (ma non vi dirò mai quali), schegge di vita vera, altri completamente inventati, un paio decisamente splatter, un po’ di sangue ci vuole suvvia, qualcuno divertente, due andrebbero bene come favola della buonanotte.

Il mio preferito? Provate ad indovinare e buona lettura flash!

1 – IL FINALE

Aprì il libro all’ultima pagina e lesse il finale, com’era da sempre sua abitudine, perché pensava fermamente che in ogni fine fossero contenuti mille diversi inizi; nel farlo gettò un’occhiata distratta fuori dalla finestra e, per un istante, si chiese perché un aereo dovesse volare così rasente le Torri.

2 – A.A.A.VENDESI

Vendesi abito completo da uomo, nero a righe beige in fresco di lana, con piccolo foro di proiettile all’altezza del cuore, accompagnato da un paio di scarpe di vitello nere con i lacci, leggermente macchiate di sangue in punta; astenersi curiosi, perditempo e gangster alle prime armi.

3 – LA LENTE

La donna si spogliò, sbottonando con lentezza la camicetta per nascondere il tremito delle mani, facendo scorrere la lampo dei jeans, che abbassò fin sotto le natiche per sedersi meglio sul bordo del letto, con le cosce piegate in un gesto inconscio di protezione; l’uomo alle sue spalle si avvicinò e le scostò i capelli dalla schiena, impugnando un oggetto luccicante, “Allora, guardiamo un po’ questo neo che ti preoccupa così tanto” disse il medico, avvicinando alla pelle la lente d’ingrandimento.

4 – PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!”

5 – LA CAPSULA

Sembrava la capsula di salvataggio di un’astronave, un ovoide lucente con tettuccio di vetro e pulsanti luminosi, che ronzava sommessamente per mantenere la temperatura costante; chiese che la sollevassero e iniziò ad accarezzare le sue mani, così gonfie ma lisce e morbide, poi accostò il viso alla sua guancia e rimase ferma, pelle contro pelle, beandosi di quel contatto per lunghi, interminabili e strazianti minuti, finché una mano leggera la toccò sulla spalla “signorina è ora, dobbiamo chiuderlo”.

6 – DUEL

The first cut won’t hurt at all
The second only makes you wonder
The third will have you on your knees
You start bleeding I start screaming” (Duel – Propaganda)

Il primo colpo la colse di sorpresa e la fece cadere in ginocchio, la testa che ronzava, un filo di sangue a disegnare arabeschi dalla fronte fino al mento; iniziò a strisciare sul pavimento, pattinando con le mani nel suo sangue, i calci nella schiena la facevano gridare di paura e dolore, l’ultimo la fece volare contro il muro e mentre due mani le torcevano con violenza i capelli, l’unica cosa che riusciva a ripetersi era “stupida, stupida cretina, ma perchè ho lasciato bruciare il sugo?”

7 – IL NANO VOLANTE

Lo trovarono che vagava sperduto e tremante di freddo in un campo di trifoglio, i vestiti di un cupo verde scuro ormai laceri a brandelli, e lo accolsero nel loro circo senza chiedergli mai chi fosse o da dove venisse; presto si guadagnò l’affetto dei bambini con le sue storie di mondi fantastici e il rispetto degli adulti per l’audacia del suo numero, il nano volante, ma talvolta, benchè con loro fosse sereno, sospirava di nostalgia ripensando alla sua pentola, se solo si fosse ricordato dove l’aveva sepolta!

continua……..

Scala mobile

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Cazzo sto male, stomalestomalestomalestomale, sto male cazzo!

Dov’è andato Lupo, dov’è quello stronzo?

Doveva essere qui un’ora fa, doveva portarmene un po’

Solo un po’ dai cazzo, non ce la faccio senza!

Ho voglia di vomitare ma dovrei trascinarmi fino al cesso

No, non posso rischiare che quello stronzo non mi trovi

Deve portarmi la mia roba se no quando lo stano lo prendo a calci finchè non crepa

Ma chi voglio prendere per il culo?

Sono un patetico sacco di stracci accartocciato al fondo della scala mobile del centro commerciale

Come gridavano quei mocciosi ieri, ah già

Tossica di merda! Tossica di merda! Crepa o ci pensiamo noi! Ti diamo fuoco!

bastardi

Non so neanche più quando ho mangiato l’ultima volta ma mi basta che stia bene Briciola

Briciola! Briciolaaaaa! Vieni amore, vieni dalla mamma

E’ buona Briciola, mi ama senza avere schifo di me, sta con me e mi scalda di notte, sta con me quando chiedo qualche spicciolo, lei sta con me

Briciola, amore tra poco andiamo a comprare le scatolette!

Le scatolettine buone per la mia piccolina, eh si!

Saliamo questa scala mobile e andiamo al centro commerciale e magari una scatoletta ce la dividiamo io e te

Che importa, sa di tonno e se togli l’etichetta mica lo sai che è per cani

Ho ingoiato tanta merda che ormai ci ho fatto l’abitudine

Lupo, Lupoooo, bastardo dove sei?

E tu, eh? Tu che cazzo guardi? Stupida guardia giurata, non continuare a girarmi intorno come uno squalo, l’ho pagato il diritto di stare qui, prima, di là, nei cessi, quando ti sei tirato giù i pantaloni e me l’hai sbattuto in faccia

Vattene, schifoso

Ehi amico, ehi tu, ehi! Ce l’hai una sigaretta? Una sola dai?

Ah, no, non fumi

Ma vaffanculo pidocchio!

E tu con quella borsettina stretta sotto il braccio di che hai paura, che la tossica ti mangi?

Aspetta che chiamo anche il lupo

Lupo, Luuuuuuuuupoooooooooooooo

Torna bastardo, torna, ho una tosse che mi squarta il petto, sarà stata quella notte sotto il ponte, quando ci hanno sbattuto fuori dalla stazione, neanche la coperta ci hanno fatto raccogliere

Tutti quei bravi cittadini modello, tutti con il fazzoletto verde e lo sguardo virtuoso

Lupo, Lupo, non so neppure qual’è il tuo vero nome, ti chiamo così perchè hai gli occhi gialli come un lupo e poi a noi tossici i nomi normali non stanno bene, noi siamo bestie, siamo rifiuti

Gioia, che cazzo di vita può avere una bambina che si chiama Gioia?

Io la gioia non l’ho mai conosciuta, non in quella casa schifosa, non da quando il babbo è morto e mi ha lasciato con quella stronza e il suo fidanzato, sempre pronto a toccarmi il culo

Ma io me ne sono andata da quella casa di merda, io non sono Gioia

Io sono J  A  N  I  C  E

Lei sì che aveva le palle

E’ bello stare ai piedi di questa scala mobile tutta luccicante

Mi ricordo la recita della prima elementare, c’era ancora lui, ero bella allora, ero bionda, ero la Gioia del babbo

Quelle stupide suore mi hanno messo le ali di cartapesta e mi hanno piazzato ai piedi della scala, fatta con i cubi della ricreazione, ci avevano messo le stelline sopra ma erano sempre quei maledetti cubi puzzolenti

Tu fai l’angelo che sale verso il paradiso perchè sei stata buona e invece i tuoi compagni fanno i diavoletti perchè sono stati cattivi

E io piangevo perchè volevo le corna e la coda, non quelle stupide ali bianche

Lupo sei tornato!

Avanti dammela, dammelaaaaaaaa!

Stai attento a Briciola mentre vado al cesso

Così, bene, dov’è il cucchiaio, eccolo qui, il limone, l’accendino

Cazzo fa male ‘sta siringa, in quanti ce la siamo passati ormai

Ci sono andata in farmacia per farmene dare una nuova, quella stronza dietro il banco, con i suoi occhialini e il camice bianco, tutta compunta a dirmi che no, le siringhe da insulina non le vendiamo sfuse, se vuoi il pacchetto costa tre euro

E chi ce li ha tre euro maledetta? Mi fai schifo, sei un sepolcro vuoto, sei morta come me e non lo sai, tu e il tuo maledetto camice

Ecco sì, si ora va meglio

Ora posso tornare dalla mia Briciola

Amore di mamma vieni, stiamo un po’ qui ai piedi della scala e poi andiamo, sì?

Che fastidio questa luce, cazzo fa male agli occhi

Mi fa male il petto, sarà quella maledetta tosse, mi fa male respirare

Respirare

Respirare

Sono stanca

Sono st………………….

And she’s buying a stairway to heaven

Ho immaginato questo piccolo racconto ascoltando la mia canzone del cuore, quella che mi accompagna da quando sono nata perchè l’ho ascoltata fin da piccolissima, quando la mia mamma portava i jeans a zampa e cantava per me.

Ho immaginato una scala che porta al Paradiso, anche se il mezzo per raggiungerlo non è dei migliori.

Tutti abbiamo diritto a combattere i nostri demoni meglio che possiamo, abbiamo diritto a fallire e ad essere perdonati.

Ma soprattutto abbiamo diritto ad essere amati.

Nora che vende caramelle

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Le idee prendono forma all’improvviso, le parole premono come una marea, cercano di appropriarsi di uno spazio e ti tormentano finchè non hai capitolato, lasciandoti indifeso e senza fiato.

Ho scritto con urgenza, ascoltando musica quasi in trance, sentivo di doverlo fare, nulla di più.

Nora è un grillo parlante, un mezzobusto, un essere mitologico, una centaura.

Nora è lì, dietro un bancone, che vende caramelle.

I suoi sono dolci speciali, magici: curano i dispiaceri e gli affanni, risanano lo spirito, rinforzano il corpo.

Con poche monete puoi comperare un po’ di speranza, riacquistare fiducia o una salute che credevi perduta.

Entra e chiedi le tue caramelle.

Nora è piccola come una bambina e rotonda come un bignè.

Ha un sorriso timido e schivo che non arriva quasi mai agli occhi, severi, pensosi e spesso tristi.

Solo di tanto in tanto la felicità fa capolino nel suo sguardo, se la osservi in quell’attimo vedrai il suo viso trasformarsi e sembrare quasi bello, tanto grande è il cambiamento.

Nora arrossisce facilmente se la guardi con troppa insistenza, ma ti fulmina se osi prenderti gioco di lei e non dimentica.

Lei vive in difesa, arretrata di un passo, i sensi all’erta per captare gli umori e non perdere la  prospettiva dell’orizzonte.

Nora legge il futuro nelle carte, osserva le trame invisibili, accarezza gli intrecci di casualità che ci legano gli uni agli altri, talvolta pizzica un filo, fa risuonare una corda, si dondola per un poco nella trama dell’altrui vita.

Nora fotografa portoni chiusi e balconi fioriti, cammina ondeggiando come un pinguino, in cerca del suo equilibrio, a testa bassa per passare inosservata, così la vita la lascerà in pace per un po’.

Quando nevica le piace passeggiare senza ombrello, catturare i fiocchi con le ciglia e sentire la neve sulla lingua, ridendo di gioia se nessuno la guarda.

Nora dorme con la testa inabissata nelle coperte ma accende candele intorno a sè, per tenere lontano il freddo dal cuore.

Il suo dolore è un deserto avaro di lacrime, ma quando arrivano hanno la forza di un fiume in piena che travolge ogni cosa, solo non azzardarti a consolarla, altrimenti ti infilzerà con lo spiedo del suo sarcasmo.

La diverte immensamente dire parolacce, per il puro gusto di infastidire, e ama parlare schietto perchè è più semplice dire la verità che ricordare mille bugie, dice “è morto” anzichè “è mancato” perchè odia le perifrasi inutili e francamente ipocrite.

Nora ti ascolta parlare, ti osserva e ti registra nella mente, al momento giusto ricorderà ciò che ami, quali sono i tuoi desideri e, solo se le va, ti sorprenderà con un regalo, spiando la tua reazione per custodirla con cura.

Non sopporta nessuno ma sa amare intensamente, ha un cuore grande e morbido, se riesci a scorgere il varco nel filo spinato, che ti avvolge stretto e non ti lascerà uscire mai più da sè.

Nora vende caramelle da tempo immemorabile ma ogni mattina chiede ancora allo specchio perchè.

Si conta le rughe e i capelli bianchi, un po’ più di quarant’anni ben portati ma ancora per poco, poi scrolla le spalle e, se è davvero triste, canta con voce sottile, immaginando un quartetto jazz che l’accompagni, anche se si accontenterebbe di un arpeggio di chitarra.

Nora fa sogni grandiosi, immagina altre vite, altri amori, un aspetto diverso, una svolta che la sorte non le regalerà e sospira forte, facendo ondeggiare le ragnatele dei pensieri molesti.

Oggi ha comperato un mazzo di tulipani gialli e arancioni, un piccolo sole a buon mercato posato accanto a sè.

Ogni tanto li osserva pensosa, mangiando miele un cucchiaio dopo l’altro, assaporando la consistenza vischiosa che impastoia sulla lingua le parole più amare.

Nora è lì, dietro un bancone, circondata dalle sue caramelle, che vede scorrere la vita dall’altro lato della vetrina, imprigionata come un pesce rosso nella sua boccia di vetro.

Nora è lì per te, congelata nel suo ruolo come la donna di un quadro di Hopper.

Entra e accetta le sue caramelle.

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo?

Ho cercato di scrivere con l’emisfero destro, senza badare alla sensatezza delle mie parole e ne è scaturito questo post, un folle tentativo di scrittura a quattro mani con il mio inconscio.

Io mi sono divertita, la sua opinione non è importante.

Buona lettura e ascoltatevi questa, che è davvero perfetta.

Mi sono regalata un paio d’ali made in China.

Puzzano di plastica a buon mercato, di ftalati radioattivi, di manodopera sottopagata e fanno uno scricchiolio strano quando le indosso, non un fruscìo leggero di seta e piume di cigno, piuttosto un cigolio di grilli cinesi con i reumatismi.

Mi sono svegliata con la pazzia negli occhi ed ho deciso che avrei avuto le mie ali a qualunque costo.

Sono entrata in un negozio scintillante, affondando fino alle caviglie nel tappeto più morbido che avessi mai visto, un immenso mare di spessa pelliccia in estinzione.

Un anfiteatro di specchi rimandava impietoso l’immagine centuplicata di una me smarrita, non più così spavalda.

Una commessa in abito bianco di latex e rossetto rosso sangue mi ha sorriso enigmatica ed ha spalancato l’armadio delle meraviglie.

Piume abbaglianti si sono presentate ai miei occhi, profumate di vaniglia e cardamomo, morbide come le nuvole su cui dormono gli spiriti buoni, ammaliatrici come la follia, mi chiamavano, mi sussurravano, mi imploravano di toccarle, di indossarle.

Le ali della commessa erano di un grigio crudele, affilate, pronte a recidere, determinate a richiedere il compenso, ticchettavano nervose come le chele di uno scorpione, pungenti e brutali come i denti di uno squalo.

“Costano poco, sono fatte per te, un brandello di cuore, una fiala di sangue, la tua mano destra. Decidi tu cosa vuoi sacrificare.”

La commessa bianco latex-rosso sangue ha teso le mani con bramosia, schernendo la mia indecisione “vattene via piccolo pulcino senza ali, è la sofferenza che le rende così belle e preziose, vai a guadagnartele”.

Indietreggiando con cautela sono uscita dal negozio ed ho alzato la testa cercando la luna.

Sui fili dell’alta tensione un falchetto dormiva incurante di me, la testa affondata nel collo morbido delle piume.

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo? In volo, verso un paradiso alla fine del tramonto, come gli elefanti nel loro viaggio verso la morte, oppure chiudendo le ali con un ultimo stridìo e cadendo al suolo come pietre?

O semplicemente si addormentano sui fili dell’alta tensione e rimangono a vegliare sulla tristezza del mondo, su questo parcheggio incastonato in mezzo al cemento, arido come la crosta grigiastra sul ginocchio di un bimbo caduto dalla bicicletta?

Ho atteso che il mio ago interno si raddrizzasse e tornasse ad indicare nuovamente il nord, ho camminato senza meta, certa che il mio istinto mi avrebbe fatto da guida.

Ho mangiato un toast troppo freddo con un caffè troppo caldo in un bar rassegnato e disadorno ed ho imboccato la via che conduce all’emporio cinese.

Ho spiegato ad una donna, occhi come biglie di metallo in un viso chiuso come un pugno, cosa stavo cercando.

Il suo sguardo si è fatto più piccolo e duro nel tentativo di comprendere la mia richiesta, la sua gelida risposta è stata gualda là, agitando scocciata la mano quasi a scacciare un insetto molesto.

Eccovi lì, povere puzzolenti ali made in China, seminascoste, abbandonate su una gruccia tra abiti scintillanti per puttane da quattro soldi, scarpe di paillettes e polistirolo, oscenità di pizzo rosso.

La donna cinese ha ridacchiato in modo subdolo vedendomi tornare con la mia misera preda, per un attimo al suo si è sovrapposto il volto della commessa carnivora, un Giano bifronte per stomaci forti.

Ora siete con me, vi ho indossato sulla pelle nuda e mi sto abituando allo scricchiolio che accompagna i miei passi.

E’ bello far fluttuare le braccia, ondeggiando le piume in modo voluttuoso, carezzandomi le cosce.

Talvolta avverto una puntura nel fianco e sento fluire la forza, come se qualcosa stesse succhiando, nutrendosi di me.

Di giorno in giorno mi sembrate più belle e vive, sta diventando difficile separarmi da voi.

Ieri togliendovi ho sentito uno strappo, repentino e doloroso, come una ceretta fatta da mani inesperte ed il mio fianco ha iniziato a bruciare.

I miei occhi stanno cambiando forma e colore, l’iride più gialla, la pupilla una perla di puro onice.

Stasera le mie ali sbattono irrequiete sui fianchi, sembrano animate di vita propria.

La luna galleggia davanti ai miei occhi, la notte mi attira con suoni animaleschi, mi sento sollevare da terra tanta è la forza che le mie ali dimostrano.

Ecco sì,

voglio aprire solo un poco la finestra,

per sentire il profumo dell’oscurità,

che bella sei luna,

mi sporgo un po’ di più sulla sedia,

per vederti meglio,

ti sento così vicina,

mi stai chiamando

……….

…..

(la stanza è vuota, dalla finestra spalancata soffia una brezza gelida che muove appena le tende, a terra una sedia rovesciata e poche gocce di sangue, ormai rappreso, su cui è planata una piccola piuma)