Il destino del pedone – seconda parte

Prima parte: ……… Mentre mi trovavo in questo stato miserevole, un ricordo, ripescato da chissà quale piega dell’inconscio, mi ha schiaffeggiato con forza il cervello.

Tempo prima, era una sera di fine estate insopportabilmente calda, uscii a cercare un bar, per bere qualcosa di fresco in una città resa desolatamente vuota dalle ferie d’agosto.

Vagabondando mi imbattei in un locale mai visto prima, sporco e semideserto ma arredato con pesanti mobili di legno intagliato e antichi vasi da farmacia.

Ad una estremità del bancone sedeva uno strano tizio, la testa nascosta dentro una specie di sacchetto cui aveva praticato tre fori, intento a sorseggiare con una cannuccia un drink giallo limone.

Mi feci servire dal barista un Oki on the rocks, poi rivolsi un timido gesto di saluto con la mano all’uomo incappucciato.

Lui, scrutandomi dai fori del cappuccio, mi rispose muovendo appena il capo in segno di assenso.

Mi avvicinai con un sorriso esitante, “E’ buono il tuo drink?”, mi chiese.

“Ho chiesto un Oki on the rocks, mi hanno detto che è la loro specialità, ma non sono convinta che mi piaccia. Il tuo invece com’è?”.

“Un limoncello con scorsa di limone, si lascia bere ma avrei preferito qualcos’altro”.

“Facciamo cambio? Magari saremo entrambi più soddisfatti”.

Così ci scambiammo i drink, accostando i bicchieri per un brindisi alla salute dei superstiti all’esodo estivo.

Mi accomodai sull’alto sgabello ed iniziammo a conversare amabilmente.

Lui mi parlò di una sua singolare ossessione per i capelli e l’incipiente calvizie, di un amico che aveva promesso di uccidere un uomo, di un altro uomo che credeva negli alieni e praticava il giorno della lentezza.

Io gli parlai del desiderio di farmi crescere un paio di ali per fuggire via, della mia avversione per il mese di ottobre, della fissazione per le maschere che ci rivestono come veli di cipolla.

Trascorremmo molto tempo perduti nelle nostre chiacchiere, ma ormai il barista stava iniziando a dare segni di inquietudine, strofinando ripetutamente lo stesso punto del bancone e facendo tintinnare i bicchieri puliti.

“Beh, si è fatto tardi ed è ora che rientri. Mi ha fatto piacere conoscerti, pensi che ci rivedremo?”.

L’uomo mi fissò a lungo e alzò le spalle in un gesto che tutto poteva voler dire, muovendo la mano in modo ondivago.

Mentre gli voltavo la schiena e avevo già spinto la maniglia della porta d’ingresso, all’improvviso risuonò la sua voce:

“Giulio Cesare fu il primo imperatore ad assumere uno schiavo che non doveva fare altro che stargli accanto, ogni volta che passava sotto l’Arco di Trionfo, e sussurrargli continuamente all’orecchio: “ricorda che sei solo un uomo, ricorda che sei solo un uomo”. Ecco, credo che in certi casi avremmo bisogno di qualcuno che ci sussurri: “questo posto non esiste, questo posto non esiste”.

Ho sollevato la testa dalle ginocchia e ho pronunciato con voce esitante “questo posto non esiste”.

Un piccolo, impercettibile singulto di sorpresa ha fatto seguito alla mia affermazione.

Mi sono alzata in piedi e ho scandito a voce più alta “Questo Posto Non Esiste”.

L’aria ha cominciato a tremare, come durante un pomeriggio di canicola agostana, e un vento freddo si è messo a soffiare con ferocia contro di me, facendomi barcollare.

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO POSTO NON ESISTE”

“QUESTO CAZZO DI POSTO NON ESISTE”

Le pareti di vetro hanno iniziato a tintinnare, in sincronia con le onde sonore emesse dalla mia gola, ronzando sempre più forte come api impazzite, ed alla fine sono esplose, lanciando verso l’alto schegge affilate, che si disintegravano a contatto con l’aria e ricadevano al suolo luccicando come polvere di stelle.

Sono rimasta immobile, ansando per la fatica, ricoperta da una patina di frammenti di vetro polverizzato, ma ancora viva e miracolosamente libera.

Mi trovavo al centro di una strada deserta, una luce radente di tramonto feriva i miei occhi, tutto intorno i palazzi vuoti mi scrutavano da dentro le orbite scure delle finestre, facendo oscillare le tende come fazzoletti sventolati dagli amanti nell’ultimo addio.

Ho iniziato a correre, a correre sempre più veloce, zigzagando, quasi a schivare i proiettili immaginari di un sadico cecchino.

Con la coda dell’occhio ho captato un movimento da una vetrina fiocamente illuminata, voltandomi ho visto il barista che sfregava ossessivamente il bancone e lo strano tipo incappucciato che mi salutava con la mano, sollevando il bicchiere per brindare alla mia salvezza.

Ho corso, ho corso a perdifiato, la faccia impastata di sudore, polvere di vetro e lacrime, finché sono arrivata davanti alla porta di casa mia, ho abbassato la maniglia con un sospiro di sollievo e………..

“cazzo Beth, stai un po’ zitta! Basta con ‘sta lagna della croce!” e con una manata ho zittito la radiosveglia che strillava nelle mie orecchie.

Che sogno strano, che cavolo avrà voluto significare, vai a capire cosa mi dice l’inconscio. Devo smetterla di leggere, troppa lettura fa male, se continuo così mi ritrovo dentro un camice con i lacci sul dorso, eccome!

Seduta sul letto, il pigiama sgualcito, le righe del cuscino sulla faccia, la luce grigiastra del mattino che filtrava dalle tende, mi sono guardata attorno con attenzione, cercando di rientrare nel mondo reale.

Mi sono alzata con immensa fatica, bagno, trucco, vestito, colazione, tutto di fretta perché ero in serio ritardo come al solito.

Mi sono diretta alla porta, agguantando borsa e giacca con una mano, l’altra mano già sulla maniglia, quando una voce dietro di me ha sussurrato:

“QUESTO POSTO ESISTE”

Ho abbassato la maniglia e………..

A portrait of me – by Mela

La Genesi – Il racconto nasce e ruota intorno ad una frase che Albucci ha scritto a commento di un mio articolo. Mi è piaciuta così tanto che gli ho chiesto il permesso di usarla e lui è stato così gentile da regalarmela! In realtà avrei voluto utilizzarla solo come nuovo motto del blog, ma sarebbe stata un po’ sprecata e così ho pensato ad un racconto. L’idea mi è venuta durante il pisolino pomeridiano sul divano. Ho spalancato gli occhi, sono saltata su come una molla ed ho iniziato a scrivere. Dopo mezz’ora l’ossatura del racconto era terminata, stato di grazia o trance non so spiegarmelo o forse, come direbbero sia il buon Gigi che un amico ora lontano, si tratta ancora una volta di un esempio di entanglement. Ho voluto giocare su un incastro tra diversi piani della realtà, non paralleli, ma concentrici come mura di un labirinto. Le stesse mura che sono anche metafora delle barriere mentali, delle paure, dei preconcetti che costruiamo mattone su mattone e che solo noi saremo in grado di abbattere, quando prenderemo coscienza della realtà oggettiva. Anche se, come dimostra il finale, non sempre riusciamo nel nostro intento e qualche muro di confine è in agguato, pronto ad arrestare il nostro cammino. Ho voluto omaggiare Albucci facendone il coprotagonista del mio racconto, ed ho inserito alcuni particolari presi da suoi racconti che ho apprezzato in modo particolare. Ho messo i link in modo che possiate leggerli, sono sicura che non vi pentirete di averlo fatto. Durante la stesura del racconto i diritti di Albucci sono stati rispettati e non gli è stato fatto alcun male anzi, mi ha lasciato da pagare il conto di tutti i limoncelli che si è scolato!

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Il destino del pedone – prima parte

labirinto mente

fonte: web

Questa mattina mi sono svegliata e non ero nel mio letto.

Ho allungato le braccia, come faccio sempre per sciogliere le contratture della notte, e ho urtato i palmi contro qualcosa di spesso e morbido.

Ho spalancato gli occhi, o meglio, ho cercato di farlo, ma erano sigillati da una sostanza appiccicosa e viscida, che ho preso a lacerare con frenesia, artigliandomi il volto.

Strappata via dalla mia faccia quella cosa disgustosa, ho cercato di muovere la testa per capire dove mi trovassi.

La mia prigione aveva la forma di un bozzolo di materiale biancastro spugnoso, di consistenza simile all’isolante che si usa nell’edilizia, ma cedevole.

Cedevole perché, presa da un’agitazione sempre più simile ad un attacco di panico, ho iniziato a prendere il bozzolo a calci e pugni, urlando per il terrore, finché non ho visto filtrare la luce dalle prime crepe.

Ho continuato a lavorare con le unghie, ignorando i tagli che mi facevano sanguinare le dita, finché mi sono liberata del tutto e sono rotolata fuori, respirando con affanno, il cuore che martellava in gola, le orecchie che rombavano per le urla.

Un uovo, ero stata deposta dentro un uovo, imbozzolata con uno schifo di velo bavoso e lasciata a terra.

Si, ma dove?

Guardandomi intorno mi sono resa conto di essere dentro un cubo di vetro opaco.

Lassù in alto riuscivo a scorgere il cielo, ma le pareti erano altissime e fatte di mattonelle rettangolari di vetro scivoloso, che non offriva nessun appiglio per la scalata, per terra nessun sasso per incrinare il vetro, solo le mie unghie a brandelli.

Dietro il vetro vedevo muovere ombre, visi deformati come l’urlo di Munch si avvicinavano per poi allontanarsi.

Gridavo ma, apparentemente, nessuno mi udiva.

Le mie urla erano coperte da una musica che proveniva dall’alto, nella distorsione provocata dall’altissimo volume riuscivo a riconoscere la voce di Beth Ditto, che gemeva per il peso della sua croce.

Ho iniziato a tastare ogni centimetro di parete, a battere con forza ogni mattonella e devo aver toccato un punto segreto perché, con la coda dell’occhio, ho visto una parete che si deformava, allungandosi fino a divenire un corridoio che piegava a sinistra.

Ho fatto qualche passo in quella direzione e le pareti dietro di me si sono spostate per congiungersi, sospingendomi in avanti.

Tornare indietro non era più possibile, quindi mi sono addentrata in quello che, ne ero certa, era un labirinto che si stava generando davanti ai miei occhi.

Ero diventata la protagonista involontaria di un gioco crudele.

Qualcuno mi stava facendo muovere a suo piacimento, come un pedone degli scacchi viventi, e la paura di essere sacrificata, come d’altronde è il destino del pedone, mi faceva tremare.

Ho continuato a vagare per un tempo che mi è parso eterno, cercando di graffiare il terreno per avere almeno un punto di riferimento ma invano, i miei graffiti svanivano davanti ai miei occhi come non fossero mai esistiti e un nuovo varco subito si creava, quasi a dirmi “avanti! forza, cammina!”

Tendendo le orecchie, mi sembrava di udire urla in lontananza.

Qualche altro povero disgraziato stava subendo la stessa sorte.

Il pensiero che il nostro crudele deus ex-machina volesse metterci faccia a faccia mi stava terrorizzando.

Ci saremmo uccisi a mani nude per sopravvivere o avremmo cercato di aiutarci a vicenda?

La mia convinta misantropia mi faceva ritenere più probabile la prima opzione, che non avevo affatto voglia di sperimentare.

Ad un certo punto mi sono sentita svenire, la fame e la disperazione avevano creato una miscela letale per il mio corpo.

Mi sono lasciata cadere a terra con il viso tra le mani, gemendo e dondolando come una bestia ferita.

Mentre mi trovavo in questo stato miserevole, un ricordo, ripescato da chissà quale piega dell’inconscio, mi ha schiaffeggiato con forza il cervello.

(continua……)

Inversione

Sleeping by Day – http://www.raycaesar.com/work

Negli ultimi anni la schiena mi sta creando non pochi problemi. Al di là del sintomo puramente e dolorosamente fisico, so bene che sono tutti campanelli di allarme che il mio inconscio cerca di incanalare in superficie, per attrarre brutalmente la mia attenzione e richiamarmi dalla caparbia indifferenza che ostento.

Il dolore fisico può essere un potente persuasore oh sì, crediamo di essere padroni del nostro corpo quando in realtà basta così poco, un leggero crack, una contrattura da nulla per trasformarci in una statua di sale.

La medicina psicosomatica è una materia affascinante. E’ una lettura illuminante e spesso mi aiuta a far luce sulle cause del mio reagire in un determinato modo e su quali siano i miei punti deboli.

E’ elementare e quasi banale, se mi fermo a riflettere, accettare il fatto che tutti i fardelli, i pesi assunti volontariamente o forzatamente, le responsabilità, i carichi reali o metaforici vanno a gravare proprio lì, sulle mie spalle e su quel serpente di ossa e nervi che mi sorregge, trasformandomi in un povero piccolo Atlante di periferia, stremato dal troppo peso dei pensieri e delle emozioni.

Da poco ho un nuovo giocattolo con cui mi trastullo volentieri nella speranza di un po’ di sollievo, una panca ad inversione.

La prima volta che l’ho usata ho provato un pesante senso di nausea e vertigine. Sono bastati pochi gradi di inclinazione, la perdita di contatto con il terreno per farmi sentire strana, diversa, scollegata.

A poco a poco ho preso confidenza, ho iniziato ad oscillare facendo ondeggiare piano piano le mani, saggiando il mio equilibrio in continuo mutare.

E’ diventata una droga quotidiana, una manciata di minuti di assoluta distensione.

Sì distensione è proprio la parola giusta, a testa in giù assaporo l’assenza di peso, sento i miei organi interni che si allungano e si dilatano alla conquista di un nuovo spazio, mi accarezzo il ventre appiattito, intreccio le mani sopra la testa. Mi sembra quasi di sentire i capelli che crescono.

Il sangue fluisce all’indietro, le gambe diventano leggere e avverto nelle orecchie un rombo sommesso, quasi stessi ascoltando il silenzio all’interno di una conchiglia marina.

Nell’inversione cambia totalmente la mia consapevolezza del tempo, tanto da costringermi a puntare una sveglia per tenere conto dei minuti che passano.

Chiudo gli occhi e mi abbandono all’indietro. I pensieri non si accaniscono più, vengono spazzati via dal lento fluire del mio corpo che si dondola, come orme sulla sabbia, allisciate e ammorbidite dal ritmo delle onde.

A volte sento in bocca un sapore primitivo, un misto di sale, lacrime, muco, lisozima e liquido amniotico.

Ridivento il feto che sono stata, ricordo la sensazione di galleggiare nella pancia di mia madre, l’assenza di peso, i suoni ovattati del mondo esterno uditi da lontano, dal ventre caldo di una conchiglia marina, indietro nel tempo, in utero.

Il ritorno alla normale verticalità è un brusco risveglio dal sonno, il sangue torna a scorrere seguendo la gravità naturale, percepisco il contatto con la terra e piccoli morsi alle gambe, mentre cammino cauta e più leggera, almeno per un po’.

Ascoltando ma soprattutto ammirando questa stupefacente artista

Nora che vende caramelle

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fonte: web

Le idee prendono forma all’improvviso, le parole premono come una marea, cercano di appropriarsi di uno spazio e ti tormentano finchè non hai capitolato, lasciandoti indifeso e senza fiato.

Ho scritto con urgenza, ascoltando musica quasi in trance, sentivo di doverlo fare, nulla di più.

Nora è un grillo parlante, un mezzobusto, un essere mitologico, una centaura.

Nora è lì, dietro un bancone, che vende caramelle.

I suoi sono dolci speciali, magici: curano i dispiaceri e gli affanni, risanano lo spirito, rinforzano il corpo.

Con poche monete puoi comperare un po’ di speranza, riacquistare fiducia o una salute che credevi perduta.

Entra e chiedi le tue caramelle.

Nora è piccola come una bambina e rotonda come un bignè.

Ha un sorriso timido e schivo che non arriva quasi mai agli occhi, severi, pensosi e spesso tristi.

Solo di tanto in tanto la felicità fa capolino nel suo sguardo, se la osservi in quell’attimo vedrai il suo viso trasformarsi e sembrare quasi bello, tanto grande è il cambiamento.

Nora arrossisce facilmente se la guardi con troppa insistenza, ma ti fulmina se osi prenderti gioco di lei e non dimentica.

Lei vive in difesa, arretrata di un passo, i sensi all’erta per captare gli umori e non perdere la  prospettiva dell’orizzonte.

Nora legge il futuro nelle carte, osserva le trame invisibili, accarezza gli intrecci di casualità che ci legano gli uni agli altri, talvolta pizzica un filo, fa risuonare una corda, si dondola per un poco nella trama dell’altrui vita.

Nora fotografa portoni chiusi e balconi fioriti, cammina ondeggiando come un pinguino, in cerca del suo equilibrio, a testa bassa per passare inosservata, così la vita la lascerà in pace per un po’.

Quando nevica le piace passeggiare senza ombrello, catturare i fiocchi con le ciglia e sentire la neve sulla lingua, ridendo di gioia se nessuno la guarda.

Nora dorme con la testa inabissata nelle coperte ma accende candele intorno a sè, per tenere lontano il freddo dal cuore.

Il suo dolore è un deserto avaro di lacrime, ma quando arrivano hanno la forza di un fiume in piena che travolge ogni cosa, solo non azzardarti a consolarla, altrimenti ti infilzerà con lo spiedo del suo sarcasmo.

La diverte immensamente dire parolacce, per il puro gusto di infastidire, e ama parlare schietto perchè è più semplice dire la verità che ricordare mille bugie, dice “è morto” anzichè “è mancato” perchè odia le perifrasi inutili e francamente ipocrite.

Nora ti ascolta parlare, ti osserva e ti registra nella mente, al momento giusto ricorderà ciò che ami, quali sono i tuoi desideri e, solo se le va, ti sorprenderà con un regalo, spiando la tua reazione per custodirla con cura.

Non sopporta nessuno ma sa amare intensamente, ha un cuore grande e morbido, se riesci a scorgere il varco nel filo spinato, che ti avvolge stretto e non ti lascerà uscire mai più da sè.

Nora vende caramelle da tempo immemorabile ma ogni mattina chiede ancora allo specchio perchè.

Si conta le rughe e i capelli bianchi, un po’ più di quarant’anni ben portati ma ancora per poco, poi scrolla le spalle e, se è davvero triste, canta con voce sottile, immaginando un quartetto jazz che l’accompagni, anche se si accontenterebbe di un arpeggio di chitarra.

Nora fa sogni grandiosi, immagina altre vite, altri amori, un aspetto diverso, una svolta che la sorte non le regalerà e sospira forte, facendo ondeggiare le ragnatele dei pensieri molesti.

Oggi ha comperato un mazzo di tulipani gialli e arancioni, un piccolo sole a buon mercato posato accanto a sè.

Ogni tanto li osserva pensosa, mangiando miele un cucchiaio dopo l’altro, assaporando la consistenza vischiosa che impastoia sulla lingua le parole più amare.

Nora è lì, dietro un bancone, circondata dalle sue caramelle, che vede scorrere la vita dall’altro lato della vetrina, imprigionata come un pesce rosso nella sua boccia di vetro.

Nora è lì per te, congelata nel suo ruolo come la donna di un quadro di Hopper.

Entra e accetta le sue caramelle.

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo?

Ho cercato di scrivere con l’emisfero destro, senza badare alla sensatezza delle mie parole e ne è scaturito questo post, un folle tentativo di scrittura a quattro mani con il mio inconscio.

Io mi sono divertita, la sua opinione non è importante.

Buona lettura e ascoltatevi questa, che è davvero perfetta.

Mi sono regalata un paio d’ali made in China.

Puzzano di plastica a buon mercato, di ftalati radioattivi, di manodopera sottopagata e fanno uno scricchiolio strano quando le indosso, non un fruscìo leggero di seta e piume di cigno, piuttosto un cigolio di grilli cinesi con i reumatismi.

Mi sono svegliata con la pazzia negli occhi ed ho deciso che avrei avuto le mie ali a qualunque costo.

Sono entrata in un negozio scintillante, affondando fino alle caviglie nel tappeto più morbido che avessi mai visto, un immenso mare di spessa pelliccia in estinzione.

Un anfiteatro di specchi rimandava impietoso l’immagine centuplicata di una me smarrita, non più così spavalda.

Una commessa in abito bianco di latex e rossetto rosso sangue mi ha sorriso enigmatica ed ha spalancato l’armadio delle meraviglie.

Piume abbaglianti si sono presentate ai miei occhi, profumate di vaniglia e cardamomo, morbide come le nuvole su cui dormono gli spiriti buoni, ammaliatrici come la follia, mi chiamavano, mi sussurravano, mi imploravano di toccarle, di indossarle.

Le ali della commessa erano di un grigio crudele, affilate, pronte a recidere, determinate a richiedere il compenso, ticchettavano nervose come le chele di uno scorpione, pungenti e brutali come i denti di uno squalo.

“Costano poco, sono fatte per te, un brandello di cuore, una fiala di sangue, la tua mano destra. Decidi tu cosa vuoi sacrificare.”

La commessa bianco latex-rosso sangue ha teso le mani con bramosia, schernendo la mia indecisione “vattene via piccolo pulcino senza ali, è la sofferenza che le rende così belle e preziose, vai a guadagnartele”.

Indietreggiando con cautela sono uscita dal negozio ed ho alzato la testa cercando la luna.

Sui fili dell’alta tensione un falchetto dormiva incurante di me, la testa affondata nel collo morbido delle piume.

Come muoiono gli uccelli quando finisce il loro tempo? In volo, verso un paradiso alla fine del tramonto, come gli elefanti nel loro viaggio verso la morte, oppure chiudendo le ali con un ultimo stridìo e cadendo al suolo come pietre?

O semplicemente si addormentano sui fili dell’alta tensione e rimangono a vegliare sulla tristezza del mondo, su questo parcheggio incastonato in mezzo al cemento, arido come la crosta grigiastra sul ginocchio di un bimbo caduto dalla bicicletta?

Ho atteso che il mio ago interno si raddrizzasse e tornasse ad indicare nuovamente il nord, ho camminato senza meta, certa che il mio istinto mi avrebbe fatto da guida.

Ho mangiato un toast troppo freddo con un caffè troppo caldo in un bar rassegnato e disadorno ed ho imboccato la via che conduce all’emporio cinese.

Ho spiegato ad una donna, occhi come biglie di metallo in un viso chiuso come un pugno, cosa stavo cercando.

Il suo sguardo si è fatto più piccolo e duro nel tentativo di comprendere la mia richiesta, la sua gelida risposta è stata gualda là, agitando scocciata la mano quasi a scacciare un insetto molesto.

Eccovi lì, povere puzzolenti ali made in China, seminascoste, abbandonate su una gruccia tra abiti scintillanti per puttane da quattro soldi, scarpe di paillettes e polistirolo, oscenità di pizzo rosso.

La donna cinese ha ridacchiato in modo subdolo vedendomi tornare con la mia misera preda, per un attimo al suo si è sovrapposto il volto della commessa carnivora, un Giano bifronte per stomaci forti.

Ora siete con me, vi ho indossato sulla pelle nuda e mi sto abituando allo scricchiolio che accompagna i miei passi.

E’ bello far fluttuare le braccia, ondeggiando le piume in modo voluttuoso, carezzandomi le cosce.

Talvolta avverto una puntura nel fianco e sento fluire la forza, come se qualcosa stesse succhiando, nutrendosi di me.

Di giorno in giorno mi sembrate più belle e vive, sta diventando difficile separarmi da voi.

Ieri togliendovi ho sentito uno strappo, repentino e doloroso, come una ceretta fatta da mani inesperte ed il mio fianco ha iniziato a bruciare.

I miei occhi stanno cambiando forma e colore, l’iride più gialla, la pupilla una perla di puro onice.

Stasera le mie ali sbattono irrequiete sui fianchi, sembrano animate di vita propria.

La luna galleggia davanti ai miei occhi, la notte mi attira con suoni animaleschi, mi sento sollevare da terra tanta è la forza che le mie ali dimostrano.

Ecco sì,

voglio aprire solo un poco la finestra,

per sentire il profumo dell’oscurità,

che bella sei luna,

mi sporgo un po’ di più sulla sedia,

per vederti meglio,

ti sento così vicina,

mi stai chiamando

……….

…..

(la stanza è vuota, dalla finestra spalancata soffia una brezza gelida che muove appena le tende, a terra una sedia rovesciata e poche gocce di sangue, ormai rappreso, su cui è planata una piccola piuma)

un po’ di poesia

La poesia placa le ansie e sublima la tristezza. Oggi ho bisogno di un po’ della sua magia.

somnolence

credits: click image

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Sylvia Plath – Crossing the water)

Secret garden

E’ strano come l’opinione che ciascuno ha di sè è perlopiù totalmente differente da quella di chi ci circonda.

La persona con cui divido la vita da vent’anni mi ha confessato che ancora non riesce a comprendermi fino in fondo, che ci sono lati di me misteriosi, riservati e segreti in cui è difficile entrare; che sto sempre un passo indietro o di lato alle cose, alle persone, agli accadimenti, per osservare senza espormi direttamente; che è difficile entrare in contatto con me perchè, se voglio, so opporre barriere invalicabili; che non amo le sorprese perchè non voglio essere colta di sorpresa, ma ho bisogno di essere io a disporre di ciò che mi riguarda.

Sono rimasta perplessa ma anche lusingata da questo ritratto, pensavo di essere limpida e accogliente, di essere un libro aperto, un po’ noioso e prevedibile e invece apparentemente mi sbagliavo.

secret_garden

credits: click image

 Ho giardini segreti

dentro di me

fontane di pensieri

mormorano incessanti

roseti di ricordi

punteggiati di spine.

Ho mura di mattoni

dentro di me

steccati impenetrabili

circondano il mio nucleo.

Ho stanze buie

dentro di me

desideri inconfessabili

giacciono nella polvere

dentro bauli profondi.

Ho scatole cinesi

dentro di me

matrioske di rimpianti

si chiudono implacabili

l’una dentro l’altra.

Ho cancelli sbarrati

dentro di me

serrature non oliate

cigolano lamentose

nell’attesa spasmodica

della loro chiave.