Essere come…

Essere come una stanza, piccola e confortevole, non certo lussuosa ma accogliente, solo un posto dove si è liberi di sostare il tempo necessario a riprendere fiato, a scambiare un sorriso, a intessere un abbraccio, a fare l’amore per un’ora appena o per tutta la vita.

Essere come un soggiorno, arredato con la semplicità di un divano comodo e stazzonato, tende che filtrano morbidamente il dentro e il fuori, mediando l’ingresso di luce e d’ombra con gentilezza, e pareti colorate, niente bianco, oh no, che fa a pugni con il grigiore della realtà e ne accentua difetti che il colore sa invece addolcire.

Essere come uno studio, pieno del disordine allegro di chi vive di carta, di sogni e parole, di chi ha molto da pensare e tanto da vedere e impila buoni propositi in torri sbilenche, poggiate su fondamenta di maldestri poi farò. La polvere vela i ripiani quel tanto che basta a disegnare un cuore, a lasciare un’impronta del proprio passaggio e una ragnatela luccica laggiù, nell’angolo più buio e silenzioso, dove un maggiordomo a otto zampe presidia e protegge il vuoto delle mancanze.

Essere come una soffitta, un luogo segreto di nascondini e amici immaginari, di musica ribelle e sogni rockabilly, il cui ricordo provoca una fitta di nostalgia bastarda, che sorge all’improvviso, a distanza di anni e fa venire voglia di tornare, perché lì si stava davvero bene.

Essere come una serra d’inverno, mostrare la propria essenza attraverso i vetri, rivolgere lo sguardo al mondo con le spalle protette e il volto limpido, a sfidare le occhiate indiscrete e le intemperie. Un luogo in cui arrivare al tramonto, quando la luce rivela ogni dettaglio tingendolo di rosso e i fiori diurni dormono, lasciando al profumo del gelsomino il compito di sovrastare l’odore della notte.

Essere come un giardino di bellezza effimera, mutevole e cangiante come il susseguirsi delle stagioni, alternare l’entusiasmo dei fiori di ciliegio alla saggezza di spighe pregne di sole, la pacatezza di uva matura al rigore della prima galaverna.

Essere come un corridoio, lungo, corto, luminoso o cupo, non importa quanti sforzi tu faccia per renderlo accogliente, non servono tappeti, non basta un parato elegante, resta solo un luogo di attesa e passaggio. Le persone transitano, si soffermano con blando interesse a guardare il panorama dalle finestre, si appoggiano al muro, siedono su una scomoda panchetta stropicciando di voglia repressa le sigarette e aspettano che qualcuno si affacci da dentro le stanze e li inviti a entrare. Si allontanano in fretta, neppure un’occhiata a ciò che lasciano indietro, sul tappeto orme leggere che svaniscono in un silenzio fondo.

Essere come una porta girevole, un vaso comunicante tra pieno e vuoto, un limite da oltrepassare, un confine da calpestare, un bussolotto della fortuna che ruota i dadi per far incontrare persone che le appartengono per un solo istante, sempre aperta, mai del tutto ferma, pronta a cedere alla spinta, a contenere e lasciar andare, come se nulla importasse se non l’uscita. Essere porta, essere luogo e non luogo, avere in sé l’inizio e la fine, essere sola.

Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita.

William Blake

Con quel che c’è

tumblr_o3841mox3Z1qclq5qo1_500

fonte: web

Una cena  di quelle che non si possono rifiutare, ho provato a nicchiare, a inventare impegni improbabili ma senza successo. Così mi sono rassegnata ad affrontare vecchie conoscenze che non vedevo da tempo, discorsi che non capisco, vite vissute che non conosco più, fili che ho spezzato ma non ho mai desiderato riannodare.

Mi sono sentita più estranea che mai, una barchettina di carta nel mezzo dei marosi quando avrei voluto rimanere nel mio porto sicuro, ma ho capito che il senso di inadeguatezza è dietro le mie spalle, che il tempo non è stato clemente con le ragazze vincenti di venti anni fa, che ridevano della mia timidezza e non sapevano citare il nome di un poeta ma solo quello del loro tronista preferito.

Mentre mi guardavo intorno, contando rughe, visi sfatti e caviglie gonfie, ho messo la sordina al cicaleccio lezioso, mi è sfuggito il nome del cosmetico miracoloso, non ho partecipato alla gara per il figlio più intelligente, i pettegolezzi per l’ennesima storia di corna mi hanno lasciata indifferente; mi sono ritrovata a desiderare il libro che ho sul comodino, le pagine da cui non avrei voluto staccarmi, e mi è tornata prepotente sul cuore la chiusa di una poesia tanto amata

two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Avrei voluto prendere strade diverse, molte delle mie scelte sono stati percorsi obbligati, direzioni a senso unico al di fuori del mio controllo, il senso del dovere ha sovente ucciso i miei slanci, eppure in quel momento, con un bicchiere di vino rosso in mano e la testa altrove, non avrei fatto cambio con nessuna delle ex-reginette del gran ballo.

Sarà che ieri, potando rami ed estirpando le erbacce di un giardino trascurato, ho tagliato via, forbiciata dopo forbiciata, buona parte delle mie stupide idiosincrasie e ho fatto pace con qualcuno dei miei difetti.

Sarà che mi sono ritrovata senza neppure un biscotto per fare colazione e ho deciso nel cuore della notte di preparare una torta.

Sarà che l’indecisione regna sovrana nella mia testa e troppi manuali di cucina confondono le idee ma, proprio quando stavo per rassegnarmi al pensiero di un triste e solitario caffè nero, da un libro è spuntato un foglio scritto a mano, gli ingredienti della torta con quel che c’è e la cucina ha iniziato a profumare di limone e burro di arachidi.

Quel foglietto scritto nella mia pessima grafia, un appunto al volo nel disordine dei miei pensieri, mi ha fatto riflettere sulle possibilità non sfruttate, sulle direzioni non contemplate ma anche sulla bellezza dell’improvvisazione, il gusto dell’estemporaneo, l’arte di arrangiare quel poco che davvero abbiamo perchè diventi parte di noi, non solo un accessorio ma un tassello fondamentale nel rompicapo che ci troviamo a dover risolvere.

Perchè alla fine è più facile rimpiangere quello che non c’è invece di provare ad inventarsi la vita con quel che c’è.

Gone fishing

little-fishing-girl-brian-wallace

fonte: web

Quando ero piccola, il mio padrino mi portava spesso a pescare nel torrente che scorreva accanto al nostro podere di campagna.

Ho sempre odiato le lunghe attese, l’immobilità forzata e silenziosa cui ci condannavamo, aspettando che un pesciolino fosse abbastanza idiota da lasciarsi prendere all’amo.

Mi piaceva immaginare che dovesse essere distratto da altri pensieri, magari arrabbiato per qualche dispetto fattogli da pesci più grossi, non capivo altrimenti perchè avrebbe dovuto essere così stupido da farsi ingannare da una banale esca.

Mi sedevo zitta e buona sulla mia seggiolina pieghevole a strisce bianche e rosse, impugnavo la canna appena preparata con cura meticolosa da zio e infilzavo, con la crudele indifferenza dei bambini che non sanno ancora cosa sia la morte, poveri lombrichi scovati sotto i sassi.

Sto vivendo un periodo strano e irrequieto che mi ha privato delle parole, non è una bella sensazione e non mi fa stare per niente bene. Anzi, sono arrabbiata perchè sento che qualcosa mi sta portando via una parte importante di me.

Mi sento come la bambina che ero, seduta sul bordo del mio io, mentre cerco di indurre con la canna da pesca qualche parola ad abboccare.

Le vedo bene, quelle stronzette, se ne stanno al centro del fiume, a pancia all’aria, beate come rane stese al sole, aprono un occhio, ridono di me e non si fanno certo tentare da una povera esca luccicante.

Ho provato anche con il retino, ho rimestato nel torbido e nella fanghiglia ma non ho ricevuto in cambio che qualche centesimo di rame, nulla di interessante da mettere nel mio cestino.

Ho persino tentato con le maniere forti, ho infilato una mano nella mia testa mettendomi a scavare giù giù, dove non si tocca, dove i sogni sono pesci biancastri dalla testa a palla e gli occhi ciechi, ma ho riportato in superficie solo un fiore di tarassaco giallo brillante, con un’ape ebbra di polline che si rotolava nel mezzo dei suoi stami e che mi ha ronzato stizzita attorno al naso, prima di tornare beata nel suo personale paradiso di petali.

Allora ho iniziato a camminare, ogni giorno un’ora, ogni giorno qualche metro più in là. Porto un libro con me, leggo mentre i piedi si rincorrono uno davanti all’altro, sul bordo di strade secondarie dove fioriscono con svogliata ostinazione ciuffi di camomilla, ingrigita dai gas di scarico, sicura che sgranare parole altrui come un rosario farà sentire le mie in buona compagnia.

Durante il mio percorso incontro persone che mi salutano incuriosite, qualcuna mi offre un passaggio in auto per il paese, mi confidano in seguito stupite che mi hanno vista camminare leggendo, come fosse l’attività pericolosa e sovversiva che forse è davvero, e non si capacitano del mio rifiuto, del perchè io mi ostini a camminare per il gusto di farlo.

Non sanno invece che quei chilometri ripetuti ogni giorno, sempre lo stesso percorso uguale e rassicurante, servono ad immagazzinare le sensazioni potenti che, lo so, indurranno prima o poi le parole ad uscire dal nascondiglio in cui si sono rifugiate.

Ascolto il tonfo monotono dei miei passi prima sull’asfalto e poi sull’erba, quando piego per stradine da trattori, in mezzo ai campi di un grano ancora vergine e bellissimo che fruscia intorno a me con un suono acuto e musicale, screziato di papaveri e fiordalisi.

Mentre cammino faccio pendere mollemente una mano, lascio che venga schiaffeggiata con gentilezza dai ciuffi di avena selvatica e dalla coda di volpe, pesto la menta selvatica e il suo profumo mi fa venire voglia di un mojito come si deve, con i granelli di zucchero di canna che sprigionano il loro sapore di miele bruciato sotto la lingua.

Talvolta una farfalla, una modesta cavolaia bianca, mi accompagna per un tratto di strada e ogni volta ho con me mio padre, il fastidio pungente di quando sfregava forte la sua barba dura sulla mia guancia, il solo rozzo e goffo tentativo di bacio che conoscesse. Ogni volta che vedo una farfalla volare via la saluto e penso a lui, come il giorno in cui ero così disperata da gridare al cielo se stesse bene là dove si trovava, ricevendone in cambio una farfalla posata sul palmo della mia mano, senza paura, le ali che tremavano nel vento.

I rovi stanno sfiorendo, le rose selvatiche, cinque modesti petali venati di giallo e rosa, aperte e sfatte dal sole. Raccolgo una corolla, la rigiro tra le dita, la annuso in modo automatico, ben sapendo che non profuma come ogni rosa dovrebbe sempre profumare, poi la infilo nella bandana che mi copre i capelli o tra le pagine del mio libro che, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un erbario di ricordi.

C’è una vecchia cascina abbandonata che espone fiera uno speranzoso cartello vendesi, nonostante sia circondata dalle bandelle della protezione civile che la definiscono pericolante. Ha vetri in frantumi, le sue finestre vuote sembrano bocche cui sia rimasto solo un incisivo di vetro, un frammento in grado di ferire ma non di masticare e digerire. Sopra la porta d’ingresso, in una nicchia scavata nel muro, è rimasta una piccola statua, una Madonna sbiadita dal sole e dal vento, un simbolo di fede ingenua che neppure i ladri portano più via, forse perchè la fede è morta, Dio non esiste e anche fosse ci siamo dimenticati come si fa a parlare con lui. Diamine, non è neppure su facebook!

Ogni giorno metto i miei passi uno davanti all’altro, le parole stanno in equilibrio sul filo del mio umore altalenante, mi passo le mani tra i capelli che ho tagliato corti corti, per eliminare qualche nido di pensieri aggrovigliati che non volevano saperne di essere dipanati.

Sono fuori a pesca, prima o poi qualche pesce-parola abboccherà e qualche pesce-falena solcherà l’aria con grazia, lasciando una scia di luce ad indicare il dove.

Per il resto c’è tempo.

Gone-fishing-845x321

fonte: web

Emozionando-mi

Ho questo post in sospeso da un sacco di tempo e non avevo ancora trovato il momento giusto per scrivere.

È lusinghiero e decisamente imbarazzante che ben quattro persone abbiano provato un’emozione in altrettanti miei post, quindi grazie di cuore alla mia carissima Alexandra, a Romolo, alla dolce Margherita e ad Alessia per aver scelto proprio me.

Non dovrebbe essere difficile rispondere ad un tag, ma questo è stato molto complicato per le emozioni contrastanti che mi ha procurato.

Questa mattina ho detto ad un amico di blog che preoccuparsi è un lavoro difficile, ma affezionarsi è un impegno ancora più difficile, aggiungo ora.

Io mi innamoro di tutto, mi innamoro delle persone, di come scrivono, di ciò che esprimono con i loro disegni, le canzoni, le fotografie, delle parole che scelgono per descrivere la loro realtà, l’inferno personale o il paradiso che stanno vivendo.

Ognuna di loro ha preso possesso di una parte del mio cuore, della mia memoria, di me.

Le emozioni che provo ogni giorno sono tante, soffro, mi commuovo, sorrido, sono felice di interagire, di chiacchierare, di scambiare anche solo un Eh.

Quando un blog chiude, quando un blogger non scrive per troppo tempo, ne sento la mancanza, rimane come un tarlo, un picchiettare fastidioso sulla spalla, mi domando perchè, cosa sia successo, come starà.

Forse sono solo una vispa Teresa che crede nelle favole e non guarda per terra, inciampando rovinosamente nella prima buca nascosta, però non riesco ad essere diversa, non riesco a non dare fiducia, a non credere a ciò che leggo, a ciò che mi viene trasmesso.

In qualche caso ho fortemente voluto dare un volto, creare un legame più profondo, un contatto diretto e non mi sono pentita, anzi è stato un incontro bellissimo, con persone già conosciute negli aspetti forse più intimi e delicati, ma al contempo nuove, ancora da scoprire, da cui essere a mia volta scoperta, senza più rete di protezione, senza nick, senza avatar, solo io, la mia buffa faccia, i miei dentoni da coniglio, le unghie mangiate, la timidezza ed il rossore sulla faccia.

Le motivazioni per cui si apre un blog e si scrive possono essere tante, alcune condivisibili, altre forse meno, ma tutte degne di rispetto, perchè io non sono nessuno, non voglio giudicare se sia la solitudine, la voglia di conoscere persone nuove, un’ambizione letteraria o un modo di evadere la routine, la molla che ha spinto un’altra persona a mettersi in gioco.

Quello che posso, anzi devo fare, è leggere con rispetto e attenzione e decidere se restare oppure no, se accompagnare la strada dell’altro o tirarmi indietro.

Finora solo in pochissimi casi ho deciso, molto a malincuore, di andar via ed anche per quei blog nutro ancora affetto, mentre ogni blog in cui ho deciso di restare mi ha emozionato e continua a farlo ogni giorno.

Per questo non voglio e non posso scegliere, farei torto a troppe persone che hanno conquistato la mia stima ed il mio affetto, esprimerei una parzialità che non sento giusta per il mio modo di essere, forse perchè troppo spesso nella vita reale sono stata messa da parte e tendo ad immedesimarmi con chi viene scartato.

Quello che invece posso fare è chiedere, a chiunque leggerà queste righe, di prendere un nome a caso dal proprio blogroll oppure dal mio, se volete, e andare a leggere o a rileggere un post nel giorno che preferite, quello del vostro compleanno, il mese che più odiate, il giorno che è nato vostro figlio o che avete perso vostro padre, non importa quale, tanto sono sicura che vi emozionerete, oh sì che lo farete.

Visto che sono in vena di sincerità e di mettere a nudo, se possibile ancora più del solito, quel poco che ho in testa e nel cuore, io stasera qui ci metto la faccia, così come sono, con i dentoni davanti, i capelli sparati e l’espressione buffa, perchè voi, tutti voi, mi emozionate sempre.

mela

mela desnuda

Del parlar di blog ed altre tortuosità

Ho scritto questo articolo quasi un anno fa e oggi sono andata a ripescarlo.
In questi giorni sto leggendo critiche abbastanza dure sulle famigerate stelline, su chi commenta per farsi notare o farsi benvolere, sull’aspetto social dei blog e questo sinceramente mi rattrista.
Qualche tempo fa ho scritto ad Albucci che io sono antisocial, perchè non uso nè facebook nè twitter e lui mi ha risposto “ed hai un blog?”.
Anche un blog è social, perchè nasconderci dietro un dito?
Possiamo decidere di metterci nome e cognome oppure un nick più o meno fantasioso, possiamo parlare della vita vera o di realtà parallele, però l’interazione è inevitabile, con tutto quello che comporta.
Il mio blog è aperto, è fruibile da tutti, non metto moderazioni, chiunque qui è benvenuto.
Se mi si lascia traccia del passaggio ne sono contenta, se si vuole spendere qualche minuto per commentare ancora meglio, chi vuole continuare o approfondire il dialogo benissimo!
Però non chiudo la porta in faccia a nessuno, non faccio pulizie drastiche, alcuni blog si autoeliminano da soli smettendo di scrivere, non ricambio follow a vanvera, cerco di leggere, di alcuni blog ho letto davvero tutto, anche maratone di più di duecento articoli, e poi decido.
Semplicemente io mi affeziono, forse è la cosa più infantile e sbagliata, e mi dispiace tanto quando un blogger chiude all’improvviso o non scrive per tanto tempo.
Io spero di risultare sempre una persona vera e sincera, certo so bene che le cazzate che scrivo possono risultare noiose o banali, mica tutti possono avere la mia stessa balorda visione delle cose!
Non posso e non voglio piacere a tutti, ma mi auguro che chiunque qui possa sentirsi benvenuto e ben accetto, prendere da me ciò che desidera e lasciarmi un segno, se ne ha voglia, oppure no.
Io sono qui in casa mia, ma la porta è aperta, si può entrare senza dover bussare o chiedere l’accesso, si può decidere se rimanere o no senza temere di essere accompagnati all’uscita, ma in piena libertà.

La Mela sBacata

inconscio_clip_art fonte: web

(Questo post nasce da uno scambio di opinioni che trovate qui in casa di Pinocchio)

Oggi tira un vento fortissimo e la mia mansarda fischia e sibila come una vela stracciata.

Piove incessantemente, cascatelle che rimbalzano sul tetto e bussano indiscrete ai miei vetri.

Tutto questo non mi aiuta, ho un martellio nella testa da qualche giorno, una riflessione che picchietta e spintona per farsi notare e non può rimanere ancora inascoltata.

Ho aperto questo blog quasi tre anni fa per sfida e per ripicca.

Avevo appena sbattuto la porta in faccia ad un forum, che per molto tempo era stata la mia “famiglia virtuale”, ma ora sembrava non saper più che farsene di me.

L’idea iniziale era quella di continuare ad occuparmi dei temi trattati in passato, questa volta in prima persona e con maggiore autonomia.

In realtà non sapevo bene da che parte iniziare, forse…

View original post 652 altre parole

Segnali

image

fonte: web

Segnali intorno a me, persone che parlano come se mi leggessero dentro, un pranzo che mi ha reso felice e sorridente non per il cibo, ma per le energie che ci siamo scambiati, letture che arrivano al momento giusto, yoga, favole zen, incontri inaspettati nel blog, scambi di punti di vista, cambi di prospettiva.
Sto cambiando, sta succedendo qualcosa, sento di dover finalmente centrare me stessa, sento che è arrivato il momento per iniziare a decidere con consapevolezza.
Non scappo più, dovrò lavorare molto per crescere, ma questa volta sento che è quella giusta.
Non scappo più.

Cartadimestessa

Ognuno di noi ha le proprie parole feticcio, alcune confortano, altre si presentano senza invito, ospiti sgraditi senza compassione nè ritegno.
Ho fatto una lista delle parole che risuonano nella mia vita.
Di alcune non saprei proprio fare a meno, altre le darei via volentieri al primo venuto.
Sembrano banali ma non lo sono affatto, non sarei io senza il gusto del sale mangiato di nascosto, senza il rivolo di freddo che mi cola giù per la schiena prima di una nevicata, senza mare, senza viaggi, senza rabbia, senza dolore, senza libri, senza sole, senza ali immaginarie che mi portino via quando l’aria diventa irrespirabile.
Per tenere a mente chi sono ho fatto carta di me stessa, ho tatuato la mia mano, ho schiaffeggiato la mia faccia.
Per non perdermi.

image

cartadimestessa