Stasera

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Stasera la solitudine del Kansas fa più male che mai.
Chiudere gli occhi e mettere il punto a questa giornata sarà difficile e doloroso.
I perché sono troppi, le risposte sono andate in vacanza in una realtà distopica, anche se preferirei fosse eutopica, migliore di questa.
Tempo per vivere, tempo per capire come si fa, tempo per carpire il segreto che non esiste. Questo mi servirebbe davvero, questo sì che sarebbe degno di finire sul curriculum, non uno stupido titolo accademico senza valore.
Vorrei imparare a guardare senza pena gli occhi di chi, nelle pupille, ha una clessidra svuotata della sua sabbia.
Vorrei poter cancellare le cicatrici di chi ha preferito abbracciare la follia, piuttosto che continuare a vivere un dolore insostenibile.
Vorrei che le parole amare che hanno scavato burroni invalicabili non fossero mai state dette.
I vorrei sono troppi, battono dietro gli occhi come manine di bambini viziati sulle vetrine di un negozio di giocattoli. “Voio, voio, voio!” ma io non vi posso accontentare né ho la forza di sgridarvi, perciò disperatevi quanto vi pare, disperatemi finché avrò fiato, ma nulla cambierà per voi piccoli vorrei ingordi.
Non ho risposte, eppure le avevo nascoste bene dentro il barattolo dei biscotti, perché si consolassero con un po’ di dolcezza e non rotolassero fuori, indisciplinate, pronte ad accapigliarsi, leste ad aggrovigliarsi come fili di ragno.
Ed è un peccato che tutti i volti di questa giornata mi siano finiti dentro lo stomaco come un bezoar nel ventre di una capra, come le borre rigurgitate da un rapace. Peccato per le parole felici che avevo scritto e il pudore mi impedisce di pubblicare, mentre cerco di dimenticare occhi spenti in un volto giallo gonfio di veleno terapeutico.
Stasera il Kansas morde come una tagliola, mentre mi curo con musica, miele e parole amare che escono come limacce nell’umidità della notte.
Stasera lascerò una luce fuori per illuminare il buio dentro.

Svestita di me

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fonte: web

Serata ventosa stasera qui nel Kansas, fredda quanto può esserlo un non-inverno, con le gemme degli arbusti già gonfie di speranze  in fieri e l’erba giallastra ormai immortale, plastificata dai gas di scarico che drappeggiano mussole di diossina sull’asfalto.

Serata limpida stasera qui nel Kansas, una giornata di nebbia densa, grassa e soddisfatta come una gestante al nono mese, è stata messa a tacere dal vento gelido, che ha disvelato le stelle ed una luna coraggiosa e bellissima, un falcetto lucente che divide il cielo, una cerniera lampo che avrei voglia di far scorrere per svestire la notte della sua realtà.

Serata solitaria stasera qui nel Kansas, i minuti scorrono piano come un torrente assetato di pioggia, che mostra la spina dorsale contorta, punteggiata di ernie sassose e girini stremati dalla siccità.

Serata nuda stasera qui nel Kansas, le buone maniere, logorate dal lungo uso ma ancora comode da indossare, sono rimaste ad impolverarsi sullo zerbino mentre intorno alla candela, che illumina il quaderno dei miei pensieri, indugiano farfalle perplesse dai dentini peccaminosi, che fanno a brandelli la fiducia e si infilano nelle orecchie a modulare filastrocche di dubbi.

Serata di silenzio qui nel Kansas, una pellicola trasparente sigilla gli spiragli ed avvolge i rumori per meglio preservarli dalla muffa dell’esistenza, una bolla morbida e confortevole che consente di ammirare il vuoto che scorgo aleggiare intorno.

Ho passato più volte le dita a pettine tra i capelli, per scrollare via anche l’ultimo dei buongiorno rimasti intrappolati; con la pinzetta ho staccato i sorrisi tenaci aggrappati alle ciglia; con forbicine da ricamo ho tagliato gli angoli degli occhi, per aprirli e far entrare a fondo una verità che dilata le pupille in pozzi scuri.

Ora imbevo di struccante l’ovatta, accarezzo con dolcezza i contorni del viso annullando i confini della coscienza, cancello le labbra disegnate e distacco la maschera dagli zigomi con un colpo secco.

Svestita infine di me, soffio sulla candela e accolgo il buio.

Il mestiere che entra

Luna quasi piena stasera nel Kansas, luna che fa riflettere, che chiama a sé la schiuma dei pensieri, ché di acqua siamo fatti e di abissi profondi.
Ascoltando una canzone che mi affascina ho immaginato questo.

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fonte: web

Oggi una persona, il viso scolpito dallo scalpello dei troppi sorrisi e levigato dalla saggezza, mi ha preso una mano tra le sue, l’ha accarezzata con cauta gentilezza e mi ha detto di non permettere mai più a nessuno di rendere i miei occhi così tristi.
Ho risposto che talvolta un piccolo gesto porta con sé una valanga di conseguenze che sommergono tutto, riportandoti al punto di partenza, spogliato di ogni certezza, intento a cercare di coprire con mani tremanti un’anima più nuda e indifesa di qualunque corpo.
Così ti ritrovi a scavare nel fango, cercando stracci di vecchie abitudini e vecchi difetti, e tenti di cucire insieme i pezzi, senza renderti conto che hai in mano una stella che mai si incastrerà in un foro tondo.
E allora provi a scappare via con la testa, meglio far finta che sia stato tutto uno scherzo, un diversivo senza valore, e ti illudi sia facile ma devi convincerti, devi farti andar bene anche se niente va bene, perché se molli la presa il fango ti accoglie di faccia e non ti lascia più.
Questo ho detto alla mia saggia interlocutrice che mi ha sorriso, incidendo una nuova tacca sul legno della sua fronte, e mi ha permesso di deporre queste parole dentro quel solco, promettendo di custodirle per me finché smetteranno di far male.

mela stregata

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fonte: web

Ci sono giorni in cui mi sembra davvero di aver inghiottito un boccone di mela stregata e l’unica cosa che vorrei fare è addormentarmi.

E’ un periodo un po’ complicato, mi dibatto tra conflitti interiori, voglia di arrendermi, archiviare tutto quello che mi circonda, gettare il buonsenso alle ortiche, chiudere con il mondo e dormire.

Sono tormentata, ho voglia di fare una pausa, mettere a riposo il blog e scordarmi di lui. D’altro canto nutro troppo amore per questo piccolo giardino segreto, che fiorisce in un suo modo curiosamente autonomo, e non vorrei proprio vederlo appassire.

Sono di nuovo la ballerina acrobata sul filo della ciclotimia, sto di nuovo ondeggiando pericolosamente, troppi cambiamenti repentini mettono a dura prova il mio equilibrio e ho quasi esaurito il mio spirito di adattamento.

Ho voglia di calma e pace, di non perdere tempo ad arrabbiarmi, di smettere di impacchettare la mia vita in una valigia da portarmi sempre appresso. Ho voglia di coprirmi la testa con una copertina morbida, chiudere gli occhi e non pensare, non pensare mai più.

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credits: Maia Flore – Sleep Elevations

Ho radici molto profonde che mi ancorano al terreno, grandi fittoni nodosi in cui scorre la linfa del buon senso, delle consuetudini, del perbenismo sociale e quel benedetto primo passo, che è l’inizio di ogni viaggio, è difficile da compiere se quintali di fango ti impastoiano le caviglie.

Mi piacerebbe legare mani e piedi ad un mazzo di palloncini colorati e provare a volare nell’aria, addormentata, inconsapevole di me stessa, la testa svuotata dai pensieri, alla ricerca finalmente di quella leggerezza che mi sono vietata di assaggiare finora.

Un giorno alla volta di cui aver paura, un passo alla volta e se proprio non riesci galleggia. Questo è ciò che vado ripetendomi come un mantra.

Ma è difficile, è così difficile mettere in pratica i buoni propositi. E’ più semplice impallidire nelle proprie consuete insicurezze, continuare a fare le prove e non andare mai in scena veramente.

Ho un incipit nella testa che non vuole lasciarmi andare, mi punzecchia perchè lo degni della mia attenzione, mentre io sto facendo di tutto per ignorarlo. Potrebbe essere la porta per una vita nuova, il vero cambiamento che sto aspettando da tempo ma che, allo stesso modo, temo e spero non arrivi mai.

Per guardare nel vuoto ci vuole tanto coraggio e forse è meno pericoloso chiudere gli occhi, dormire e sognare di possederlo, un po’ di quel coraggio.

Ascoltando Asleep

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I’m tired and I
I want to go to bed

Sing me to sleep
Sing me to sleep
And then leave me alone
Don’t try to wake me in the morning
‘Cause I will be gone
Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I will feel so glad to go

Sing me to sleep
Sing me to sleep
I don’t want to wake up
On my own anymore

Sing to me
Sing to me
I don’t want to wake up
On my own anymore

Don’t feel bad for me
I want you to know
Deep in the cell of my heart
I really want to go

There is another world
There is a better world
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well, there must be
Well…

Bye bye
Bye bye
Bye…

Il Kansas dietro casa

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ciò che vedo dalla mia finestra

“I fantasmi, figliolo, in gran parte non sono che ricordi”

La sottile linea scura

Oggi scendevo le scale un po’ immusonita, l’ora di tornare al lavoro si avvicinava pericolosamente, tanto quanto sentivo allontanarsi la voglia di lavorare; alzo la testa, dalla finestra spalancata del pianerottolo vedo questo spettacolo e un lampo mi attraversa la mente “Questo è il Kansas dietro casa!”.

Mi sono incantata per qualche minuto ad osservare le pannocchie bruciate dal gran caldo di queste settimane, ascoltando il vento che le attraversava facendole vibrare, mentre le nuvole scorrevano via veloci, preparandosi al gran temporale che ha poi concluso il pomeriggio.

Ho immaginato di veder uscire da quel campo Arturo Bandini, con il suo cappello floscio e la carnagione bruna da messicano, la vecchia auto di Tom Joad, carica di masserizie e di umanità assortita, quella matta di Bertha Thompson con il suo fagotto di stracci, vagabonda un po’ ladra un po’ puttana ma con il cuore di una regina, John Grady e Billy Parham al galoppo, pronti a mettersi ancora nei guai.

Dietro di loro quei due tesori di Harry e Tom, mano nella mano, ma anche Stanley e Callie, con un mazzetto di vecchie lettere in mano, Hap e Leonard, in attesa di una buona scazzottata e quella meravigliosa rossa di Sunset, con lo sguardo deciso a sfidare il mondo e a non sottomettersi mai più ad un uomo.

E mentre mi affrettavo verso l’auto, altri amici ancora stavano tornando a farmi visita, strappandomi dal mio torpore, Johnny Smith con il suo incedere zoppicante, la piccola Charlie con il fuoco negli occhi, Jack viaggiante e Lupo, e tanti, tanti altri ancora; per ultima una ragazzina con il vestito a quadretti, le trecce infiocchettate e un cagnolino sotto il braccio, incedeva tutta compunta, con le sue scarpette d’argento luccicanti, e mi ha sorriso quando le ho chiesto se potevo provarle.

Ho chiuso gli occhi e ho battuto i tacchi, come sapevo bene di dover fare, ma sono ancora qui, niente magico mondo per me, nessun arcobaleno, solo l’abitacolo della mia auto, la solita strada asfaltata e la mia vita, tutta quella che ancora dovrò percorrere, e quella passata, lastricata di rimpianti e buoni propositi disattesi, che si srotola dietro di me come una lunga pianura del Kansas.

Per tornare in quei magici mondi non mi resta che riaprire i volumi tanto amati e leggere le prime parole.

Se qualcuno avesse detto a Dorothy che presto, anzi prestissimo, avrebbe sentito tanta struggente nostalgia delle praterie del Kansas, forse la bambina non ci avrebbe creduto.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

 Ascoltando (e che ve lo dico a fare!)