Notte, mare e altri demoni

la mia gabbia

​Sono successe cose strane mentre me ne stavo seduta sul bordo della finestra, a guardare fuori nel buio, protetta da sbarre di ferro, sicura come un uccello in gabbia.

È successo che nelle orecchie mi esplodeva la voce roca di un cantante, mentre davanti agli occhi sbocciavano fiori di luce lontana, piccoli fuochi fatui impressi nella retina.

È successo che le mie narici assorbivano l’odore aromatico di un sigaro, fumato chissà dove, chissà da chi, e portato a me da un soffio invadente, deciso a fare amicizia.

È successo che ho sentito la mia solitudine staccarsi da me per andare a mescolarsi con quella di altri insonni, accaldati, annientati come me dalla stanchezza di una notte anomala, di un’estate anomala e poco caritatevole.

Il suono della chitarra che mi teneva compagnia, così ricco di sfumature suadenti e metalliche, mi ha fatto rimpiangere di non essere una di quelle corde, accarezzata da tocchi sapienti fino a gemere nella tonalità giusta.

Ho desiderato di poter allungare le dita oltre le sbarre della mia gabbia, di tuffarle nel fondo del buio, nell’altrove che resta mondo sconosciuto, fino a sfiorare il piccolo pipistrello che vola ogni notte in cerca di cibo e tiene il conto, con il suo batter d’ali, dei minuti che restano, delle ore che si ammucchiano come polvere sotto il letto.

Ho frugato il buio alla ricerca del ramo cavo dove la civetta canta la sua caccia con voce sicura, mentre trema il sonno dei topi di campo, nascosti in un letto di stoppie arrotolate che, come grossi dadi lasciati a terra da un gigante distratto, punteggiano l’orizzonte.

Il tempo scorre accaldato, il chiaro del giorno si fa attendere, è acqua che non bolle mai, mentre il bozzolo dentro cui mi ritiro in compagnia di pensieri folli mi stringe le membra.

Mi sento lancetta di un orologio che qualcuno ha scordato di caricare, raggio di ruota che corre senza arrivare a una fine che subito torna inizio, bocca e coda di serpe di mare.

Lo schermo vibra, s’illumina di livido verde, le parole escono eleganti da una rete di silicio e si piantano come lisca di pesce nella mia gola, insidiose nella loro seduzione, indigeste nella loro sostanza.

Tu non sai cosa sei per me

No, hai ragione, e neppure voglio saperlo, nemmeno voglio immaginarlo, non quando non so neanche cosa io sono per me, cosa sto aspettando accada per sentire che la mia pelle finalmente mi appartiene, che non sono più perduta dentro di me, vagabonda senza direzione apparente.

Non voglio essere il tuo bisogno né il tuo desiderio, non sarò ripiego né cura. Ciò che vorrei è essere presenza, inevitabile, indiscutibile, come mare che avvolge i sensi, che li circonda e li fa propri, impadronendosi della loro funzione.

Dovrei entrare di prepotenza nel corso delle cose, come le onde fanno ipnotizzando gli occhi di chi le guarda, persi dinnanzi a un blu in movimento costante.

Il mare è eterno, approssima l’infinito, è ciò che non può essere misurato né trattenuto, che si estende oltre e altrove. È forza che rapisce sensi e restituisce vita, acqua che lava e dilava, mano che modella e decanta.

È ciò che vorrei e mai saprò essere.

Variazioni di settembre

some-daysOggi l’estate mi ha salutato con una serie di temporali, tuoni che cannoneggiavano giù dalle colline accompagnati, come dive sulla passerella, da flash di lampi seducenti.

Questa sera ho Bach che accompagna i miei pensieri ondivaghi, sospinti in lente ondulazioni da un vento fresco di settembre.

Non posso fare a meno di chiudere gli occhi quando ascolto Bach, così come Glenn Gould non può fare a meno di sillabarne ogni nota mentre lo interpreta. É come se volessi farmi penetrare dalla musica e solo ad occhi chiusi riuscissi a far arrampicare la melodia nel nucleo più profondo, che si contorce come un serpente ammaliato dal suono.

La musica di Bach per me è come il mare e mi lascio travolgere dai suoi flutti, dal crescendo delle note che sembrano non volersi mai arrestare e dall’improvvisa calma dei suoi minuetti, che mi lasciano protesa su un promontorio, in attesa che un nuovo spruzzo di note salmastre mi accarezzi.

Penso a quanto può essere bello il mare in un giorno di pioggia settembrina, quando l’umanità chiassosa viene tenuta lontano da raffiche di acqua e grigiore e, finalmente, può tornare ad avere la dignità solitaria del primo giorno della creazione.

Le sue ampie onde gonfie di schiuma non parlano più della piccolezza precaria degli uomini ma solo dell’anima e dei suoi sogni.

Mentre ascolto le variazioni, che giocano a nascondere la melodia dietro infiniti arabeschi, penso a quanto Bach sia adatto a celebrare una vita quanto una morte. Lo scopo della morte è dare forma compiuta allo scorrere della vita e, a ben vedere, a settembre si celebra la morte dell’estate, che proprio nel dire addio ritrova la sua nobiltà, liberandosi di quell’aria sudata e appiccicosa che non riuscivo più a tollerare, e porta con sè la nostalgia della distanza, l’orizzonte del tramonto che si chiude su altri orizzonti.

Non dovrebbe essere complicato vivere l’ovvietà di un giorno qualunque, non dovrebbe essere difficile avere un amico cui confidare un segreto che grava il cuore, non dovrebbe essere facile sprecare il proprio tempo nel rincorrere una vita che non è mai esattamente quella desiderata.

Tutto dovrebbe essere semplice come la melodia di un’overture di Bach, il mare pulito di un giorno grigio, una pioggia torrenziale che lascia la platea e gli applausi alla luna piena di una notte fresca di settembre.

Anima e mare

Home is where I want to be – foto personale

Un fine settimana di vacanza atipico già nel computo dei giorni, visto che il mio giorno di riposo coincide con quello che, per la maggior parte dei comuni mortali, è il primo della settimana. Per questo motivo, a differenza della canzone, I like Mondays.

Un fine settimana che si è rivelato un tuffo nella memoria del passato più bello e rimpianto. Tutto ciò mi fa sentire fragile, indifesa e felice allo stesso tempo, in un momento già emotivamente molto difficile.

Sono tornata nei luoghi amatissimi delle mie vacanze, posti che non vedevo da, santiddio, forse vent’anni e che mi si sono parati davanti agli occhi come uno di quei diorami a paesaggi intercambiabili.

Alla fotografia ingiallita, ma ancora nitida, che conservo nella mente ho sovrapposto la realtà dei cambiamenti, la brutalità di ciò che viene chiamato il progresso, l’omologazione del gusto laddove una volta la fantasia sopperiva al denaro.

Ho camminato sulle strade della memoria con i piedi nella realtà e gli occhi nel ricordo.

Mi sono seduta nel mio recanto preferito di un muretto, per fortuna ancora malconcio e scrostato come allora perché privo di importanza, nascosto com’è in un luogo selvatico e poco accogliente, incastrato in un angolo di vento e spine di fico d’India.

Ho sorriso al ricordo delle migliaia di pagine macinate raggomitolata su quel cemento sgretolato. Appoggiati alla ruggine della ringhiera, i piedi penzoloni nel vuoto, c’erano ancora tutti i protagonisti delle storie che hanno riempito i giorni di  quelle vacanze spensierate, giorni in cui, per uno strano fenomeno, le ore potevano durare estati intere o soltanto pochi istanti.

Ogni mio passo, ogni sospiro di rimpianto, ogni ricordo che ho visto galleggiare come alghe sul pelo dell’acqua era intriso di un odore e di una musica da cui,  per quanto cercassi di rimandare il nostro incontro, non potevo nascondermi.

Mi capita a volte di chiudere un libro a poche pagine dalla fine, lasciare un boccone prelibato nel piatto o l’ultimo sorso di un vino squisito e aspettare un poco, per rendere ancora più acute le sensazioni del piacere nascosto nell’attesa.

Ho camminato su sabbia umida e ancora intonsa, un privilegio cui non ho mai potuto sottrarmi a costo di perdere ore di sonno, pur di essere tra i primi  a solcarla con passo leggero.

Ho immerso i piedi in ciò che amministrazioni sconsiderate hanno trasformato in una tinozza grigiastra e poco profonda, e ho raggiunto camminando una barriera di scogli che un tempo era stato un baluardo, una conquista da guadagnarsi nuotando in acque mai più così fonde.

Mi sono arrampicata di sasso in sasso fino all’ultima fila di rocce scivolose e bollenti e lì, sull’orlo del mio personale Finistère, ho salutato un amico che mi aspettava con pazienza.

Era ancora lì, finalmente del colore giusto, un blu con le sfumature verdi che amo tanto, non ancora domato, anzi pronto a ribellarsi.

Mi ha accolto con un gorgoglio divertito e un soffio di schiuma candida, che mi ha circondato le caviglie in una carezza gentile.

Sono rimasta a lungo seduta, impegnata in un muto dialogo, mentre occhi e orecchie si imbevevano di lui, i miei piedi più bianchi della valva di una conchiglia mordicchiati da piccoli pesci timorosi.

Ho giocato alle corse con due paguri, scommettendo, ovviamente, su quello sbagliato il quale, offeso a morte, mi ha voltato le spalle per tornare a prendersi cura della sua casa e del suo lento avanzare.

Ho captato nel vento i suoni di antiche campane, la voce di nonna che mi cercava, il fischiare melodioso di Edy in quei lunghi pomeriggi di sole e sale. Dove sarai ora amico mio, perso in qualche vallata a tentare di opporti a chi vuole violentare la terra in nome di un progresso sconsiderato o forse ingabbiato in una giacca e una cravatta che ti garrota ogni giorno un po’ di più.

Ho sentito qualcosa di umido e salato bagnarmi le labbra. Poteva essere solo uno spruzzo dispettoso, fatto apposta per destare la mia attenzione e riportarmi indietro al mio presente, oppure erano lacrime, mascherate con pudore in un rivolo di acqua salsa.

In fondo cosa sono le lacrime se non onde d’urto che agitano e smuovono l’abisso che celiamo dentro? Siamo sale e lacrime, anima e mare.

This must be the place – foto personale

Lo raro es vivir

bunny_boy

fonte: web

Da che mondo è mondo, vivere e morire è come fare a testa o croce, ma se viene testa è ancora più assurdo. Per me, se volete sapere la verità, lo strano è vivere. (C. M. Gaite)

Sto sdraiata a pancia in su a osservare l’intonaco grigiastro dello spiovente.

Conto i veli delle ragnatele, sento i passetti affrettati dei piccioni che raspano le tegole inutilmente affaccendati, come pesci rossi che percorrono la loro boccia rincorrendo una vita che non c’è.

Sulle pareti il sole, filtrato dal lino della tenda blu, disegna sentieri luminosi e impraticabili e la penombra acquista una consistenza liquida e marina.

Fa caldo. Per un animaletto invernale come me ogni grado oltre i venti è malsano e insopportabile, un dispetto che l’estate inesorabilmente fa, togliendomi le forze.

Ogni mattina punto la sveglia all’alba, ai piedi del letto la tuta e le scarpe da running mi attendono fiduciosi, come soldati a guardia della mia volontà.

Apro gli occhi su una notte quasi insonne, sento il giorno che inizia a stirare le membra ancora cariche di fresca umidità e crollo sul cuscino insieme alle macerie dei miei buoni propositi.

Domani, mormoro come un mantra, domani è il giorno giusto. Stanotte riposerò, la stanchezza finalmente avrà la meglio sull’angoscia che condisce la stranezza del mio vivere. Domani vedrò l’alba in piedi.

Mangio male, dormo peggio e penso troppo. Mi sento persa in un labirinto di abitudini che poco hanno a che fare con il vivere e molto assomigliano ai gesti ripetitivi di un automa.

Ho tentato di seguire la coda piumosa del Bianconiglio ma mi è sfuggita dalle dita, regalandomi solo un ciuffetto morbido ed effimero come i pappi dell’ultimo soffione mietuto insieme al grano.

«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»

Mi guardo allo specchio e il Bianconiglio dall’altra parte mi osserva, solleva una mano guantata speculare alla mia e mi accarezza il viso, scuotendo la testa davanti ai tentativi che fallisco nello sforzo di amarmi o per lo meno di non odiarmi troppo.

Perchè è vero che la vita bisogna inventarsela con quel che c’è, ma ci sono giorni in cui sento di non avere ingredienti a sufficienza per mettere insieme qualcosa di presentabile e l’unica parte che amo di me è la carne che mi strappo dalle dita e il sapore di ferro che rimane sulla lingua dopo il banchetto.

Ho voglia di osservare il cielo da una piccola finestra affacciata sul blu del mare, voglia di respirare il sale e assaporare il vento, di addormentarmi con la musica dei ciottoli accarezzati dalle onde, di rimirare la luna seduta al di sopra dei miei silenzi.

Invece alzo la testa e l’intonaco grigiastro dello spiovente è ancora lì a farsi beffe dei miei desideri, il riquadro della finestra incornicia un nastro di asfalto che non porta al mare e non profuma di sale, il crepuscolo è un cedimento del cielo e l’alba solo un luccichio all’orizzonte.

Il sonno va a rintanarsi in un armadio di cui ho perso la chiave e non mi resta che sgranare un rosario di parole, giocando a nascondino con i minuti e le ore che mi separano dall’arrivo del mattino.

Ha mescolato acido di inchiostro con il sale
del mare e ferite dell’anima.
Ha mescolato
ha scritto su un deserto calloso
e carta clemente
ali e desideri
e ha cercato di volare. (F. A. Khalid)

On air White rabbit

pane e pomodoro

ciottoli

fonte: web

Ho fatto una pausa per ritrovare il silenzio e tentare di apprezzare la vita che devo vivere, dimenticando quello che vorrei per concentrarmi su ciò che ho.

Ho mangiato pane e pomodoro a morsi voraci, leccando l’olio che colava, masticando pane e ricordi, tra le dita una foglia di basilico, stropicciata per aspirarne il buon odore.

Accoccolata tra i sassi, ho ascoltato il respiro del mare, freddo e limpido come un cristallo, ancora pulito e vergine prima del chiasso arrogante di chi si considera padrone e non solo un ospite insignificante.

Ho fatto scorrere tra le dita ciottoli levigati dal tempo e dalla carezza delle onde, vagliando i più belli come un cercatore di pepite. Tra gli strati millenari ho trovato il profilo di un picchio, una farfalla, un trifoglio, piccole illusioni che il mare ha creato solo per donarle a me.

Ora riposano, dentro un vaso di vetro appoggiato sulla mia scrivania, e quando li muovo ritrovo la musica che ho lasciato là, a volteggiare indisturbata sulla spiaggia.

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fonte: casa mia

Ho letto moltissimo. Ho lasciato che tutte quelle parole mi sommergessero, che il rumore bianco resettasse le mie lunghezze d’onda e i miei pensieri fluissero inconsapevoli.

Ora sono qui, a cercare di mettere ordine in questo ammasso di sensazioni, che in qualche modo bizzarro mi regala un frammento di serenità.

 Ascoltando Belief