Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

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fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.

Respirare

Respirare, l’atto più semplice che esista, il primo che tutti facciamo con la nascita, prima ancora di aprire gli occhi, l’ultimo che ci accompagna con la morte, quando gli occhi sono già chiusi.

Respira il neonato, piangendo il suo distacco dal mondo acquatico cui appartiene, respirano gli animali, respirano i grandi capodogli, respirano le piante.

La vita e la morte sono legate al respiro, inspiriamo portando la vita dentro, espiriamo portandola fuori.

L’esterno, l’aria, l’ossigeno diventa noi attraverso il sangue, materia e spirito entrano in contatto.

Respiriamo “aria pesante” quando avremmo bisogno di leggerezza, apprezziamo l’odore di chi ci piace, tossiamo per esprimere un rifiuto, un dissenso.

Respirare è una funzione autonoma del corpo regolata dal sistema nervoso ortosimpatico, ho imparato bene la lezione di anatomia –signorina la facciamo ancora una domandina per la lode?– il primo trenta, il primo di tanti ma il primo non si scorda mai e pazienza se le lodi erano solo su carta, chi si loda s’imbroda, lo so papà ma ogni tanto è bello sentirsi dire brava, ed è per questo che non bevo brodo, mi fa troppa acidità.

Se respirare è il soffio della vita allora chi non respira cosa sta cercando di dire, quale tristezza vuole comunicare e se mio padre, l’uomo più asmatico che conoscessi, era anche il più triste che io abbia mai incontrato, allora posso dirmi proprio sua figlia e non solo per la fossetta sul mento.

Ci sono giorni in cui ti svegli con un peso sul petto, un fastidio alla base della trachea che non sai se hai ingoiato un capello o una briciolina di pane, tossisci ma quello non si sposta, però è tardi, a furia di posticipare la sveglia ti sei bruciata tutto il vantaggio, presto, presto che il tempo non aspetta e il peso starà lì buono, non ho tempo per occuparmene.

I pensieri, le parole che non hai detto, quelle che non hai potuto o voluto dire, stanno a macerare in un grumo sempre più stretto e quando si inumidiscono, con la saliva che non hai sputato e le lacrime che non hai versato, ecco che mettono radici, lunghe, sottili e tenaci come quelle della gramigna, radici che corrono, pesano e si avvolgono intorno ai bronchi, senza farsi sentire, sornione come un gatto in caccia.

Tu non ci pensi, lo sai che a volte capita ma ti illudi di saper gestire, cazzo fai yoga, mediti, sai come si fa a respirare, come far muovere il diaframma e riempire la testa di quiete, cosa vuoi che ti facciano quelle stupide, tenere radici.

Però tossisci, ogni volta con più fatica, e ti manca il fiato e devi sospirare, come a buttar fuori quello che invece sta ben dentro e se la ride dei tuoi sforzi.

Arriva il momento che tossisci, tossici e quando cerchi di prendere fiato non riesci, perchè la trachea ti ha detto ‘fanculo, arrangiati da sola ed è diventata stretta come la capocchia di uno spillo, allora cominci ad ansimare, vedi le stelline, ti graffi la gola, come voler fare una tracheo d’urgenza ed entri in panico, cazzo lo sai che non devi agitarti ma quando hai la bocca piena di neve e sei sotto una valanga la calma va a farsi fottere con grazia dal primo che passa.

Allora corri, frughi nella borsa, cerchi quel maledetto inalatore, quello che nei film non si trova mai e il protagonista rantola per terra impotente, butta fuori l’aria, cristosanto di aria non ne ho più, spara, spara in gola e chiudi gli occhi.

Senti il cuore che batte, impazzito, senti il sangue che viaggia alla velocità del suono per portare un po’ di ossigeno dove manca e piangi, cazzo ti piangi stupida, però non puoi farne a meno perchè non è la morte che ti fa paura, ma la mancanza di aria è una tortura diabolica.

Dopo ti resta una stanchezza infinita, la gola fa male come ti avessero garrotato, la voce per un po’ se ne va, le parole ormai sono finite da un pezzo, per qualche giorno ansimi e rantoli nel fare le scale come una vecchina centenaria e stanotte starai con gli occhi sbarrati nel buio, a smaltire il cortisone e l’adrenalina, con la finestra aperta nonostante il freddo.

Starai lì, ferma e silenziosa, a respirare.

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Alien life

Il bambino leggeva, imbozzolato sotto le coperte, con l’aiuto di una pila tascabile.

La camera da letto era fredda e la casa apparentemente silenziosa, anche se di tanto in tanto il bimbo tendeva l’orecchio guardingo, per captare lo scricchiolio di un piede sul parquet e spegnere la luce, severamente vietata a quell’ora di notte.

Tremava nel suo pigiama antiquato di cotone, con i pantaloni a righe e la giacca di foggia maschile, per il freddo ma anche per il rischio che stava correndo, disobbedendo al divieto del padre.

Lui e suo padre non si capivano molto, quel padre arido e gelido, così anglosassone e perbene lo metteva a disagio, non condivideva il suo modo di vivere, il suo essere così rigido, l’odio che provava nei confronti di tutto ciò che lui invece adorava, leggere, suonare, recitare.

Lo incitava spesso ad essere come gli altri bambini, a praticare gli sport “da uomini”, a non pensare alle stupidaggini da femminuccia.

Gli altri bambini lo scartavano, troppo esile, biondo ed elegante per essere uno di loro, ma adoravano fargli scherzi crudeli e violenti, come quella pallonata nell’occhio, che lo aveva in qualche modo marchiato, rendendolo se possibile ancora più diverso.

Mentre stava per chiudere il libro e mettersi finalmente a dormire sentì un rumore diverso, un cigolìo dentro la stanza e vide l’armadio di noce scuro aprirsi poco a poco, mostrando le lunghe dita di una mano pallida appoggiate all’anta semiaperta.

“Sei tu! Sei tornato!” esclamò felice alla vista del suo amico.

L’alieno sorrise, avanzando elegante nella stanza e stringendo le pupille, simili a quelle dei gatti, per abituarsi alla luce fioca della pila puntata sul suo viso.

Il bambino era estasiato dalla sorpresa che il suo amico gli aveva fatto, era ormai da molto tempo che veniva a trovarlo, sempre di notte passando per l’armadio.

Si sedeva sul suo letto e parlavano di mondi lontani, di volare, di cose più tristi, della voglia di essere importanti anche solo per un giorno, della polvere di stelle.

Quella sera l’alieno era triste, una lacrima gli solcava il lungo volto mentre parlava con il suo piccolo amico, stringendogli le mani per avere un po’ di conforto.

Si guardarono a lungo, poi il bimbo scese dal letto, si infilò le pantofole di velluto ricamate con le sue iniziali e prese per mano l’alieno, guardandolo dal basso.

“Vuoi che andiamo da lui, ora?” e si avviarono verso l’armadio, entrarono chiudendo delicatamente le ante e subito la stanza diventò più fredda e triste.

L’uomo sorrideva steso sul letto, guardando le persone in lacrime intorno a lui e tutti quei macchinari che facevano strani sibili e lo stavano tenendo in vita.

Ancora per poco, ormai il male si era fatto un nido troppo grande e radicato per poterlo allontanare, ancora un poco di sofferenza e poi finalmente il riposo.

Il dolore era scomparso, rimanevano solo le lacrime sul viso di chi lo circondava, i ricordi che gli affollavano la mente, ricordi di persone lontane, di amici scomparsi che tra poco avrebbe rivisto, e la musica, la sua adorata musica che aveva chiesto di poter ascoltare un’ultima volta.

Aspettava qualcuno l’uomo, lo sentiva nel cuore che sarebbero venuti per lui, osservava con desiderio le ante dell’armadio di noce scuro, da cui non aveva mai voluto separarsi.

Sorrise quando l’anta si aprì e una mano lunga, pallida ed elegante, intrecciata a quella di un bimbo fece la sua comparsa.

“Siete qui finalmente, adesso non ho più paura, possiamo andare”, disse l’uomo, rivolgendosi a quel bambino che era stato e a quell’alieno che aveva rappresentato così tanto di lui.

Lo accolsero tra di loro, tendendogli ciascuno una mano, e tutti e tre si diressero verso l’armadio.

“Finalmente potrò scoprire com’è la vita su Marte” furono le sue ultime parole.

Dedicato a David, il mio cuore sanguina…….fate i bravi tu e Lou, suonate ancora ovunque voi siate.

La cena

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fonte: web

Ho apparecchiato la tavola con molta cura, i piatti delle grandi occasioni, la tovaglia di lino, un mazzo di fiori spettinati con finta semplicità.

Ho messo il vestito rosso che ti piace tanto e i tacchi alti “da femmina”, che insisti sempre per farmi indossare, anche se sai che non amo apparire.

Il vino respira nel decanter di cristallo, è l’ultima bottiglia di Bordeaux, il nostro ultimo viaggio insieme.

Ti ricordi ancora, amore mio?

Ho preparato uno stufato di carne, con cipolla, vino rosso e funghi porcini.

Non è adatto ad una cena elegante, troppo semplice e rustico, ma so che ti piace tanto.

Ora sta cuocendo lentamente, alla fine la carne sarà così tenera da non aver bisogno del coltello, anche se ho messo in tavola quelli con la lama seghettata, comprati in quel negozio specializzato ormai chiuso da tempo.

Ti ricordi, amore mio, com’ero felice quando ho acquistato il mio primo Santoku?

Mi hai detto “attenta a non farti male, mia piccola chef” e mi hai sorriso, con quello sguardo tenero e dolce, quello sguardo per cui avrei fatto follie.

Eravamo felici allora, ti ricordi, così felici e innamorati.

Tu eri il mio uomo perfetto, tanto più alto e forte di me, ed io la piccola chef o la strega tentatrice, a seconda del momento e del luogo.

Mi sto di nuovo mangiando le unghie, devo smetterla subito, mi si sciupa lo smalto rosso, che ho messo solo per te con tanta cura.

L’odore di cipolla mi ha impregnato le mani, nascondendo quasi del tutto quello della candeggina.

Lo so che non ti piace, amore mio, l’hai sempre trovata fastidiosa e ti arrabbi quando ne uso troppa, per quella che tu definisci la mia ordalia del pulito, ma sono sempre stata così pignola, sai quanto amo tenere tutto in perfetto ordine.

Quando annusavi l’odore, storcendo il naso con disgusto, ti buttavo le braccia al collo e ti chiedevo scusa con mille baci.

Tu mi perdonavi sempre, perché eri tenero con me e mi amavi tanto.

Amore mio è difficile gettare via tutto quello che abbiamo costruito insieme, sai?

E’ difficile dividere ciò che è stato nostro, quantificare ciò che ora è tuo e non sarà più mio.

Neppure tu sei più mio, sono stata così cieca da non vedere i segnali, le bugie, i ritardi, così stupida nel creare giustificazioni al tuo comportamento, tanto che non ti scomodavi neppure più a raccontarmi bugie.

Fino a quel giorno maledetto, quando mi hai vomitato in faccia tutto il tuo veleno e mi hai detto che di una strega come me non sapevi più che fartene, che avevi trovato un angelo, finalmente, un angelo biondo pronto a capirti, ad adorarti e che era finita.

Ti ho guardato, amore mio, ti ho guardato fisso nel fondo dell’anima, ma ho visto solo buio, porte chiuse e stanze vuote.

Allora ho capito e non ho voluto combattere, sapevo di averti perduto.

Sono rimasta sola in questa casa, cercando di separare la pula dal grano senza riuscirci, perché senza di te sono persa, amore mio, persa ed infelice.

Rientrando a casa, la sera, ho iniziato a notare piccole sparizioni delle tue cose, prima i tuoi abiti, le tue camicie, le scarpe che curi con tanta pignoleria, poi qualche libro, dischi, qualcuno dei tuoi amati quadri astratti.

Sei sempre stato discreto e corretto però, un messaggio per avvisarmi la sera prima, un biglietto con l’elenco di ciò che avevi portato via e un saluto cortese, da perfetto estraneo, firmato con le tue iniziali.

Saresti stupito, amore mio, se ti dicessi che conservo tutti quei biglietti, che entro in casa piano piano per non far fuggire subito il tuo odore, che cammino per le stanze a piedi nudi, cercando di indovinare dove hai poggiato i tuoi, per sentirne ancora il calore?

Sei sempre stato attento a non incontrarmi, amore mio, ma l’altra sera non è andata come al solito.

Sono rientrata prima, ero stanca e incupita da una cattiva giornata, o forse tu eri in ritardo oppure il caso ha voluto ancora una volta farsi beffe di noi.

Ci siamo ritrovati faccia a faccia, io con le chiavi in mano, tu impacciato da una scatola traboccante di libri.

“Come stai, ti trovo bene.”
“Non c’è male, grazie, fermati per un boccone, cucino qualcosa.”
“Ma sì dai, anzi c’è una cosa di cui vorrei parlare con te.”

Ho cucinato come ai vecchi tempi, una tartare di salmone fresco, sminuzzato con il mio adorato Santoku, pane francese e vino bianco gelato.

Abbiamo chiacchierato amabilmente, poi d’un tratto l’atmosfera si è guastata.

“La casa?”
“Vendere??”
“Sì, lo so che è intestata a te ma pago io il mutuo!”
“Cosa??? LEI vuole una casa più grande?”

NO, NO, NO!!!!!!

Amore mio, mi dispiace, e dire che me lo avevi detto, attenta a non farti male, è davvero tanto affilato.

Quanto sangue, non avevo idea che potesse sgorgare così tanto sangue, perdonami amore mio.

Ti ho medicato subito come potevo, ti ho chiesto mille volte scusa e stavi bene, stavi già andando via, allora perché, perché hai dovuto cominciare a gridare tutte quelle cose orribili?

Dovevo farti smettere, non volevo più sentire la tua voce cattiva, rivolevo quello sguardo tenero su di me, lo capisci ora?

Lo capisci perchè l’ho fatto?

Amore mio, lo stufato è pronto e ho tanta fame, voglio cenare con calma, bere il mio vino rosso, poi penserò a cosa fare di quello smartphone, che ogni tanto si mette a suonare insistente.

Amore mio, sei tenero, te l’ho sempre detto, ricordi?

Così tenero che ti mangerei.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’ capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

(Inferno, canto XXXIII)

Cipollitudine

Tempo fa stavo esplorando un blog di fotografia dal titolo accattivante In search of the Invisible, quando mi sono imbattuta in una natura morta singolare. Leggendo la didascalia che l’accompagna ho inizato a fare alcune associazioni a ruota libera, mi è tornata in mente anche una poesia di Wislawa Szymborska (ci sarebbe anche quella di Neruda ma la trovo meno incisiva) poi ho salvato tutto in bozze e, come mi capita spesso, ho lasciato sedimentare.

L’altra sera, leggendo il post di Avvocatolo, ho ripensato alla mia bozza dormiente, poi sempre Avvocatolo con il post di oggi mi ha fatto decidere a riunire un po’ i pensieri.

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Onion – With its strong smell, onions have often been used to ward off evil, especially the dangerous powers of the moon. As the multiple layers of an onion are pealed off, each can represent an area of wisdom until the center containing total wisdom is revealed. The onion also symbolizes the cosmos and immortality because of its shape. Still life imagery is very personal. It’s a meditative process, checking in with yourself. credits: Still Life by James Frederick Bland http://jamesfbland.blogspot.it

La cipolla – Wislawa Szymborska

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

E’ vero, noi siamo fatti di carne, visceri e altri liquidi organici poco piacevoli, siamo radiopachi ma la parte più bella di noi, l’anima, è invisibile e se ne invola via non appena il sangue si ferma e il cuore diventa solo un muscolo morto, anzichè il nostro Cuore.

Però abbiamo anche una certa cipollitudine®, questa se permettete me la brevetto, che è un misto di cipolla e attitudine o cipolla e solitudine, se preferite.

Siamo elegantemente avvolti in mille strati trasparenti pieni di celluline urticanti, ci rivestiamo di cortine fumogene, per nascondere chi siamo, per non essere presi sul serio, per paura o per fare un po’ di scena.

Ci vuole pazienza per arrivare fino al cuore, stringere i denti per non piangere troppo e sopportare la puzza che rimane sulle mani, che neanche le saponette di acciaio la levano via.

E poi in fondo a quella puzza uno un po’ si abitua, anzi ogni tanto ti annusi quelle mani quasi con soddisfazione perchè hai domato la cipolla ribelle.

Siamo un microcosmo, siamo molti Noi e non è facile metterci tutti d’accordo, ogni tanto qualcuno sbarella, chi ride di qua, chi piange di là e ci si tiene il muso per giorni.

Abbiamo maschere per ogni occasione, che ci coprono l’anima sempre troppo nuda e ci permettono di cambiare, di non essere chi siamo davvero o di essere chi non vorremmo essere.

L’importante è non saldarle queste maschere, non è di gabbie di ferro che abbiamo bisogno, ma di maschere aeree e trasparenti, come pelli di cipolla, che fanno circolare l’aria e non intrappolano gli spiriti maligni e i pensieri cattivi.

E capita così che a volte ti imbatti in una persona, supponiamo un avvocato, inizi a leggere attratta da un parruccone viola e pensi che è solo uno squinternato, se ti fermi alla prima pelle di cipolla, ma poi sei testarda e continui a sfogliare e ad ogni strato trovi qualcosa, un padre amorevole, un fratello, un poeta, trovi sentimenti che fanno male e pensieri profondi ma quando arrivi in fondo sei contenta, certo hai pianto un po’, la cipolla non perdona, ma sei contenta ugualmente.

Quindi Avvocà sappi che è colpa tua!!

Cestino da viaggio

cestino da viaggioOggi ti vengo a trovare e voglio farti una sorpresa.

Mi sono impegnata a cercare tutte le cose che più ti piacciono e ho preparato un cestino da viaggio per te.

Ho messo la spuma bionda, non sai quanto è diventato difficile trovala oggi, perchè so quanto ti piace e non ti farà male berne un bicchiere in più, te ne sei privato per così tanto tempo.

C’è anche un po’ di quel formaggio con il pepe di cui sei goloso, pane per accompagnarlo e una guantiera di paste, quelle con la frutta e ovviamente i cannoli, i tuoi preferiti.

Questa volta mangiali pure tutti, non preoccuparti dai, non ti sgrido più.

Dentro il cestino ho messo anche i quiui, non hai mai imparato a dire kiwi, una radiolina per ascoltare le partite, la schedina del totocalcio, così questa volta un tredici lo azzecchiamo senz’altro, e la tua amata cassetta di Lucio Dalla, scusa se te l’ho rubata ma mi andava di ascoltarla un po’ anche io.

Al mio arrivo inizierò subito ad affannarmi per fare pulizia, quindi non arrabbiarti! Tanto lo sai che faccio sempre così, che non mi piace guardare dove sei e preferisco tenere le mani occupate.

In fondo, mi spieghi che diavolo ci parlo a fare con una lastra di granito?

Se voglio parlarti mi basta chiudere gli occhi e risento la tua voce, se voglio vederti mi guardo allo specchio, cerco la fossetta al centro del mento, muovo le mani, nodose come le tue, i piedi sgraziati ed eccoti lì.

Mi manca solo la fessura tra i denti davanti, mi piaceva tanto far spuntare quel pezzetto di lingua rosea e non ho ancora perdonato te e mamma per quello stupido apparecchio, che si è portato via il mio sorriso così simile al tuo.

Ci separano cinquemilaottocentoquarantaquattro giorni e ognuno di essi mi ha trafitto la carne come uno spillo.

Ho ancora ricordi a farmi compagnia e rimorsi a farmi male ma la tua assenza è difficile da sopportare.

La tua assenza mi tatua la pelle ogni giorno.

Vorrei che tu fossi orgoglioso della donna che sono diventata, perchè sto in piedi da sola, faccio sempre il mio dovere, se sanguino cerco di non piangere “che goffa che sei, è solo sangue pazzo, non è niente, vieni da papà“.

Hai ragione come sempre, è solo sangue pazzo.

Il rumore del cuore

Un cuore che si spezza non fa rumore.

Senti solo un dolore fortissimo in quel punto sensibile alla base della gola, là dove pulsa più forte il sangue, seguito da una sensazione di vuoto e freddo, come se ogni luce si fosse spenta all’improvviso.

In quel preciso momento capisci che tutto è diverso e nulla sarà come prima.

La persona che al mattino si è svegliata, si è lavata il viso facendo smorfie allo specchio, ha riso e parlato come sempre, non c’è più, sostituita da un’altra più fredda e cinica, anestetizzata ed intontita da un dolore insopportabile.

QUEL dolore diventerà il metro di paragone per ogni altro dolore passato e futuro, sarà il paziente zero, il meridiano di Greenwich, lo zero assoluto nel termometro dei sentimenti.

Certamente ci saranno momenti migliori e altri ancora più schifosi, ma quella sarà la pietra miliare, l’inizio del viaggio.

 Il mio cuore si è spezzato esattamente oggi, 5 settembre, quindici anni fa.

Era una domenica ancora calda, le due appena passate di un pigro pomeriggio, la televisione sintonizzata su una stupida commedia americana strappalacrime, il pensiero fisso al momento in cui avrei indossato cuffia, camice e soprascarpe per tornare a trovarti nella tua stanza bianca e asettica, tu disteso con gli occhi chiusi, nelle orecchie il ronzio monotono dei monitor.

Te ne sei andato di soppiatto, da solo e in silenzio, per non disturbare.

D’altra parte è quello che hai fatto per tutta la vita, potevi comportarti nella morte diversamente da come avevi vissuto?

Ti voglio bene.

Te l’ho detto troppo poco perchè l’ho scoperto troppo tardi.

Ero giovane, stupida ed arrogante, pensavo di poter fare a meno, anzi di stare meglio senza di te.

Quante litigate, quante parole cattive ci saremmo risparmiati se solo avessimo aperto un po’ di più i nostri cuori, se solo avessimo mostrato una piccola parte di quell’affetto che ci legava.

Invece era più semplice nascondersi dietro la finta indifferenza, le battute sarcastiche, gli occhi sollevati al cielo.

Era più semplice e meno faticoso, ci vergognavamo di essere noi stessi.

Che idiozia è stata, quanti rimorsi ora e quanto spreco di vita, di ricordi, di amore non vissuto.

Talvolta ti sogno e nel sonno piango, mi sveglio distrutta, con il cuore acciaccato e il morale sotto i piedi.

Mi manchi.

Lo sai che mi manchi, te lo dico ogni volta che ti penso e a te penso spesso, troppo.

Mi manca la tua risata fragorosa, le battute di spirito che solo tu capivi.

-Spirito di patata- dicevamo noi, scuotendo la testa.

Ma allora perchè adesso, ricordandole, rido sempre?

Eri il perno delle nostre vite che da allora sono diventate più opache e silenziose.

Mi manchi.

L’ho già detto che ti voglio bene?

Non sarà mai abbastanza e mi dispiace, mi dispiace così tanto non potertelo dire dritto negli occhi.

Ho una foto di noi due abbracciati, tu sai quale, che mi piacerebbe poter mostrare a chi sta leggendo queste righe, far vedere loro quanto eravamo belli insieme, uniti, fiduciosi l’uno dell’altra, felici e invincibili.

Era un tempo felice, era il tempo del prima.

Prima delle parole amare

prima degli sguardi cattivi

prima dei silenzi

prima delle incomprensioni

prima del cancro

prima del dolore

prima della morte

prima degli addii.

Era prima.

Ciao papà ❤