mettere a fuoco

fonte: dal web rielaborata

Mia cara A,

la luna si ritira presto stasera.

Manca poco alla fine di questa giornata, ma già si sta sdraiando sull’orizzonte, pronta a lasciare il cielo sguarnito.

Ha un bel colore arancione acceso, sembra uno spicchio di zucca appuntato sulla trama blu della notte.

Ho sollevato la tenda per guardarla meglio e ora si trova proprio al centro della mia finestra, ma sta scivolando più in basso quasi di soppiatto.

Ogni volta che alzo la testa dal foglio, noto che si è spostata di poco, ma non mi riesce di coglierla sul fatto. Stiamo giocando alle statue viventi e per ora sta vincendo lei, è certo.

Mi fa buona compagnia questa luna-zucca dal profilo affilato, mentre rifletto sulle parole taglienti che ci scambiamo con troppa noncuranza, senza renderci bene conto del male cagionato.

L’antitetanica per l’anima non ha una buona copertura e qualcosa riesce sempre a passare, nonostante la barriera più salda. Dovrebbero capirlo quegli sciocchi che scelgono di alzare muri, invece di costruire ponti.

Mi risponderai che i ponti possono crollare, domani è un anno da una grande e dolorosa vergogna, però non è più bello osservare il profilo di un ponte che, lungi dall’ostacolare la vista, accompagna lo sguardo? Un muro è come uno schiaffo, hic sunt leones sembra gridare. Un ponte è un abbraccio, una carezza, un sorriso di metallo e cemento.

Non riesco a domare i pensieri, che prendono direzioni inaspettate, e intorno alla testa ho una morsa di tensione da lacrime irrisolte che, acquattate dietro le palpebre come gatti in un cespuglio, non vogliono saperne di sciogliersi.

Mi è sempre parsa buffa l’espressione sciogliersi in lacrime, mi fa pensare a quei pupazzetti di sabbia che impastavo da bambina, sulla battigia, con arti tozzi e sgraziati, adorni di conchiglie e legnetti e talmente effimeri da sgretolarsi al primo abbraccio delle onde.

A volte, guardo il mondo che mi circonda come da uno spazio lontano e penso a quanto mi risulta difficile trovare la giusta distanza. Sono sempre troppo vicina o troppo lontana, troppo calda e un attimo dopo glaciale come il lato in ombra della luna.

Continuo a spostare il fuoco, come faccio con gli occhiali che tolgo e metto in un balletto ossessivo, con il solo risultato di abbandonarli nei posti più assurdi.

Questo dover sempre accomodare cuore e ragione, sentimenti e opportunità, affetto e indifferenza è una danza che mi sfinisce.

Mi trovo a ripercorrere le strade che ho abbandonato, alla ricerca del punto esatto, del bivio o della svolta in cui ho generato gli errori. Lo faccio nonostante sia consapevole dell’inutilità dei miei sforzi, anzi ben sapendo che voltarmi troppo a guardare il passato non porterà che a farmi incespicare nel presente.

Dovrei posare un fardello a ogni pietra miliare che incontro; lasciare un fagotto di incomprensioni qui, un mazzo di parole irrancidite là; seppellire il ricordo di chi ha fatto un pezzo di strada con me, di chi ho colpevolmente lasciato indietro perché il ritmo dei nostri respiri era asincrono, di chi mi ha superato perché il mio passo non era abbastanza veloce.

Invece, porto tutti questi pesi ben nascosti in fondo allo zaino e, anche se cerco di non toccarli, so che ci sono e intorbidano le acque in cui fluttuano i miei pensieri.

Sono sciocca e anche patetica. So che lo pensi e anch’io lo penso, eppure la tentazione è più forte dei buoni propositi. Non ho ancora stabilito quale sarà la mia ultima sigaretta.

La luna-zucca nel frattempo ha tolto il disturbo. Ha giocato per un po’ a mascherarsi con le foglie di un vecchio tiglio, poi si è stufata ed è andata a cercare un cielo diverso in cui esibirsi.

Lo facciamo tutti, a ben guardare. Il cambiamento è vita, rimanere immobili non si può e solo la luna può far finta di essere una statua.

A noi servono abiti nuovi da sfoggiare, scarpe scomode ma più alla moda, conversazioni meno ovvie, novità che intrigano, sguardi che affascinano, bibite dolci che non saziano.

Sorseggio un bicchiere di mandarino verde, non credevo esistessero, invece è buono e ha un’acidità rinfrescante che si sposa a meraviglia con quella che mi punge il fondo della gola. Lo zucchero non basta a coprirla, non basta mai.

Il cielo si è fatto più scuro e la luna si è portata via con sé anche i rumori. La mezzanotte è passata da molto e il sonno non è ancora arrivato a salvarmi da questo inutile impasse.

Mi avvicino alla finestra per guardare il buio più a fondo, ma ho appoggiato gli occhiali chissà dove e il mondo ha assunto contorni di vaghezza sfumata. Schiaccio il naso contro il vetro, qualche ombra lontana, pipistrelli che nuotano tra onde sonore invisibili, e tutto si sfoca ancora di più.

Non accomodo, non mi accomodo e non pretendo comprensione da te, neppure io ne ho per me stessa. Mi basta scriverti e continuare a parlare di lune-zucca, di ostacoli veri e finti inciampi.

L’ora sospesa

fiori d’asfalto@fotomia

Ascolto musica in cuffia a volume altissimo e il rumore del mondo svanisce all’istante, per trasformarsi in un riposante film muto.

Le auto scivolano via ronzando, il battito dei piedi sull’asfalto è solo una vibrazione ovattata tra le falangi, le persone muovono la bocca come pesci in un acquario, ma il senso si perde in un coacervo di silenzio denso.

Eppure, alcuni suoni riescono a penetrare la barriera compatta che ho eretto intorno e dentro di me, il riff di chitarra si mescola al gracchiare altero di un corvo ieratico, mentre un coro blues di rane gracida impertinente, il verde smeraldo dei corpi incastonato nel limo grigiastro di una pozza fonda.

La persistenza ossessiva del suono lo trasforma in rumore bianco, mi penetra nell’inconscio, mi lascia spazio per osservare il perfetto disordine dei prati d’aprile, dove teste gialle di tarassaco invadono l’erba medica e la piantaggine.

È l’equilibrio di un’ora sospesa nel tempo, dove tutto rallenta, lo spazio dilata e non esistono che i miei passi sul terreno soffice di pioggia, cadenzati a tempo di musica, conditi da una folata di vento che trattiene odore di erba tagliata e letame maturo, rinfrescati da una goccia di sudore che scende sul trampolino del labbro per tuffarsi giù, nella polvere di strade bianche.

Oscillo sul filo del binario, stretta tra cielo e terra, nel riverbero di una giornata che ha scordato essere primavera per sconfinare in estate anzitempo.

Finirà questo inutile affastellare pensieri e oggetti, desideri e rammarichi in una torre pendente glassata di polvere e resterà il silenzio di un mondo semplice. Vorrei conoscerne l’ora precisa, per esser pronta.

Per ora attendo l’arrivo delle rondini, la geometria dei corpi neri, le cadute a precipizio nel crepuscolo, il tempo del volo.

Incompiuta in la minore

fonte: web

​È una terribile bellezza il nostro amarci,

nelle apnee di un respiro,

nelle pause tra un largo e un adagio,

nel silenzio prima del finale,

cullandoci sull’arco elegante di una semicroma.

È un tempo sincopato il nostro amarci,

di intervalli e assenze,

di parole pensate in solitudine,

di nascondini immaginari,

di dolcezza sfrangiata agli orli di un sorriso nostalgico.

È un contrappunto dissonante il nostro amarci,

un canone inverso,

la tredicesima misura,

un accordo in la minore

che resta incompiuto come il desiderio della controra.

È un’armonia sospesa il nostro amarci,

un ritornello fuori tempo

un solfeggio fuori luogo,

un’ancia solitaria che vibra un riff incompreso,

senza il permesso di trasformarsi in assolo.

Doppio poetico – Attila Jozsef

jozsef-attila-szobor

fonte: web

In una piazza di Budapest, su una scalinata vicino al Danubio, un posto buono per riposarsi e riflettere, sta seduto un uomo magro. Ha il volto scavato, forse dalla fame che brucia dentro, forse dalla follia che scava ancor di più, e gli occhi sperduti dentro la visione dei suoi mostri, la guerra, le condizioni sociali dei più deboli, la politica.

Ha in mano un cappello floscio che spiegazza tra le dita e una camiciola aperta sul collo, perchè fa così tanto caldo da aver buttato il soprabito con noncuranza al suo fianco.

Ha mani bellissime, lunghe e nodose, magre e nervose che riposano mentre osserva l’acqua che scorre, l’acqua che tutto porta via in un istante, tenendo gli occhi bassi non per sconfitta ma per stanchezza o forse chissà.

Non sapremo mai cosa si annida nella sua testa, se il pensiero della madre, l’amore o la morte, quella che metterà in atto sdraiandosi sui binari e lasciandosi attraversare da un treno in corsa.

É un poeta, un sognatore, un uomo solo. É Attila József.

Quando il governo ungherese ha annunciato l’intenzione di rimuovere la sua statua, migliaia di persone si sono radunate intorno a lei con affetto, spontaneamente, recitando le sue poesie e tentando di proteggere la bellezza e la cultura da tutto ciò che limita la libertà di espressione. Per il momento ci sono riuscite e Attila può continuare a riposare guardando il Danubio.

Ho voluto interpretare a modo mio due delle sue poesie che preferisco, con immagini e suoni che le accompagnino.

Resilienza

Resilienza – foto personale

Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Resilienza, la capacità di far fronte ad un evento traumatico riorganizzando la propria vita in modo positivo. Quale esempio migliore se non un tralcio di edera che si riappropria del suo spazio, che scavalca gli aculei di un filo spinato arrugginito e anzi ne fa supporto per crescere più rigogliosa. Come se la tua mano fosse la mia mano, non ho paura che tu mi punga e mi faccia male, mi avvolgo a te e ti proteggo da te stesso. Ascoltando Sheena.

Confini

Confini – foto personale

Il Dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Il dolore è un confine difficile da oltrepassare, aghi di filo spinato che si conficcano in un cielo azzurro, una muraglia che contiene ben più che cocci aguzzi di bottiglia. Il dolore è non riuscire più a percepire la normalità, sentirsi estranei, confinati in una gabbia che solo noi possiamo spezzare e continuare comunque a rimirare il cielo e osservare le nuvole che passano e neppure il nostro filo spinato riesce a stracciare. Ascoltando Lauryn.

Oscura necessità

maison_glycines

fonte: web

La strada che conduceva all’abbazia era in leggera e continua salita ed era fatta di ampie lastre di pietra bianca, levigate e scivolose, oliate dalle migliaia di passi devoti e speranzosi che avevano sopportato nei secoli, sostituiti ora dal chiassoso scalpiccìo di turisti più interessati alle foto ricordo che alla cura dell’anima.

Era stanca, affaticata dalla giornata di vacanza, l’ultima, consumata avidamente nel tentativo di vedere quante più cose possibile prima del ritorno a casa.

Le dolevano i piedi calzati da un paio di sandali di cuoio dal tacco basso, eleganti ed essenziali, perfetti per un aperitivo in spiaggia ma inadatti al luogo, e procedeva lentamente, ben attenta a individuare le insidie delle piccole infossature, scivolando leggermente all’indietro ad ogni passo.

Il suo compagno era molto più avanti, ben saldo sulle gambe da montanaro provetto, e di tanto in tanto si girava a incitarla con un’occhiata ironica e impaziente, scuotendo la testa di fronte alla sua ennesima scelta sbagliata.

Lei sbuffava, sempre più irritata, gli occhi ostinatamente rivolti al suolo, i pensieri intenti a volteggiare intorno alla sua testa come un nuvolone carico di grandine.

All’improvviso le arrivò alle narici un profumo intenso e stordente di glicine, talmente presente da rivestire di un manto solido l’aria che la circondava.

Alzò la testa trovandosi davanti una casa antica e un po’ malandata, la facciata coperta quasi completamente da grappoli opulenti che le davano un aspetto fatato.

Il cartello appeso alla colonna di arenaria recitava, con poca fantasia o grande pragmatismo, “La maison des glycines” e lavagne scritte a mano la qualificavano come petit hotel de charme et restaurant.

Fissava affascinata quel piccolo edificio sospeso nel tempo, desiderosa di un’ultima notte in un letto in prestito tra lenzuola profumate di perborato, di un lungo bagno e di un po’ di silenzio dietro quelle persiane scrostate.

Chiamò il nome del suo compagno, facendogli un cenno con la mano mentre già si preparava a entrare.

La proprietaria, una piccola francese poco comunicativa, le mostrò l’ultima camera rimasta, prendendo una pesante chiave di ottone dal pannello alle sue spalle.

L’ultima e la più cara, le aveva detto guardandola negli occhi come a soppesare le sue possibilità economiche, alzando le spalle in un gesto di resa al suo laconico ce n’est pas un problème.

La stanza al primo piano era malinconica e perfetta nella sua decadenza. Un grande letto a barca in legno dipinto di verde salvia, un armadio in noce con le ante appena socchiuse, piccole mattonelle antiche di cotto incerato, due finestre alte e strette protette da persiane di legno, da cui si intravedevano i grappoli di glicine, pendenti come orecchini ai lobi di una donna matura ma ancora affascinante. In un angolo troneggiava una grande vasca da bagno con piedini a zampa di leone, vicino ad un vecchio camino in ardesia spento e cupo come l’umore di lei.

Un sorriso, un cenno di capo, la grossa chiave al sicuro nella borsa, e si affrettò in strada dove il suo compagno la attendeva a braccia conserte.

Ripresero a camminare fianco a fianco, le braccia che si carezzavano l’un l’altra nel movimento, fino alla spianata su cui si ergeva la chiesa abbaziale nel suo bianco splendore.

L’interno era spoglio e ieratico, appena profumato da un mazzo di glicine ai piedi dell’altare, semideserto in quel tardo pomeriggio ad eccezione di un gruppetto di turisti raccolti intorno a una donna vestita di bianco, la loro guida, che stava modulando un antico canto di laude per svelare la stupefacente acustica per cui quella chiesa era famosa.

Lei si sedette nell’ultimo banco in fondo alla navata, appoggiando la testa alla colonna, gli occhi chiusi per meglio assaporare quelle note senza tempo che le entravano in profondità nel cuore. Amava la musica in un modo viscerale, le note si aggrappavano ai muscoli del ventre, scorrevano in una danza primitiva abbracciate al suo sangue e l’intero suo corpo diventava cassa di risonanza, se ne nutriva, ne aveva bisogno come di acqua e aria da respirare e la menomazione fisica lasciatale dall’incidente, il non poter mai più suonare, a distanza di molti anni la straziava come il primo giorno, la faceva svegliare di notte con il volto coperto di lacrime amare e le dita che ancora si muovevano sui tasti di un pianoforte immaginario.

Il suo compagno passeggiava per la chiesa con la guida turistica sotto il braccio e la reflex puntata verso il rosone acceso di luce. Lei sorrise, scuotendo la testa come sempre di fronte al suo modo di assorbire la bellezza, ai suoi tentativi di immortalare l’effimero senza riuscire a coglierne veramente l’essenza.

D’improvviso sentì il bisogno di fuggire, di allontanarsi da quella figura amata e mai del tutto compresa, di restare sola per trovare rifugio in quelle che lui definiva le sue necessità oscure, il giardino segreto di cui nessuno aveva la chiave oltre a lei.

Gli si avvicinò toccandolo con la mano, gli bisbigliò all’orecchio che non sarebbe rimasta per ascoltare i vespri cantati dai monaci dell’abbazia, adducendo la scusa di un mal di testa e di un bagno caldo, gli sfiorò le labbra con un bacio leggero e, ormai oltre la soglia, gli sorrise mentre lui rubava il suo sguardo con una foto a sorpresa.

Nella penombra della stanza ascoltava il silenzio, immersa nella vasca di acqua calda in cui galleggiavano alcuni fiori di glicine, staccati dai grappoli che incorniciavano la finestra.

La mano bagnata disegnava archi, nella mente echeggiavano le note di una sonatina di Bach, un pezzo per principianti che conosceva a memoria. Dalle dita che danzavano a tempo di musica le gocce d’acqua cadevano a terra, a formare piccole pozze che scurivano il cotto rossiccio.

Erano quelli i momenti di oscurità che tanto la spaventavano e insieme desiderava, gli istanti in cui il barattolo si apriva e ne uscivano falene, nere e setose che avvolgevano la realtà di un velo opaco. Erano i momenti in cui la felicità non esisteva più, il tempo si pietrificava e rimaneva solo un vuoto polveroso che niente poteva colmare.

Si riscosse dal torpore ipnotico, afferrò il bordo della vasca con le dita raggrinzite dal lungo bagno e si alzò in piedi, mentre altra acqua cadeva con garbo al suolo.

Osservando le pozze ai suoi piedi le tornarono alla mente i versi di una poesia “scansavo le pozzanghere, specie quelle recenti dopo la pioggia. Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo, benchè sembrasse come le altre“.

Una pozza le sembrava diversa dalle altre, densa e cosparsa di cerchi irridescenti, come se un velo d’olio ne coprisse la superficie. Quasi per sfida vi immerse la punta delle dita e osservò con stupore misto a consapevolezza il piede che si immergeva senza toccare il fondo, la pelle che diventava trasparente svanendo man mano che perdeva coesione.

Con un sospiro immerse anche l’altro piede, immobile e nuda, una statua di sabbia che l’acqua lambiva disgregandola poco a poco. Restò a osservare senza rimpianto il suo riflesso nel grande specchio inclinato sul camino, finchè ebbe occhi per vedere.

Poi con sollievo divenne solo un’oscura necessità e fu buio e assenza di musica.

Nell’aria Red Hot Chili Peppers – Dark Necessities

Calavera Catrina

Calavera Catrina

benedicimi

Santa Muerte Chicana

proteggimi.

Dipingo il volto

riscaldo la cera

nascondo rughe

modello sorrisi

preparo l’incontro

con il mio amato.

Come acrobati

dalle scarpe troppo grandi

balleremo

sul filo teso delle nostre parole

attenti che il peso

dei nostri sguardi

non lo spezzi con un suono

secco di schiocco e schianto

che precipita

nel vuoto della notte

come scia

di lucciola al fosforo

come lampo

di luce al magnesio.

Con gli ombrellini aperti

planeremo

sulle orme del nostro cuore

che batte di sentieri venosi

aperti e palpitanti

come ventre

di ricci di mare

spinosi e protesi

a graffiare parole

troppo dolci per palati

ineducati e rozzi

come mani ruvide

disidratate

da sogni e latrine

lavate con cura.

Appunto un fiore

al bavero della giacca

incollo una stella

all’orlo della bocca

disegno un punto

di domanda sottesa

sul palmo della mano

sudata

che intreccerò

ansiosa

al palmo del mio amato.

Calavera Catrina,

proteggimi

Santa Muerte Chicana,

benedicimi.

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Rotten apple – Mela guasta

Hey Ah Na Na
Innocence is over
Hey Ah Na Na
Over

Hey Ah Na Na
Ignorance is spoken
Hey Ah Na Na
Spoken

Hey Ah Na Na
Confidence is broken
Hey Ah Na Na
Broken

Hey Ah Na Na
Sustenance is stolen
Hey Ah Na Na
Stolen

Hey Ah Na Na
Arrogance is potent
Hey Ah Na Na
Potent, yeah

What I see is unreal
I’ve written my own part
Eat of the apple, so young
I’m crawling back to start

Hey Ah Na Na
I repent tomorrow
Hey Ah Na Na
Tomorrow

Hey Ah Na Na
I suspend my sorrow
Hey Ah Na Na
Sorrow, yeah

What I see is unreal
I’ve written my own part
Eat of the apple, so young
I’m crawling back to start

Hey Ah Na Na
A romance is fallen
Hey Ah Na Na
Fallen

Hey Ah Na Na
Recommend you borrow
Hey Ah Na Na
Borrow, yeah

What I see is unreal
I’ve written my own part
Eat of the apple, so young
I’m crawling back to start

Hey Ah Na Na
L’innocenza è finita
Hey Ah Na Na
Finita

Hey Ah Na Na
L’ignoranza è manifesta
Hey Ah Na Na
Manifesta

Hey Ah Na Na
La fiducia è spezzata
Hey Ah Na Na
Spezzata

Hey Ah Na Na
La sostanza è rubata
Hey Ah Na Na
Rubata

Hey Ah Na Na
L’arroganza è potente
Hey Ah Na Na
Potente, yeah

Ciò che vedo non è reale
Ho scritto la mia parte
Mangiato della mela, così giovane
Sto strisciando indietro al punto di partenza

Hey Ah Na Na
Mi pento del domani
Hey Ah Na Na
Domani

Hey Ah Na Na
Blocco il mio dolore
Hey Ah Na Na
Dolore, yeah

Ciò che vedo non è reale
Ho scritto la mia parte
Mangiato della mela, così giovane
Sto strisciando indietro al punto di partenza

Hey Ah Na Na
Una storia d’amore è perduta
Hey Ah Na Na
Perduta

Hey Ah Na Na
Ti consiglio di prendere spunto
Hey Ah Na Na
Spunto, yeah

Ciò che vedo non è reale
Ho scritto la mia parte
Mangiato della mela, così giovane
Sto strisciando indietro al punto di partenza

Intollerante

Kinfolk_Vol19_InAnxiousAnticipation-2

fonte: kinfolk.com/in-anxious-anticipation/

Diario di Mela, data stellare [-32]4568.7090

Ho voglia di mordere la vita, di fare incetta di sensazioni, di prendermi una pausa da me stessa, di perdere nel modo più prezioso il tempo inutile che ho accumulato senza goderne, come un avaro che conta un tesoro che non vuole spendere.

Cammino a testa bassa, passeggio per le strade della città che più amo, che sento mia fin sotto la pelle. A tratti volto la testa e mi guardo alle spalle, forse ho paura di scorgere il fantasma di quella sognatrice che vagabondava per le stesse strade strette e sporche, lo zainetto sulle spalle e gli occhi grandi di innocenza, così tanto tempo fa che fa male pensarci.

Rinchiudo la coscienza in un buco, lo tappo con il fazzoletto e mi immergo nel flusso delle persone ingrigite dalla consuetudine, in direzione contraria al senso di marcia, ondivaga, attirata da un odore inconsueto, un vicolo meno rumoroso, un’insegna invitante, protetta dall’anonimato, invisibile ma attenta ai dettagli.

Mi sono calcata un berretto di lana in testa, per proteggermi dalla tramontana che fischia su e giù per le strade, niente guanti, li ho scordati come al solito e affondo con forza le mani gelate nelle tasche del giaccone. Stasera avrò la faccia bruciata dall’arsura del vento, le labbra rosse e ruvide come se avessi baciato troppo a lungo un volto scabro.

Ho freddo e voglia di un caffè nero e amaro, sorseggiato in piedi in uno di quei piccoli bar del porto, con il pavimento sporco e appiccicoso per il passaggio di troppa umanità e noncuranza.

Ne ricordo uno con affetto, una latteria alla maniera antica, il bancone zincato, gli occhi buoni e i baffi bianchi del barista, la dolcezza di un cucchiaino di panna fresca posato accanto alla tazzina di caffè.

Ho solo voglia di questo, di sorrisi buoni e occhi gentili perciò mi dirigo a passo svelto dove le gambe sanno portarmi, senza dover domandare la strada.

Entro a testa bassa, per proteggermi da una folata di vento improvvisa, e mi ritrovo in un posto sconosciuto, quasi avessi varcato lo stargate per un’altra dimensione.

Tutto è nuovo, molto trendy, forse un po’ shabby, botti di legno usate come tavolini, lavagnette appese con il menù scritto a mano, inorridisco nel vedere le parole aperibrunch e apericena che strillano da ogni parte la loro stupida essenza.

Vorrei poter dire scusate, ho sbagliato dimensione, ho scelto male il tempo, il luogo non è questo, ho scordato la motivazione, ma è troppo tardi per fuggire.

Mi siedo al bancone, un sorriso al barista, impegnato nel domare un trio di pigolanti bellezze, e attendo il mio turno.

Sfoglio il libro che ho portato con me ma mi attira di più ascoltare le comande delle mie vicine.

“Un bicchiere di succo di mela bio e un toast al prosciutto senza burro e formaggio, sono intollerante al lattosio”

“Una centrifuga di ace e un toast al formaggio senza prosciutto, sono intollerante al maiale”

“Un orzo macchiato soia in tazza grande e un veggie-burger con pane di mais, sono intollerante al glutine”

Il barista paziente annota tutto, poi si avvicina a me. Lo osservo, è carino, non troppo giovane, un po’ trasandato, la barba da fare, una bocca carnosa che si incurva in un sorriso, mi piacerebbe strapazzarti, penso tra me e me, ma non è il tempo e la dimensione giusta, un vero peccato.

“Ciao, cosa desideri?”

“Fammi un Negroni, oggi sono intollerante al genere umano”.

In the middle

a-meta-strada

fonte: web

I’m standing in the middle of life with my plans behind me

me ne sto in piedi nel bel mezzo della vita con i miei progetti dietro di me

Una frase del genere mette un sacco di ansia, anzi a me mette asma e voglia di cioccolato come non ci fosse un domani.

L’unico “in mezzo” in cui vorrei essere è in una vasca da bagno, colma di acqua bollente che non si raffredda mai e di schiuma sempre soffice e profumata.

Oppure nel mezzo di un libro molto amato, quando la trama è già a buon punto, i personaggi tutti schierati e ti ritrovi a fare il tifo per l’uno o per l’altro, soppesando le pagine che rimangono prima della fine, cercando di ritardare il più possibile quel momento.

O ancora nel mezzo del sonno, aprire appena la palpebra e capire che rimangono molte ore prima della sveglia, che il calduccio sotto le coperte non si può abbandonare e la pipì può ancora aspettare.

Anche nel mezzo di una frase mi piacerebbe impantanarmi, soprattutto se il seguito è una risata, un’occhiata complice, l’intesa al volo di due amici di lunga data.

E adesso basta pensieri e mettiamo un po’ di musica, ad alto volume come piace a me, e poi lei ha una voce favolosa!

The middle of the road is trying to find me
I’m standing in the middle of life with my plans behind me
Well I got a smile for everyone I meet
As long as you don’t try dragging my bay
Or dropping the bomb on my street

Now come on baby
Get in the road
Oh come on now
In the middle of the road, yeah

In the middle of the road you see the darndest things
Like fat guys driving ‘round in jeeps through the city
Wearing big diamond rings and silk suits
Past corrugated tin shacks full up with kids
Oh man I don’t mean a hampstead nursery
When you own a big chunk of the bloody third world
The babies just come with the scenery

Oh come on baby
Get in the road
Oh come on now
In the middle of the road, yeah

One…two…three…four…

The middle of the road is no private cul-de-sac
I can’t get from the cab to the curb
Without some little jerk on my back
Don’t harass me, can’t you tell
I’m going home, I’m tired as hell
I’m not the cat I used to be
I got a kid, I’m thirty-three

Baby, get in the road
Come on now
In the middle of the road
Yeah

Alien life

Il bambino leggeva, imbozzolato sotto le coperte, con l’aiuto di una pila tascabile.

La camera da letto era fredda e la casa apparentemente silenziosa, anche se di tanto in tanto il bimbo tendeva l’orecchio guardingo, per captare lo scricchiolio di un piede sul parquet e spegnere la luce, severamente vietata a quell’ora di notte.

Tremava nel suo pigiama antiquato di cotone, con i pantaloni a righe e la giacca di foggia maschile, per il freddo ma anche per il rischio che stava correndo, disobbedendo al divieto del padre.

Lui e suo padre non si capivano molto, quel padre arido e gelido, così anglosassone e perbene lo metteva a disagio, non condivideva il suo modo di vivere, il suo essere così rigido, l’odio che provava nei confronti di tutto ciò che lui invece adorava, leggere, suonare, recitare.

Lo incitava spesso ad essere come gli altri bambini, a praticare gli sport “da uomini”, a non pensare alle stupidaggini da femminuccia.

Gli altri bambini lo scartavano, troppo esile, biondo ed elegante per essere uno di loro, ma adoravano fargli scherzi crudeli e violenti, come quella pallonata nell’occhio, che lo aveva in qualche modo marchiato, rendendolo se possibile ancora più diverso.

Mentre stava per chiudere il libro e mettersi finalmente a dormire sentì un rumore diverso, un cigolìo dentro la stanza e vide l’armadio di noce scuro aprirsi poco a poco, mostrando le lunghe dita di una mano pallida appoggiate all’anta semiaperta.

“Sei tu! Sei tornato!” esclamò felice alla vista del suo amico.

L’alieno sorrise, avanzando elegante nella stanza e stringendo le pupille, simili a quelle dei gatti, per abituarsi alla luce fioca della pila puntata sul suo viso.

Il bambino era estasiato dalla sorpresa che il suo amico gli aveva fatto, era ormai da molto tempo che veniva a trovarlo, sempre di notte passando per l’armadio.

Si sedeva sul suo letto e parlavano di mondi lontani, di volare, di cose più tristi, della voglia di essere importanti anche solo per un giorno, della polvere di stelle.

Quella sera l’alieno era triste, una lacrima gli solcava il lungo volto mentre parlava con il suo piccolo amico, stringendogli le mani per avere un po’ di conforto.

Si guardarono a lungo, poi il bimbo scese dal letto, si infilò le pantofole di velluto ricamate con le sue iniziali e prese per mano l’alieno, guardandolo dal basso.

“Vuoi che andiamo da lui, ora?” e si avviarono verso l’armadio, entrarono chiudendo delicatamente le ante e subito la stanza diventò più fredda e triste.

L’uomo sorrideva steso sul letto, guardando le persone in lacrime intorno a lui e tutti quei macchinari che facevano strani sibili e lo stavano tenendo in vita.

Ancora per poco, ormai il male si era fatto un nido troppo grande e radicato per poterlo allontanare, ancora un poco di sofferenza e poi finalmente il riposo.

Il dolore era scomparso, rimanevano solo le lacrime sul viso di chi lo circondava, i ricordi che gli affollavano la mente, ricordi di persone lontane, di amici scomparsi che tra poco avrebbe rivisto, e la musica, la sua adorata musica che aveva chiesto di poter ascoltare un’ultima volta.

Aspettava qualcuno l’uomo, lo sentiva nel cuore che sarebbero venuti per lui, osservava con desiderio le ante dell’armadio di noce scuro, da cui non aveva mai voluto separarsi.

Sorrise quando l’anta si aprì e una mano lunga, pallida ed elegante, intrecciata a quella di un bimbo fece la sua comparsa.

“Siete qui finalmente, adesso non ho più paura, possiamo andare”, disse l’uomo, rivolgendosi a quel bambino che era stato e a quell’alieno che aveva rappresentato così tanto di lui.

Lo accolsero tra di loro, tendendogli ciascuno una mano, e tutti e tre si diressero verso l’armadio.

“Finalmente potrò scoprire com’è la vita su Marte” furono le sue ultime parole.

Dedicato a David, il mio cuore sanguina…….fate i bravi tu e Lou, suonate ancora ovunque voi siate.