sine materia

oro nelle crepe@fotomia

Mentre sto scrivendo penso che non dovrei pubblicare, che in fondo a nessuno piace leggere parole pesanti e inutili in questi giorni di festa, quando si ha solo desiderio di leggerezza e di evadere dalla routine che fagocita e ammazza la voglia di vivere. Però io sono questo, uno spirito inquieto in cerca di pace. Perdonatemi.

“Per l’amor del cielo datti pace, altrimenti ti ammali sul serio”.

Cercare pace

Dare pace

Creare pace

Fare pace

Stare in pace

Sembra che la pace sia un bene tangibile, una sostanza densa di materia, un oggetto da cercare, un regalo da donare, un castello di sabbia da costruire con cura, affinché non crolli subito.

Si fa pace come si fa l’amore, come si fa un figlio, ma non sono convinta che la pace sia davvero qualcosa che si possa “fare”.

Avete presente quel prurito irrefrenabile alla schiena, uno stimolo fastidioso e totalizzante che costringe a contorcersi, a strofinarsi lascivamente contro uno spigolo qualsiasi come farebbe un orso sul tronco di un albero? Prurito sine materia si chiama, perché non c’è una causa specifica che lo scateni e se ne va così com’è venuto, repentinamente.

Ecco per me la pace è esattamente questa, una sensazione sine materia, un’astrazione intellettuale, un sentimento soggettivo che si tenta a tutti i costi di oggettivare.

Soggettivo nella maniera più assoluta, perché cosa c’è di più personale del proprio modo di stare in pace?
Perfino la tazza del gabinetto può essere luogo di assoluta pace.
Ed è cruenta la pace, inframmezzata a periodi di guerra come la lattuga di un sandwich.
Si vis pacem para bellum è un concentrato di cinico realismo che migliaia di anni non sono ancora riusciti a scalfire.

Se devo essere sincera non so dove mi stanno conducendo queste associazioni d’idee, né se le mie parole hanno un senso per qualcun altro oltre me. Tutto è nato dalla frase che mi hanno detto qualche giorno fa: dovrei darmi pace e smettere di stare male.

Come se fosse semplice dare un freno al vuoto che mi mangia da dentro. Non si sceglie mica volontariamente di stare male. A volte ci si ritrova dentro una palude di sabbie mobili e ogni tentativo di liberarsi non fa che aumentare la presa che porta verso il basso.

Che poi ci provo pure a curarmi le ferite, a versare oro nelle mie crepe anziché sale, a pensare di valere qualcosa in più che un’inezia. Avrei molto con cui fare pace, se solo riuscissi a trovare il modo di darmi pace.

Le mie dita, ad esempio. Si dice che alle lucertole ricresca la coda, a me invece servirebbe qualche dito di ricambio, per sostituire quelli che faccio a brandelli senza pietà.

Dovrei fare pace con i rapporti umani, trovare una via di mezzo tra il concetto di amicizia come la vorrei e quello più modesto che la realtà mi offre.

Dovrei far pace con lo specchio e non vedere solo i difetti che mi propone, ma questo è un compito troppo difficile e mi sa che una sola vita non mi basta per rompere il karma.

Dovrei fare pace con i fantasmi di tutti i natali passati, ma se ripenso a quella bambina troppo seria e al dolore che sente ancora dentro, mi dico che no, non riesco proprio a perdonare. Anzi, quest’anno i fantasmi si sono fatti più forti del solito e mi hanno tolto ogni minimo desiderio di festa. C’è rimasta solo la malinconia a festeggiare sotto il vischio e di pace per me neanche l’ombra.

PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!” (da Melaracconti)

Natale 1989

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie ..

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo «capitale»,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima. (Alda Merini)

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Santa punk-pazienza

Santa punk

fonte: web

E’ arrivato!

Azz!!

Di nuovo!!!

Santa punk-pazienza!!!!

Non chiedo e non voglio alcunchè, faccio finta di stare bene e che niente mi occorra, ho deposto le armi e non combatto più, così passerà in fretta, senza fare troppi danni.

Ci vuole solo tanta pazienza.

A tutti l’abbraccio più caldo. Siate felici se e come vi va, null’altro conta.

‘A Maronna t’accumpagna

Chi ha letto il mio flash racconto PsychoNatale avrà forse sorriso per l’assurdità della situazione descritta, solo che non era finzione ma vita vera, ricordi di un tempo passato in cui non potevo scegliere e dovevo subire.

Ora che sono adulta e riesco a proteggermi meglio, non mi importa granché di ciò che pensa la gente e posso dire a testa alta “Io non amo il Natale e non ne faccio mistero”.

La mia famiglia ha sempre raggiunto la pienezza della sua infelicità proprio durante le feste natalizie. Ricordo due sole occasioni in cui il Natale mi ha reso davvero felice.

La prima volta quando è nata la mia sorella più piccola, la mia bambina di Natale che sta cercando la sua strada altrove.

Oggi però voglio raccontare di un altro Natale, che sembra finto tanto è stato perfetto, ma è stato tutto così straordinariamente vero da sembrare una favola della buonanotte.

Avevo undici anni e un giorno arrivò una lettera dalla madre di mio zio P, acquisito ma mio padrino e quasi un secondo padre per me, nonostante fosse una persona tutt’altro che perfetta.
Era sua mamma, che io chiamavo nonna, anche se non ci legava nessuna parentela.

Ricordo che era appena iniziata la scuola, ma nella lettera c’era una richiesta riguardante il Natale di quell’anno. I “nonni” avrebbero festeggiato 50 anni di matrimonio e volevano che il figlio trascorresse con loro le feste, anziché andare a trovarli in estate, com’era sua abitudine.

Mi domandai perché non avesse semplicemente telefonato, invece di mandare quella lettera scritta con calligrafia incerta e un po’ antiquata, ma solo molto più tardi ho capito che le cose davvero importanti bisogna scriverle, non basta affidarle solo ad un brandello di fiato, bisogna metterci cura, amore e tempo perchè vengano bene.

Fu deciso che zio avrebbe passato le feste con la sua famiglia ed io, la nipote più grande, lo avrei accompagnato. Partimmo appena iniziate le vacanze natalizie con la prospettiva di rientrare il giorno dell’Epifania.

Del viaggio notturno ho impressioni vaghe, l’autostrada, deserta in quelle ore buie, che si snodava interminabile, una trattoria per camionisti alle porte di Roma, un enorme panino al prosciutto, le merit rosse che zio fumava una dietro l’altra, in barba ad ogni scrupolo di fumo passivo, la musica che proveniva dal mangiacassette dell’Alfa amaranto, un misto di Fausto Papetti, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Alle prime luci dell’alba ricordo la portiera che si apre, l’abbraccio di nonna – Maronn’ comm’ ti si fatt grann! – una tazza fumante di caffellatte con biscotti fatti in casa, il calore di quella piccola donna amorevole, che mi sembrava tanto vecchia.

Furono giorni meravigliosi, davvero l’ospitalità del sud è una cosa unica, sconcertante e magica per una nordista come me, poco abituata a quelle che, in casa mia, venivano definite “smancerie”.

Ricordo i nipoti di zio, Peppe di tredici anni, Luca, suo fratello di dodici, Carmelina, la cocca di papà, una bambola di nove anni, che mi fecero compagnia in quei pomeriggi di vacanza.

Peppe si innamorò di me, lo capii solo una volta tornata a casa, aprendo il libro che mi aveva regalato in modo solenne, tutto rosso e impacciato dalle prese in giro di Luca, una faccia da schiaffi terribile ma così divertente, e dalle risatine di Carmelina.

Lo scoprii leggendo la lettera d’amore che aveva infilato tra le pagine del libro, piena di un sentimento puro e incontaminato, come solo un ragazzino acerbo può provare per il primo amore.

Ho ancora quel libro, ho fatto un segno nel punto esatto in cui stava la lettera, finita in briciole dopo averla letta così tante volte da consumarne la carta, di cui conservo ancora l’incipit a memoria “Quando leggerai questa lettera saremo lontani, ma sono innamorato di te da quando ti ho vista”.

Ricordo le tombolate, il mercante in fiera, il profumo del caffè che nonna tostava sul fornello con un vecchio trabiccolo, i sottoli e i salumi appesi a stagionare in cantina, pranzi pantagruelici in cui nulla poteva essere rifiutato – mangia se no mi piglio collera! – la corona di struffoli da sgranocchiare con le dita appiccicose di miele, i roccocò, con il loro sentore di garofano e anice, la frutta secca, gli agrumi.

Che spettacolo il presepe di nonna! Io un presepe così non l’avevo mai visto prima, grande, con l’acqua che scorreva, la carta blu a stelline, forata per far passare la luce delle candele, i pastori con i panciotti di lana fatti a maglia da nonna, una gioia, una pura gioia per gli occhi di tutti e un orgoglio immenso per lei, che ogni anno si improvvisava ingegnere per crearlo.

Quella fu anche la prima volta che vidi un uomo armato, il proprietario della palazzina di nonna, che girava con una pistola nella cintura dei pantaloni e che anni dopo fu trovato ammazzato in un’auto, durante una guerra tra gruppi di camorra che insanguinò quel paese del casertano e fece molte vittime.

Avrei ancora tanti ricordi di cui parlare, la reggia di Caserta, il mercato di Forcella, dove comprai un paio di ballerine meravigliose di vernice rosa, la messa di mezzanotte, i botti sparati a S. Silvestro che illuminavano a giorno la strada, la passeggiata con Peppe, solo io e lui, ma non dovevano esserci anche i suoi fratelli?? Benedetta ingenuità!

C’è un ricordo però che sovrasta tutti gli altri e bussa piano piano per uscire.

Ho sempre amato cucinare, ho iniziato da piccolissima, sotto l’occhio attento della mia adorata nonna materna, così come amo collezionare ricette, che trascrivo su quaderni fitti di annotazioni a margine.

Quel pomeriggio eravamo sole, io e nonna, nella cucina che profumava di rosmarino e salvia, messi a spandere il loro aroma sulla stufa per tenere lontane ‘e vecchie.

Di tutte le prelibatezze che avevo assaggiato in quei giorni, una più di tutte le altre mi aveva ingolosito, la pizza di scarola, perciò chiesi a nonna se poteva darmi la ricetta, che volevo scrivere sul mio quaderno personale.

Nonna mi accarezzò la testa poi disse – mantieni! – porgendomi il lavoro a maglia che stava facendo, quei calzettoni sono ancora con me sai nonna?, si alzò per cercare un foglio di carta a quadretti e una matita e iniziò a dettare la sua ricetta, dopo avermi fatto promettere di tenerla segreta.

Io facevo domande su dosi, pesi, grammi, tempi di cottura, precisina com’ero già allora, a cui nonna rispose con una frase che ho impressa nella mente – Figlia mia, per cucinare ci vuole questo – toccandosi il cuore – devi fidarti della tua sensibilità, non della bilancia, e ricorda che un poco di sugna non ha mai fatto male a nisciuno!

Stamattina mi sono alzata presto, ho cercato quel foglio ingiallito nel mio quaderno, ho preparato la pasta che dovrà lievitare con calma e sto facendo cuocere il suo meraviglioso ripieno. La pizza dovrà riposare dopo la cottura, la mangeremo domani per sentire meglio tutti i suoi sapori, come ti sei tanto raccomandata, nonna.

Mi dispiace, mi dispiace tanto di non averti più cercato dopo il brutale divorzio degli zii, mi dispiace di essere stata così noncurante ed egoista, ti chiedo perdono, ero solo una bambina sciocca ed immatura.

Spero tu sia contenta di come continuo ad onorare la tua memoria con la tua meravigliosa ricetta, che tutti mi invidiano ma nessuno avrà mai, è un segreto che ho promesso di mantenere.

Ti saluto nonna come hai salutato me quella mattina presto prima della partenza – Figlia mia ti benedico, ‘a Maronna t’accumpagna

nonnaE con questo post per Natale siamo appost’!!

Non vi aspettate altro da me, tranne che mi piacete tutti un bel po’ ❤

Hallelujah

In qualunque modo desideriate trascorrere questi giorni, a qualunque credo apparteniate, alla fine ciò che conta, ciò che davvero tutti vogliamo è essere sereni e non troppo soli.

Auguri a tutti voi, amici preziosi.

Luce di candela

Candle_Light

credits: click image

La sera non ho più voglia di ascoltare parole vuote.

La mia soglia di attenzione si azzera non appena varco la porta di casa ed accendo il televisore, quel tanto che basta per disgustarmi, se possibile ogni giorno di più, e per indurmi a spegnerlo subito.

La sera accendo candele.

Ho iniziato con una semplice mangiaodori, per coprire l’immondo puzzo di fritto rancido della mia vicina di pianerottolo, ma ormai è diventato un piccolo rituale quotidiano.

Ne ho disseminato parecchie qua e là per la mansarda, profumano di mela e cannella, arancia e frutti rossi, vaniglia e sandalo.

Ho recuperato bicchieri spaiati e barattoli di marmellata e dentro ciascuno ho messo una piccola tealight, due bicchierini rivestiti di specchi creano giochi di luce sul culmine dello spiovente e le ombre danzano per me.

La sera le accendo e mi sento subito meno sola, avvolta da una luce morbida.

Non amo le festività natalizie, mi rattristano un po’ di più ogni anno che passa, trovo così false e chiassose tutte quelle luci abbaglianti che sembrano dire “mi vedi? mi guardi? ti stupisco abbastanza? guardami, su dai guardami!”.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Io sono infelice in ogni festa comandata, obbligata e santificata ma soprattutto a Natale.

Ho cicatrici natalizie molto profonde nel cuore, ricordi di Natali rabbiosi, di parole cattive, di litigi interminabili, quasi sempre scatenati da un nonnulla, che lasciavano immancabilmente noi bambini in lacrime.

 La mia vera casa ha decorazioni semplici e sobrie, piccoli ricicli creativi, un alberino di legno colorato e un presepe povero e scarno, la non-casa invece brilla di luce di candela e nient’altro.

Sono nata una sera di fine gennaio, nel profondo buio dell’inverno, ed è per questo che amo così tanto la luce, il caldo no, non mi appartiene, ma senza luce il mio spirito si opacizza come vetro.

Ascolto musica, leggo, scrivo, pratico yoga in una penombra delicata, che ammorbidisce i contorni e non ferisce gli occhi.

Ogni sera celebro una mia personale Chanukkah, una festa delle luci.

Ascoltando Nina a lume di candela.