Piccola storia disegnata

scarabocchi e pasticci miei

Il loro non fu neppure un vero addio. Si trattò più che altro di una lenta ma costante successione di reiterati silenzi, allineati e inevitabili come grani di rosario.

Il tempo delle parole era finito senza un apparente buon motivo. Era bastato un pretesto.

Pur continuando a guardarsi negli occhi, si allontanarono a tal punto da non essere più in grado di vedersi.

La distanza li portò a fronteggiare l’uno le spalle dell’altra, ma non furono capaci di voltarsi. Forse non vollero.

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Nonsense del cappellaio matto

Osservo una parata di mussole inconsistenti,

ali impalpabili di falene,

che nuotano in oceani amniotici e ipnotici,

che tinnano e tintinnano come ciondoli di ghiaccio acchiappasogni,

appesi al portone di coscienze incoscienti e senzienti,

nell’insipienza del loro avere.

Resto accoccolata nel buio nudo delle ombre,

apro armadi muffiti da rimpianti e mi rivesto di pelli ed orpelli,

che adornano il mio non essere di maschere inusitate,

spaventose e spaventate come danze madrigali di morte nera,

che arrossa i divani e appanna i cuscini di salotti perbene.

Chiudo gli occhi assetati sul presente,

mi addormento sui sogni dell’oggi che cangia in ieri dolcemente,

come parto acquatico di balene volanti,

che stringono tra i denti il vento di mondi lontani,

di atlantidi smarrite nella coltre dei giorni perduti,

avvinghiate a nebbie di bambagia ingiallita da sospiri amorevoli.

Mi tuffo nel flusso dei ricordi,

che vanno a ritroso nel centro del tempo,

come filo che si raggomitola attorno al dito di chi lo dipana,

stringendo il canto dei sogni mancati,

in una morsa rassegnata di morbida lana,

che soffoca il suono di gentili conati di vita mai vissuta.