Svestita di me

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fonte: web

Serata ventosa stasera qui nel Kansas, fredda quanto può esserlo un non-inverno, con le gemme degli arbusti già gonfie di speranze  in fieri e l’erba giallastra ormai immortale, plastificata dai gas di scarico che drappeggiano mussole di diossina sull’asfalto.

Serata limpida stasera qui nel Kansas, una giornata di nebbia densa, grassa e soddisfatta come una gestante al nono mese, è stata messa a tacere dal vento gelido, che ha disvelato le stelle ed una luna coraggiosa e bellissima, un falcetto lucente che divide il cielo, una cerniera lampo che avrei voglia di far scorrere per svestire la notte della sua realtà.

Serata solitaria stasera qui nel Kansas, i minuti scorrono piano come un torrente assetato di pioggia, che mostra la spina dorsale contorta, punteggiata di ernie sassose e girini stremati dalla siccità.

Serata nuda stasera qui nel Kansas, le buone maniere, logorate dal lungo uso ma ancora comode da indossare, sono rimaste ad impolverarsi sullo zerbino mentre intorno alla candela, che illumina il quaderno dei miei pensieri, indugiano farfalle perplesse dai dentini peccaminosi, che fanno a brandelli la fiducia e si infilano nelle orecchie a modulare filastrocche di dubbi.

Serata di silenzio qui nel Kansas, una pellicola trasparente sigilla gli spiragli ed avvolge i rumori per meglio preservarli dalla muffa dell’esistenza, una bolla morbida e confortevole che consente di ammirare il vuoto che scorgo aleggiare intorno.

Ho passato più volte le dita a pettine tra i capelli, per scrollare via anche l’ultimo dei buongiorno rimasti intrappolati; con la pinzetta ho staccato i sorrisi tenaci aggrappati alle ciglia; con forbicine da ricamo ho tagliato gli angoli degli occhi, per aprirli e far entrare a fondo una verità che dilata le pupille in pozzi scuri.

Ora imbevo di struccante l’ovatta, accarezzo con dolcezza i contorni del viso annullando i confini della coscienza, cancello le labbra disegnate e distacco la maschera dagli zigomi con un colpo secco.

Svestita infine di me, soffio sulla candela e accolgo il buio.

Il conforto del buio

Sirmione

di arancio e ametista – quindici gennaio duemilasedici

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano. (Jacques Brel)

Io che barca sono,che barca vorrei e non riuscirò mai ad essere

Io cosa sono

Questo pensiero ti ronza incessante nella testa, seduta su una panchina di pietra nel freddo di un pomeriggio di gennaio, le guance che bruciano per il vento ghiacciato, mentre riempi gli occhi di un tramonto perfetto, come sanno essere quando non te lo aspetti.

É proprio allora che i colori ti trafiggono come una coltellata, rimani stordita a guardare l’acqua che si tinge di arancio, l’ametista del cielo e pensi che tutto potrebbe finire in quell’istante e non te ne importerebbe molto, non sei una barca importante, solo un piccolo gozzo di legno, screpolato e inaffidabile, che naviga bordeggiando in vista della costa, che si arena sulle secche con uno schianto sordo, ormai agonizzante per i troppi squarci.

Ti alzi con gli occhi pieni di luce, ubriaca di una bellezza che non riesci a sopportare, ammaccata da una perfezione che fa solo male, ti volti a cercare il conforto del buio e ti sforzi di dimenticare, una volta di più, come sarebbe dolce e ingannevole provare veramente a vivere.

Se questa canzone fosse un animale, credo sarebbe una farfalla e non è un caso che in greco anima e farfalla si definiscano con la stessa parola, ψυχή.

Piaceri semplici

whishing to fly – Angela Bacon-Kidwell

Non serve molto per provare pace.

Un po’ di buio quando gli occhi fanno male,

una bolla di silenzio per orecchie sanguinanti dalle troppe richieste,

un poncho morbido che accarezza senza peso le mie braccia.

Un tè caldo e fumante ammorbidito da una punta di miele,

il piccante dello zenzero candito che addormenta una lingua tagliente.

Il piacere di fare tardi sapendo di poter dormire,

la stanchezza nelle gambe dopo una lunga passeggiata.

Una musica che coinvolge, che scalda come un abbraccio,

che fa scendere lacrime, che rasserena.

Piaceri semplici,

come un regalo inaspettato,

senza pretese.

Oggi sarò felice,

oggi proverò ad esserlo.

Nella tana

Ancora pensieri notturni. Sola, nella mia stanza preferita, molto tardi come sempre, una tazza calda per combattere i brividi di freddo, musica che ammorbidisce il silenzio intorno a me.

Sgranchisco le dita sulla tastiera, eccole che ticchettano impazienti nell’attesa di un’ispirazione che non arriva.

Vi capita mai di stare ore senza emettere alcun suono ed essere stanchi come se invece aveste parlato fino allo stremo? A me spessissimo, nella mia testa penso, preparo discorsi che non saranno mai uditi da anima viva, canto, invento ricette, sogno vite parallele, compilo elenchi di cose da fare, libri da leggere, luoghi da visitare, abbozzo progetti che il tempo o il buonsenso faranno abortire.

Improvviso la vita, cerco di afferrare il senso delle cose, anche se ciò che mi resta in mano è solo una pozza di acqua stagnante.

La vita è imprevedibile, sfuggente, prende per un poco la forma del suo contenitore ma cambia, cambia di continuo, come l’acqua, come l’aria, quando sei certa di averla fermata all’angolo ecco che sparisce per farti marameo da lontano.

Ho tutto ciò che mi occorre ma continuo ad essere inquieta, come un animaletto mi affaccio sulla soglia della mia tana, il pelo ritto, i sensi in allerta, osservo, catalogo, cerco di indovinare da dove arriverà il pericolo o soltanto la prossima novità.

Ecco uno dei miei difetti più fastidiosi, mi annoio presto, la routine mi ammoscia, non mi stimola, cerco sempre la novità, il brivido dell’adrenalina o più prosaicamente i prossimi casini in cui andare a cacciarmi

-“La tranquillità non fa per te, tu hai bisogno di rogne per tirare avanti, se no ti spegni come una candela troppo corta”-

Chi ha detto questa frase mi conosce fin troppo bene e non posso che dargli ragione.

Cerco sempre lo scontro, la sfida con me stessa, nessuno mi darà mai un premio ma io saprò di aver attraversato il traguardo.

Il sonno si farà attendere, sempre la solita primadonna, ma la testa mi fa male per tutto questo vorticare di pensieri e i sogni mi reclamano.

Ascoltando

Ali

Una mattina, Sugio e Yoko si trovarono schiena a schiena in un treno affollato. Stavando andando a scuola. Di solito non si incontravano, ma siccome Sugio aveva dormito da un parente, presero lo stesso treno senza saperlo.

Era autunno. Nell’aria si diffondeva il profumo dei crisantemi. Nè a Sugio nè a Yoko, chissà perchè, sembrò calore umano quello che sentivano sulle loro schiene. Pensarono che fosse il calore del sole, ebbero la sensazione di essere investiti da un raggio puro proveniente da lontano. Quindi non osarono voltarsi. Però Yoko sentì di appoggiarsi su un’ampia divisa nera e Sugio sentì di appoggiarsi sulla morbida e minuscola camicetta della studentessa. Via via, insieme alla forza dei passeggeri che spingevano nel treno affollato, ai due parve di sentire muoversi un’altra forza attorno alle loro schiene.

I due pensarono che fossero ali.

Avvertirono l’energia come di ali piegate e nascoste che trattenevano il fiato. (Yukio Mishima – Ali)

Ho un sogno ricorrente che mi accompagna fin da bambina.

Sogno di avere le ali, sento prudere la pelle delle scapole mentre si dispiegano e mi permettono di spiccare finalmente il volo.

Le mie non sono ali bianche e possenti, nulla di angelico e magniloquente per me, sono grigie e ordinarie, sono le ali di un uccello dimesso ma non addomesticato dalla vita ed ancora insoddisfatto.

Volteggio, mi mantengo in quota, osservo a distanza di sicurezza ciò che mi circonda, volo a perdifiato, mi lancio dalla cima di un dirupo, le ali avvolte in un bozzolo protettivo intorno al mio corpo, sento la velocità che aumenta e l’aria fischia intorno a me.

Mi sveglio ansimante e stanca, come di ritorno da un lungo viaggio, non ho paura ma sono triste, perchè le mie ali non ci sono più e devo tornare a sognare per godere di quella sensazione di libertà assoluta e di potenza.

Rivoglio le mie ali.

La distr@zione delle cose

Considera una sera in cui non sei perfettamente presente a te stessa.

Ti osservi e l’immagine di te è sfocata, come preda di un movimento infinitesimo ma costante che ti porta lontano dal centro dell’obiettivo.

Sorseggi un bicchiere di vino, rosso, aspro, senti il tannino che pizzica la lingua, senza pretese ma buono per scaldarti ed arrossare le tue guance.

Sei seduta in una chiesa, anche se di chiesa conserva ormai solo l’apparenza disordinata e decadente.

La musica è il suo vero dio insieme ad ogni forma di cultura, anche quella un po’ alternativa, con un filo di barba sulle guance, tanto per non essere presa troppo sul serio.

Ti sei svegliata con la voglia di fare qualcosa di diverso e per una volta non hai detto no, dai ci rinuncio, cazzo invece sì!

Ti sei vestita, hai guidato nella notte ed ora aspetti, sorseggiando vino, ascoltando Paolo Nutini che graffia le orecchie e punge il cuore mentre ti vedi, riflessa in un grande specchio bombato, che rimanda di te un’immagine ancora più sfocata.

Sorseggi, ascolti ed intanto osservi.

Pareti affrescate intorno a te, vecchi tavoli segnati dalle tracce di avventori poco accorti, drappi di velluto alle pareti, candele e diavoli rossi.

Il rosso è il tuo colore, oggi l’hai sfoggiato anche sulle labbra, con sfacciataggine e liberatoria sicurezza.

Ti senti un po’ nerd, una sfigatella seduta da sola, cercando di renderti invisibile hai giocato con il cellulare, sbuffando e guardando l’orologio, come chi aspetta qualcuno che non deve arrivare, mentre nel profondo speri che non scoprano ancora il tuo bluff.

Il rumore intorno a te aumenta mentre scrivi e rifletti.

Al tavolo dietro il tuo siede un uomo solitario, un grosso bicchiere di birra in mano ed un piccolo registratore a cassette come non fanno ormai più.

Ogni tanto ti volti a controllare che ci sia ancora, ti fa piacere avere un gregario che accompagni la tua fuga solitaria.

Intanto ripensi alle parole che poco fa ti hanno ferito immensamente.

“Sei apatica, sei assente e poco combattiva, hai lo sguardo triste e rassegnato di chi non trova uno scopo, non sei più tu”.

Se a dirle è chi ti ama di più devi per forza crederci.

Come spiegare che sei preda di un’inquietudine senza nome, che vivi al di fuori di te stessa e senti di non appartenerti più? Una fase, un periodo di supremazia ormonale, passerà o forse no ma chi può stabilire a priori il suo divenire?

Per ora non sai che fare e vivi come una foglia in bilico sul ramo, pronta a distaccarsene galleggi a mezz’aria, cercando di prendere una direzione.

Non ti curi che sia quella giusta, non lo è quasi mai, ma sarà la tua direzione e di nessun altro.

Sta iniziando il concerto, acustico, essenziale, organizzato nella speranza di salvare dalla chiusura un regno della musica, che talvolta permette ad uno spirito irrequieto di sostare, bevendo vino in casa del diavolo.

Hai i tuoi demoni nella tasca, stasera saranno in buona compagnia.

Cattiva

maleficent

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Ho appena guardato negli occhi una persona cattiva.

E’ successo proprio ora, asciugando lo specchio del bagno, dopo una doccia così bollente da far male, per pulirmi/punirmi dalla cattiveria.

Cattiva, oggi sì lo sono stata e senza motivo.

Talvolta mi capita di avere un profondo bisogno di essere cattiva, per indurire quella crosticina di freddezza interiore che maschero con la gentilezza, per tenere a distanza di sicurezza chi mi circonda.

Cerco disperatamente di non affezionarmi alle persone, lascio che scorrano sulla superficie della mia vita, su quella crosticina di ghiaccio che mi tiene al riparo, li lascio sostare per il tempo che occorre e poi permetto loro di riprendere il cammino senza di me.

Se provo affetto per qualcuno gli preparo un dolce, mi preoccupo che abbia mangiato o magari gli faccio un regalo improvvisato, difficilmente mi commuovo o manifesto emozioni diverse dall’ironia, dalla battuta goliardica e, talvolta, dal sarcasmo.

Le lacrime, il dolore sono un affare privato, troppo sconcio e pornografico per metterlo in bella mostra.

Pungo, non so fare altro.

Ho un collega giovane, la mia spina nel fianco, il più delle volte lo strozzerei a mani nude ma mi capita di pensare a lui come ad un amico.

E’ poco più che un ragazzo, anche se pensa di essere un uomo di sostanza, lo prendo in giro, lo punzecchio e gli faccio un po’ da sorella maggiore e un po’ da zia bisbetica.

A volte vorrei abbracciarlo e dirgli che sta facendo un buon lavoro su sè stesso, che un giorno diventerà la persona che merita di essere, ma mi trattengo. Non ne ho il diritto, sarebbe un’intrusione troppo grande in quel privato che deve rimanere tale e allora preferisco scherzare, come oggi.

Uno scherzo per me innocuo si è rivelato crudele, ha causato sofferenza, non era mia intenzione ma è successo.

Io non avevo preventivato una reazione diversa da una risata e un’alzata di spalle, perchè non pensavo che a qualcuno importasse di me.

Non mi capacito del fatto che le persone possano stimarmi, al punto di pensare di avere tra le mani chissà quale tesoro di persona, e allora faccio del mio meglio perchè cambino opinione.

Oggi la mia cattiveria mi ha lasciato in bocca un sapore metallico di ruggine ed una sensazione intollerabile di sconfitta e tristezza.

Amico mio, non so se avrò il coraggio di farti leggere queste parole ma mi dispiace.

Ascoltando ossessivamente

Dipendenza

John Atkinson Grimshaw – I raccoglitori di loto

Rieccoti qui.

Ti guardo e proprio non capisco perchè sono sempre così odiosamente debole.

Ho deciso di smetterla con te, ho deciso di dire basta.

So essere più forte delle mie debolezze, più dura delle mie dipendenze e così ti ho sbattuto la porta in faccia, ti ho chiuso in un cassetto e ho buttato via la chiave, ti ho cancellato dai miei neuroni, dalle mie sinapsi, ti ho lasciato scorrere via da me.

Perchè io sto meglio senza di te e posso farcela.

Pensavo,

credevo,

m’illudevo.

E’ bastato poco, un po’ di stanchezza, un soffio di tristezza, quella brutta e caliginosa, che ti si attacca come fumo di legna e ti sporca i polpastrelli quando cerchi di spazzartela via di dosso, ma è stato sufficiente.

Mi mancavi.

Ho alzato un attimo la testa e mi è uscito un sospiro di desiderio – Dio quanto ti rivolevo! –

Rivolevo quella sensazione di oblio assoluto, il cervello ovattato, le braccia che pendono impotenti, il corpo che galleggia, lo spirito che si liquefa e scivola via in piccoli vortici.

Mi fai schifo ma ne ho bisogno e poi mica posso smettere tutto! Oggi c’ho pure Saturno contro, c’avrò diritto, no?

Odio quel gusto dozzinale che mi resta in bocca dopo, la consapevolezza di sbagliare, l’ineluttabilità delle scelte che compio.

Ti odio, ho bisogno di te, ti uso, ti abuso, fammi stare bene o almeno non tanto male, assordami il cervello di rumore bianco, fammi smettere di pensare anche solo per poco.

Poco è meglio di niente, poco può essere tanto quando si è così affamati e così maledettamente soli in mezzo alla folla.

Mi tremano le mani mentre ti afferro.

Rieccoti qui.

Sei qui per me, quasi elegante e apparentemente innocente, una piccola bottiglia di vetro scuro piena dell’acqua dell’oblio, il cibo dei mangiatori di loto.

Afferro il bicchiere, conto in fretta, quante sono? ma chissenefrega!

Aspiro il tuo odore dolciastro, apro la bocca e mangio il loto.

 

Ascoltando  The Velvet Underground – Heroin

Sipario

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E poi ci sono quei giorni in cui ti chiedi che cazzo stai a fare al mondo.

Vorresti essere orfana e figlia unica e ti senti addosso un odore di stanchezza e rassegnazione.

E ti viene voglia di gridare e spaccare tutto ma intanto il tempo continua a scorrere con o senza di te, senza le tue ansie e le nevrosi, le incazzature, le delusioni e le disillusioni, il senso di colpa, l’ossessione di non fare mai abbastanza nonostante tutto, di non essere una brava figlia, una brava sorella, una brava moglie, una brava madre no, almeno quello te lo sei risparmiato, perchè non ci saresti riuscita a non farti schiavizzare anche da un figlio e allora meglio così.

Tutti quanti a dire quanto sei brava, quanto possono contare su di te e ti telefonano e parlano, si raccontano, riversano le loro angosce, incuranti del fatto che sei stanca, che non hai mangiato, che hai ascoltato tutto il giorno parole così taglienti da farti sanguinare le orecchie, che vorresti solo stare in silenzio e poi ti ringraziano, perchè meno male che ci sei, perchè sei una roccia, perche sei fortunata ad essere così forte, perchè senza di te sarebbero crollati.

E ti ritrovi buttata in un angolo, come uno straccio usato, senza forze e senza motivazioni, sfinita emotivamente e con addosso quell’odore di stanchezza e rassegnazione che proprio non se ne vuole andare e ormai quasi quasi ti piace, tanto ne sei assuefatta.

E ti dici che sei cattiva, orrenda, la persona peggiore del mondo e stai da schifo ma solo per un po’, da sola e senza disturbare, perchè non è quello che ti si chiede, non è quello il tuo ruolo, il numero della nevrotica è stato già assegnato, quello della madre vittima anche, il marito insicuro già preso e il bussolotto ormai è vuoto, a questo giro niente da fare per te, ritenta.

E poi basta, perchè tanto le parole non servono, stare male non serve, perchè tutto è stato già deciso, è il tuo karma, stai espiando una colpa grave, la prossima volta andrà meglio, questa è solo una prova generale ma se mi volete provare in altri ruoli ditemi dove devo firmare e io ci sto.

Due minuti e si va in scena.

Silenzio in sala.

Sipario!