Le parole sono pappi di soffione

Sono giorni di melassa nerastra e fumo di smog, senza capo nè coda, senza sugo nè senno; ventiquattr’ore dispari su sette giorni pari, lenti come tartarughe artritiche, eterni come tele di Penelope perennemente disfatte. Ho masse grumose di parole invischiate in gola, intrappolate come uccelli che sbattono ali frenetiche senza riuscire a liberarsi. Qualcuna più audace aiuta la sua fortuna con uno strattone, le altre restano immobili come lepri, con le pupille, ormai assuefatte all’oscurità, abbagliate dalla luce che avanza. Scrivere mi risulta difficile, ogni frase un ripensamento, ogni periodo un cimitero di righe cancellate, con lo sconforto di chi sa di stare imbastendo un mare di sciocchezze puerili. Questo mio stato nebuloso di impaccio mi ha fatto ricordare un brano limpido e delicato sulla difficoltà dello scrivere, tratteggiato da Francesco, persona che apprezzo e stimo per la pacatezza e insieme la sincerità di pensiero, e la mia promessa di trovare le parole giuste per continuarlo. Non so se ci sono riuscita ma ci ho provato.

Scrivere in versi e, più in generale, scrivere non è come piantare nella terra fertile un seme vivace, annaffiarlo con acqua limpida e abbondante e attendere che ne venga fuori una pianta profumata o dai frutti gustosi.

E’ più un separare i sassi dalla terra, e con essi farne muretti a protezione della particella.

E’ più un arare in profondità terreno duro e argilloso affinché sia possibile aprire in esso un solco adatto a mettere a dimora un seme.

E’ più un raccogliere e conservare acqua piovana sempre troppo esigua, o riconquistare vene e rivoli ormai quasi completamente trasformatisi in fango.

E’ più un cercare il seme fra le stoppie riarse dal sole e sperare che non sia troppo disidratato o che le cimici non ne abbiano mangiato il germe.

E alla fine il gusto del frutto, semmai ci sarà frutto, più che dalla qualità della pianta finirà per dipendere dalla quantità di lavoro, dalla fatica, che hai fatto per portarlo a maturazione.
(Braccia strappate all’agricoltura – adoraincertablog)

Io: È potare, innestare, proteggere dalla grandine e aspettare con meraviglia i frutti maturi. Ho trovato le tue parole davvero incantevoli.

Francesco: spingi oltre la metafora…e veramente varrebbe la pena farlo. Potresti essere tu a continuare questo pezzo che ho scritto. Sono certo che ne verrebbe fuori una cosa molto bella.

Io: Se riuscirò a trovare parole all’altezza delle tue ci proverò.

tumblr_ogd39wzgit1uc4wm5o1_500

fonte: tumblr

Le parole sono pappi di soffione in preda a correnti dispettose e imprevedibili.

Scrivere non è molto diverso da un bel tuffo dalla cima di uno scoglio, dopo aver stretto tra le dita un portafortuna, essersi fatti furtivamente il segno della croce e aver chiuso ben bene gli occhi, per non vedere arrivare le proprie paure.

É trapiantare in un terreno più fertile e ben dissodato ciò che a volte è nato nel buio della mente, annaffiato da lacrime, indebolito dalla sfiducia e far sì che torni verde e rigoglioso e abbia un buon sapore fresco.

É fare la cascola dei frutti, diradare, sfrondare il superfluo affinchè il prodotto finale giunga a maturazione più robusto, pur sapendo che ogni frase è una figlia che non vedrà il sole, ogni concetto un amico che verrà sì abbandonato nel limbo, ma mai dimenticato.

É spezzettare le zolle, cercare ciò che si è nascosto sotto terra e portare alla luce un reperto interessante, come farebbe un archeologo, con attrezzi minuscoli e affilati e un paziente spennellare della polvere depositata sopra come una corazza protettiva.

Scrivere è come svasare una pianta. Ti rendi conto che soffre, prepari un vaso più accogliente, un terreno leggero e ben concimato, afferri saldamente il fusto e tiri. Solo dopo ti accorgi con meraviglia di quanto grosse e nodose siano le radici, avviluppate con ostinazione a creare una rete che imprigiona i pensieri e ne fa tessitura, trama e ordito della realtà.

Quando ti piace un fiore semplicemente lo cogli, ma quando ami un fiore lo annaffi tutti i giorni e allora scrivere non è sfogliare una margherita con superficialità, gettare a terra i petali stropicciati senza curarsene, e neppure pelare una cipolla versando lacrime di coccodrillo ma è dedizione umile; è osservare con occhi curiosi anche il dettaglio più banale e raccontarlo con cura amorevole; è la pazienza che serve ad ascoltare il respiro del mondo tra i fili d’erba.

Gone fishing

little-fishing-girl-brian-wallace

fonte: web

Quando ero piccola, il mio padrino mi portava spesso a pescare nel torrente che scorreva accanto al nostro podere di campagna.

Ho sempre odiato le lunghe attese, l’immobilità forzata e silenziosa cui ci condannavamo, aspettando che un pesciolino fosse abbastanza idiota da lasciarsi prendere all’amo.

Mi piaceva immaginare che dovesse essere distratto da altri pensieri, magari arrabbiato per qualche dispetto fattogli da pesci più grossi, non capivo altrimenti perchè avrebbe dovuto essere così stupido da farsi ingannare da una banale esca.

Mi sedevo zitta e buona sulla mia seggiolina pieghevole a strisce bianche e rosse, impugnavo la canna appena preparata con cura meticolosa da zio e infilzavo, con la crudele indifferenza dei bambini che non sanno ancora cosa sia la morte, poveri lombrichi scovati sotto i sassi.

Sto vivendo un periodo strano e irrequieto che mi ha privato delle parole, non è una bella sensazione e non mi fa stare per niente bene. Anzi, sono arrabbiata perchè sento che qualcosa mi sta portando via una parte importante di me.

Mi sento come la bambina che ero, seduta sul bordo del mio io, mentre cerco di indurre con la canna da pesca qualche parola ad abboccare.

Le vedo bene, quelle stronzette, se ne stanno al centro del fiume, a pancia all’aria, beate come rane stese al sole, aprono un occhio, ridono di me e non si fanno certo tentare da una povera esca luccicante.

Ho provato anche con il retino, ho rimestato nel torbido e nella fanghiglia ma non ho ricevuto in cambio che qualche centesimo di rame, nulla di interessante da mettere nel mio cestino.

Ho persino tentato con le maniere forti, ho infilato una mano nella mia testa mettendomi a scavare giù giù, dove non si tocca, dove i sogni sono pesci biancastri dalla testa a palla e gli occhi ciechi, ma ho riportato in superficie solo un fiore di tarassaco giallo brillante, con un’ape ebbra di polline che si rotolava nel mezzo dei suoi stami e che mi ha ronzato stizzita attorno al naso, prima di tornare beata nel suo personale paradiso di petali.

Allora ho iniziato a camminare, ogni giorno un’ora, ogni giorno qualche metro più in là. Porto un libro con me, leggo mentre i piedi si rincorrono uno davanti all’altro, sul bordo di strade secondarie dove fioriscono con svogliata ostinazione ciuffi di camomilla, ingrigita dai gas di scarico, sicura che sgranare parole altrui come un rosario farà sentire le mie in buona compagnia.

Durante il mio percorso incontro persone che mi salutano incuriosite, qualcuna mi offre un passaggio in auto per il paese, mi confidano in seguito stupite che mi hanno vista camminare leggendo, come fosse l’attività pericolosa e sovversiva che forse è davvero, e non si capacitano del mio rifiuto, del perchè io mi ostini a camminare per il gusto di farlo.

Non sanno invece che quei chilometri ripetuti ogni giorno, sempre lo stesso percorso uguale e rassicurante, servono ad immagazzinare le sensazioni potenti che, lo so, indurranno prima o poi le parole ad uscire dal nascondiglio in cui si sono rifugiate.

Ascolto il tonfo monotono dei miei passi prima sull’asfalto e poi sull’erba, quando piego per stradine da trattori, in mezzo ai campi di un grano ancora vergine e bellissimo che fruscia intorno a me con un suono acuto e musicale, screziato di papaveri e fiordalisi.

Mentre cammino faccio pendere mollemente una mano, lascio che venga schiaffeggiata con gentilezza dai ciuffi di avena selvatica e dalla coda di volpe, pesto la menta selvatica e il suo profumo mi fa venire voglia di un mojito come si deve, con i granelli di zucchero di canna che sprigionano il loro sapore di miele bruciato sotto la lingua.

Talvolta una farfalla, una modesta cavolaia bianca, mi accompagna per un tratto di strada e ogni volta ho con me mio padre, il fastidio pungente di quando sfregava forte la sua barba dura sulla mia guancia, il solo rozzo e goffo tentativo di bacio che conoscesse. Ogni volta che vedo una farfalla volare via la saluto e penso a lui, come il giorno in cui ero così disperata da gridare al cielo se stesse bene là dove si trovava, ricevendone in cambio una farfalla posata sul palmo della mia mano, senza paura, le ali che tremavano nel vento.

I rovi stanno sfiorendo, le rose selvatiche, cinque modesti petali venati di giallo e rosa, aperte e sfatte dal sole. Raccolgo una corolla, la rigiro tra le dita, la annuso in modo automatico, ben sapendo che non profuma come ogni rosa dovrebbe sempre profumare, poi la infilo nella bandana che mi copre i capelli o tra le pagine del mio libro che, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un erbario di ricordi.

C’è una vecchia cascina abbandonata che espone fiera uno speranzoso cartello vendesi, nonostante sia circondata dalle bandelle della protezione civile che la definiscono pericolante. Ha vetri in frantumi, le sue finestre vuote sembrano bocche cui sia rimasto solo un incisivo di vetro, un frammento in grado di ferire ma non di masticare e digerire. Sopra la porta d’ingresso, in una nicchia scavata nel muro, è rimasta una piccola statua, una Madonna sbiadita dal sole e dal vento, un simbolo di fede ingenua che neppure i ladri portano più via, forse perchè la fede è morta, Dio non esiste e anche fosse ci siamo dimenticati come si fa a parlare con lui. Diamine, non è neppure su facebook!

Ogni giorno metto i miei passi uno davanti all’altro, le parole stanno in equilibrio sul filo del mio umore altalenante, mi passo le mani tra i capelli che ho tagliato corti corti, per eliminare qualche nido di pensieri aggrovigliati che non volevano saperne di essere dipanati.

Sono fuori a pesca, prima o poi qualche pesce-parola abboccherà e qualche pesce-falena solcherà l’aria con grazia, lasciando una scia di luce ad indicare il dove.

Per il resto c’è tempo.

Gone-fishing-845x321

fonte: web

Cartadimestessa

Ognuno di noi ha le proprie parole feticcio, alcune confortano, altre si presentano senza invito, ospiti sgraditi senza compassione nè ritegno.
Ho fatto una lista delle parole che risuonano nella mia vita.
Di alcune non saprei proprio fare a meno, altre le darei via volentieri al primo venuto.
Sembrano banali ma non lo sono affatto, non sarei io senza il gusto del sale mangiato di nascosto, senza il rivolo di freddo che mi cola giù per la schiena prima di una nevicata, senza mare, senza viaggi, senza rabbia, senza dolore, senza libri, senza sole, senza ali immaginarie che mi portino via quando l’aria diventa irrespirabile.
Per tenere a mente chi sono ho fatto carta di me stessa, ho tatuato la mia mano, ho schiaffeggiato la mia faccia.
Per non perdermi.

image

cartadimestessa

Portando porte nel porto del tempo

Mi piace fotografare porte e finestre, balconi, frontoni di case, gargoyle, ornamenti che abbelliscono facciate, i piccoli gesti che compiamo per dire “benvenuti, qui è casa mia”.

mela9 mela6 mela7 mela8 mela3 mela4 mela5 mela1 mela2Le porte sono interessanti, accendono la mia immaginazione; una porta chiusa è un piccolo mistero in attesa di essere rivelato, mi domando da quanta vita si è lasciata oltrepassare, da quante mani è stata accarezzata, a quante spalle ha fornito un sostegno per smaltire una sbronza, per baciarsi appassionatamente, per trovare riparo da un temporale improvviso.

Se appoggiando l’orecchio ad una conchiglia si sente il rumore del mare, appoggiandolo al legno di una porta si sentirà il bisbigliare del tempo?

PORTANDO PORTE NEL PORTO DEL TEMPO

PORTA

aperta, socchiusa, spalancata

sbarrata, serrata, inchiodata

PORTA

ferro, legno, formica

blindata, zincata, forzata

PORTA

antipanico, antistrappo, antirapina

divelta, ciondolante, sibilante

PORTA

abbandonata, sbattuta, isolata

isolante, allarmata, imbottita

fatemi uscire da qui!!!

PORTA

Paradiso, Inferno, lussuria

dolore, chiesa, cimitero

PORTAsapone

non lavarti, sto arrivando

PORTA del bagno

spicciati che faccio tardi

chi suona alla PORTA

il postino è già passato

PORTA girevole

questa casa non è un albergo

PORTApranzo

mangia a’ nonna

vena PORTA

flusso di sangue

PORTA usb

flusso di dati

PORTA voce

ti sto parlando!

PORTA rispetto

abbassa lo sguardo

PORTA consiglio

apri le orecchie

PORTAmi al mare

PORTo di mare

che il diavolo mi PORTi

l’ultimo chiuda la PORTA

sbam!

Parole

flying-words

fonte: web

Ci sono parole diurne, aperte, limpide, taglienti come il diamante, da sole bastano a definire un istante, a chiarire un dubbio, a scolpire un concetto.

Sono granitiche, impavide, non si nascondono, non arrossiscono d’imbarazzo, sono crudeli e impietose, come l’occhio di bue sulle crepe di cerone di un guitto di terza categoria.

Ci sono parole spudorate, impertinenti, sfacciate, vanitose come una primadonna, lucide come gloss su labbra carnose, profumate come una caramella.

Sono piacenti, allettanti, un regalo luccicante che non mantiene le promesse, false come una moneta di latta, rimbombano metalliche, si appiccicano al palato e lasciano una scia stucchevole e insieme amara.

Ci sono parole notturne, sommesse, da pronunciare con cautela, quando la luce si indebolisce ed è più facile guardarsi negli occhi, sono sentimenti, sono desideri, avvolgono come una carezza e scendono nel profondo, a scavarsi una cuccia dove tutto è caldo e umido.

Sono primitive, grezze, ancestrali, sono archetipo, sono metafora, sono il teorema di Fermat, il problema irrisolvibile, il baule senza serratura, le catene di Houdini senza la chiave, sono il terremoto nelle certezze di tutti i giorni.

Ci sono parole stanche, amareggiate, vizze come un fiore appassito, ingiallite dal sale delle lacrime, grondano cattiveria come liquore da un cioccolatino stantio.

Sono pericolose, un coltello arrugginito che inocula batteri, infettano il cuore e la mente, costringono ad allontanarsi, a leccarsi le ferite in solitudine, sono vittima e sono carnefice.

Ci sono parole buone, chiare come la prima luce del mattino, delicate come un sorriso, profumano di pulito, ristorano come il primo caffè della giornata.

Sono acqua fresca per chi ha sete, medicina per chi si è scottato, calmano il battito del cuore in affanno, fanno sospirare ma di sollievo, sono la nenia che addormenta i bambini, le onde del mare che dialogano con la sabbia.

Ci sono parole, queste, chiuse in un cassetto da tanto tempo, che oggi mi hanno chiesto di uscire per volare via da me.

Ascoltando Paolo Conte

Piaceri semplici

whishing to fly – Angela Bacon-Kidwell

Non serve molto per provare pace.

Un po’ di buio quando gli occhi fanno male,

una bolla di silenzio per orecchie sanguinanti dalle troppe richieste,

un poncho morbido che accarezza senza peso le mie braccia.

Un tè caldo e fumante ammorbidito da una punta di miele,

il piccante dello zenzero candito che addormenta una lingua tagliente.

Il piacere di fare tardi sapendo di poter dormire,

la stanchezza nelle gambe dopo una lunga passeggiata.

Una musica che coinvolge, che scalda come un abbraccio,

che fa scendere lacrime, che rasserena.

Piaceri semplici,

come un regalo inaspettato,

senza pretese.

Oggi sarò felice,

oggi proverò ad esserlo.