solo pensieri stanchi

hello, it’s me

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole… Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni. (Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino)

La mia fantasia è inceppata: ho bisogno di un piccolo dispiacere. (Leo Longanesi)

Mia carissima A,
sono passati molti giorni da quando ho avuto un momento per me.
L’ultimo scampolo di inverno freddo si è arreso al dominio del sole e i biancospini sono fioriti in nuvole bianche dal profumo di miele.
Il vento è diventato gentile, non aggredisce più il volto accanendosi sugli angoli della bocca, accarezza le spalle come un amico e accompagna il mio respiro.
Persino la pioggia è meno arrogante, anzi dopo la sua venuta il cielo si fa limpido, i colori più reali.
Sembra tutto così bello e tenero da lasciare senza fiato ma, tu lo sai bene, io non mi fido.
La dolcezza più disarmante è in grado di nascondere insidiose lische di pesce dietro la sua morbida apparenza, quindi continuo a indossare vestiti pesanti e colori scuri, mi avvolgo in una coperta morbida nella penombra fredda della casa e aspetto che la primavera getti sul piatto la sua posta e scopra le carte. Per ora attendo, a braccia conserte, di vedere se mente.
Mi chiedi spesso come sto ed io non so rispondere alla tua domanda se non con il mio silenzio.
Mi sento bersagliata da embrioni di storie, pensieri e abbozzi di frasi che mi sorprendono nei momenti di calma, sulla soglia del sonno, nella trance indotta dai gesti automatici ripetuti soprappensiero.
In quegli attimi è come se dal soffitto iniziassero a piovere gocce di acqua e dovessi raccogliere quello stillicidio in fretta e furia, con mezzi di fortuna, prima che l’arredamento si rovini o l’acqua evapori, lasciando di sè solo una piccola chiazza umida.
Altre volte le storie mi entrano in testa come semi portati da un soffio di vento, si piantano sotto pelle e dormono in attesa che il terreno diventi fertile. Poi basta davvero poco, un sorriso, un raggio di sole, una mezza frase captata per sbaglio, una goccia di pioggia o una lacrima amara che inumidisca il terreno ed ecco che il germoglio si risveglia, le piccole cotiledoni bucano la superficie e qualcosa che prima non c’era inizia a sbocciare.
Certi giorni invece mi sento sazia delle mie parole ancor prima di averle pronunciate, vedo le cose come attraverso un vetro, ne colgo il significato ma non riesco a dargli forma. Tutto scivola via come acqua tra le dita e non rimane che una traccia fastidiosa e l’insoddisfazione di non aver saputo agire.
É difficile anche ora trovare le parole per descrivere cosa provo, ho la testa piena solo di questo, pensieri stanchi che affaticano ogni minuto. Ho guardato dentro la mia ombra, la parte più autentica di me, cercando di riafferrare ciò che ho perso. Senza successo.
Ho tentato di affastellare parole, come biada nutriente per un cavallo stanco di correre. Invano.
Se te lo stai chiedendo, sì, sono stata ancora una volta il cavallo più scadente del branco, quello che aspetta che il dolore penetri fin dentro il midollo per imparare la lezione.
Il corpo capisce il malessere prima che la mente l’abbia realizzato, la mia schiena ha fermato l’andare svogliato di muscoli assuefatti, un piccolo dispiacere, un’oncia di fantasia da sacrificare per ritrovare la voglia di scrivere ciò che vedo, di dipingere ciò che penso, di immaginare ciò che sogno.
Difficile, forse impossibile.
Se e quando il vento cambierà nessuno può saperlo, non certo io, che mi ritrovo a tenere insieme pezzi grandi e schegge taglienti con mani piccole e dita sottili.
Il tempo deve fare il suo lavoro di cartavetrata, il grumo che blocca lo sterno deve ammorbidire la sua fibra quel tanto che basta per essere ingoiato agevolmente, come un rospo viscido di bava fredda.
Ho qualche buco di troppo da rattoppare, ora dai fori filtra una brezza gelida che intorpidisce i pensieri dolci e congela l’inchiostro prima che le parole trovino luce.
Mi sono avventurata sulle montagne russe senza un antiemetico, ho solo un emostatico per calmare il bruciore di dita erose fino alla carne.
Le unghie non ci sono più da tempo e neppure la vergogna di dover mostrare le mani  può fare il miracolo. Non è più il momento di credere alle favole nè ai buoni propositi.
Fuori c’è troppa luce, tutto fa male agli occhi e alla testa. Anche la mia ombra è scappata altrove.
Metto un panno sulle vetrate, come su una gabbia di canarini, chiudo gli occhi e dormo nel buio artificiale.
Perdonerai questi pensieri stanchi, mia carissima, tu che comprendi le fragilità dell’ombra che fa capolino dietro le mie parole e sai che parole meno amare torneranno.

Piove e intanto penso

…..ha quest’acqua un senso….. 

fonte: web

Ascolto il rumore che fa la pioggia. È un suono che mi piace, la miglior colonna sonora per fare l’amore avidamente, ma anche solo per lasciar andare i pensieri dove vogliono.

Un battere sordo, ritmico e ipnotico, sul colmo del tetto si fa strada in mezzo ad altri rumori, di traffico e clacson, di tubi che gorgogliano, di un cane che abbaia al ritorno del padrone, mentre la coppia del piano di sopra non fa che litigare con la puntualità quotidiana di un’abitudine consolidata.

Me ne sto stesa lì sotto con gli occhi sgranati al soffitto e ascolto il pianto di nuvole che si sciolgono tra raffiche di vento caldo, che soffia e spacca rami come fossero fili di paglia impigliati tra i capelli.

Vorrei uscire nel buio fitto per cogliere e accogliere le gocce sul viso, fare del corpo una conca, delle mani una coppa, trasformare il vuoto in liquida trasparenza, dare all’acqua una forma che possa durare un istante.

Ho perso il filo, non l’ho mai davvero tenuto saldo tra le mani, ne ho fatto una gassa d’amante intorno al polso, un nodo scorsoio attorno al collo. Ora non trovo più il bandolo, nascosto, acquattato nel centro del gomitolo e mi accontento di ammucchiare matasse ingarbugliate, di infeltrire fili colorati, di attendere l’arrivo delle forbici.

Dipanare i sogni, districare le speranze, dividere in pezzi, tagliare fotogrammi, togliere un’occhiata di troppo lì, un sorriso di meno laggiù, un paio di mani che si stringono, la pelle delle braccia che si toccano, incollare insieme i frammenti di una realtà perduta, voluta, fottuta, agognata, invidiata.

Piove e intanto penso che qui davvero non c’è alcun senso, solo il suono della pioggia che mi piove nella testa.

Soliloquio

Le bistrò – Edward Hopper

Ho tanto bisogno di parlare con te, di raccontare la mia verità banale, senza vergognarmi di ciò che mi tiene ancorata a un susseguirsi di istanti delusi che ho l’obbligo di chiamare vita. Vorrei avere il coraggio di narrare cosa davvero provo nelle serate vuote, nei minuti eterni di un tempo smagliato che ricucio con fili di nulla, nell’attesa del sonno.

Invece sono qui a stringerti le mani, vestita con il mio abito migliore, di panno intessuto di silenzio e buone maniere, e fingo di sorridere di ciò che mi dici, ben sapendo che ciò che tu di me vuoi non è quello che potrei offrirti, che non vuoi scalfire la superficie smaltata che offro al tuo volto, uno specchio devoto che riflette la tua immagine, una voce che sa solo ripetere l’eco delle tue parole.

Appoggio la fronte alla tua per trasmettere con il calore della pelle ciò che provo, senza ricorrere a parole che non vuoi ascoltare né tantomeno comprendere. Hai il volto disteso e liscio dell’indifferenza, le braccia conserte in una stretta egoista e sai comunicare soltanto un freddo silenzio che mi paralizza.

Ho la testa che gira per il troppo capire e mi ubriaco di questo vino dolceamaro che allappa la bocca come una nespola acerba, mentre il vento gelido piega le cime delle betulle e straccia le nuvole, che sbattono qua e là nel blu come le vele di una barchetta.

Stamattina sulla riva del mare ho raccolto conchiglie lucide di sale e vuote come la mia esistenza. Ho visto una cima di corda galleggiare libera sul pelo dell’acqua, ma la sua estremità era conficcata in profondità dentro il fondale.
Mi sono chiesta cosa sarebbe successo se avessi tirato con forza quella corda, se avessi fatto saltare il tappo che tiene fermo il mondo.

Magari avrei visto l’acqua scorrere via, gorgogliando lungo il tubo di scarico di un immenso lavandino. Avrei scoperto cosa si nasconde sul fondo del mare, forse un’oncia di sentimento puro tra quintali di spazzatura, forse l’unica ostrica contenente la verità in mezzo a un oceano di bugie.
Invece ho avuto paura del mio destino, paura di essere risucchiata dal vortice, di cadere nel vuoto non trovando che il nulla ad venirmi incontro.

Così ho preferito arrendermi e restare immobile, seduta su una sedia di legno duro, a rabbrividire nel vento gelato che mi soffia alle spalle, mentre cerco nel tuo sguardo e nelle tue mani il calore che non mi saprai mai donare.

prigioniero dell’ego

root-man

fonte: web

Come una pianta diventa prigioniera del vaso

L’uomo diventa prigioniero dell’ego

Chiuso nella sua limitata coscienza mentale

Allora non può più sentire

O amare, o gioire o persino provare dolore,

É prigioniero dell’ego

Prigioniero del vaso

Nel vaso della sua stessa arroganza,

E non può che morire lentamente.

A meno che non sia una pianta robusta.

Allora può rompere il vaso,

Uscire dal guscio dell’ego

E mettere le sue radici di nuovo nella terra,

nella nuda terra.

(Ego-Bound, D. H. Lawrence)

Avevo voglia di pubblicare questa poesia, che amo molto e spero di non aver snaturato con la mia traduzione, da tanto tempo.

Quando l’ho letta la prima volta tanti, troppi anni fa, ho subito legato le sue parole all’immagine delle decine di vasi di orchidee che vivono beate in casa di mia madre.

Con le piante sono un re Mida a rovescio, tutto ciò che tocco si trasforma in cenere e marciume, orchidee in primis. Eppure mi ostino a comprarle, affascinata dai colori e dalle forme eleganti, salvo dovermi rassegnare all’inevitabile dopo settimane o mesi di stenti, in cui le vedo languire e deperire nonostante i miei volenterosi tentativi.

Consegno le malate, qualcuna ancora ai primi stadi, altre ormai vicine al coma irreversibile, nelle sapienti mani di mia madre che in poco tempo le fa rinascere, le maledette. Ogni volta che le ammiro, tutte in fila sui davanzali, belle, rigogliose e in piena fioritura, sembra che irridano i miei ridicoli tentativi, mentre mi rammentano che non sarò mai capace di vederle fiorire con le mie sole forze.

Ne osservo le radici grigioverdi, sode e ostinate, che escono dalla pacciamatura, dai globuli acquosi della coltura idroponica per librarsi a mezz’aria e nella mente risuonano i versi che tanto amo.

Dove sono le mie radici? Dove la mia forza e l’ostinazione nel rompere il vaso di un ego che non credo di possedere? Ho trovato la foto, bellissima e perfetta, di apertura per puro caso e mi sono immedesimata in quella figura cupa, sospesa a mezz’aria in un cielo tempestoso, vestita di nero perchè il colore richiede troppo coraggio, un uccello solitario, un pensiero solitario che vaga indifferente, radici che si torcono come artigli nella ricerca di un appiglio che dia stabilità, che sia àncora nel temporale.

Forse sono soltanto effimera e instabile, una tillandsia che non ha bisogno di terraferma ma solo di aria e qualche goccia di umidità per sopravvivere. Però anche la mia tillandsia è morta per troppe cure, anche la pianta perfetta non ha retto il peso della mia ansia da prestazione.

Ho ripreso a camminare la mattina presto. Il sole è una palla rossa e bassa sulla linea dell’orizzonte, appena più alto delle due ali di granturco che mi fanno da corridoio e riparo lungo il percorso.

Cammino immersa nell’aria fresca e ancora umida che si appiccica alla pelle, intirizzisce le braccia e gonfia i capelli come radici aeree in cerca di nutrimento.

Cammino cullata dallo scalpiccìo dei piedi che accarezzano l’asfalto, dal ronzio invadente delle auto, dagli sbadigli di un giorno nuovo, intrusi impertinenti che non riescono a sovrastare il rumore bianco dei pensieri intossicati di cui nutro le mie radici.

Sento forte la cupezza dell’estate, perché la odio nella sua sfacciata esibizione di spensieratezza ad ogni costo. Dell’estate salverei solo la parata notturna delle lucciole, effimere e precarie come orchidee nelle mani di un giardiniere inesperto, e le albe di sole rosso e basso, affacciato su davanzali di campi di granturco e volti insonnoliti.

Lo raro es vivir

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fonte: web

Da che mondo è mondo, vivere e morire è come fare a testa o croce, ma se viene testa è ancora più assurdo. Per me, se volete sapere la verità, lo strano è vivere. (C. M. Gaite)

Sto sdraiata a pancia in su a osservare l’intonaco grigiastro dello spiovente.

Conto i veli delle ragnatele, sento i passetti affrettati dei piccioni che raspano le tegole inutilmente affaccendati, come pesci rossi che percorrono la loro boccia rincorrendo una vita che non c’è.

Sulle pareti il sole, filtrato dal lino della tenda blu, disegna sentieri luminosi e impraticabili e la penombra acquista una consistenza liquida e marina.

Fa caldo. Per un animaletto invernale come me ogni grado oltre i venti è malsano e insopportabile, un dispetto che l’estate inesorabilmente fa, togliendomi le forze.

Ogni mattina punto la sveglia all’alba, ai piedi del letto la tuta e le scarpe da running mi attendono fiduciosi, come soldati a guardia della mia volontà.

Apro gli occhi su una notte quasi insonne, sento il giorno che inizia a stirare le membra ancora cariche di fresca umidità e crollo sul cuscino insieme alle macerie dei miei buoni propositi.

Domani, mormoro come un mantra, domani è il giorno giusto. Stanotte riposerò, la stanchezza finalmente avrà la meglio sull’angoscia che condisce la stranezza del mio vivere. Domani vedrò l’alba in piedi.

Mangio male, dormo peggio e penso troppo. Mi sento persa in un labirinto di abitudini che poco hanno a che fare con il vivere e molto assomigliano ai gesti ripetitivi di un automa.

Ho tentato di seguire la coda piumosa del Bianconiglio ma mi è sfuggita dalle dita, regalandomi solo un ciuffetto morbido ed effimero come i pappi dell’ultimo soffione mietuto insieme al grano.

«Ma tu mi ami?» chiese Alice.
«No, non ti amo.» rispose il Bianconiglio.
Alice corrugò la fronte e iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
«Ecco, vedi? – disse il Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesci a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno dei giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.
La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò, Alice no, non ti amo. Non posso farlo.»

Mi guardo allo specchio e il Bianconiglio dall’altra parte mi osserva, solleva una mano guantata speculare alla mia e mi accarezza il viso, scuotendo la testa davanti ai tentativi che fallisco nello sforzo di amarmi o per lo meno di non odiarmi troppo.

Perchè è vero che la vita bisogna inventarsela con quel che c’è, ma ci sono giorni in cui sento di non avere ingredienti a sufficienza per mettere insieme qualcosa di presentabile e l’unica parte che amo di me è la carne che mi strappo dalle dita e il sapore di ferro che rimane sulla lingua dopo il banchetto.

Ho voglia di osservare il cielo da una piccola finestra affacciata sul blu del mare, voglia di respirare il sale e assaporare il vento, di addormentarmi con la musica dei ciottoli accarezzati dalle onde, di rimirare la luna seduta al di sopra dei miei silenzi.

Invece alzo la testa e l’intonaco grigiastro dello spiovente è ancora lì a farsi beffe dei miei desideri, il riquadro della finestra incornicia un nastro di asfalto che non porta al mare e non profuma di sale, il crepuscolo è un cedimento del cielo e l’alba solo un luccichio all’orizzonte.

Il sonno va a rintanarsi in un armadio di cui ho perso la chiave e non mi resta che sgranare un rosario di parole, giocando a nascondino con i minuti e le ore che mi separano dall’arrivo del mattino.

Ha mescolato acido di inchiostro con il sale
del mare e ferite dell’anima.
Ha mescolato
ha scritto su un deserto calloso
e carta clemente
ali e desideri
e ha cercato di volare. (F. A. Khalid)

On air White rabbit

Dove non si tocca

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fonte: Miho Hirano

Preferisco stare dove non si tocca, sotto il pelo dell’acqua, oltre la crosta delle cose.

Mi accoccolo sul fondo, con il naso all’insù per scorgere la luce che non vedo ma cerco con cocciuta ostinazione.

Osservo le bollicine che escono dal naso e dalle labbra, un’effervescenza naturale di pensieri tossici che si rompono increspando la superficie e rilasciano nell’aria odore di mosto e fermento di domande inespresse.

Il mondo dove non si tocca mi tiene al sicuro, anche se è freddo e silenzioso, al riparo dai tentacoli del mondo in superficie, così esigenti nel richiedere risposte a quesiti che da qui sotto sembrano tanto difficili.

Mi rassegno ad essere monade, un mondo chiuso, privo di finestre ma ricco di spigoli, dove solo i pesci si avventurano, sfiorando gli spuntoni di roccia con le loro pinne piumate, mentre le alghe delle convenzioni intrecciano catene che mi ancorano al fondo.

Il mondo dove non si tocca ha colori appannati e silenzi fragili, turbati da onde che si allargano come crepe sul ghiaccio, quando sassi presuntuosi lanciati da mani ingorde scendono a violare la sua quieta tristezza.

-lasciami scrivere sopra il tuo muro righe feroci di freddo e di buio-

Gone fishing

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fonte: web

Quando ero piccola, il mio padrino mi portava spesso a pescare nel torrente che scorreva accanto al nostro podere di campagna.

Ho sempre odiato le lunghe attese, l’immobilità forzata e silenziosa cui ci condannavamo, aspettando che un pesciolino fosse abbastanza idiota da lasciarsi prendere all’amo.

Mi piaceva immaginare che dovesse essere distratto da altri pensieri, magari arrabbiato per qualche dispetto fattogli da pesci più grossi, non capivo altrimenti perchè avrebbe dovuto essere così stupido da farsi ingannare da una banale esca.

Mi sedevo zitta e buona sulla mia seggiolina pieghevole a strisce bianche e rosse, impugnavo la canna appena preparata con cura meticolosa da zio e infilzavo, con la crudele indifferenza dei bambini che non sanno ancora cosa sia la morte, poveri lombrichi scovati sotto i sassi.

Sto vivendo un periodo strano e irrequieto che mi ha privato delle parole, non è una bella sensazione e non mi fa stare per niente bene. Anzi, sono arrabbiata perchè sento che qualcosa mi sta portando via una parte importante di me.

Mi sento come la bambina che ero, seduta sul bordo del mio io, mentre cerco di indurre con la canna da pesca qualche parola ad abboccare.

Le vedo bene, quelle stronzette, se ne stanno al centro del fiume, a pancia all’aria, beate come rane stese al sole, aprono un occhio, ridono di me e non si fanno certo tentare da una povera esca luccicante.

Ho provato anche con il retino, ho rimestato nel torbido e nella fanghiglia ma non ho ricevuto in cambio che qualche centesimo di rame, nulla di interessante da mettere nel mio cestino.

Ho persino tentato con le maniere forti, ho infilato una mano nella mia testa mettendomi a scavare giù giù, dove non si tocca, dove i sogni sono pesci biancastri dalla testa a palla e gli occhi ciechi, ma ho riportato in superficie solo un fiore di tarassaco giallo brillante, con un’ape ebbra di polline che si rotolava nel mezzo dei suoi stami e che mi ha ronzato stizzita attorno al naso, prima di tornare beata nel suo personale paradiso di petali.

Allora ho iniziato a camminare, ogni giorno un’ora, ogni giorno qualche metro più in là. Porto un libro con me, leggo mentre i piedi si rincorrono uno davanti all’altro, sul bordo di strade secondarie dove fioriscono con svogliata ostinazione ciuffi di camomilla, ingrigita dai gas di scarico, sicura che sgranare parole altrui come un rosario farà sentire le mie in buona compagnia.

Durante il mio percorso incontro persone che mi salutano incuriosite, qualcuna mi offre un passaggio in auto per il paese, mi confidano in seguito stupite che mi hanno vista camminare leggendo, come fosse l’attività pericolosa e sovversiva che forse è davvero, e non si capacitano del mio rifiuto, del perchè io mi ostini a camminare per il gusto di farlo.

Non sanno invece che quei chilometri ripetuti ogni giorno, sempre lo stesso percorso uguale e rassicurante, servono ad immagazzinare le sensazioni potenti che, lo so, indurranno prima o poi le parole ad uscire dal nascondiglio in cui si sono rifugiate.

Ascolto il tonfo monotono dei miei passi prima sull’asfalto e poi sull’erba, quando piego per stradine da trattori, in mezzo ai campi di un grano ancora vergine e bellissimo che fruscia intorno a me con un suono acuto e musicale, screziato di papaveri e fiordalisi.

Mentre cammino faccio pendere mollemente una mano, lascio che venga schiaffeggiata con gentilezza dai ciuffi di avena selvatica e dalla coda di volpe, pesto la menta selvatica e il suo profumo mi fa venire voglia di un mojito come si deve, con i granelli di zucchero di canna che sprigionano il loro sapore di miele bruciato sotto la lingua.

Talvolta una farfalla, una modesta cavolaia bianca, mi accompagna per un tratto di strada e ogni volta ho con me mio padre, il fastidio pungente di quando sfregava forte la sua barba dura sulla mia guancia, il solo rozzo e goffo tentativo di bacio che conoscesse. Ogni volta che vedo una farfalla volare via la saluto e penso a lui, come il giorno in cui ero così disperata da gridare al cielo se stesse bene là dove si trovava, ricevendone in cambio una farfalla posata sul palmo della mia mano, senza paura, le ali che tremavano nel vento.

I rovi stanno sfiorendo, le rose selvatiche, cinque modesti petali venati di giallo e rosa, aperte e sfatte dal sole. Raccolgo una corolla, la rigiro tra le dita, la annuso in modo automatico, ben sapendo che non profuma come ogni rosa dovrebbe sempre profumare, poi la infilo nella bandana che mi copre i capelli o tra le pagine del mio libro che, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un erbario di ricordi.

C’è una vecchia cascina abbandonata che espone fiera uno speranzoso cartello vendesi, nonostante sia circondata dalle bandelle della protezione civile che la definiscono pericolante. Ha vetri in frantumi, le sue finestre vuote sembrano bocche cui sia rimasto solo un incisivo di vetro, un frammento in grado di ferire ma non di masticare e digerire. Sopra la porta d’ingresso, in una nicchia scavata nel muro, è rimasta una piccola statua, una Madonna sbiadita dal sole e dal vento, un simbolo di fede ingenua che neppure i ladri portano più via, forse perchè la fede è morta, Dio non esiste e anche fosse ci siamo dimenticati come si fa a parlare con lui. Diamine, non è neppure su facebook!

Ogni giorno metto i miei passi uno davanti all’altro, le parole stanno in equilibrio sul filo del mio umore altalenante, mi passo le mani tra i capelli che ho tagliato corti corti, per eliminare qualche nido di pensieri aggrovigliati che non volevano saperne di essere dipanati.

Sono fuori a pesca, prima o poi qualche pesce-parola abboccherà e qualche pesce-falena solcherà l’aria con grazia, lasciando una scia di luce ad indicare il dove.

Per il resto c’è tempo.

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fonte: web