Esercizi di volo

Tra acqua e sabbia, tra vita e morte @fotomia

Ho scritto molto in quest’ultimo mese, fiumi di parole, abbozzi di frasi, pensieri lasciati scorrere come acqua sulla pietra.

Tutto è restato nella mia testa, di nulla ho conservato traccia.

Erano appunti presi a matita morbida su fogli di carta immaginari, suggestioni che dopo poco abbandonavo, appallottolando il pensiero per lanciarlo distrattamente alle mie spalle, nell’angolo polveroso dietro agli occhi.

Penso di avere la testa ormai piena, un cestino traboccante di idee accartocciate che staranno lì, a sedimentare in attesa di tornare a galla, o magari si disferanno in un limo confuso, buono solo a far da pacciamatura alle sinapsi.

Ho provato a recuperarne qualcuna, i fogli stropicciati stirati con il palmo delle mani, qualche frase che si aggancia a ricordi ancora freschi, ombre, simulacri di sensazioni vissute, nient’altro che questo.

Il vento rastrella con dita accurate, cancella le tracce, non resta memoria sulla cresta di una duna.

Pesci bambini si rincorrono al confine tra acqua e sabbia, umido e asciutto, vita e morte. Mordono le mie dita, spaventati dall’ombra guizzano via, argento che brilla nel blu.

Mi piace camminare sulla battigia asciutta, inviolata. La sabbia si rompe in croste sottili sotto il mio peso. Affondo nella rena umida, cammino senza fretta, chilometri percorsi in un silenzio fatto di mille suoni, più primitivi delle parole e insieme rassicuranti.
Davanti a me una coppia di orme si allunga come un sentiero di Pollicino, due piedi piccoli e aggraziati, un solco leggero sulla sabbia, una donna, forse una bambina, a fianco due orme più grandi, maschili, leggermente più avanti, le immagino passeggiare nel sole del mattino. L’uno protegge, l’altra segue.
Mi volto a osservare le mie orme, sgraziate, mascoline, il profilo non è netto e delicato, le dita hanno penetrato la rena come artigli, come volessi centrare il mio baricentro sprofondando le radici nel suolo, piedi ancorati a terra a spingere in avanti una testa piena di carta straccia, che vorrebbe salire a rincorrere le nuvole.

Sono capitata per caso in un angolo di paradiso, un luogo segreto in cui stare bene. Qui soffrire sarebbe un peccato contro natura.

L’acqua è calda. Mi sento nel posto giusto, sono a casa e non vorrei uscire mai. La pelle delle dita si arriccia, lecco il sale dalle mani e aspetto che mi cresca la coda, per scendere là sotto, oltre lo specchio del cielo sommerso.

La gente è cordiale e rilassata, tanti piccoli negozi, sorrisi veri, poca omologazione. Mangio con gli occhi, ritrovo il gusto dei piaceri semplici. Sarebbe bello tornare a vivere così, riscoprire la verità dei rapporti con l’altro.
Stiamo perdendo molto, forse tutto, in nome di niente.

In volo, tra funi e carrucole, tra falesie e crepacci. Scendere a precipizio, il vento secca le labbra, il cuore pulsa nelle orecchie, il sibilo dell’acciaio frena la corsa. Volare, senza ali, per un istante sentirsi un angelo, nel mezzo del cielo. Esercizi di volo.

(Ciao Tom, buon volo)

Annunci

Segnali di fumo

fonte: White bike 2013- Igor Mudrov

Pedalo senza fretta nel crepuscolo di fine estate. Mi lascio cullare dalla brezza e sento che il corpo si abbandona alla fatica lieve del falsopiano. Osservare la luce che sfuma nel bronzo per lasciare spazio al buio, ora che il sole si fa da parte ogni giorno un poco prima, è una sensazione dolce e malinconica di congedo.
Dritta sul sellino, i piedi operosi e lo sguardo ondivago, mi guardo attorno. Apprezzo i piccoli particolari che avevo dimenticato, mi lascio sorprendere dalle novità.

Una volta questo era un lungo viale di platani buio e inselvatichito per incuria, un luogo che da bambina mi era proibito percorrere da sola; si sussurrava di traffici poco leciti, donne che offrivano il proprio corpo, bustine di polvere bianca, paura atavica dell’uomo nero. Ora i platani ben curati offrono riparo e fresca ombra a una pista ciclabile ariosa e asfaltata, un luogo sereno dove le persone passeggiano con il cane al guinzaglio, capannelli di mamme sorvegliano i bambini, coppie di amiche conversano tenendosi a braccetto; c’è una fontanella in cui i passeri fanno il bagno e tante panchine su cui ci si riposa guardando la gente che passa veloce, si legge, si ricama, ci si bacia con l’ardore dei primi amori.

Assaporo tutto questo mentre la tristezza mi allaga il petto e la luna sorge lucida tra i rami.
La felicità è un sussulto, un arcobaleno destinato a sparire velocemente, invece la tristezza è un abito su misura, una tunica di seta che aderisce alla perfezione al corpo e bisogna saper indossare con eleganza, perché non risparmia la vista dei difetti. È un sentimento perfetto e inevitabile, che non si può che accogliere senza lottare.

Guardo le mie dita nervose e ossute che stringono il manubrio. È ancora bella la mia bicicletta, bianca, elegante, ne ascolto il cigolio delle molle, il leggero tintinnare del campanello picchiettato di ruggine, il portapacchi che sussulta quando prendo una buca, lo stridio dei freni a bacchetta davanti a un ostacolo.

Ho avuto cura del tuo dono.

Era l’estate dei miei 15 anni. Ti sono arrivata davanti in silenzio con la pagella tra le mani, un risultato eccellente, borsa di studio per il secondo anno consecutivo, tra i migliori cinque della scuola.
L’hai letta nel tuo modo curioso, sillabando le parole a fior di labbra, con la fronte corrugata e la sigaretta accesa stretta tra le dita. L’hai piegata e me l’hai porta senza guardarmi in faccia, aspirando una boccata di fumo come fosse ossigeno.
Hai fatto il tuo dovere
Mi compri il motorino?
No
Perché?
Perché no
Ero abituata alle piccole delusioni che sapevi elargire, ho messo la pagella nella cartellina delle cose di scuola e non ci ho più pensato.

Basta non pensarci e tutto smette di fare male.

Qualche giorno dopo mi hai chiamato, ero nel pieno del pomeriggio e di un romanzo interessante, e sono arrivata sbuffando di malavoglia, costretta ad abbandonare la vicenda sul più bello.
Andiamo
Dove andiamo Paolo?
Niente domande e sali in macchina
Ti chiamavo per nome allora, una piccola ribellione per rimarcare la distanza che sentivo tra noi. Non ti piaceva, me ne resi subito conto dalla tua gelida occhiata la prima volta che lo feci, però non mi dicesti mai nulla ed io continuavo a farlo, per gioco, per sfida, per provocare una reazione o forse perché volevo che me ne domandassi la ragione.
La nostra meta quel pomeriggio era il più vecchio e rinomato negozio di cicli della città. Conoscevi tutti, ovunque andassi qualcuno si fermava a parlare con te, a ridere delle tue battute e questo fatto non cessava di stupirmi. Tu, così taciturno e riservato in casa, con gli altri diventavi una persona solare che stentavo a riconoscere.
Ovviamente il proprietario ti salutò per nome con amichevole cordialità.
È stata promossa
Guardati intorno e scegli
Mentre voi due fumavate cominciai a girellare per il negozio, ma non vedevo nulla di mio gusto. Tra le solite Legnano, Bianchi e Graziella non c’era niente che mi facesse battere il cuore.
Tornai da te scuotendo la testa con delusione.
Il proprietario del negozio si fece avanti con reticenza.
Ci sarebbe una bicicletta nuova, è inglese, tutta in acciaio. È appena arrivata e non ho ancora avuto il tempo di esporla. È di là in officina, le stavo controllando le ruote.
Era bianca, lucida di cromature, con un campanello grande dal suono melodioso, i freni a bacchetta che non avevo mai visto prima, il cestino di vimini intrecciato, i copriraggi di elastico bianchi e neri come i copertoni, il sellino di cuoio nero con le molle.
Me ne innamorai a prima vista. Mi voltai a guardarti con gli occhi sgranati e speranzosi, ma tu avevi la solita espressione indecifrabile da giocatore di poker, il fumo della sigaretta che si perdeva dietro la tua testa come un’aureola, mentre ti si accendevano gli occhi pronto, da commerciante qual eri, a trattare.
Aspettami in macchina
Le ultime parole che sentii furono il Ha scelto la più cara del proprietario e il tuo Mettiamoci d’accordo.

Da allora la bicicletta bianca fu il mio mezzo di trasporto preferito per molto tempo. Ci andavo a scuola, in campagna, al fiume, a fare la spesa al mercato, ci caricavo Bea sul portapacchi per portarla a pallavolo, mi piaceva la fatica della salita, era molto pesante e senza cambio, e l’abbrivio della discesa, pennellare le curve senza toccare i freni e sentire il vento sulla faccia.

Mi faceva sentire libera di non essere me.

Poi le esigenze cambiano, la fretta di andare via, l’università fuori sede, gli anni di convitto, i mille treni presi e persi, la tesi, un dottorato inutile, il lavoro che diventa un buco nero succhia-tempo e divora-energie, gli anni passano e se ne vanno, schiacciati come insetti sotto le ruote di una bicicletta, addormentata in soffitta sotto un lenzuolo impolverato.

La scorsa primavera, complice un problema alla schiena e la necessità assoluta di fare del moto, sono andata a cercarla, l’ho spolverata, lavata e asciugata. I copertoni sono ancora in buono stato, li cambierò più avanti perché adoro quel colore bianco e nero da gazza che non fanno più, il cestino è andato distrutto, mangiato da qualche topo probabilmente, ma il campanello manda ancora un suono allegro. È maculata di ruggine in qualche punto ma non farò nessun ritocco, è un’imperfezione che mi fa simpatia, sono solo le macchie di vecchiaia di una bella signora che ha vissuto senza rimpianti e porta con fierezza la sua età.

Sai Paolo, oggi la nostra separazione, qualcuno la chiamerebbe morte ma tu non dargli ascolto, diventa maggiorenne e la cosa che mi rende insieme triste e felice è sapere che ho questa bicicletta nella mia vita da più tempo di quello che mi è stato concesso trascorrere con te, che pure la vita me l’hai data. È come avere il tuo peso sul portapacchi e pedalare sapendo che sei da qualche parte, magari impigliato tra i raggi dei ricordi.

Pedalo pensando a tutto questo e ho deciso che ti verremo a trovare uno di questi giorni, la bicicletta ed io. Non sono più così spericolata nelle curve, anzi freno più del necessario, ma amo ancora la carezza del vento sulla faccia. Percorreremo i vialetti di ghiaia senza fretta, ammirando i fiori e le lastre di granito, e non credo che il tintinnare sommesso del campanello disturberà qualcuno dei residenti, destandoli dal sonno. Staremo in silenzio tu ed io, a tentare di parlarci con il pensiero e i segnali di fumo come abbiamo sempre fatto.

Notte, mare e altri demoni

la mia gabbia

​Sono successe cose strane mentre me ne stavo seduta sul bordo della finestra, a guardare fuori nel buio, protetta da sbarre di ferro, sicura come un uccello in gabbia.

È successo che nelle orecchie mi esplodeva la voce roca di un cantante, mentre davanti agli occhi sbocciavano fiori di luce lontana, piccoli fuochi fatui impressi nella retina.

È successo che le mie narici assorbivano l’odore aromatico di un sigaro, fumato chissà dove, chissà da chi, e portato a me da un soffio invadente, deciso a fare amicizia.

È successo che ho sentito la mia solitudine staccarsi da me per andare a mescolarsi con quella di altri insonni, accaldati, annientati come me dalla stanchezza di una notte anomala, di un’estate anomala e poco caritatevole.

Il suono della chitarra che mi teneva compagnia, così ricco di sfumature suadenti e metalliche, mi ha fatto rimpiangere di non essere una di quelle corde, accarezzata da tocchi sapienti fino a gemere nella tonalità giusta.

Ho desiderato di poter allungare le dita oltre le sbarre della mia gabbia, di tuffarle nel fondo del buio, nell’altrove che resta mondo sconosciuto, fino a sfiorare il piccolo pipistrello che vola ogni notte in cerca di cibo e tiene il conto, con il suo batter d’ali, dei minuti che restano, delle ore che si ammucchiano come polvere sotto il letto.

Ho frugato il buio alla ricerca del ramo cavo dove la civetta canta la sua caccia con voce sicura, mentre trema il sonno dei topi di campo, nascosti in un letto di stoppie arrotolate che, come grossi dadi lasciati a terra da un gigante distratto, punteggiano l’orizzonte.

Il tempo scorre accaldato, il chiaro del giorno si fa attendere, è acqua che non bolle mai, mentre il bozzolo dentro cui mi ritiro in compagnia di pensieri folli mi stringe le membra.

Mi sento lancetta di un orologio che qualcuno ha scordato di caricare, raggio di ruota che corre senza arrivare a una fine che subito torna inizio, bocca e coda di serpe di mare.

Lo schermo vibra, s’illumina di livido verde, le parole escono eleganti da una rete di silicio e si piantano come lisca di pesce nella mia gola, insidiose nella loro seduzione, indigeste nella loro sostanza.

Tu non sai cosa sei per me

No, hai ragione, e neppure voglio saperlo, nemmeno voglio immaginarlo, non quando non so neanche cosa io sono per me, cosa sto aspettando accada per sentire che la mia pelle finalmente mi appartiene, che non sono più perduta dentro di me, vagabonda senza direzione apparente.

Non voglio essere il tuo bisogno né il tuo desiderio, non sarò ripiego né cura. Ciò che vorrei è essere presenza, inevitabile, indiscutibile, come mare che avvolge i sensi, che li circonda e li fa propri, impadronendosi della loro funzione.

Dovrei entrare di prepotenza nel corso delle cose, come le onde fanno ipnotizzando gli occhi di chi le guarda, persi dinnanzi a un blu in movimento costante.

Il mare è eterno, approssima l’infinito, è ciò che non può essere misurato né trattenuto, che si estende oltre e altrove. È forza che rapisce sensi e restituisce vita, acqua che lava e dilava, mano che modella e decanta.

È ciò che vorrei e mai saprò essere.

Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Difese abbassate e occhi grandi

Sono partita per un viaggio improvvisato sull’onda dell’urgenza. Sono partita con valigie piene per non lasciare a casa il superfluo e nascondere il necessario in profondità, dove fosse più difficile trovarlo. Sono partita con le difese abbassate, le aspettative azzerate e una grande stanchezza, che non mi ha permesso di esercitare alcun controllo pianificatore ma solo di accettare il corso dei giorni.

Per me ho portato soltanto occhi grandi, il mio quaderno, la voglia di assorbire ogni cosa che avrei visto e il desiderio di approdare in un non-luogo e non-tempo da raccontare con parole scelte a casaccio.

Ora sono qui, accoccolata su una sedia di vimini scolorita dal sole e levigata dagli anni, a tremare nell’aria fresca dell’alba, contemplando l’ultimo inizio di giornata sotto un cielo preso in prestito che dovrò restituire tra poco.

Ascolto i rumori del mondo che si sveglia senza fretta e scrivo della bellezza di cui mi sono nutrita. Giorni lenti eppure colmi di esperienze nuove, giorni di passeggiate nei boschi, di tramonti nelle pinete, giorni in cui la luce ha trasformato gli alberi in sentinelle di un quadro surrealista.

Ho ascoltato la voce del mare, goduto del suo abbraccio e leccato i cristalli di sale sulla pelle. Ho disturbato una coppia di granchi in pensione che si crogiolava al sole, un lui indifferente e trasognato e una lei bellicosa e reattiva, che agitava furiosamente le sue minuscole chele allontanandosi da me con passetti obliqui, cauti e danzanti.

Ho pensato tanto, fino allo sfinimento, e scritto ancor di più, per sfiatare tutte le sensazioni che sentivo premere dentro, in quel nocciolo duro e fragile che punge e talvolta trema in mezzo al petto.

Ho pedalato, lunghi chilometri tra aghi di pino profumati e resti di sporcizia miserabile che il benessere viziato di individui incuranti si lascia alle spalle, curiosi reperti archeologici per lo sconcerto di generazioni future. Un passo dopo l’altro, una pedalata alla volta, piede avanti e ritorno, ascoltare il canto ritmico del cambio, il ticchettare oliato della catena, sentire il sangue scorrere rapido in muscoli di cui avevo dimenticato il senso.

C’è di che ubriacarsi da sobri e sognare da svegli e così ho fatto, dimenticando di armare le ultime difese, e ho sbandato per troppa bellezza, cadendo per assaggiare la realtà del terreno e le radici che danno illusoria stabilità, ma solo il tempo di una lacrima isolata, poi in piedi, spolverare gli abiti e ripartire, nonostante il pizzicore delle sbucciature lavate con acqua di mare.

Ho riso a crepapelle, ho cantato spezzoni di ogni canzone che mi balenava in testa e ho parlato. Io, proprio io, la seppia timorosa dal nero più nero che c’è, ho cercato il dialogo e il contatto umano con persone sconosciute.

Ho incontrato un piccolo antiquario dalle mani eleganti e il viso pallido che si è illuminato quando abbiamo parlato di Giappone, di stampe e cloisonné, di porcellane e netsuke e mi ha regalato un airone di carta e un sorriso sincero, perchè “noi sappiamo“.

Ho chiacchierato, tra migliaia di volumi, vino pregiato e tazze di caffè da cappellaio matto, con un libraio rubizzo ed esperto, innamorato dei libri a tal punto da non voler vendere che ciò che gli piace veramente, che mi ha abbracciato e baciato come una figlia e mi ha offerto una bottiglia di nettare dorato da bere pensando ai libri, perchè “noi leggiamo davvero“.

Ho fotografato tutta la bellezza che è inciampata nei miei passi, perchè le foto si fanno con il cuore, gli occhi grandi e i piedi che camminano senza fermarsi. Ho cercato la luce e l’ombra, la natura accarezzata dal vento e il legno abbandonato sulla sabbia, i sorrisi rubati ai bambini che giocano e il dondolio di piedini calzati in scarpette eleganti, il cobalto del mare e il bruno del tufo indorato dal sole.

Ho varcato la soglia di un luogo magico, un portale d’accesso verso un mondo ultraterreno in cui anime secolari riposano sotto pietre e foglie. Ho camminato cautamente sul fondo di un canyon muschioso, scavato nella roccia tenera, posando i piedi con leggerezza per non coprire orme più antiche delle mie. Il silenzio intorno a me parlava di rispetto, il vento soffiava ostinato quasi a scoraggiare l’avanzata, mi sono coperta il capo con una sciarpa colorata, un gesto inconsapevole di protezione e omaggio, un chiedere permesso alle presenze che mi circondavano silenziose.

Ho sostato nel cerchio di pietre corrose, alle spalle di un piccolo varco nella roccia, un luogo di pace e meditazione universale, legato non a un singolo credo religioso ma alla voce del mondo. Nell’angolo più lontano si ergeva ieratico un grande tronco con una cavità rotonda al centro. Dal ceppo mozzato si alzavano due rami simmetrici, due lunghe braccia tese verso lo smalto azzurro del cielo. Il buco era pieno d’acqua limpida e alla base erano posati un grappolo d’uva bianca e una mela rossa, freschi e maturi come appena colti. Un’offerta, un saluto, la benedizione di un viandante allo spirito del luogo, non so cosa fosse quell’altare sacro, ma ho riposto la macchina fotografica, in segno di deferenza, e ho sentito la presenza farsi più accogliente, il vento più dolce e benevolo.

Ora sono qui, a sgranare parole come soldatini passati in rivista, per raddrizzare il tumulto delle sensazioni e dar loro un senso che forse non hanno, ma penso sia giusto così. Partire è soffrire, lasciare, sospirare e ricordare.

sunset

sunset

surreal

surreal

wild-oat

wild oat

flower

flower

drops

drops

gig-in-the-sky

gig in the sky

shoes

shoes

sea

sea

silence

silence

genius-loci

genius loci

Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

PADRE-E-FIGLIAbn

fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.

Ballata delle piccole cose

635887503296900311-425801484_little-things

fonte: web

La coda del gatto che spunta dal divano/ il sapore del sale nel cavo della mano/ l’alba quando si tinge di viola/ il rumore del pane che lievita piano/ il frinire soddisfatto di un corpo che sogna/ il canto delle onde quando il mare si desta.

Il biglietto del treno nelle pagine di un libro/ le risate dei bambini nascosti nel prato/ il sorriso che si allarga su un volto amato/ i capelli arruffati dopo un giorno di pioggia/ le iniziali ricamate su un fazzoletto inamidato/ il fruscio del bucato che asciuga nel vento.

Il candore dello zucchero che macchia le labbra/ i biscotti inzuppati nel latte caldo/ la musica che risuona tra i fili d’erba/ il getto caldo della doccia sulla schiena/ la carezza soddisfatta su una guancia ben rasata/ il sapore di fragola che condisce i baci.

La meraviglia che regala un giorno di sole/ il vapore irridescente di una strada infuocata/ la canzone preferita che esce da una finestra/ la luce morente di una bella giornata/ le rane che cantano la venuta delle stelle/ due ombre abbracciate lungo la strada.