Mister Man

Il peso dei pensieri (foto di Mela)

Una volta ho sofferto per amore.
Deve essere stato qualche anno fa, non ricordo esattamente quando.

L’euro nemmeno esisteva ancora.

Sicuramente è successo tra le undici e le tredici, era quasi ora di pranzo e sentivo un certo languore allo stomaco, che poteva essere amore o forse solamente fame.

Ad ogni modo, nulla che un buon piatto caldo e un bicchiere di vino non fossero in grado di curare.

Ragionare a pancia piena è sempre stato un buon rimedio per le pene d’amore, lo diceva mio padre, uomo saggio come non se ne vedono più, che si vantava di non aver mai avuto tempo per i baci e gli abbracci, meglio lavorare, diceva, e parlare poco, soprattutto con una donna.

Invece il mio amico Pietro afferma che non c’è niente come una bella partita di calcetto per dimenticare. Ma sì in fondo che male può fare un po’ di sano agonismo, una sudata maschia in compagnia degli amici di sempre, qualche calcione negli stinchi e alla fine tutti sotto la doccia, a millantare scopate inesistenti e a raccontare l’ultimo pettegolezzo piccante su chi si è fatto chi, sbirciandosi a vicenda le pancette da quarantenni e i cazzi ammosciati, tra gli sfottò generali alla squadra perdente.

Questo è il modo giusto per curare la sofferenza, ve lo dico io.

Le donne si fanno troppe paranoie, seghe mentali a bizzeffe, quando sono arrabbiate iniziano con la tortura del non ho niente, ti dico di no, ma se non ti mostri interessato e contrito mettono su un muso lungo che lèvati, pretendono spiegazioni e scuse reiterate e mai che vogliano accomodare la cosa in modo amichevole, che so con un bel pompino di riconciliazione.

Parlano, analizzano, sezionano, ti sfrangiano le gonadi con le loro frasi ad effetto e poi si chiudono in un silenzio lacrimevole da cui è difficile uscire.

Accerchiato, ecco sì ti senti accerchiato e confuso da continue richieste che non comprendi, mentre vorresti solo stare in pace davanti alla tv.

In fondo è così facile.

Se hai fame mangi, se hai voglia scopi, se non ti va arrivederci, ti chiamo io.

Semplice, no?

Invece oggi apro la mail e guarda un po’ cosa mi scrive questa. Me la sono scopata e manco mi ricordo che voce ha, lo ammetto.

«Ho ripreso a camminare, ogni giorno chilometri in silenzio. Esco di casa, non sopporto muri attorno a me, sento che mi soffocano e preferisco stare all’aperto, anche se la gente mi guarda di storto mentre passeggio lungo i campi. Ho bisogno di sentirmi piccola contro il cielo, schiacciata al suolo per non pensare.

Invece non riesco a ­non pensare, a non pensarti, a tentare di ­capire cosa vuoi, cosa cerchi, se davvero ­il tuo bisogno sia non sentirti solo o se ­alla fine il tenermi lontana non sia ciò che desideri veramente.

Sto leggendo un libro mentre cammino. Parla di treni, di viaggi, di rovesciare la prospettiva come fa il nervo ottico con ciò che vediamo. Ho letto una frase che mi ha fatto sussultare per la verità amara che contiene.

Si potrebbe pensare che le due città sentano il bisogno di chiamarsi sempre più spesso, così come fanno gli amanti che si sono conosciuti da poco e ad ogni istante cercano di gettare una ­parola nel lago dell’altro, per capire quali cerchi si formeranno e quanto grandi potranno essere.
(La libertà viaggia in treno – Federico Pace)

Quali parole stiamo ­gettando l’uno nell’altro? Stiamo formando cerchi che produrranno un’onda o ­solo un tremolio sull’acqua stagnante? Esiste un senso per noi due?

Ogni volta che mi lasci sulla porta in attesa, ogni ­volta che getto un sasso e lo vedo affondare nel silenzio, mi chiedo cosa dovrei fare e non voglio darmi la risposta.

Vuoi che ti parli, che ti ­provochi, che ti dica parole sincere che non vuoi ascoltare?

Vuoi che stia ad aspettare una tua parola, che non ti cerchi più e ti lasci in pace?

Parlami, ti prego. »

Certo scrive bene non dico di no, ma mica ho capito cosa vuole da me.

Che le dico o meglio cosa vorrebbe che le dicessi?

Boh, per ora evito di rispondere e ci penso un po’ su.

Non adesso però.

Vado.

Mi è venuta fame.

Dopo uno scambio di commenti con tiZ in relazione al mio ultimo post, ho rielaborato questa bozza che le dedico insieme alla citazione, tratta da un libro bellissimo che parla di viaggi in treno e libertà di scelte.

Difese abbassate e occhi grandi

Sono partita per un viaggio improvvisato sull’onda dell’urgenza. Sono partita con valigie piene per non lasciare a casa il superfluo e nascondere il necessario in profondità, dove fosse più difficile trovarlo. Sono partita con le difese abbassate, le aspettative azzerate e una grande stanchezza, che non mi ha permesso di esercitare alcun controllo pianificatore ma solo di accettare il corso dei giorni.

Per me ho portato soltanto occhi grandi, il mio quaderno, la voglia di assorbire ogni cosa che avrei visto e il desiderio di approdare in un non-luogo e non-tempo da raccontare con parole scelte a casaccio.

Ora sono qui, accoccolata su una sedia di vimini scolorita dal sole e levigata dagli anni, a tremare nell’aria fresca dell’alba, contemplando l’ultimo inizio di giornata sotto un cielo preso in prestito che dovrò restituire tra poco.

Ascolto i rumori del mondo che si sveglia senza fretta e scrivo della bellezza di cui mi sono nutrita. Giorni lenti eppure colmi di esperienze nuove, giorni di passeggiate nei boschi, di tramonti nelle pinete, giorni in cui la luce ha trasformato gli alberi in sentinelle di un quadro surrealista.

Ho ascoltato la voce del mare, goduto del suo abbraccio e leccato i cristalli di sale sulla pelle. Ho disturbato una coppia di granchi in pensione che si crogiolava al sole, un lui indifferente e trasognato e una lei bellicosa e reattiva, che agitava furiosamente le sue minuscole chele allontanandosi da me con passetti obliqui, cauti e danzanti.

Ho pensato tanto, fino allo sfinimento, e scritto ancor di più, per sfiatare tutte le sensazioni che sentivo premere dentro, in quel nocciolo duro e fragile che punge e talvolta trema in mezzo al petto.

Ho pedalato, lunghi chilometri tra aghi di pino profumati e resti di sporcizia miserabile che il benessere viziato di individui incuranti si lascia alle spalle, curiosi reperti archeologici per lo sconcerto di generazioni future. Un passo dopo l’altro, una pedalata alla volta, piede avanti e ritorno, ascoltare il canto ritmico del cambio, il ticchettare oliato della catena, sentire il sangue scorrere rapido in muscoli di cui avevo dimenticato il senso.

C’è di che ubriacarsi da sobri e sognare da svegli e così ho fatto, dimenticando di armare le ultime difese, e ho sbandato per troppa bellezza, cadendo per assaggiare la realtà del terreno e le radici che danno illusoria stabilità, ma solo il tempo di una lacrima isolata, poi in piedi, spolverare gli abiti e ripartire, nonostante il pizzicore delle sbucciature lavate con acqua di mare.

Ho riso a crepapelle, ho cantato spezzoni di ogni canzone che mi balenava in testa e ho parlato. Io, proprio io, la seppia timorosa dal nero più nero che c’è, ho cercato il dialogo e il contatto umano con persone sconosciute.

Ho incontrato un piccolo antiquario dalle mani eleganti e il viso pallido che si è illuminato quando abbiamo parlato di Giappone, di stampe e cloisonné, di porcellane e netsuke e mi ha regalato un airone di carta e un sorriso sincero, perchè “noi sappiamo“.

Ho chiacchierato, tra migliaia di volumi, vino pregiato e tazze di caffè da cappellaio matto, con un libraio rubizzo ed esperto, innamorato dei libri a tal punto da non voler vendere che ciò che gli piace veramente, che mi ha abbracciato e baciato come una figlia e mi ha offerto una bottiglia di nettare dorato da bere pensando ai libri, perchè “noi leggiamo davvero“.

Ho fotografato tutta la bellezza che è inciampata nei miei passi, perchè le foto si fanno con il cuore, gli occhi grandi e i piedi che camminano senza fermarsi. Ho cercato la luce e l’ombra, la natura accarezzata dal vento e il legno abbandonato sulla sabbia, i sorrisi rubati ai bambini che giocano e il dondolio di piedini calzati in scarpette eleganti, il cobalto del mare e il bruno del tufo indorato dal sole.

Ho varcato la soglia di un luogo magico, un portale d’accesso verso un mondo ultraterreno in cui anime secolari riposano sotto pietre e foglie. Ho camminato cautamente sul fondo di un canyon muschioso, scavato nella roccia tenera, posando i piedi con leggerezza per non coprire orme più antiche delle mie. Il silenzio intorno a me parlava di rispetto, il vento soffiava ostinato quasi a scoraggiare l’avanzata, mi sono coperta il capo con una sciarpa colorata, un gesto inconsapevole di protezione e omaggio, un chiedere permesso alle presenze che mi circondavano silenziose.

Ho sostato nel cerchio di pietre corrose, alle spalle di un piccolo varco nella roccia, un luogo di pace e meditazione universale, legato non a un singolo credo religioso ma alla voce del mondo. Nell’angolo più lontano si ergeva ieratico un grande tronco con una cavità rotonda al centro. Dal ceppo mozzato si alzavano due rami simmetrici, due lunghe braccia tese verso lo smalto azzurro del cielo. Il buco era pieno d’acqua limpida e alla base erano posati un grappolo d’uva bianca e una mela rossa, freschi e maturi come appena colti. Un’offerta, un saluto, la benedizione di un viandante allo spirito del luogo, non so cosa fosse quell’altare sacro, ma ho riposto la macchina fotografica, in segno di deferenza, e ho sentito la presenza farsi più accogliente, il vento più dolce e benevolo.

Ora sono qui, a sgranare parole come soldatini passati in rivista, per raddrizzare il tumulto delle sensazioni e dar loro un senso che forse non hanno, ma penso sia giusto così. Partire è soffrire, lasciare, sospirare e ricordare.

sunset

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surreal

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flower

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drops

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gig in the sky

shoes

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sea

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silence

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genius loci

Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

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fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.

Ballata delle piccole cose

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fonte: web

La coda del gatto che spunta dal divano/ il sapore del sale nel cavo della mano/ l’alba quando si tinge di viola/ il rumore del pane che lievita piano/ il frinire soddisfatto di un corpo che sogna/ il canto delle onde quando il mare si desta.

Il biglietto del treno nelle pagine di un libro/ le risate dei bambini nascosti nel prato/ il sorriso che si allarga su un volto amato/ i capelli arruffati dopo un giorno di pioggia/ le iniziali ricamate su un fazzoletto inamidato/ il fruscio del bucato che asciuga nel vento.

Il candore dello zucchero che macchia le labbra/ i biscotti inzuppati nel latte caldo/ la musica che risuona tra i fili d’erba/ il getto caldo della doccia sulla schiena/ la carezza soddisfatta su una guancia ben rasata/ il sapore di fragola che condisce i baci.

La meraviglia che regala un giorno di sole/ il vapore irridescente di una strada infuocata/ la canzone preferita che esce da una finestra/ la luce morente di una bella giornata/ le rane che cantano la venuta delle stelle/ due ombre abbracciate lungo la strada.

A margine

Il brano che ho scelto mi è davvero molto caro e spero tanto vi piaccia

certo è bello stare al centro delle cose, girare a trecentosessanta gradi, ammirare ciò che ci circonda, essere perno, essere fulcro, il centro della margherita, tutti i petali intorno a fare corona, ad inchinarsi facendo oooh di meraviglia…..

certo è bello essere il primo della fila, girarsi indietro a vedere quanto è lungo lo strascico, prendersi il proprio tempo, perderlo se ci va di farlo, scegliere il boccone migliore, la parte più tenera…..

certo è bello camminare in mezzo al marciapiede, non troppo rasente al muro, che si sporca di grigio la giacca, non troppo sul bordo per non rischiare un incidente, in mezzo, in trionfo, la gente si sposta, fa largo, bisogna lasciar passare….

certo è bello mangiare il cuore della torta, la parte morbida del formaggio, tagliare una fetta scavando a cucchiaio, portare via la parte più appetitosa e scartare la scorza…..

a me piace guardare la vita dal margine, avere la visione più ampia possibile, perdermi nei piccoli dettagli appoggiando le spalle ad uno spigolo, trovare il mio angolo preferito e arredarlo con i miei pensieri….

a me non piacciono gli inchini degli altri petali, mi piace confondermi nelle doppie corolle, in quegli abbozzi alla base dello stelo, che non sai se stanno crescendo o se ci hanno rinunciato prima di provare….

a me piace mangiare la crosta croccante della pizza, rosicchiare le ossa del pollo, il bordo bruciacchiato della crostata e finire l’ultima cucchiaiata di tiramisù, che non mi spiego perchè è sempre la migliore…..

a me piace camminare sul bordo del marciapiede, sui mattoncini che delimitano le aiuole, sbandando un pochino, pronta ad appoggiare a terra la punta del piede e darmi lo slancio per ripartire…..

a me piace affondare i piedi nei sassolini del mare, camminare sulla linea di demarcazione tra sabbia bagnata e asciutta, osservarla mentre piano piano si sposta all’insù, quando l’acqua torna a riprendersi ciò che è suo…..

a me piace colorare a matita sfumata, pasticciare con le dita ed i trucioli di legno, senza cancellare, se no il foglio si strappa, e pazienza se ogni tanto si sporca, se il margine non è perfetto e i bordi si sfocano….

è tutto qui lo stare a bordo vita, è tutta qui la bellezza dei margini…..

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fonte: web

Del parlar di blog ed altre tortuosità

Ho scritto questo articolo quasi un anno fa e oggi sono andata a ripescarlo.
In questi giorni sto leggendo critiche abbastanza dure sulle famigerate stelline, su chi commenta per farsi notare o farsi benvolere, sull’aspetto social dei blog e questo sinceramente mi rattrista.
Qualche tempo fa ho scritto ad Albucci che io sono antisocial, perchè non uso nè facebook nè twitter e lui mi ha risposto “ed hai un blog?”.
Anche un blog è social, perchè nasconderci dietro un dito?
Possiamo decidere di metterci nome e cognome oppure un nick più o meno fantasioso, possiamo parlare della vita vera o di realtà parallele, però l’interazione è inevitabile, con tutto quello che comporta.
Il mio blog è aperto, è fruibile da tutti, non metto moderazioni, chiunque qui è benvenuto.
Se mi si lascia traccia del passaggio ne sono contenta, se si vuole spendere qualche minuto per commentare ancora meglio, chi vuole continuare o approfondire il dialogo benissimo!
Però non chiudo la porta in faccia a nessuno, non faccio pulizie drastiche, alcuni blog si autoeliminano da soli smettendo di scrivere, non ricambio follow a vanvera, cerco di leggere, di alcuni blog ho letto davvero tutto, anche maratone di più di duecento articoli, e poi decido.
Semplicemente io mi affeziono, forse è la cosa più infantile e sbagliata, e mi dispiace tanto quando un blogger chiude all’improvviso o non scrive per tanto tempo.
Io spero di risultare sempre una persona vera e sincera, certo so bene che le cazzate che scrivo possono risultare noiose o banali, mica tutti possono avere la mia stessa balorda visione delle cose!
Non posso e non voglio piacere a tutti, ma mi auguro che chiunque qui possa sentirsi benvenuto e ben accetto, prendere da me ciò che desidera e lasciarmi un segno, se ne ha voglia, oppure no.
Io sono qui in casa mia, ma la porta è aperta, si può entrare senza dover bussare o chiedere l’accesso, si può decidere se rimanere o no senza temere di essere accompagnati all’uscita, ma in piena libertà.

La Mela sBacata

inconscio_clip_art fonte: web

(Questo post nasce da uno scambio di opinioni che trovate qui in casa di Pinocchio)

Oggi tira un vento fortissimo e la mia mansarda fischia e sibila come una vela stracciata.

Piove incessantemente, cascatelle che rimbalzano sul tetto e bussano indiscrete ai miei vetri.

Tutto questo non mi aiuta, ho un martellio nella testa da qualche giorno, una riflessione che picchietta e spintona per farsi notare e non può rimanere ancora inascoltata.

Ho aperto questo blog quasi tre anni fa per sfida e per ripicca.

Avevo appena sbattuto la porta in faccia ad un forum, che per molto tempo era stata la mia “famiglia virtuale”, ma ora sembrava non saper più che farsene di me.

L’idea iniziale era quella di continuare ad occuparmi dei temi trattati in passato, questa volta in prima persona e con maggiore autonomia.

In realtà non sapevo bene da che parte iniziare, forse…

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Cipollitudine

Tempo fa stavo esplorando un blog di fotografia dal titolo accattivante In search of the Invisible, quando mi sono imbattuta in una natura morta singolare. Leggendo la didascalia che l’accompagna ho inizato a fare alcune associazioni a ruota libera, mi è tornata in mente anche una poesia di Wislawa Szymborska (ci sarebbe anche quella di Neruda ma la trovo meno incisiva) poi ho salvato tutto in bozze e, come mi capita spesso, ho lasciato sedimentare.

L’altra sera, leggendo il post di Avvocatolo, ho ripensato alla mia bozza dormiente, poi sempre Avvocatolo con il post di oggi mi ha fatto decidere a riunire un po’ i pensieri.

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Onion – With its strong smell, onions have often been used to ward off evil, especially the dangerous powers of the moon. As the multiple layers of an onion are pealed off, each can represent an area of wisdom until the center containing total wisdom is revealed. The onion also symbolizes the cosmos and immortality because of its shape. Still life imagery is very personal. It’s a meditative process, checking in with yourself. credits: Still Life by James Frederick Bland http://jamesfbland.blogspot.it

La cipolla – Wislawa Szymborska

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

E’ vero, noi siamo fatti di carne, visceri e altri liquidi organici poco piacevoli, siamo radiopachi ma la parte più bella di noi, l’anima, è invisibile e se ne invola via non appena il sangue si ferma e il cuore diventa solo un muscolo morto, anzichè il nostro Cuore.

Però abbiamo anche una certa cipollitudine®, questa se permettete me la brevetto, che è un misto di cipolla e attitudine o cipolla e solitudine, se preferite.

Siamo elegantemente avvolti in mille strati trasparenti pieni di celluline urticanti, ci rivestiamo di cortine fumogene, per nascondere chi siamo, per non essere presi sul serio, per paura o per fare un po’ di scena.

Ci vuole pazienza per arrivare fino al cuore, stringere i denti per non piangere troppo e sopportare la puzza che rimane sulle mani, che neanche le saponette di acciaio la levano via.

E poi in fondo a quella puzza uno un po’ si abitua, anzi ogni tanto ti annusi quelle mani quasi con soddisfazione perchè hai domato la cipolla ribelle.

Siamo un microcosmo, siamo molti Noi e non è facile metterci tutti d’accordo, ogni tanto qualcuno sbarella, chi ride di qua, chi piange di là e ci si tiene il muso per giorni.

Abbiamo maschere per ogni occasione, che ci coprono l’anima sempre troppo nuda e ci permettono di cambiare, di non essere chi siamo davvero o di essere chi non vorremmo essere.

L’importante è non saldarle queste maschere, non è di gabbie di ferro che abbiamo bisogno, ma di maschere aeree e trasparenti, come pelli di cipolla, che fanno circolare l’aria e non intrappolano gli spiriti maligni e i pensieri cattivi.

E capita così che a volte ti imbatti in una persona, supponiamo un avvocato, inizi a leggere attratta da un parruccone viola e pensi che è solo uno squinternato, se ti fermi alla prima pelle di cipolla, ma poi sei testarda e continui a sfogliare e ad ogni strato trovi qualcosa, un padre amorevole, un fratello, un poeta, trovi sentimenti che fanno male e pensieri profondi ma quando arrivi in fondo sei contenta, certo hai pianto un po’, la cipolla non perdona, ma sei contenta ugualmente.

Quindi Avvocà sappi che è colpa tua!!