Giudizi parziali e mancanze universali

Oggi per me è un giorno di mancanza e ricordo, ma se invece per voi è una bella giornata, se il sole vi sorride e avete il cuore pieno d’amore, allora non leggete oltre, non guastate la vostra felicità. Ci salutiamo qui con affetto e ci vediamo al prossimo post.

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fonte: web

Io non ci credo mica tanto a questa storia del Paradiso e dell’Inferno, dei buoni e dei cattivi.
Penso che alla fine di noi non rimarrà che una scia di energia, come la luce di tante lucciole.
Qualcuno avrà una luce forte, quasi accecante, capace di illuminare tutto ciò che lo circonda; qualcun altro avrà una luce più fioca, come quella delle candele, ma calda e accogliente. Altri invece resteranno al buio e tutto sarà triste intorno a loro e non crescerà neppure l’erba.
Io vorrei disperdermi nella luce del giorno che nasce, però anche nell’ultimo raggio che va a baciare la punta del naso delle onde sarebbe molto bello o ancora sai dove? Nei raggi che penetrano attraverso le vetrate di una biblioteca, con i granelli di polvere che intrecciano sentieri di luce e parole in mezzo all’odore della carta.
Ecco sì, se la fine del mio essere al mondo fosse accarezzando la costa di un libro, forse sarebbe davvero il paradiso. (La fine del mondo secondo me dialogando con Redbavon)

Sono le due del pomeriggio come quel giorno. Ogni cosa quel giorno si è fermata alle due e poi è ripartita, ma non è più stata la stessa.

Mi chiedo dove dovrei cercarti ora. Forse nel fumo di una di quelle sigarette che sembravi amare più di noi, oppure nella bombola di ossigeno che ti regalava ancora un filo di fiato in mezzo a un mare di apnee. Ti ricordi le corse in ospedale nel cuore della notte? I medici che scuotevano la testa, il cuore in gola come un nocciolo troppo grande, il sospiro di sollievo fino alla corsa successiva.

Dove sei ora? Magari sei ancora in ospedale, nascosto sotto le sedie di formica verde della sala d’aspetto, forse ti sei sdraiato su un letto in disparte e stai riposando, finalmente senza rantoli e fischi che interrompano il tuo sonno facendone ogni volta un viaggio senza ritorno.

Altrimenti dove posso andare a scovarti? Nelle vecchie foto ingiallite, sempre la stessa posa piede sul gradino e mano al fianco, che teniamo chiuse in una vecchia valigia perchè fa troppo male guardarle oppure nella scia di un dopobarba dolciastro annusata per strada? Faceva veramente schifo il tuo dopobarba, lasciatelo dire, eppure ora lo comprerei solo per…. mah… non so neppure io per cosa.

A volte mi immagino come sarebbe stato invecchiare insieme, tu un po’ più fragile e bisognoso di aiuto, io un po’ meno ribelle e nervosa, sempre pronta a dire il contrario di tutto per farti incazzare a morte.

Ho quasi la stessa età che avevi tu quando ti sei ammalato la prima volta, quando sembrava che stesse crollando tutto mentre tu facevi finta che andasse bene. Mi fa uno strano effetto pensarci, è una vertigine che mi risucchia all’indietro. Ho spesso tanta, troppa paura, mi sento inadatta alla vita, mi guardo allo specchio senza poter davvero credere a quello che vedo e mi chiedo se anche tu ti sentivi così, se lo scorrere del tempo ti aveva ferito vigliaccamente alle spalle, ma tu non eri il tipo, era un lusso troppo grande fermarsi a riflettere, meglio chinare la testa e lavorare a muso duro, come bestie da soma.

Non ci credo a questa storia del Paradiso, ma mi piace pensare che saremo rimessi in gioco come biglie in un bussolotto. Una mano innocente le farà ruotare tra le dita, rimescolerà le carte, taglierà il mazzo e lancerà nuovamente i dadi, che per una volta non saranno truccati ma vincenti.

Forse allora ci toccherà in sorte una buona mano da giocare e avremo la possibilità di avvicinarci senza scontri, per amarci meglio e più a lungo.

Magari questa volta sarò io la madre in grado di donarti l’amore che ti è mancato, di cancellare la tristezza che ti portavi addosso come un cappotto troppo pesante. Vorrei passare la mano sulla tua fronte e smacchiare quel cipiglio severo, come farei per ripulire una bocca sporca di cioccolato, e vorrei abbracciarti, dirti che essere deboli va bene, non bisogna vergognarsi di piangere. Ti direi che sei bello, forte e capace di crearti un destino con le tue mani e sarei severa nel correggere i tuoi sbagli, ma non ti farei mai mancare un bacio.

Oppure sarò il figlio maschio che volevi, quello che avresti portato a caccia con te, alle partite di calcio, quello a cui avresti comperato il motorino e non una bicicletta, e finalmente avrò il tuo rispetto e la tua considerazione invece di quei stai zitta tu che non capisci niente, lanciati con la noncuranza di chi nemmeno pensa di fare male, come i coltelli di un saltimbanco maldestro. Ho ancora tanti graffi che bruciano, tarli nella testa che vogliono convincermi che sul serio non sono niente e non capisco niente. Forse è davvero così.

Io vorrei che fossimo ancora una volta solo un padre e una figlia; guarderei con te le partite di calcio, ti racconterei dei libri che leggo, di quello che vorrei diventare e smetterei perfino di mangiarmi le unghie se solo tu mi domandassi il perchè, invece di colpirmi sulle dita senza degnarmi neppure di una parola.

Tu costruivi case, avevi mani come badili e la mente sempre proiettata verso nuove idee, nuovi progetti da realizzare, ma non era necessario erigere un muro così alto intorno a te, avresti potuto aprire qualche finestra per far entrare il sole o almeno noi.

Ci siamo fatti del male in tanti, troppi modi ed è stato uno stupido spreco di energie, considerando quanto poco tempo abbiamo avuto.

Avremmo dovuto almeno tentare di capirci, ma forse prima o poi ci riusciremo. Vorrei credere che le nostre luci si incontreranno ancora e sarà così bello che sarà valsa la pena di soffrire e devastarci l’anima.

Sì, va bene, ora la smetto di parlare, lo so che a te piace stare in silenzio.

Non è il tuo amato Lucio Dalla ma questa canzone è proprio bella.

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Ballata delle piccole cose

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fonte: web

La coda del gatto che spunta dal divano/ il sapore del sale nel cavo della mano/ l’alba quando si tinge di viola/ il rumore del pane che lievita piano/ il frinire soddisfatto di un corpo che sogna/ il canto delle onde quando il mare si desta.

Il biglietto del treno nelle pagine di un libro/ le risate dei bambini nascosti nel prato/ il sorriso che si allarga su un volto amato/ i capelli arruffati dopo un giorno di pioggia/ le iniziali ricamate su un fazzoletto inamidato/ il fruscio del bucato che asciuga nel vento.

Il candore dello zucchero che macchia le labbra/ i biscotti inzuppati nel latte caldo/ la musica che risuona tra i fili d’erba/ il getto caldo della doccia sulla schiena/ la carezza soddisfatta su una guancia ben rasata/ il sapore di fragola che condisce i baci.

La meraviglia che regala un giorno di sole/ il vapore irridescente di una strada infuocata/ la canzone preferita che esce da una finestra/ la luce morente di una bella giornata/ le rane che cantano la venuta delle stelle/ due ombre abbracciate lungo la strada.

A margine

Il brano che ho scelto mi è davvero molto caro e spero tanto vi piaccia

certo è bello stare al centro delle cose, girare a trecentosessanta gradi, ammirare ciò che ci circonda, essere perno, essere fulcro, il centro della margherita, tutti i petali intorno a fare corona, ad inchinarsi facendo oooh di meraviglia…..

certo è bello essere il primo della fila, girarsi indietro a vedere quanto è lungo lo strascico, prendersi il proprio tempo, perderlo se ci va di farlo, scegliere il boccone migliore, la parte più tenera…..

certo è bello camminare in mezzo al marciapiede, non troppo rasente al muro, che si sporca di grigio la giacca, non troppo sul bordo per non rischiare un incidente, in mezzo, in trionfo, la gente si sposta, fa largo, bisogna lasciar passare….

certo è bello mangiare il cuore della torta, la parte morbida del formaggio, tagliare una fetta scavando a cucchiaio, portare via la parte più appetitosa e scartare la scorza…..

a me piace guardare la vita dal margine, avere la visione più ampia possibile, perdermi nei piccoli dettagli appoggiando le spalle ad uno spigolo, trovare il mio angolo preferito e arredarlo con i miei pensieri….

a me non piacciono gli inchini degli altri petali, mi piace confondermi nelle doppie corolle, in quegli abbozzi alla base dello stelo, che non sai se stanno crescendo o se ci hanno rinunciato prima di provare….

a me piace mangiare la crosta croccante della pizza, rosicchiare le ossa del pollo, il bordo bruciacchiato della crostata e finire l’ultima cucchiaiata di tiramisù, che non mi spiego perchè è sempre la migliore…..

a me piace camminare sul bordo del marciapiede, sui mattoncini che delimitano le aiuole, sbandando un pochino, pronta ad appoggiare a terra la punta del piede e darmi lo slancio per ripartire…..

a me piace affondare i piedi nei sassolini del mare, camminare sulla linea di demarcazione tra sabbia bagnata e asciutta, osservarla mentre piano piano si sposta all’insù, quando l’acqua torna a riprendersi ciò che è suo…..

a me piace colorare a matita sfumata, pasticciare con le dita ed i trucioli di legno, senza cancellare, se no il foglio si strappa, e pazienza se ogni tanto si sporca, se il margine non è perfetto e i bordi si sfocano….

è tutto qui lo stare a bordo vita, è tutta qui la bellezza dei margini…..

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fonte: web

Del parlar di blog ed altre tortuosità

Ho scritto questo articolo quasi un anno fa e oggi sono andata a ripescarlo.
In questi giorni sto leggendo critiche abbastanza dure sulle famigerate stelline, su chi commenta per farsi notare o farsi benvolere, sull’aspetto social dei blog e questo sinceramente mi rattrista.
Qualche tempo fa ho scritto ad Albucci che io sono antisocial, perchè non uso nè facebook nè twitter e lui mi ha risposto “ed hai un blog?”.
Anche un blog è social, perchè nasconderci dietro un dito?
Possiamo decidere di metterci nome e cognome oppure un nick più o meno fantasioso, possiamo parlare della vita vera o di realtà parallele, però l’interazione è inevitabile, con tutto quello che comporta.
Il mio blog è aperto, è fruibile da tutti, non metto moderazioni, chiunque qui è benvenuto.
Se mi si lascia traccia del passaggio ne sono contenta, se si vuole spendere qualche minuto per commentare ancora meglio, chi vuole continuare o approfondire il dialogo benissimo!
Però non chiudo la porta in faccia a nessuno, non faccio pulizie drastiche, alcuni blog si autoeliminano da soli smettendo di scrivere, non ricambio follow a vanvera, cerco di leggere, di alcuni blog ho letto davvero tutto, anche maratone di più di duecento articoli, e poi decido.
Semplicemente io mi affeziono, forse è la cosa più infantile e sbagliata, e mi dispiace tanto quando un blogger chiude all’improvviso o non scrive per tanto tempo.
Io spero di risultare sempre una persona vera e sincera, certo so bene che le cazzate che scrivo possono risultare noiose o banali, mica tutti possono avere la mia stessa balorda visione delle cose!
Non posso e non voglio piacere a tutti, ma mi auguro che chiunque qui possa sentirsi benvenuto e ben accetto, prendere da me ciò che desidera e lasciarmi un segno, se ne ha voglia, oppure no.
Io sono qui in casa mia, ma la porta è aperta, si può entrare senza dover bussare o chiedere l’accesso, si può decidere se rimanere o no senza temere di essere accompagnati all’uscita, ma in piena libertà.

La Mela sBacata

inconscio_clip_art fonte: web

(Questo post nasce da uno scambio di opinioni che trovate qui in casa di Pinocchio)

Oggi tira un vento fortissimo e la mia mansarda fischia e sibila come una vela stracciata.

Piove incessantemente, cascatelle che rimbalzano sul tetto e bussano indiscrete ai miei vetri.

Tutto questo non mi aiuta, ho un martellio nella testa da qualche giorno, una riflessione che picchietta e spintona per farsi notare e non può rimanere ancora inascoltata.

Ho aperto questo blog quasi tre anni fa per sfida e per ripicca.

Avevo appena sbattuto la porta in faccia ad un forum, che per molto tempo era stata la mia “famiglia virtuale”, ma ora sembrava non saper più che farsene di me.

L’idea iniziale era quella di continuare ad occuparmi dei temi trattati in passato, questa volta in prima persona e con maggiore autonomia.

In realtà non sapevo bene da che parte iniziare, forse…

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Cipollitudine

Tempo fa stavo esplorando un blog di fotografia dal titolo accattivante In search of the Invisible, quando mi sono imbattuta in una natura morta singolare. Leggendo la didascalia che l’accompagna ho inizato a fare alcune associazioni a ruota libera, mi è tornata in mente anche una poesia di Wislawa Szymborska (ci sarebbe anche quella di Neruda ma la trovo meno incisiva) poi ho salvato tutto in bozze e, come mi capita spesso, ho lasciato sedimentare.

L’altra sera, leggendo il post di Avvocatolo, ho ripensato alla mia bozza dormiente, poi sempre Avvocatolo con il post di oggi mi ha fatto decidere a riunire un po’ i pensieri.

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Onion – With its strong smell, onions have often been used to ward off evil, especially the dangerous powers of the moon. As the multiple layers of an onion are pealed off, each can represent an area of wisdom until the center containing total wisdom is revealed. The onion also symbolizes the cosmos and immortality because of its shape. Still life imagery is very personal. It’s a meditative process, checking in with yourself. credits: Still Life by James Frederick Bland http://jamesfbland.blogspot.it

La cipolla – Wislawa Szymborska

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
Fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

E’ vero, noi siamo fatti di carne, visceri e altri liquidi organici poco piacevoli, siamo radiopachi ma la parte più bella di noi, l’anima, è invisibile e se ne invola via non appena il sangue si ferma e il cuore diventa solo un muscolo morto, anzichè il nostro Cuore.

Però abbiamo anche una certa cipollitudine®, questa se permettete me la brevetto, che è un misto di cipolla e attitudine o cipolla e solitudine, se preferite.

Siamo elegantemente avvolti in mille strati trasparenti pieni di celluline urticanti, ci rivestiamo di cortine fumogene, per nascondere chi siamo, per non essere presi sul serio, per paura o per fare un po’ di scena.

Ci vuole pazienza per arrivare fino al cuore, stringere i denti per non piangere troppo e sopportare la puzza che rimane sulle mani, che neanche le saponette di acciaio la levano via.

E poi in fondo a quella puzza uno un po’ si abitua, anzi ogni tanto ti annusi quelle mani quasi con soddisfazione perchè hai domato la cipolla ribelle.

Siamo un microcosmo, siamo molti Noi e non è facile metterci tutti d’accordo, ogni tanto qualcuno sbarella, chi ride di qua, chi piange di là e ci si tiene il muso per giorni.

Abbiamo maschere per ogni occasione, che ci coprono l’anima sempre troppo nuda e ci permettono di cambiare, di non essere chi siamo davvero o di essere chi non vorremmo essere.

L’importante è non saldarle queste maschere, non è di gabbie di ferro che abbiamo bisogno, ma di maschere aeree e trasparenti, come pelli di cipolla, che fanno circolare l’aria e non intrappolano gli spiriti maligni e i pensieri cattivi.

E capita così che a volte ti imbatti in una persona, supponiamo un avvocato, inizi a leggere attratta da un parruccone viola e pensi che è solo uno squinternato, se ti fermi alla prima pelle di cipolla, ma poi sei testarda e continui a sfogliare e ad ogni strato trovi qualcosa, un padre amorevole, un fratello, un poeta, trovi sentimenti che fanno male e pensieri profondi ma quando arrivi in fondo sei contenta, certo hai pianto un po’, la cipolla non perdona, ma sei contenta ugualmente.

Quindi Avvocà sappi che è colpa tua!!

Nido di cuore

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Hai fatto un nido di soppiatto
nel mio cuore
come un cuculo dispettoso.
Hai gettato un seme
di desiderio
come un bambino noncurante.
Ora i germogli premono
appuntiti e turgidi,
sugli atrii e
sui ventricoli indolenziti.
Le radici si avviluppano
alla carne morbida,
come liane di baobab
superbe e indifferenti.

Cestino da viaggio

cestino da viaggioOggi ti vengo a trovare e voglio farti una sorpresa.

Mi sono impegnata a cercare tutte le cose che più ti piacciono e ho preparato un cestino da viaggio per te.

Ho messo la spuma bionda, non sai quanto è diventato difficile trovala oggi, perchè so quanto ti piace e non ti farà male berne un bicchiere in più, te ne sei privato per così tanto tempo.

C’è anche un po’ di quel formaggio con il pepe di cui sei goloso, pane per accompagnarlo e una guantiera di paste, quelle con la frutta e ovviamente i cannoli, i tuoi preferiti.

Questa volta mangiali pure tutti, non preoccuparti dai, non ti sgrido più.

Dentro il cestino ho messo anche i quiui, non hai mai imparato a dire kiwi, una radiolina per ascoltare le partite, la schedina del totocalcio, così questa volta un tredici lo azzecchiamo senz’altro, e la tua amata cassetta di Lucio Dalla, scusa se te l’ho rubata ma mi andava di ascoltarla un po’ anche io.

Al mio arrivo inizierò subito ad affannarmi per fare pulizia, quindi non arrabbiarti! Tanto lo sai che faccio sempre così, che non mi piace guardare dove sei e preferisco tenere le mani occupate.

In fondo, mi spieghi che diavolo ci parlo a fare con una lastra di granito?

Se voglio parlarti mi basta chiudere gli occhi e risento la tua voce, se voglio vederti mi guardo allo specchio, cerco la fossetta al centro del mento, muovo le mani, nodose come le tue, i piedi sgraziati ed eccoti lì.

Mi manca solo la fessura tra i denti davanti, mi piaceva tanto far spuntare quel pezzetto di lingua rosea e non ho ancora perdonato te e mamma per quello stupido apparecchio, che si è portato via il mio sorriso così simile al tuo.

Ci separano cinquemilaottocentoquarantaquattro giorni e ognuno di essi mi ha trafitto la carne come uno spillo.

Ho ancora ricordi a farmi compagnia e rimorsi a farmi male ma la tua assenza è difficile da sopportare.

La tua assenza mi tatua la pelle ogni giorno.

Vorrei che tu fossi orgoglioso della donna che sono diventata, perchè sto in piedi da sola, faccio sempre il mio dovere, se sanguino cerco di non piangere “che goffa che sei, è solo sangue pazzo, non è niente, vieni da papà“.

Hai ragione come sempre, è solo sangue pazzo.