Imparare

Ho imparato a sorridere solo con gli occhi.

Ho imparato a fare a meno degli abbracci.

Ho imparato a non smettere di desiderarli.

Ho imparato a farmi bastare l’ossigeno.

Ho imparato che vivere è difficile, ma non impossibile, senza cappuccino.

Ho imparato che tornare a parlarsi è riscoprirsi.

Ho imparato che il silenzio dà dipendenza.

Ho imparato che non devo crearmi aspettative.

Ho imparato che non devo cercare conferme.

Ho imparato che posso star sola senza sentirmi sola.

Ho imparato che posso uscire spettinata.

Ho imparato che mi bastano le scarpe che ho.

Ho imparato che non mi bastano i libri che ho.

Ho imparato che la primavera se ne frega e fiorisce ugualmente.

Ho imparato che rivoglio la mia vita.

Ho imparato che posso accettare di cambiarla.

Ho imparato che posso sbagliare.

Ho imparato che non me ne devo vergognare.

Ho imparato che non ho ancora imparato abbastanza.

e poi ci sono giorni in cui il solo atto della respirazione lascia stremati. sembra più facile rinunciare a questa vita. l’idea di scomparire dà pace. da tanto tempo ero smarrita in un luogo in cui non c’era il sole, in cui non crescevano fiori. ma di tanto in tanto dalle tenebre emergeva qualcosa che amavo e mi riportava alla vita. alla contemplazione di un cielo stellato. alla leggerezza di una risata tra vecchi amici. vivere è difficile. è difficile per tutti. ed è in quel momento. quando vivere è come passare da un buchetto di spillo. che dobbiamo resistere all’impulso di soccombere ai brutti ricordi. rifiutarci d’inchinarci ai brutti mesi o ai brutti anni. perché i nostri occhi bramano d’ingozzarsi di questo mondo. ci sono ancora tanti specchi d’acqua turchese in cui tuffarci. c’è una famiglia. di sangue o d’elezione. la possibilità d’innamorarsi. di persone e luoghi. colline alte come la luna. valli che si srotolano fino a nuovi mondi. e gite. trovo importantissimo accettare di non essere i padroni di questa terra. ma solo visitatori. e da ospiti godiamocela come un giardino. trattiamola con mano delicata. così che possa viverla anche chi verrà dopo di noi. troviamo un sole tutto nostro. coltiviamo fiori tutti nostri. l’universo ci ha partoriti con luce e semi. magari a volte non la sentiamo ma la musica è sempre accesa. basta alzare il volume. finché c’è fiato nei polmoni – dobbiamo continuare a danzare.
Rupi Kaur, Il sole e i suoi fiori

Come foglie

Lucca 2019 – foto personale

Sono stanca, tanto, e oppressa. È una sensazione generica, non riesco a definirla in altro modo se non visualizzando una mano che mi tiene premuta la testa verso il basso.
Sono soprattutto i giorni di riposo a fregarmi.
Quando lavoro mi sfinisco, non ho neppure il tempo di andare in bagno, figuriamoci di pensare e, quando arrivo a casa, semplicemente mi spengo.
Nei momenti di riposo invece la testa parte per suo conto e mi trovo a girare a vuoto; potrei pulire una casa che ne ha molto bisogno, magari cucinare quel piatto elaborato che progetto da tempo o provare a fare il pane, con quella preziosa bustina di lievito che ho messo da parte, ma niente, zero voglia.
È come se fossi in riserva e ogni singolo grammo di energia residua avesse come unico target il lavoro.
Non riesco quasi più a leggere, non ascolto musica, ho smesso di guardare i notiziari. Ogni mattina leggo le mail, controllo le circolari che sono arrivate, ciò che veramente mi serve per il quotidiano e cestino tutto il resto.
Ho bisogno di silenzio, lo cerco come fosse ossigeno, mi isolo, metto i tappi per dormire, stacco i telefoni. Cerco un po’ di pace in una bolla, lavoro e aspetto che il peggio passi.
Il periodo che stiamo affrontando ha avuto il grande pregio di mettere finalmente a nudo l’essenziale che, prima, era davvero invisibile agli occhi.
Ho smesso di cercare la felicità nell’effimero superfluo e mi concentro sulla concretezza del poco di ogni giorno.
In queste settimane mi sto confrontando con le paure ataviche, mie e di chi mi circonda, con l’esigenza professionale di essere calma e razionale, con la consapevolezza che potrei ammalarmi e anche morire.
Ho messo a posto un po’ di cose, pulito e sistemato vecchi archivi cartacei e files che non ricordavo più di avere. Ho perfino fatto una specie di testamento, una busta di carta kraft con appiccicato un post-it da aprire in caso di emergenza.
Mi tengo pronta ad ogni evenienza, non si sa mai, ma cazzo se mi tremava la mano mentre scrivevo.
In realtà, per quanto di passaggio, non siamo mai abbastanza pronti ad andare via di qua.
Le giornate sono stressanti e caotiche. Il telefono non smette mai di squillare. Corro, quanto corro!
Mi sono cucita mascherine di cotone colorato, mi sono rifiutata di usare quelle bianche, perché non posso permettermi di perdere la speranza e voglio un pizzico di allegria nelle mie giornate. Faccio fatica a tenerle sul viso, mi manca subito l’aria e vado in affanno. Ho stretto un accordo con un collega: quando le occhiaie diventano troppo nere mi avvisa, così la tolgo e mi ossigeno. Piano piano mi sto abituando, come i fiori anoressici di un’aiuola spartitraffico, che continuano a fiorire tra fumi di monossido e diossina.
Non abbiamo tutele se non quelle cui abbiamo provveduto di persona, non abbiamo fatto tamponi, nessuno ci ha fornito presidi di protezione.
Siamo qui con le nostre forze, ogni tanto l’umore scende però resistiamo.
Tre volte al giorno mi misuro la temperatura, la pelle delle mani è sempre più ruvida per i guanti e i lavaggi, in compenso ho unghie lunghissime perché non le posso più mangiare. Ho fatto crescere finalmente gli artigli, per aggrapparmi meglio a ciò che non voglio scivoli via.
Disinfetto con furia tutto ciò che tocco, le maniglie dell’auto, il volante, il cambio, le chiavi, i telefoni, gli occhiali, la borsa, i pulsanti, le scarpe che indosso. Ormai è una routine cui mi aggrappo per andare avanti.
A volte piango, poco e furtivamente, per non farmi accorgere e al telefono faccio una voce allegra e rido.
Sto da sola, ormai da un mese anche nel fine settimana, per non portare la malattia alla mia famiglia.
Qualcuno mi ha chiesto se non sto esagerando. Ci sono rimasta molto male e no, non credo di stare esagerando. Magari, quando tutto sarà finito, con il senno di poi mi dirò che è stata una precauzione eccessiva, ma adesso no, non lo è affatto.
Non essere certi di rivedere chi entra in ospedale, essere avvisati a morte avvenuta, non potersi congedare dai propri cari, non poter avere un vero funerale, sono queste le cose che temo e non auguro a nessuno.
Passerà questo momento, Adda passà ‘a nuttata, avremo le ossa ammaccate, dovremo fare la conta di chi c’è ancora e di chi invece potremo solo ricordare.
Spero avremo imparato a dare il giusto peso a ciò che davvero conta per ognuno di noi.
Siamo tutti foglie attaccate allo stesso grande albero che, scrollandosi, ci ha reso consapevoli di quanto siamo fragili.

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita (Veglia, Giuseppe Ungaretti)

think poetic

fonte: foto mia

In un momento di zero ispirazione, prendo in prestito parole bellissime per adornare questo spazio troppo vuoto, così come farei con un splendido mazzo di fiori primaverili.

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che nessuno stabilisce norme salvo la vita,
Che la vita senza certe norme perde forma,
Che la forma non si perde con l’aprirci,
Che aprirci non è amare indiscriminatamente,
Che non è proibito amare,
Che si può anche odiare,
Che l’odio e l’amore sono affetti,
Che l’aggressione è perché sì ferisce molto,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che definirsi non è remare contro corrente,
Che non quanto più forte si fa il segno più lo si scorge,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che negare parole implica aprire distanze,
Che trovarsi è molto bello,
Che il sesso fa parte del bello della vita,
Che la vita parte dal sesso,
Che il “perché” dei bambini ha un perché,
Che voler sapere di qualcuno non è solo curiosità,
Che volere sapere tutto di tutti è curiosità malsana,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che l’autodeterminazione non è fare le cose da solo,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che per dare dovemmo prima ricevere,
Che affinché ci dìano bisogna sapere anche come chiedere,
Che sapere chiedere non è regalarsi,
Che regalarsi è, in definitiva, non amarsi,
Che affinché ci vogliano dobbiamo dimostrare che cosa siamo,
Che affinché qualcuno “sia” bisogna aiutarlo,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che adulare è tanto pernicioso come girare la faccia,
Che faccia a faccia le cose sono oneste,
Che nessuno è onesto perché non ruba,
Che quello che ruba non è ladro per suo piacere,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che non ci si deve dimenticare che esiste la morte,
Che si può essere morto in vita,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che alziamo muri per non essere feriti,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che quasi tutti siamo muratori di muri,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Che non per il molto portarsi avanti si leva prima il sole,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?

(Mario Benedetti, poeta, scrittore, intellettuale, esule scomparso oggi 10 anni fa)

Exit

Aggrappato al mio cuore, cerco di volare lontano

Lavo i tagli con sapone di Marsiglia,
l’aria effonde odore di sego e spigo.

L’acqua s’increspa in mulinelli bigi,
bave di schiuma chiazzano il fondo
del catino.

Sbuccio cipolle per la veglia dell’altroieri,
alibi compiacenti si travestono da lacrime
cocenti.

Il vento si beffa di stracci aggrovigliati,
fili di sospiri annodano stretti i rami
snudati.

Disegno scale a pioli sconnesse,
cirri da grandine ornano sentieri di ragnatele.

Le parole ingoiate intere amareggiano il sonno,
dita tremanti contornano frasi smozzicate.

Gioco a scacchi con lo specchio incrinato,
la regina sperduta piange nella torre
del labirinto.

Il passato si traveste di ricordi usurai,
labbra bistrate reclamano baci prostituiti.

Accendo un lume di mirra e mentolo,
aloni di fumo azzurro sfocano il volto
della luna.

La notte pavida riscuote le sue scommesse,
giocatori sconfitti gettano in aria dadi
senza facce.
(Camille Béatrix D’Heure).

On air Hunger strikes

L’heure de la nuit

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fonte: tumblr

Lascia ch’io entri

nel tuo mondo.

Non tenermi

lontana

con il silenzio,

teso,

di filo spinato,

feroce,

che graffia carne

avida

di abbracci.

Stringi la mano,

a pugno,

tra le mie

e fa ch’io l’apra,

un dito

alla volta,

per svelarne il vuoto,

ostinato,

vestito della nuda

nudità

di dolore

solitario.

Appoggia i palmi

sul mio volto,

indifeso

e sfiora la pelle

con la cura,

lenta,

di un cieco

che impara

i sentieri,

nascosti,

di rughe

colme di vita.

Cerca la mia bocca

con l’affanno

di un morente

cui dare fiato,

di una pagina

cui mescere inchiostro,

di un cardellino

cui donare libertà.

Scuoti la cenere

del tempo,

implacabile,

sulla soglia

del tuo cuore

e accogli l’ombra,

paziente,

dell’attesa,

di te,

in me.

Lascia ch’io entri

nella tua anima. (Camille Béatrix D’Heure)

Doppio poetico – Attila Jozsef

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fonte: web

In una piazza di Budapest, su una scalinata vicino al Danubio, un posto buono per riposarsi e riflettere, sta seduto un uomo magro. Ha il volto scavato, forse dalla fame che brucia dentro, forse dalla follia che scava ancor di più, e gli occhi sperduti dentro la visione dei suoi mostri, la guerra, le condizioni sociali dei più deboli, la politica.

Ha in mano un cappello floscio che spiegazza tra le dita e una camiciola aperta sul collo, perchè fa così tanto caldo da aver buttato il soprabito con noncuranza al suo fianco.

Ha mani bellissime, lunghe e nodose, magre e nervose che riposano mentre osserva l’acqua che scorre, l’acqua che tutto porta via in un istante, tenendo gli occhi bassi non per sconfitta ma per stanchezza o forse chissà.

Non sapremo mai cosa si annida nella sua testa, se il pensiero della madre, l’amore o la morte, quella che metterà in atto sdraiandosi sui binari e lasciandosi attraversare da un treno in corsa.

É un poeta, un sognatore, un uomo solo. É Attila József.

Quando il governo ungherese ha annunciato l’intenzione di rimuovere la sua statua, migliaia di persone si sono radunate intorno a lei con affetto, spontaneamente, recitando le sue poesie e tentando di proteggere la bellezza e la cultura da tutto ciò che limita la libertà di espressione. Per il momento ci sono riuscite e Attila può continuare a riposare guardando il Danubio.

Ho voluto interpretare a modo mio due delle sue poesie che preferisco, con immagini e suoni che le accompagnino.

Resilienza

Resilienza – foto personale

Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Resilienza, la capacità di far fronte ad un evento traumatico riorganizzando la propria vita in modo positivo. Quale esempio migliore se non un tralcio di edera che si riappropria del suo spazio, che scavalca gli aculei di un filo spinato arrugginito e anzi ne fa supporto per crescere più rigogliosa. Come se la tua mano fosse la mia mano, non ho paura che tu mi punga e mi faccia male, mi avvolgo a te e ti proteggo da te stesso. Ascoltando Sheena.

Confini

Confini – foto personale

Il Dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Il dolore è un confine difficile da oltrepassare, aghi di filo spinato che si conficcano in un cielo azzurro, una muraglia che contiene ben più che cocci aguzzi di bottiglia. Il dolore è non riuscire più a percepire la normalità, sentirsi estranei, confinati in una gabbia che solo noi possiamo spezzare e continuare comunque a rimirare il cielo e osservare le nuvole che passano e neppure il nostro filo spinato riesce a stracciare. Ascoltando Lauryn.

Nonsense del cappellaio matto

Osservo una parata di mussole inconsistenti,

ali impalpabili di falene,

che nuotano in oceani amniotici e ipnotici,

che tinnano e tintinnano come ciondoli di ghiaccio acchiappasogni,

appesi al portone di coscienze incoscienti e senzienti,

nell’insipienza del loro avere.

Resto accoccolata nel buio nudo delle ombre,

apro armadi muffiti da rimpianti e mi rivesto di pelli ed orpelli,

che adornano il mio non essere di maschere inusitate,

spaventose e spaventate come danze madrigali di morte nera,

che arrossa i divani e appanna i cuscini di salotti perbene.

Chiudo gli occhi assetati sul presente,

mi addormento sui sogni dell’oggi che cangia in ieri dolcemente,

come parto acquatico di balene volanti,

che stringono tra i denti il vento di mondi lontani,

di atlantidi smarrite nella coltre dei giorni perduti,

avvinghiate a nebbie di bambagia ingiallita da sospiri amorevoli.

Mi tuffo nel flusso dei ricordi,

che vanno a ritroso nel centro del tempo,

come filo che si raggomitola attorno al dito di chi lo dipana,

stringendo il canto dei sogni mancati,

in una morsa rassegnata di morbida lana,

che soffoca il suono di gentili conati di vita mai vissuta.

Calavera Catrina

Calavera Catrina

benedicimi

Santa Muerte Chicana

proteggimi.

Dipingo il volto

riscaldo la cera

nascondo rughe

modello sorrisi

preparo l’incontro

con il mio amato.

Come acrobati

dalle scarpe troppo grandi

balleremo

sul filo teso delle nostre parole

attenti che il peso

dei nostri sguardi

non lo spezzi con un suono

secco di schiocco e schianto

che precipita

nel vuoto della notte

come scia

di lucciola al fosforo

come lampo

di luce al magnesio.

Con gli ombrellini aperti

planeremo

sulle orme del nostro cuore

che batte di sentieri venosi

aperti e palpitanti

come ventre

di ricci di mare

spinosi e protesi

a graffiare parole

troppo dolci per palati

ineducati e rozzi

come mani ruvide

disidratate

da sogni e latrine

lavate con cura.

Appunto un fiore

al bavero della giacca

incollo una stella

all’orlo della bocca

disegno un punto

di domanda sottesa

sul palmo della mano

sudata

che intreccerò

ansiosa

al palmo del mio amato.

Calavera Catrina,

proteggimi

Santa Muerte Chicana,

benedicimi.

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Anima mundi

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Foto di proprietà di Kalosf che pubblico per sua gentile concessione

Sono qui,

appesa a travi arrugginite,

quarto di bue infilzato sul gancio,

l’ombra oscilla in spirali antiorarie

il ricordo si vela di silenzio.

Sono qui,

abbozzata su graffiti annoiati,

voce di chi ha svenduto l’esistenza,

la vernice disegna parole sbiadite

la ragione si congeda dalla realtà.

Sono qui,

coperta di steli disseccati,

malerba inaridita che non muore,

il sole arroventa triangoli di macerie

lo sguardo si impiglia su vetri scheggiati.

Sono qui,

intessuta di veli di ragno,

abito nuziale dell’abbandono,

la polvere stride sul metallo

il vento gioca a nascondersi nel vuoto.

Sono qui,

cosparsa di profilattici screpolati,

talamo compiacente per coiti colpevoli,

i corpi si abbracciano furtivi

i gemiti rimbombano sul cemento.

Sono qui,

macchiata da siringhe imbrattate,

zattera sfondata per naufraghi disperati,

il laccio stringe pelle ulcerata

il sangue cola a concimare la terra.

Sono qui,

arredata di cartone ammuffito,

dimora segreta per anime dimenticate,

il fumo si leva dal cerchio di pietra

il fuoco riscalda mani infreddolite.

 


La poesia è un coltello che taglia senza pietà gli orpelli e rende visibile solo l’essenza, svelando l’anima. Offrirla nuda in pasto ad altri occhi, aperta a molteplici interpretazioni critiche, è un atto di grande coraggio e umiltà. Il mio carissimo Kalosf, prezioso, elegante e instancabile cercatore di luce, ha tentato di incoraggiarmi dicendomi che le nostre emozioni sono per gli altri, vanno condivise perchè possono essere utili, perchè possono generare solo bellezza. Solitamente non scrivo poesie, non valgo granchè e ho il pudore dei miei limiti. Spero sarete indulgenti, non è facile tradurre le emozioni. Soprattutto quelle che scavano dentro.

Verde – Green

Ascoltando Miles Davis – Blue in Green

wp-1459772497448.jpegL’alba era verde mela,

The dawn was apple-green,

Il cielo era vino verde levato nel sole,

The sky was green wine held up in the sun,

La luna era un petalo d’oro tra loro due.

The moon was a golden petal between.

Lei aprì i suoi occhi, e verdi

She opened her eyes, and green

Rifulsero, limpidi come fiori sbocciati

They shone, clear like flowers undone

Per la prima volta, ora per la prima volta veduti.

For the first time, now for the fist time seen.

(David Herbert Lawrence)

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credits: crowblacknight.deviantart.com