Exit

Aggrappato al mio cuore, cerco di volare lontano

Lavo i tagli con sapone di Marsiglia,
l’aria effonde odore di sego e spigo.

L’acqua s’increspa in mulinelli bigi,
bave di schiuma chiazzano il fondo
del catino.

Sbuccio cipolle per la veglia dell’altroieri,
alibi compiacenti si travestono da lacrime
cocenti.

Il vento si beffa di stracci aggrovigliati,
fili di sospiri annodano stretti i rami
snudati.

Disegno scale a pioli sconnesse,
cirri da grandine ornano sentieri di ragnatele.

Le parole ingoiate intere amareggiano il sonno,
dita tremanti contornano frasi smozzicate.

Gioco a scacchi con lo specchio incrinato,
la regina sperduta piange nella torre
del labirinto.

Il passato si traveste di ricordi usurai,
labbra bistrate reclamano baci prostituiti.

Accendo un lume di mirra e mentolo,
aloni di fumo azzurro sfocano il volto
della luna.

La notte pavida riscuote le sue scommesse,
giocatori sconfitti gettano in aria dadi
senza facce.
(Camille Béatrix D’Heure).

On air Hunger strikes

L’heure de la nuit

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fonte: tumblr

Lascia ch’io entri

nel tuo mondo.

Non tenermi

lontana

con il silenzio,

teso,

di filo spinato,

feroce,

che graffia carne

avida

di abbracci.

Stringi la mano,

a pugno,

tra le mie

e fa ch’io l’apra,

un dito

alla volta,

per svelarne il vuoto,

ostinato,

vestito della nuda

nudità

di dolore

solitario.

Appoggia i palmi

sul mio volto,

indifeso

e sfiora la pelle

con la cura,

lenta,

di un cieco

che impara

i sentieri,

nascosti,

di rughe

colme di vita.

Cerca la mia bocca

con l’affanno

di un morente

cui dare fiato,

di una pagina

cui mescere inchiostro,

di un cardellino

cui donare libertà.

Scuoti la cenere

del tempo,

implacabile,

sulla soglia

del tuo cuore

e accogli l’ombra,

paziente,

dell’attesa,

di te,

in me.

Lascia ch’io entri

nella tua anima. (Camille Béatrix D’Heure)

Doppio poetico – Attila Jozsef

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fonte: web

In una piazza di Budapest, su una scalinata vicino al Danubio, un posto buono per riposarsi e riflettere, sta seduto un uomo magro. Ha il volto scavato, forse dalla fame che brucia dentro, forse dalla follia che scava ancor di più, e gli occhi sperduti dentro la visione dei suoi mostri, la guerra, le condizioni sociali dei più deboli, la politica.

Ha in mano un cappello floscio che spiegazza tra le dita e una camiciola aperta sul collo, perchè fa così tanto caldo da aver buttato il soprabito con noncuranza al suo fianco.

Ha mani bellissime, lunghe e nodose, magre e nervose che riposano mentre osserva l’acqua che scorre, l’acqua che tutto porta via in un istante, tenendo gli occhi bassi non per sconfitta ma per stanchezza o forse chissà.

Non sapremo mai cosa si annida nella sua testa, se il pensiero della madre, l’amore o la morte, quella che metterà in atto sdraiandosi sui binari e lasciandosi attraversare da un treno in corsa.

É un poeta, un sognatore, un uomo solo. É Attila József.

Quando il governo ungherese ha annunciato l’intenzione di rimuovere la sua statua, migliaia di persone si sono radunate intorno a lei con affetto, spontaneamente, recitando le sue poesie e tentando di proteggere la bellezza e la cultura da tutto ciò che limita la libertà di espressione. Per il momento ci sono riuscite e Attila può continuare a riposare guardando il Danubio.

Ho voluto interpretare a modo mio due delle sue poesie che preferisco, con immagini e suoni che le accompagnino.

Resilienza

Resilienza – foto personale

Metti la mano

Metti la mano
sulla mia fronte
come se la tua mano
fosse la mia mano.
Sorvegliami, come se
mi si volesse uccidere
come se la mia vita
fosse la tua vita.
Amami, come se
tu lo volessi
come se il mio cuore
fosse il tuo cuore.

Resilienza, la capacità di far fronte ad un evento traumatico riorganizzando la propria vita in modo positivo. Quale esempio migliore se non un tralcio di edera che si riappropria del suo spazio, che scavalca gli aculei di un filo spinato arrugginito e anzi ne fa supporto per crescere più rigogliosa. Come se la tua mano fosse la mia mano, non ho paura che tu mi punga e mi faccia male, mi avvolgo a te e ti proteggo da te stesso. Ascoltando Sheena.

Confini

Confini – foto personale

Il Dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,
col viso asciutto, gli occhi d’un azzurro chiaro,
dalle sue spalle fragili pende
la borsa, il vestito è scuro e consumato.
Nel suo petto batte un orologio
da pochi soldi; timidamente sguscia
di strada in strada, si stringe ai muri
delle case, sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Il dolore è un confine difficile da oltrepassare, aghi di filo spinato che si conficcano in un cielo azzurro, una muraglia che contiene ben più che cocci aguzzi di bottiglia. Il dolore è non riuscire più a percepire la normalità, sentirsi estranei, confinati in una gabbia che solo noi possiamo spezzare e continuare comunque a rimirare il cielo e osservare le nuvole che passano e neppure il nostro filo spinato riesce a stracciare. Ascoltando Lauryn.

Nonsense del cappellaio matto

Osservo una parata di mussole inconsistenti,

ali impalpabili di falene,

che nuotano in oceani amniotici e ipnotici,

che tinnano e tintinnano come ciondoli di ghiaccio acchiappasogni,

appesi al portone di coscienze incoscienti e senzienti,

nell’insipienza del loro avere.

Resto accoccolata nel buio nudo delle ombre,

apro armadi muffiti da rimpianti e mi rivesto di pelli ed orpelli,

che adornano il mio non essere di maschere inusitate,

spaventose e spaventate come danze madrigali di morte nera,

che arrossa i divani e appanna i cuscini di salotti perbene.

Chiudo gli occhi assetati sul presente,

mi addormento sui sogni dell’oggi che cangia in ieri dolcemente,

come parto acquatico di balene volanti,

che stringono tra i denti il vento di mondi lontani,

di atlantidi smarrite nella coltre dei giorni perduti,

avvinghiate a nebbie di bambagia ingiallita da sospiri amorevoli.

Mi tuffo nel flusso dei ricordi,

che vanno a ritroso nel centro del tempo,

come filo che si raggomitola attorno al dito di chi lo dipana,

stringendo il canto dei sogni mancati,

in una morsa rassegnata di morbida lana,

che soffoca il suono di gentili conati di vita mai vissuta.

Calavera Catrina

Calavera Catrina

benedicimi

Santa Muerte Chicana

proteggimi.

Dipingo il volto

riscaldo la cera

nascondo rughe

modello sorrisi

preparo l’incontro

con il mio amato.

Come acrobati

dalle scarpe troppo grandi

balleremo

sul filo teso delle nostre parole

attenti che il peso

dei nostri sguardi

non lo spezzi con un suono

secco di schiocco e schianto

che precipita

nel vuoto della notte

come scia

di lucciola al fosforo

come lampo

di luce al magnesio.

Con gli ombrellini aperti

planeremo

sulle orme del nostro cuore

che batte di sentieri venosi

aperti e palpitanti

come ventre

di ricci di mare

spinosi e protesi

a graffiare parole

troppo dolci per palati

ineducati e rozzi

come mani ruvide

disidratate

da sogni e latrine

lavate con cura.

Appunto un fiore

al bavero della giacca

incollo una stella

all’orlo della bocca

disegno un punto

di domanda sottesa

sul palmo della mano

sudata

che intreccerò

ansiosa

al palmo del mio amato.

Calavera Catrina,

proteggimi

Santa Muerte Chicana,

benedicimi.

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Anima mundi

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Foto di proprietà di Kalosf che pubblico per sua gentile concessione

Sono qui,

appesa a travi arrugginite,

quarto di bue infilzato sul gancio,

l’ombra oscilla in spirali antiorarie

il ricordo si vela di silenzio.

Sono qui,

abbozzata su graffiti annoiati,

voce di chi ha svenduto l’esistenza,

la vernice disegna parole sbiadite

la ragione si congeda dalla realtà.

Sono qui,

coperta di steli disseccati,

malerba inaridita che non muore,

il sole arroventa triangoli di macerie

lo sguardo si impiglia su vetri scheggiati.

Sono qui,

intessuta di veli di ragno,

abito nuziale dell’abbandono,

la polvere stride sul metallo

il vento gioca a nascondersi nel vuoto.

Sono qui,

cosparsa di profilattici screpolati,

talamo compiacente per coiti colpevoli,

i corpi si abbracciano furtivi

i gemiti rimbombano sul cemento.

Sono qui,

macchiata da siringhe imbrattate,

zattera sfondata per naufraghi disperati,

il laccio stringe pelle ulcerata

il sangue cola a concimare la terra.

Sono qui,

arredata di cartone ammuffito,

dimora segreta per anime dimenticate,

il fumo si leva dal cerchio di pietra

il fuoco riscalda mani infreddolite.

 


La poesia è un coltello che taglia senza pietà gli orpelli e rende visibile solo l’essenza, svelando l’anima. Offrirla nuda in pasto ad altri occhi, aperta a molteplici interpretazioni critiche, è un atto di grande coraggio e umiltà. Il mio carissimo Kalosf, prezioso, elegante e instancabile cercatore di luce, ha tentato di incoraggiarmi dicendomi che le nostre emozioni sono per gli altri, vanno condivise perchè possono essere utili, perchè possono generare solo bellezza. Solitamente non scrivo poesie, non valgo granchè e ho il pudore dei miei limiti. Spero sarete indulgenti, non è facile tradurre le emozioni. Soprattutto quelle che scavano dentro.

Verde – Green

Ascoltando Miles Davis – Blue in Green

wp-1459772497448.jpegL’alba era verde mela,

The dawn was apple-green,

Il cielo era vino verde levato nel sole,

The sky was green wine held up in the sun,

La luna era un petalo d’oro tra loro due.

The moon was a golden petal between.

Lei aprì i suoi occhi, e verdi

She opened her eyes, and green

Rifulsero, limpidi come fiori sbocciati

They shone, clear like flowers undone

Per la prima volta, ora per la prima volta veduti.

For the first time, now for the fist time seen.

(David Herbert Lawrence)

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credits: crowblacknight.deviantart.com