Vanni e Sara

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Sara lo stava osservando, da più tempo di quanto realmente occorresse, preparare la valigia con cura meticolosa.
Piegava le camicie azzurre in piccoli rettangoli ordinati, poi i pantaloni di fustagno pesante, il cardigan con le toppe di pelle e le grandi tasche slabbrate dall’uso, le scarpe della domenica avvolte in un panno scuro, il necessario per la barba, con il pennello dall’impugnatura di corno e il sapone cremoso in cui, da bambina, amava affondare le dita immaginando fosse panna montata.
Finalmente abbassò il coperchio, facendo scattare la serratura di ottone con un colpo secco, e raddrizzò lentamente la schiena.
Rimase a guardare la valigia stupito, una bomba carica che non aveva più il tempo di disinnescare, e scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli ancora folti, gli occhi perduti oltre la finestra, le spalle ostinatamente voltate a chiudere ogni confronto.
A quel gesto di rassegnato nervosismo, Sara gli posò con dolcezza una mano sulla spalla.
– Ora sei pronto ad andare, nonno?
Vanni si riscosse con un sussulto e si voltò a incrociare gli occhi, fino a quel momento evitati, della sua nipote più amata.
L’avevano chiamata Sara e di quell’altra Sara aveva ereditato i capelli neri, la carnagione perfetta e olivastra, il portamento altero da regina.
Gli occhi no, quelli erano uguali ai suoi, di un verde foglia delicato che contrastava con i lineamenti decisi e l’eleganza del caschetto corto.
L’altra aveva invece profondi occhi scuri, vellutati come il muschio, e un manto sontuoso di capelli, che portava raccolti in un nodo sulla nuca.
– Ancora un momento, amore mio, è presto. Non ho fretta.
Sara era consapevole dello sguardo offuscato del nonno, avido di dettagli e sprofondato nelle emozioni che il suo volto gli suscitava. Sapeva che ai suoi lineamenti sovrapponeva, come una velina trasparente, il volto della nonna, il cui ricordo avvolgeva di silenzio la vita di quell’uomo buono e gentile.
Come spesso aveva fatto in passato, espresse il desiderio di riuscire a provare un amore simile al loro, trovare un uomo che la amasse con la stessa sconfinata intensità. Finora non aveva avuto fortuna e l’ultima squallida storia, appena troncata, l’aveva lasciata sfinita e disillusa.
Anche Vanni aveva desiderato morire quando aveva perso la sua donna. Per lungo tempo la fatica di respirare, di trovare un motivo per aprire gli occhi al mattino, lo aveva avviluppato in sabbie mobili. L’affetto dei figli, dei nipoti e la premura delle nuore non sembravano scalfire il muro che aveva eretto intorno a sé.
Solo la nascita di Sara gli aveva fatto tornare la voglia di vivere e aveva circondato quel dono inatteso del suo amore più esclusivo.
Era stato la presenza più importante della sua infanzia, l’unico punto fermo in una famiglia che si era sfasciata troppo presto. Il divorzio dei genitori, il padre assente, lontano per il mondo a costruirsi una carriera impeccabile, la madre, che si era risposata in fretta per mettersi al riparo da un destino di single con prole, avevano lasciato Sara in mezzo alla corrente, sola, una barchetta di carta troppo sottile che solo le mani del nonno avevano raccolto con amore, prima che si lacerasse del tutto.
Era cresciuta lì con lui, alla Cà del tiglio, in mezzo al verde dei prati, ai mezzadri, alle governanti avare di gesti affettuosi, che parlavano un dialetto burbero e si prendevano cura del suo benessere con modi spicci e mani ruvide, profumate di cipolla e sapone da bucato.
Sara non soffriva della loro apparente freddezza, perché c’era Vanni pronto a donarle il suo amore; Vanni che la faceva volare in cerchio finché le si mozzava il respiro e la portava sulle spalle a raccogliere le prime albicocche mature; Vanni che alla sera sotto le coperte le leggeva storie e le raccontava il mondo com’era e come avrebbe dovuto essere.
– Dobbiamo proprio andare, nonno. Ci stanno aspettando ormai da un pezzo e non possiamo fare tardi.
– Fare tardi. Fare tardi! Quando la destinazione è un posto del genere vuol dire che è già troppo tardi. Ogni istante fuori da quella prigione è un sorso di vita guadagnato. Come fai a non capirlo?
– Vanni ora esageri. Addirittura una prigione? Ne stiamo discutendo ormai da settimane e sai bene che è la cosa migliore per te. L’abbiamo deciso insieme. Si prenderanno cura di te come qui a casa non possiamo più fare e avrai la possibilità di incontrare persone nuove, persino simpatiche se gli darai modo di conoscerti.
Sara era irritata dall’ostinazione del nonno e aveva parlato con più durezza del solito, chiamandolo per nome quasi a prenderne le distanze.
-Parli come tua nonna, amore mio. Sciocco di un goy, sei cocciuto come un somaro, mi diceva sempre. Devi dare una possibilità al mondo che ti circonda, altrimenti resterai solo, inacidito come latte guasto. Lei invece, che avrebbe avuto ogni ragione di diffidare del mondo, gli andava sempre incontro a viso aperto.
Era bella la sua Sara, la ragazza più bella che avesse mai visto. Era notte fonda quando il carro del prete si era fermato davanti a casa di suo padre. Ne erano scesi il parroco, la perpetua e una signorina di città. Che non fosse una contadina lo si capiva dalle mani bianche e delicate, anche se era infagottata in indumenti lisi, troppo grandi e pesanti per il suo corpo esile.
Vanni ebbe l’impressione che fosse circondata da una tristezza palpabile come la nebbia che rivestiva i campi in autunno; era così desolata da fargli venire voglia di consegnarle il suo cuore, perché battesse al suo posto, e il suo respiro per riaccenderle gli occhi.
Aveva una stella gialla cucita sul cappotto, un fagotto di libri stretto in pugno e una vita agiata ormai svanita sotto il peso delle colpe della sua razza. Colpe che altri le avevano attribuito, facendone un’orfana senza più radici.
Erano stati anni duri, anni in cui la fame era diventata per ognuno la migliore amica, un dito adunco che scavava guance e ventri, e a farle compagnia c’era la paura dei rastrellamenti, delle spie travestite da gente perbene, del ronzio metallico dal cielo, che obbligava ad alzarsi nel buio della notte per correre all’impazzata nei rifugi, i palmi sudati intrecciati, i piedi lacerati dalle stoppie di meliga.
Si erano scelti con quel primo sguardo, anche se Vanni di bello aveva soltanto gli occhi e da offrirle braccia forti e duro lavoro.
La terra, la cascina, le bestie erano destinate al primo figlio, il secondo era prete e lui era solo il terzo, un povero sognatore amante dei libri e della musica, destinato ad avere solo una giornata di terra, la più grama e asciutta, lontana dalle terre rese fertili dal fiume.
La guerra e la morte avevano scosso le loro vite nel bussolotto e i suoi fratelli erano stati i dadi sbalzati fuori. A lui erano rimasti un pugno di vecchi denutriti, orfani dei propri figli, una casa da rimettere in piedi mattone su mattone e tanta, troppa terra per una famiglia diventata all’improvviso così piccola.
– Hanno arato il campo grande, quello del tiglio. Voglio andarci ora che è in fiore, per vederlo un’ultima volta.
– Ma nonno…
– Pochi minuti soltanto, promesso.
Sara si arrese con un sospiro e un’alzata di spalle, in fondo ormai non faceva molta differenza, e afferrò la valigia, mentre Vanni usciva impugnando il bastone, il suo preferito, con la testa di drago d’avorio che tante storie aveva ispirato nelle sere d’inverno della sua infanzia.
L’auto percorse lentamente la strada bianca fino al grande campo lavorato di fresco.
L’aratura aveva risparmiato una zolla erbosa che circondava il tronco come un collare di pizzo verde. L’albero si stagliava maestoso nel sole del pieno mattino, mentre l’aria era intrisa del dolce profumo mielato dei suoi fiori.
Incurante dei pantaloni eleganti, Vanni avanzò di qualche passo, le scarpe che affondavano nella terra rossa e cedevole, raccolse una grossa zolla umida e l’avvicinò al naso per respirarne l’odore.
Quando parlò lo fece con voce lontana, dimentico della nipote al suo fianco, e sembrava parlasse direttamente al tiglio, scavando indietro nei ricordi.
– L’odore della terra appena arata è quello dolce della fica di una donna. È odore di acqua sotterranea e muschio, l’odore primordiale che sente il neonato uscito dal ventre materno, l’odore della profondità della vita. Affondi la mano nella sua morbidezza e la terra è calda, pulsa di desiderio, è pronta ad accogliere il seme per far nascere radici che penetrino in lei. In primavera, al suo si mescola il profumo del tiglio in fiore ed è una miscela che ubriaca come vino dolce.
Ogni anno in questo periodo Sara mi raggiungeva qui. Portava il fagotto del pranzo e l’ultimo nato da allattare nella cesta di vimini.
Mangiavamo in silenzio, accompagnati dal ronzio delle api, ubriache quanto noi. Quando il bambino dormiva si scioglieva i capelli e sbottonava il davanti del suo vestito a fiori.
Si sedeva su di me e facevamo l’amore con urgenza, nel calore del mezzogiorno.
A volte dal suo seno, stretto tra le mie mani, usciva una perla di latte che leccavo, assaporandone la dolcezza.
Eravamo un’unica carne, era la mia donna, era mia madre, era la fonte del mio nutrimento che ingoiavo come un’ostia sacra. Per mezzo suo mi sentivo vivo.
Al culmine le sfuggiva un gemito, così sottile da sembrare un alito di vento, e scostandosi da me asciugava il seme dalle cosce con una foglia di tiglio, che subito gettava tra le zolle, perché anche la terra venisse fecondata da noi. I miei figli sono anche figli di quelle ore, figli della primavera e di un albero in fiore che non ho mai permesso venisse tagliato.
Con un rapido dietrofront, che colse Sara di sorpresa, Vanni entrò in macchina barcollando, improvvisamente affaticato e pallido in volto.
– Nonno, stai male? Ti cerco l’acqua e un calmante.
– Stai tranquilla, bambina. Sta già passando. I medici possono anche chiamarlo cancro, ma per me è solo il peso di troppi ricordi che sono stanco di portare. Sono pronto, ora. Andiamo.
Il resto del breve tragitto si svolse in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di sprecare parole, là dove bastava la reciproca vicinanza a dire tutto.
Sara accostò all’ingresso di un cancello in ferro battuto, aperto su un viale alberato e a poca distanza da un edificio grande e bianco sullo sfondo.
Scesero entrambi e si guardarono per un momento negli occhi, prima di abbracciarsi a lungo.
– Sei sicuro di non volere il mio aiuto per sistemarti?
– Preferisco entrare da solo e ambientarmi con calma. È quasi mezzogiorno e, per quanto sia di lusso, è pur sempre una casa di riposo. Non voglio turbare l’ora di pranzo degli altri ospiti. Me la caverò bene, vedrai. Ti aspetto domani pomeriggio, staremo insieme e parleremo con calma. Ora vai, amore mio, e fai la brava.
Vanni con un ultimo bacio prese la valigia dalle mani di Sara e si incamminò per il viale senza voltarsi indietro.
Continuò a muoversi un passo alla volta, finché non sentì il rumore dell’auto perdersi in lontananza.
Allora tornò indietro con passo più veloce, fece una breve chiamata e dopo pochi minuti una berlina scura si accostò in silenzio.
L’uomo in giacca blu scese ad aprirgli la portiera, infilò la valigia nel bagagliaio e la macchina ripartì subito, lasciando il marciapiede deserto.
– Saremo a destinazione verso le 16, signore. Ho già avvisato la clinica e tutto sarà pronto al suo arrivo. Se lo desidera, il frigobar è a sua disposizione.
– Grazie, non ho fame ma penso che farò un sonnellino. Mi svegli quando saremo in Svizzera.
Vanni premette il pulsante, sollevò il vetro oscurato che lo separava dal suo autista e si mise a guardare fuori dal finestrino.
Ancora poche ore e tutto sarebbe finito. L’indomani la sua amata bambina avrebbe ricevuto la lettera con un corriere. Di certo avrebbe pianto e si sarebbe arrabbiata con lui, ma poi avrebbe capito. Lo conosceva abbastanza da sapere che a un periodo di cure pietose e ormai del tutto inutili, capaci solo di prolungare la sua sofferenza, avrebbe preferito un’uscita di scena con dignità.
Ogni cosa era stata fatta con cura e in segreto, il futuro della sua bambina era in mani capaci di consigliarla per il meglio e a lui non restava che tornare dalla sua amata Sara.
Un sorriso gli illuminò il viso quando l’auto imboccò un viale di tigli in fiore.
Subito dopo Vanni si addormentò.

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Caos triste – tre istantanee

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Teneva le braccia conserte, strettamente serrate attorno al busto, come a proteggere il cuore da sorrisi che le facevano troppa paura; tremavano le spalle, avvolte in un vecchio scialle di lana, per tenere l’anima al caldo in quei giorni opachi di merla bianca. Le dita magre accarezzavano il vetro della finestra, disegnando i contorni di un piccolo uccellino infreddolito che becchettava il terreno arido del giardino in cerca di cibo. Fece scivolare la mano dentro un sacchetto di semi, avanzato dopo la morte dell’ultimo cardellino, aprì piano la finestra, lanciò la manciata con il gesto ampio di un seminatore e richiuse subito per lasciare fuori il gelo del pomeriggio. L’uccellino volò lontano, spaventato dal rumore, ma rimase a osservare il cibo piovuto così all’improvviso, inclinando la testa con un gesto elegante. Dopo un breve istante di esitazione si avvicinò guardingo e prese a becchettare, prima timidamente, poi sempre più spavaldo finchè fu sazio. Alzò il capo e lei incrociò i suoi occhi neri di ossidiana, che la sorpresero con uno sguardo quasi umano. Poi planò sul davanzale della finestra, colpì una, due, tre volte con forza la cornice di legno con il becco e volò via. In quel momento lei sentì meno freddo.

La tristezza è subdola – pensava – come la riva sassosa del mare. La prima onda ti sorprende alle spalle, ma te lo aspettavi e sei pronta, vai sotto con gli occhi aperti e la bocca chiusa. Ti rialzi, strofini le palpebre arrossate dal sale e ti incammini facendo finta di nulla. Stringi i denti e ignori il dolore dei ciottoli aguzzi che affondano nella carne tenera delle tue dita. Guadagni la riva a fatica, con le caviglie che scivolano all’indietro e proprio mentre sei quasi fuori, ecco che arriva un’onda più grossa e inaspettata. Ti ribalta, ti porta con sè, vai sotto e apri la bocca per la sorpresa, questa volta sì che bevi, ampie sorsate amare che cerchi di sputare, riemergi con l’affanno e il batticuore, l’acqua salata scende a rivoli dal naso nella gola, i capelli si appiccicano sul volto e sulla schiena come alghe e tutto brucia, i pensieri se ne vanno in salamoia, la testa si svuota di ogni valore e una fitta acuta dietro l’occhio ti annuncia un’attacco di emicrania. Ecco sì, la tristezza è così.

La cucina puzzava. Era sporca, anzi proprio lurida, piena di piatti ammassati nel lavello, bicchieri dagli orli unti, frutta ammuffita a marcire in un angolo, il forno che vomitava teglie colme di grasso rappreso. Si guardò intorno con l’espressione blandamente divertita di chi ha visto di peggio, si tolse la gonna di tulle chiaro, lasciandola planare sul pavimento appiccicoso come una farfalla dalle ali impolverate, e si sedette a terra vestita della sola biancheria intima, intrecciando con grazia le gambe da ballerina nella posizione del loto. Incurante del caos triste intorno a lei si appoggiò all’anta malandata e rimase a osservare il gioco di luce che i fari delle auto di passaggio proiettavano a tratti sul muro. Il ritmo cadenzato le ricordava l’apparire e lo scomparire della luce del faro là, su quell’isola che, per quanto si sforzasse, non aveva mai dimenticato. Chiuse gli occhi e lo stillicidio dell’acqua nel lavello la riportò laggiù, nel posto che dentro il cuore amava chiamare casa.

Ascoltando Il senso delle cose

Non è niente, non è niente
niente che si possa dire
passerà anche questa volta

Non è niente, non è niente
è difficile spiegare
uscirò da questa porta
Non è niente, non è niente
voglio essere leggera

salirò sul mio cavallo
anche senza l’armatura
sfiderò ogni tempesta
poi ritroverò la strada

per sentire il sole

Non importa, non importa
so che sei molto impegnato
ci vedremo un’altra volta
e riavvolgeremo il tempo

tanto anch’io… avrò da fare
devo riordinare il mondo

quello che… mi è cresciuto dentro
per sentire il sole
per sentire il sole

Il senso delle cose
si nasconde dietro alle persone
Il senso delle cose

si racconta con parole silenziose

E tu lo vuoi sentire il sole?
Il senso delle cose

si racconta con parole nuove
si racconta con parole silenziose

(Cristina Donà – Il senso delle cose)

Diario segreto di un sociopatico

PIANATenersi stretti alla loro condizione di stranieri all’umanità è tutto quello che fanno i protagonisti di questi cinque racconti. Seguono una strada che conduce sempre nello stesso posto, dentro se stessi, in quell’Io esasperato che allontana ognuno di noi dal mondo, dove la solitudine è familiare come le parole di una canzone che conosciamo.
Una solitudine che non soffre, e si fa universo parallelo e alternativo alla realtà. Una malinconia che sa ridere di se stessa, che non si compiange ma si compiace. Perché una via d’uscita esiste: noi stessi.

Cinque blogger, quattro uomini e una donna, hanno cercato di dare voce alla loro idea di sociopatia, cui l’incapacità di uniformarsi al gruppo condanna.

Roberto Albini, che ho imparato a conoscere e apprezzare sia come scrittore che come amico, ha riunito personalità eterogenee, talenti già manifesti e voci nuove, per raccontare il disagio, la solitudine, il vuoto di senso che si manifestano nell’amare due donne alla volta, nel cercare di cambiare il mondo da soli, nel desiderare che il moto dei mondi si fermi, nel rifiutare la cura per una malattia da cui non si vuole guarire, nel distruggere le parole quando fanno troppa paura.

Ogni racconto è illustrato da una splendida fotografia di Cristina Rizzi Guelfi, che ne esalta e racchiude la vera essenza, come pure la copertina, un sasso buttato a lato della strada, dimenticato o forse solo troppo spaventato per riuscire a percorrere un sentiero già stabilito da altri.

Una lettura breve, intensa e divertente oltre che differente, altrimenti non parleremmo di sociopatia.

Sono sicura che sarete curiosi di scoprire chi sono i fantastici quattro che Roberto ha riunito intorno a sè.

Lascio decidere i maschi su chi sia Mr. Fantastic, chi la Torcia umana e chi la Cosa visto che la Donna invisibile del gruppo sono io, terrorizzata, lusingata e felice di aver partecipato a questo progetto.

Trovate la raccolta di racconti in vendita su Amazon, qui e nulla mi farebbe più felice che ricevere le vostre opinioni sul nostro lavoro.

Ringrazio i miei compagni di avventura per i loro straordinari racconti, che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima, un abbraccio grandissimo va a Roberto per avermi giudicata abbastanza sociopatica da prendere parte al progetto che deve a lui l’idea iniziale, il lavoro di impaginazione e pubblicazione del libro, la foto di apertura e il bellissimo video che trovate qui sotto.

Leggeteci, non ve ne pentirete!

Consigli di lettura – I racconti di Roberto Albini

Di Roberto ho già parlato spesso, come pure del suo ultimo libro, Gli Elefanti.

Chi è dovrete cercare invece di scoprirlo da soli, se vi sarà rimasta la curiosità di leggere altro di lui, come ho fatto io.

Di sé Roberto dice “Scrivo per legittima difesa. Bukowski diceva che “La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ne impiega troppo”. Per questo scrivo racconti.”

Roberto_Albini

in buona compagnia si sta sempre bene

Io amo i racconti, li trovo una forma narrativa perfetta, un piccolo microcosmo compiuto ed autosufficiente, che riesce a racchiudere, pur nella sua sintesi, un pensiero, un’emozione strutturata e completa.

I racconti di Roberto sono quadri che non smetteresti mai di ammirare, la lettura da tenere a portata di mano sul comodino, il libro da infilare in borsa all’ultimo minuto prima di un viaggio in treno, tuffando il viso nelle sue pagine per evitare il pendolare occasionale attaccabottoni (vero tiZ?), sicuri che non deluderà.

Il bidello dell’amore è il suo primo libro, di lui Roberto parla come di un tentativo giovanile e mi ha chiesto comprensione per le pecche e le ingenuità che avrei trovato nel testo.

Non c’è nulla di giovanile o imperfetto in questa raccolta, sono racconti maturi, interessanti, perfetti nel descrivere una realtà tanto più surreale quanto più vera, sono piccole perle, grani di un rosario di eventi quotidiani, di noia e rassegnazione, sempre però con l’ironia e il distacco che caratterizzano tutto ciò che scrive.

Alcuni sono brevissimi, istantanee di un attimo, lo sguardo che sbircia dal buco della serratura, l’occhiata involontaria in metropolitana o nell’ascensore, distogliendo subito lo sguardo per l’imbarazzo, perfetti da leggere aspettando il bus alla fermata – a proposito, è già passato il 318? – in quel non-luogo e non-tempo cui la nostra vita ci costringe.

Sentiamo il sudore e la paura del fallimento in un incontro di boxe, la tristezza di una vagina troppo usata per meretricio, il dolcissimo rapporto di complicità tra “nonno” e nipote, la solitudine, la perdita della bellezza di vivere che è destinata solo agli Altri, i dialoghi non-sense che si possono fare alla fermata dell’autobus o sciogliendo il dilemma esistenziale “con o senza panna?“, la crudeltà della noia, il fascino del maschio beta, il bidello del titolo, fino ad arrivare all’ultimo racconto, il più lungo, che dietro alla scomparsa dei supplì porta il lettore per mano in un mondo fantastico, un labirinto a metà tra Alice nel paese delle meraviglie, il sentiero di mattoni gialli del mago di Oz e Donnie Darko e sì, c’è anche un gatto parlante. Quanto piacerebbe a Murakami un racconto così!

Una volta gli umani aspettavano l’autunno per la vendemmia, poi l’estate per raccogliere il grano, il giorno per avere la luce e la notte per sognare. Dopo per non attendere più , hanno iniziato a correre e a pretendere che tutto andasse più veloce, come loro. Ma nessuno li ha seguiti in questa folle rincorsa a risparmiare un tempo che non ha più tempo per essere speso, tranne i loro orologi. Il mondo gira da sempre alla stessa velocità ma a voi gira la testa e a noi gatti no. Un motivo ci dovrà pur essere…….Un animale ci aveva appena dato una lezione di vita. Niente di nuovo quindi.

Un buco nel cielo, è il suo secondo libro, che racconta la fine del mondo in quattro storie, narrata da quattro punti di vista.

I personaggi sono tutti a loro modo indimenticabili, la solitudine di Betacarotene, preoccupato per il gesto riprovevole che dovrà compiere ed ansioso di aiutare qualcuno a sopravvivere; l’uomo senza nome, che cerca un modo per riscattare una vita opaca e fallimentare con un gesto pericoloso ed eclatante; i quattro amici al bar, che non vogliono più cambiare il mondo ma semplicemente assistere alla sua fine nel modo migliore, accompagnati da uno gnu, da una balena meccanica dotata di tutti i comfort e dal sesso migliore della propria vita, in compagnia di una donna straripante di forme e di amore. Peccato solo che la fine sia illusione che si ripete e riporta al punto di partenza.

Il secondo racconto, che dà il nome al libro, è sublime, straziante, lieve e terribile insieme, ho pianto davvero di commozione leggendolo, per le esistenze sprecate, le possibilità non sfruttate, la dolcezza di una notte d’amore consumata tra i fumi dell’alcool, che avrebbe potuto essere l’inizio di un amore più grande ma non sarebbe mai esistita nel raziocinio della sobrietà.

Aureliano, Salvo, il piccolo Mai e soprattutto Leonora, senza quella E davanti che rende il nome perfettino e un po’ antipatico, solo una L dolcissima per una persona tenera, insicura, avvolta nel suo aroma rancido di patatine fritte e nel suo senso di inadeguatezza, sono i personaggi di una fine del mondo indimenticabile, in riva al mare che tutto inghiotte per restituire solo il silenzio.

Quando si passa troppo tempo senza interagire con l’esterno, i pensieri prendono a girare su se stessi, a specchiarsi l’uno con l’altro e non capiscono più chi è il riflesso di chi.

Un mare aperto dove poter camminare anzichè nuotare, e sospirò.

Ci serve sempre qualcuno per provare gioia: soli siamo una linea che si curva a imitare un cerchio perfetto cui manca un pezzo per chiudersi. L’umanità è la nostra principale fonte di sofferenza e allo stesso tempo l’unico mezzo che abbiamo per provare ad essere felici.


Avvertenze importanti e F.A.Q.

No, non mi paga per le recensioni; No, non siamo fidanzati o sentimentalmente coinvolti; , temo che si limiti a sopportarmi come farebbe con un cucciolo molesto, indifeso e un po’ rompicoglioni; , anche se per lui questo posto non esiste, io gli voglio bene e lo considero mio amico; , vale la pena leggere i suoi libri, non perchè sia un amico da promuovere per affetto ma perchè è molto bravo, davvero!

Melaracconti? seconda parte

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8 – TUTTI I MIEI SBAGLI

Se solo si fosse fermata a ragionare non avrebbe ripetuto sempre lo stesso stupido sbaglio, se solo la smettesse una buona volta di avere una incrollabile fiducia nelle altre persone, se solo non avesse dato ascolto ai consigli dei finti amici; eccola lì, dolorante e zoppicante, certo che era proprio una scema patetica, ma cosa le era saltato in mente di andare a quella festa, così importante per tutti loro, con quel terribile, dolorosissimo paio di stivali a stiletto?

9 – LUCE

SBAM! si accende una luce, forte, aggressiva, mille watt di freddo neon, i tubi fluorescenti che ti urlano TANA!!!! TI ABBIAMO BECCATO! tu inizi a correre, a correre forte mentre le pareti si restringono e il tunnel si trasforma in un imbuto, più stretto, sempre più stretto e la porta là in fondo si sta chiudendo, la vedi, la senti e allora corri, corri più forte, corri come se la vita ti stesse sfuggendo davanti e la tua ombra si staccasse da te e mentre sei quasi lì SBAM! la porta si chiude; carica a 300! libera! niente da fare _____________________________ l’abbiamo persa.

10 – IN TRAM

Ero già seduto da un paio di fermate quando la vidi salire sul tram e farsi largo con grazia tra le persone, per accostarsi a me con fare noncurante, appoggiandosi un poco al mio gomito per colpa della ressa; rimasi ad ammirarla di sottecchi, la consistenza trasparente della pelle, il vestito color crema e rosato dai riflessi cangianti nella luce del primo mattino, ma prima che potessi tentare di accarezzarla, alla fermata dell’Orto Botanico dispiegò le ali e volò via.

11 – CIBO

Aveva fame, riusciva a pensare solo a quella brutale, primordiale esigenza, mentre si aggirava per il quartiere distrutto, sventrato dalle esplosioni, dove sui pochi muri rimasti spiccavano le silhouettes di coloro che la bomba aveva incenerito, il negativo di una fotografia di morte e desolazione; faticava a ricordare quando aveva mangiato l’ultima volta, sentiva solo lo stomaco urlare incessante, sotto le unghie pochi rimasugli di pelo di ratto che succhiò avidamente, riaprendo il morso che la bestia gli aveva dato prima di essere uccisa e scuoiata, e nel leccare via il sangue iniziò a strapparsi la pelle delle dita, a mordere la sua carne con frenesia e infine fu impossibile smettere di mangiarsi vivo.

12 – CAFFE’ NERO

Caffè, ancora una tazza di caffè prima di alzarmi da questa sedia per andare incontro al mondo, che alla fine neppure mi piace il gusto del caffè nero, così amaro e acido insieme, ma il profumo oh sì il profumo vale il sacrificio di berlo, girando piano piano il cucchiaino nella tazza, da dove diavolo arriva questa tazza poi, forse da quel viaggio ad Amsterdam di ritorno da Istanbul, con la paura di essere scoperto e il dolore allo stomaco, riempito a forza e pronto ad esplodere; il telefono squilla da tanto ormai, sono loro e vogliono quello che gli spetta, come sempre, ma non sanno ancora che non avranno niente, questa volta me la sono venduta, i soldi sono per lei e per quella cosa che le cresce nella pancia, una cosa bella finalmente, che la fa sorridere come io non sono mai riuscito a fare, bussano forte alla porta, sono loro, un ultimo sorso di caffè ed è ora di saltare giù per andare incontro al mondo.

13 – ATTESA

Ciao, ti scrivo seduta in questa sala d’attesa gelida dalle pareti verde vomito, in procinto di partire per un viaggio senza ritorno che mi renderà un’altra da ora; ti scrivo per dirti che ti amo, ma amare non basta quando mi sento così indegna di te, quando ciò che ho da offrirti è troppo poco e una via d’uscita diversa non c’è; però ti amo e voglio dirtelo un’altra volta, mentre ancora per poco siamo insieme e voglio chiederti scusa perchè ho così tanta paura, ma sono ancora una bambina, è troppo presto per una vita di noi e ora è troppo tardi per tornare indietro, stanno chiamando il mio numero, devo andare “Buongiorno, sono qui per l’IVG”.

14 – CURIOSITY KILLED THE CAT

Stavo terminando di fissare il treppiedi, l’attrezzatura di acciaio brunito sparsa per terra su un telo di plastica, quando un toc toc mi ha segnalato l’arrivo di una notifica di wordpress, come? quando?? davvero??? io nominata per un tag, una flash story da scrivere, ma siamo matti io non so scrivere, non sono mica capace, se poi non vinco rimango male, mi arrabbio ed è meglio per tutti se non mi fanno incazzare; mentre pensavo a questo colpo basso hanno suonato alla porta, era arrivato il materiale che aspettavo, l’ho lacerato impaziente con le mani sporche di grasso lubrificante e non ho più pensato a quella sciocca flash story, finalmente il silenziatore e il mirino erano perfetti e potevo portare a termine il lavoro, ora che sapevo dove andava a correre!

15 – LOVE STORY

Guardarsi negli occhi e morire, poi subito rinascere e morire nuovamente, questa volta insieme, l’uno dentro l’altra, arrossire, abbassare lo sguardo, tornare a sollevarlo non tollerando distacco, continuare a guardarsi, ancora e ancora, riconoscersi a memoria, sapersi amare nei posti più improbabili, imparare a ridere dei segreti più reconditi, intrecciare le mani, annusarsi la pelle, bere le lingue, frugarsi le menti, incollarsi in una spirale di braccia e sessi, ascoltare il clap clap dei ventri, suonare il ritmo più antico e infine venire, venire insieme, venirsi dentro……………..il semaforo scattò sul verde, le due colonne di veicoli presero a muoversi, i loro sguardi si separarono per sempre.

Ai quindici racconti ho aggiunto un omaggio speciale per il mio caro Yzzy, che mi ha dedicato ben due disegni!

MELANCHOLIA

Era stata gettata con dolorosa noncuranza in un angolo buio e polveroso, le membra coperte di ragnatele e dell’avanzo di qualche lustrino scintillante, ricordo di abiti eleganti di un lontano passato; dalle screpolature della vernice, cotta da troppi lustri di sole e vetrate, colò giù una lacrima di metacrilato, una scia di nostalgia per il calore delle mani che un tempo l’avevano vestita con tanta cura, mentre ora solo qualche topolino ramingo veniva a farle compagnia, accovacciandosi sul suo seno e confortandola con il suo tepore; nel silenzio del magazzino risuonarono passi pesanti e un fascio di luce le fece brillare gli occhi di vetro “eccola qui, finalmente l’abbiamo trovata! Riportiamola in negozio”.

Melaracconti?

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Qualche tempo fa sono stata invitata a partecipare ad un flash story contest.

Sono bastian contrario di natura, mi piace fare l’esatto opposto di ciò che mi viene chiesto, quindi ho deciso che non avrei in alcun modo partecipato.

Il concetto di flash story però è assai intrigante, perciò ho deciso di provare a vedere se sarei stata in grado di scrivere una storia in una frase, un’occhiata dallo spioncino, la finestra sul cortile da cui provare a congetturare il resto della storia.

Ho scritto quindici mini-racconti, uno per ogni giorno del contest originario, ed è stato davvero appassionante veder scaturire le trame di punto in bianco, nel bel mezzo di una frase, tra un sorso e l’altro di caffè, sotto la doccia, mentre mi lavavo i denti, prima di spegnere la luce e mettermi a dormire.

Alcuni sono autobiografici (ma non vi dirò mai quali), schegge di vita vera, altri completamente inventati, un paio decisamente splatter, un po’ di sangue ci vuole suvvia, qualcuno divertente, due andrebbero bene come favola della buonanotte.

Il mio preferito? Provate ad indovinare e buona lettura flash!

1 – IL FINALE

Aprì il libro all’ultima pagina e lesse il finale, com’era da sempre sua abitudine, perché pensava fermamente che in ogni fine fossero contenuti mille diversi inizi; nel farlo gettò un’occhiata distratta fuori dalla finestra e, per un istante, si chiese perché un aereo dovesse volare così rasente le Torri.

2 – A.A.A.VENDESI

Vendesi abito completo da uomo, nero a righe beige in fresco di lana, con piccolo foro di proiettile all’altezza del cuore, accompagnato da un paio di scarpe di vitello nere con i lacci, leggermente macchiate di sangue in punta; astenersi curiosi, perditempo e gangster alle prime armi.

3 – LA LENTE

La donna si spogliò, sbottonando con lentezza la camicetta per nascondere il tremito delle mani, facendo scorrere la lampo dei jeans, che abbassò fin sotto le natiche per sedersi meglio sul bordo del letto, con le cosce piegate in un gesto inconscio di protezione; l’uomo alle sue spalle si avvicinò e le scostò i capelli dalla schiena, impugnando un oggetto luccicante, “Allora, guardiamo un po’ questo neo che ti preoccupa così tanto” disse il medico, avvicinando alla pelle la lente d’ingrandimento.

4 – PSYCHONATALE

Fatela finita!!! urlò la madre, appioppando due schiaffoni alle bambine che si stavano accapigliando per il giocattolo nuovo, che venne ghermito e lanciato ad infrangersi contro il muro; il padre, senza emettere un solo fiato, tirò con violenza il bordo della tovaglia, facendo finire a terra piatti, bicchieri, scorze di mandarino, gusci di noce, un patetico alberello ornato di fili d’argento e si alzò esclamando “buon natale!”

5 – LA CAPSULA

Sembrava la capsula di salvataggio di un’astronave, un ovoide lucente con tettuccio di vetro e pulsanti luminosi, che ronzava sommessamente per mantenere la temperatura costante; chiese che la sollevassero e iniziò ad accarezzare le sue mani, così gonfie ma lisce e morbide, poi accostò il viso alla sua guancia e rimase ferma, pelle contro pelle, beandosi di quel contatto per lunghi, interminabili e strazianti minuti, finché una mano leggera la toccò sulla spalla “signorina è ora, dobbiamo chiuderlo”.

6 – DUEL

The first cut won’t hurt at all
The second only makes you wonder
The third will have you on your knees
You start bleeding I start screaming” (Duel – Propaganda)

Il primo colpo la colse di sorpresa e la fece cadere in ginocchio, la testa che ronzava, un filo di sangue a disegnare arabeschi dalla fronte fino al mento; iniziò a strisciare sul pavimento, pattinando con le mani nel suo sangue, i calci nella schiena la facevano gridare di paura e dolore, l’ultimo la fece volare contro il muro e mentre due mani le torcevano con violenza i capelli, l’unica cosa che riusciva a ripetersi era “stupida, stupida cretina, ma perchè ho lasciato bruciare il sugo?”

7 – IL NANO VOLANTE

Lo trovarono che vagava sperduto e tremante di freddo in un campo di trifoglio, i vestiti di un cupo verde scuro ormai laceri a brandelli, e lo accolsero nel loro circo senza chiedergli mai chi fosse o da dove venisse; presto si guadagnò l’affetto dei bambini con le sue storie di mondi fantastici e il rispetto degli adulti per l’audacia del suo numero, il nano volante, ma talvolta, benchè con loro fosse sereno, sospirava di nostalgia ripensando alla sua pentola, se solo si fosse ricordato dove l’aveva sepolta!

continua……..

Nora che vende caramelle

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Le idee prendono forma all’improvviso, le parole premono come una marea, cercano di appropriarsi di uno spazio e ti tormentano finchè non hai capitolato, lasciandoti indifeso e senza fiato.

Ho scritto con urgenza, ascoltando musica quasi in trance, sentivo di doverlo fare, nulla di più.

Nora è un grillo parlante, un mezzobusto, un essere mitologico, una centaura.

Nora è lì, dietro un bancone, che vende caramelle.

I suoi sono dolci speciali, magici: curano i dispiaceri e gli affanni, risanano lo spirito, rinforzano il corpo.

Con poche monete puoi comperare un po’ di speranza, riacquistare fiducia o una salute che credevi perduta.

Entra e chiedi le tue caramelle.

Nora è piccola come una bambina e rotonda come un bignè.

Ha un sorriso timido e schivo che non arriva quasi mai agli occhi, severi, pensosi e spesso tristi.

Solo di tanto in tanto la felicità fa capolino nel suo sguardo, se la osservi in quell’attimo vedrai il suo viso trasformarsi e sembrare quasi bello, tanto grande è il cambiamento.

Nora arrossisce facilmente se la guardi con troppa insistenza, ma ti fulmina se osi prenderti gioco di lei e non dimentica.

Lei vive in difesa, arretrata di un passo, i sensi all’erta per captare gli umori e non perdere la  prospettiva dell’orizzonte.

Nora legge il futuro nelle carte, osserva le trame invisibili, accarezza gli intrecci di casualità che ci legano gli uni agli altri, talvolta pizzica un filo, fa risuonare una corda, si dondola per un poco nella trama dell’altrui vita.

Nora fotografa portoni chiusi e balconi fioriti, cammina ondeggiando come un pinguino, in cerca del suo equilibrio, a testa bassa per passare inosservata, così la vita la lascerà in pace per un po’.

Quando nevica le piace passeggiare senza ombrello, catturare i fiocchi con le ciglia e sentire la neve sulla lingua, ridendo di gioia se nessuno la guarda.

Nora dorme con la testa inabissata nelle coperte ma accende candele intorno a sè, per tenere lontano il freddo dal cuore.

Il suo dolore è un deserto avaro di lacrime, ma quando arrivano hanno la forza di un fiume in piena che travolge ogni cosa, solo non azzardarti a consolarla, altrimenti ti infilzerà con lo spiedo del suo sarcasmo.

La diverte immensamente dire parolacce, per il puro gusto di infastidire, e ama parlare schietto perchè è più semplice dire la verità che ricordare mille bugie, dice “è morto” anzichè “è mancato” perchè odia le perifrasi inutili e francamente ipocrite.

Nora ti ascolta parlare, ti osserva e ti registra nella mente, al momento giusto ricorderà ciò che ami, quali sono i tuoi desideri e, solo se le va, ti sorprenderà con un regalo, spiando la tua reazione per custodirla con cura.

Non sopporta nessuno ma sa amare intensamente, ha un cuore grande e morbido, se riesci a scorgere il varco nel filo spinato, che ti avvolge stretto e non ti lascerà uscire mai più da sè.

Nora vende caramelle da tempo immemorabile ma ogni mattina chiede ancora allo specchio perchè.

Si conta le rughe e i capelli bianchi, un po’ più di quarant’anni ben portati ma ancora per poco, poi scrolla le spalle e, se è davvero triste, canta con voce sottile, immaginando un quartetto jazz che l’accompagni, anche se si accontenterebbe di un arpeggio di chitarra.

Nora fa sogni grandiosi, immagina altre vite, altri amori, un aspetto diverso, una svolta che la sorte non le regalerà e sospira forte, facendo ondeggiare le ragnatele dei pensieri molesti.

Oggi ha comperato un mazzo di tulipani gialli e arancioni, un piccolo sole a buon mercato posato accanto a sè.

Ogni tanto li osserva pensosa, mangiando miele un cucchiaio dopo l’altro, assaporando la consistenza vischiosa che impastoia sulla lingua le parole più amare.

Nora è lì, dietro un bancone, circondata dalle sue caramelle, che vede scorrere la vita dall’altro lato della vetrina, imprigionata come un pesce rosso nella sua boccia di vetro.

Nora è lì per te, congelata nel suo ruolo come la donna di un quadro di Hopper.

Entra e accetta le sue caramelle.