Aracne

credits: Ocus memini by Blekotakra, DeviantArt

Sono esile, elegante, aggraziato. Sono un re dalle lunghe gambe. Dondolo voluttuoso sul filo che esce dal mio addome, pregno di gomitoli di seta evanescente.

Passeggio rapido e silenzioso, circondo il mio regno di una trama sottile di perlacea perfezione.

Letale.

Implacabile.

Non so da quanto tempo sono in vita. Esisto, forse da sempre. Ho aperto gli occhi ed ero qui, intento a spremere fili collosi, a tessere trappole mortali, osservando il mosaico che mi circonda ricomporsi intorno alla sagoma della preda.

In questo spazio non sono solo.

C’è lei.

La guardo, la osservo, la soppeso, la voglio.

È arrivata prima di me. Forse. O forse dopo. In realtà non ha alcuna importanza.

Ora è qui ed è mia.

Ancora non lo sa, ma è mia.

Quando dorme mi calo su di lei, lentamente, passeggio sul suo corpo caldo e immobile, le accarezzo il viso, penetro le narici, orno la sua bocca con la trina morbida del mio ventre.

Ne ascolto il respiro inquieto, affannoso. Osservo le mani che si muovono nervose nel sonno, lacerano il mio dono, scacciano il fastidio che le provoco.

Ho potere su di lei e ne godo intensamente.

Mi sento uno straccio stamattina. Ho il corpo che formicola in modo fastidioso, quasi che mi abbiano torturato con il solletico per tutta la notte. E poi, ancora quello strano sogno che non mi lascia in pace.

Una stanza colma di sporcizia, polvere, mobili sudici e a pezzi in ogni angolo ed io mi trovo al centro della stanza. Mi guardo intorno, osservo con sconforto la desolazione che mi circonda, ho un fazzoletto legato sulla nuca e una scopa in mano. Inizio a pulire, sono ossessionata da tutta questa sporcizia che sembra guardarmi con cento occhi nero fuliggine.

C’è una chiazza scura sulla parete, la colpisco con la scopa, sembra muffa, esplode al mio tocco in una nuvola di spore, mi tappa la bocca, ingoio, la trachea si chiude, non respiro, soffoco.

Mi sveglio bruscamente. Dio. Che paura. È solo lo stesso incubo. Ancora.

Quando è sveglia talvolta sento i suoi occhi fissi su di me, la vedo che si avvicina e tremo di desiderio. Vorrei correre sulle sue braccia, solleticarle le dita, tessere per lei un bracciale di seta, ascoltare il suono morbido della sua risata.

Invece ho paura, temo il suo tocco e mi ritraggo. Mi sposto in un angolo, aggroviglio le zampe sotto l’addome, divento nient’altro che un punto fermo e le permetto di giocare con i fili della mia casa, di farmi oscillare a suo piacimento, di distruggere indifferente ciò che resta del mio fragile regno.

Nonostante il tormento cui mi sottopone, non mi uccide. Attendo ogni volta il colpo mortale ma, stranamente, mi risparmia, mi grazia dopo essersi divertita a guardare come impazzisco di paura.

Se continuo a trascurare la casa tra poco i ragni mi chiederanno l’affitto. Dovrei decidermi a spazzare via le ragnatele. Un colpo deciso e via, eliminate. Invece non ne ho il coraggio e tollero questi esserini fastidiosi come fossero parenti scomodi, che non puoi mandare via e ti limiti a sopportare ignorandoli.

Ne ho visto uno in bagno, sta lì ormai da un bel po’, ha preso possesso dell’angolo della doccia, proprio sotto lo spiovente del tetto. Ogni tanto pizzico il filo guida della sua tela e lo guardo oscillare come uno yo-yo impazzito. Povera bestiolina, mi fa quasi tenerezza. Devo lasciarla in pace, non sono più una bambina giustificata nella sua innocente crudeltà.

Non appena si allontana incomincio la ricostruzione, filo dopo filo, nodo su nodo, del mio effimero reame, con la rassegnata certezza che, presto o tardi, sarà distrutto in un gioco perverso di logoramento.

Questa sera, immobile nell’angolo più lontano del soffitto, l’ho osservata a lungo. L’acqua calda creava nubi di vapore profumato e le gocce di condensa appesantivano pericolosamente la mia tela.

Mi sono saziato alla vista della sua pelle rosea, delle linee del volto rigato da gocce d’acqua e lacrime, che cadevano a terra andando a mescolarsi ai rigagnoli di schiuma, giù per lo scarico.

Ho desiderato con tutte le forze di crescere, di farmi grande e imponente davanti a lei, di afferrarla e stringerla lentamente, tremante di paura, e poi mangiarla, divorarla intera, sentirla dibattersi sempre più piano dentro il mio ventre gravido, farla finalmente mia, parte del mio corpo, nutrimento per il mio filo.

Invece ho atteso, con la solita tranquilla calma che riservo alle stupide mosche di cui mi nutro, che terminasse la doccia.

Ho sostenuto il suo sguardo indagatore, lasciando che stracciasse ancora una volta i miei fili. Io ho molta pazienza, so quando accostarmi alla preda.

Oggi è stata una giornata da dimenticare, ma l’unica che non dimentica sono proprio io e mi ritrovo a piangere di rabbia come una stupida. Piangi, piangi che fai gli occhi belli, così mi dicevano da piccola. Certo si erano dimenticati di parlarmi del naso a pomodoro, delle palpebre gonfie come canotti e del grumo in gola che non va giù. Ti alzi, bagno, doccia, vestiti, colazione che poi non stai in piedi e hai già la pressione bassa, un filo di trucco che hai una faccia da schifo e sembri malata, borsa, chiavi, scale, auto, corri, clacson, le frecce mettile impedito, cazzo è tardi, parcheggio, troppo lontano, uffa anche oggi, di corsa, due passi in più che rassodano il culo, l’umore sotto le scarpe, un bel respiro, ciao a tutti, caffè, quando arriva l’ora del caffè, buongiorno, mi dica, si figuri, sono qui apposta, dovere, grazie, prego, arrivederci, si chiude, è ora, corri, serrande chiuse, anche oggi niente pane, yoghurt, grissini, una mela al volo, caffè, lavoro, lavoro, lavoro, sera, chiudo la porta, a chiave, due mandate, controllo, sì sono due, sospiro, sollievo, via le scarpe, telefono, ciao, come stai, mi manchi, doccia. Basta, questo ragno mi ha scocciato, ora strappo la sua stupida tela, lo schiaccio, mi è sfuggito dalle dita, domani lo becco. Domani cambia tutto, domani cambio tutto, ora dormo, ne ho bisogno, bicchiere, acqua, lexotan, gocce, 10, 15, 20, 30, ma sì 30, che saranno mai. Bevo, buio, silenzio.

Attenderò la notte per avvicinarmi, la guarderò dormire avvolta nelle coperte, passeggerò tra i suoi capelli con la foga delle dita di un amante, poi violerò la sua bocca, scenderò giù nella gola e ancora più in fondo, fino a raggiungere il cuore.

Lo avvolgerò lentamente con strette spire di seta, sempre più fitte, affonderò le zanne con il veleno finché non smetterà di palpitare e, dopo un ultimo sussulto, non diverrà che un bozzolo freddo, avvolto da un sudario bianco. Cibo, mia, per sempre.

Sogno, ancora, maledetto sogno, mi agito, smettila, è solo un sogno, polvere, troppa polvere, muffa, ingoio, la trachea, fa male, ho paura, freddo, non respiro, soffoco.

Non c’è che un’unica, perfetta colonna sonora per questo incubo: Lullaby

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Lezioni estive

Gustav Klimt 1905 – 1906 seminudo di donna prona

La stanza era fresca nella penombra di persiane accostate contro il sole estivo e lunghe tende pesanti, di lino color pesca, ne accentuavano l’intimità rosata.
Il silenzio soffocante del giardino amplificava il respiro sommesso del corpo addormentato.
Era nuda e poggiava sul fianco sinistro, una gamba attorcigliata nel groviglio sudato delle lenzuola, mentre l’altra sporgeva all’infuori, quasi a intrappolare un refolo d’aria tra le dita dei piedi dalle unghie smaltate di scuro, in netto contrasto con il bianco candido della pelle.
La testa era rivolta verso l’alto e le pale di un ventilatore poco lontano spingevano sbuffi di aria tiepida che accarezzava le tempie umide, là dove i capelli corti si arricciavano maliziosi, e piccole gocce di sudore fiorivano a imperlarle il labbro socchiuso.

Era scivolato furtivo nella stanza dal terrazzo su cui si aprivano le alte finestre della corte e ora la osservava nascosto dietro le tende, percorrendo con gli occhi ogni dettaglio del corpo che gli si svelava morbido dinnanzi.
Con dita nervose pizzicava le nappe della tenda, come volesse tormentare il capezzolo, turgido e sfacciato, che una lingua di aria solleticava e osservava affascinato la mano nascosta tra le cosce, desiderando essere quelle dita sottili per portare a termine il piacere solitario che il sonno aveva interrotto.

La guardava e intanto pensava che avrebbe potuto scegliere carni più fresche e disponibili se solo avesse voluto, ma nessuna delle ragazze che aveva conosciuto emanava il fascino sensuale della donna che gli dormiva inconsapevole di fronte, il corpo pieno e maturo, la pelle chiarissima e ancora soda dove le vene risaltavano in verdi trasparenze, come la trama di una foglia nuova.

Da quando era tornato per le vacanze estive era diventata la sua ossessione, il tormento che macchiava ogni notte lenzuola che lei gli faceva trovare pulite senza una parola.
Al suo arrivo nella vecchia casa di famiglia, in un turbine di bagagli, caos e risate, l’aveva ritrovata lì, immersa nelle minute incombenze quotidiane del suo ruolo di domestica, come se un anno non fosse mai trascorso. Eppure molto era cambiato, lui era cambiato, il suo corpo di quasi uomo tradiva un desiderio acerbo e incontrollato che non voleva saperne di spegnersi e i gesti affettuosi di lei, la confidenza con cui lo trattava, non facevano che alimentarlo.

L’erezione, che i pantaloni leggeri non riuscivano a nascondere, gli premeva il ventre con urgenza. Mosse a disagio le gambe, stringendole nel tentativo di alleviare il fastidio, e d’un tratto si accorse che qualcosa era mutato nella stanza, il respiro non era più pesante e regolare ma consapevole e cosciente. Si sporse un poco da dietro il suo nascondiglio e incontrò gli occhi spalancati di lei che lo guardavano tranquilli e ironici, un accenno di sorriso a piegare gli angoli della bocca, la mano ancora abbandonata tra le cosce.

Con un verso strozzato si precipitò fuori, nel sole cocente del terrazzo, e percorse i pochi metri che separavano le due stanze. Al riparo dallo sguardo di lei, che sentiva ancora bruciargli la pelle come uno schiaffo, si ritrovò a passeggiare nervoso per la stanza. Aveva il fiato corto ed era sudato come dopo una corsa. Si strappò i vestiti di dosso con una smorfia e si guardò allo specchio, arrossendo per la figura da perfetto idiota appena fatta. Si sentiva stanco ora che l’adrenalina lo aveva abbandonato e si buttò a sedere sulla sedia a sdraio davanti alla finestra. Il riverbero del sole lo costrinse a chiudere gli occhi, ma da dietro le palpebre continuava a rivedere come in un close up i dettagli del corpo, le onde morbide dei fianchi, il pelo ricciuto e biondo del pube.

Afferrò il membro eretto e cominciò a muovere la mano su e giù, dapprima lentamente poi con movimenti più secchi e decisi, sempre più veloce, con urgenza crescente. Respirava a brevi ansiti e non si accorse del rumore della porta che si apriva e richiudeva piano. Sussultò di sorpresa quando una mano si impadronì della sua carne dura e iniziò a giocare con la punta rossa del glande, saggiandone la consistenza sensibile e facendolo rabbrividire per le sensazioni che quella pelle, resa ruvida e callosa dal lavoro domestico, riusciva a dargli.
Le dita sapienti iniziarono a imprimere un ritmo ancora più veloce e il piacere che montava a ondate era quasi insostenibile e lo faceva gemere, finchè un’ultima pressione decisa non lo fece eiaculare a più riprese con un grido selvaggio.

Restò fermo, ancora scosso dall’orgasmo, immobile in ogni parte del corpo tranne il petto che si sollevava e abbassava cercando di contenere il tambureggiare impazzito del cuore, mentre le dita di lei giocavano con i lunghi filamenti di seme perlaceo impigliati nel vello del ventre. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono familiare dell’acqua che scorre, avvertì il tocco piacevole di una spugna umida sul petto e il profumo di labbra fresche sulla tempia, poi ci fu soltanto il suono ovattato di passi in lontananza. Sorrise, gli occhi ancora serrati stretti a trattenere il più a lungo possibile le sensazioni provate, e giurò a se stesso di trovare il coraggio per tornare in quella stanza e abbracciare quel corpo morbido, la notte stessa e ogni altra di quella torrida estate di vacanza.

Onda sonora

Accanto al fuoco – xii

[Avviso: è molto lungo ma non potevo fare altrimenti.]

«Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà da terra morta, confondendo
memoria e desiderio, risvegliando
le radici sopite con la pioggia
della primavera.

Ogni anno ad aprile Isern celebrava una piccola cerimonia privata di memoria e desiderio, risvegliando i ricordi dolorosi che lo tormentavano. Questo suo disperato accanirsi contro sè stesso, spietato come una brinata di tardo aprile, me lo faceva amare ancora di più.
Non c’erano altri invitati, solo Isern, il suo consunto libro di poesie, dono della moglie May, dentro cui conservava una ciocca dei capelli lunari di Faith, e tutto l’alcool distillato in casa che riusciva a ingurgitare, prima di crollare con la testa sul tavolo, i sensi perduti dentro un viscido oblio senza incubi.
Isern leggeva le poesie del libro accompagnando ciascuna con un bicchiere di liquore. Declamava ad alta voce, con enfasi forzata e un timbro via via più incerto e strascicato, fino ad arrivare ai versi tanto amati da May, Aprile è il più crudele dei mesi…, gridati con tutta la rabbia di un uomo che aveva perduto ogni cosa.
Aprile era il mese in cui venne trovata morta la piccola Faith, con la faccia schiacciata dentro un rigagnolo, le vesti a brandelli, il corpo abusato e devastato con tracce di bruciature rotonde sulle tempie.
A quel tempo nessuno conosceva ancora il potere maligno degli Oscuri e la loro caccia alle doti cinetiche degli albini. Voci, dicerie si diffondevano come peste nelle ombre dei bassifondi, ma l’uomo nero che mangiava i bambini continuava a restare un mistero.
Fu Isern a trovare la figlia dopo giorni di ricerche senza riposo, giorni in cui aveva sfondato crani e spezzato gambe, prima di arrivare ad avvolgerla tra le sue braccia un’ultima volta.
Da allora, la sua sete di vendetta, il senso di colpa per non aver saputo proteggerla e il desiderio di comprendere l’orrore dietro a quegli orrori, lo portarono a fondare il primo nucleo della Resistenza.
Purtroppo, la missione che si era impossessata del suo corpo e della sua mente gli fece sottovalutare il pozzo di dolore in cui era sprofondata la mente di May, una donna dolce e fragile di cui avevo visto una foto ingiallita, custodita gelosamente nel libro di poesie insieme a un biglietto vergato con scrittura elegante, Al mio unico e per sempre Isern, perchè la poesia contenuta in queste pagine possa nutrire l’amore che ci lega.
May si gettò nel fiume pochi mesi dopo la morte di Faith, stringendo tra le braccia la bambola preferita della sua bambina.
La doppia tragedia non fece che indurire ancora di più il cuore di Isern e rafforzare quello che era divenuto l’unico scopo della sua esistenza.
Per molti anni visse in solitudine, fabbro di giorno e giustiziere durante le notti di veglia, fino a quel freddo mattino di primavera in cui mi accolse come il figlio che non aveva potuto veder crescere.
La maledizione di aprile non era ancora stanca del suo tributo di vite umane, perchè fu proprio l’ultima notte di aprile che Isern mi lasciò per ricongiungersi a Faith e May.
Era tutto pronto per la cerimonia, Isern aveva già posato sul suo banco da lavoro il libro di poesie, protetto da un panno di feltro pesante, aveva acceso un lume a petrolio che emanava pigre volute di fumo grasso e stava cercando nella credenza la sua provvista di liquore.
Quell’anno tutto era carico di una valenza ancor più negativa. Proprio in quei giorni alcuni bambini erano spariti, volatilizzati nonostante la stretta vigilanza, e le ricerche non stavano portando che a false piste. Le speranze di trovarli vivi erano ormai quasi nulle, Isern era stanco e frustrato, aveva già bevuto molto non appena rientrato dall’ennesimo giro di perlustrazione, e potevo percepirne l’ira, bollente come lava dietro il suo metodico apparecchiare.
Io lo stavo osservando di sottecchi, preoccupato come sempre da quel rituale avvelenato che aggiungeva strazio alla sua mente e che ogni anno il suo corpo smaltiva con maggior fatica. Non avrei comunque potuto impedirglielo, era sordo ad ogni mio tentativo e avevo ormai imparato a non contraddirlo su quell’argomento. Non mi aveva mai torto un capello ma la sua forza e la sua ira erano famose e rispettate nei bassifondi della Città.
In quel momento, un bussare concitato riscosse entrambi dalle nostre cupe elucubrazioni.
Senza attendere la porta si spalancò e Sjor entrò quasi correndo nella stanza, i capelli più ritti del solito e il volto rosso per la foga.
«Li ho trovati! Questa volta ci siamo!» e incominciò a raccontarci di come aveva seguito un mercante di carne, uno schifoso Metallico, predatore di arti umani da usare come pezzi di ricambio per chi poteva permettersi di sostituire i suoi arti corrotti con carne giovane, fino a un edificio abbandonato, al confine con la zona contaminata dal Lucòre. Aveva dovuto camminare per parecchie ore, il Metallico aveva più volte cambiato strada allungando il percorso per confondere chi lo stava spiando, ma l’abilità di Sjor e la forza che il suo potere gli dava gli avevano permesso di proseguire il suo pedinamento fino a destinazione.
Arrampicandosi come un gatto su per una scala arrugginita Sjor aveva visto l’interno dell’edificio dove, in un grande atrio spoglio, sembrava essersi radunata la peggiore feccia di tutta la Città. Mercanti di carne, pedofili, assassini prezzolati, erano tutti riuniti in piccoli gruppi e circondavano una grossa gabbia con all’interno piccole sagome, accovacciate ma apparentemente ancora vive.
«Ho visto anche un’altra cosa, Pyros.
Una presenza, un senso di oppressione al petto e ho avuto la sensazione che un tentacolo di energia stesse cercando di sondare il luogo dove mi trovavo, che tentasse di prendere la mia mente. Spostandomi in un punto più in ombra ho potuto vedere una figura scura, avvolta in un mantello nero, che sembrava mangiare la luce e la vita attorno a lei. Non tutti la vedevano, anzi sono quasi sicuro che potessimo vederla solo io e i bambini nella gabbia. Però lei li comandava, aveva il dominio su tutta quella feccia che sembrava reagire ai suoi ordini silenziosi come tante marionette», così mi disse Sjor e in quel momento capimmo che avevamo trovato l’uomo nero.
Isern ascoltava, cupo in volto, mentre le mani si aprivano e chiudevano spasmodicamente e le vene del collo, grosse come corde, pulsavano impazzite.
«Devo andare a radunare gli uomini. Dovete aspettare qui.
No! Non possiamo andare da soli. Anche se non c’è tempo da perdere abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti oppure falliremo. Vi ordino di aspettare, tornerò presto» così ci disse Isern, dopo avermi preso per le spalle e guardato fisso negli occhi con un tono che non ammetteva repliche.
Vorrei avergli dato retta, vorrei aver aspettato accanto al fuoco che lui tornasse con i rinforzi. Forse ora sarebbe ancora vivo.
Non andò così, ovviamente. Avevo il sangue che ribolliva, ogni mia cellula gridava vendetta, per ciò che avevo subito da bambino, per la mia cicatrice, per mia madre che mi aveva rifiutato, per Faith e May, per quei piccoli orfani che tentavamo di proteggere, perchè io e Sjor eravamo forti, una squadra invincibile ai nostri occhi, in realtà solo due pazzi incoscienti.
Afferrai i miei pugnali, il coltello che mi aveva forgiato Isern, il suo dono per la mia maggiore età, e mi bastò dare un’occhiata a Sjor per vedere il suo sorriso brillare spavaldo.
Mi risvegliò un urlo prolungato e terrificante, sembrava più il lamento di una bestia ferita che un grido umano, forse perchè di umanità in quel luogo maledetto non era rimasta traccia.
Ero legato con le mani dietro la schiena, steso bocconi a terra, una guancia schiacciata dentro una pozza di liquido tiepido, buttato come un sacco accanto a una delle colonne che sorreggevano un grande atrio. Per un attimo non ricordai perchè fossi lì, poi il dolore mi fece tornare la memoria.
Una volta arrivati, ci eravamo arrampicati sulla scala fino a un pianerottolo di ferro arrugginito e, scavalcando il telaio di una finestra sfondata, eravamo scivolati nell’ombra e avevamo iniziato una lenta discesa verso l’atrio, tenendoci accostati alle pareti. Dall’alto avevamo visto la gabbia aperta e un piccolo corpo immobile a terra. Questo ci aveva infiammato di ira il cuore, rafforzando il nostro puerile coraggio. Un lampo, un grido di avvertimento e la battaglia aveva avuto inizio.
Con il pugnale ben stretto in mano avevo subito infilzato il primo che mi si era parato davanti, mentre Sjor faceva volteggiare un bastone con le punte di ferro e creava un campo elettrico. L’odore di carne bruciata toglieva il fiato e anche io avevo il mio divertimento, scagliando una palla di fuoco dopo l’altra per tenere lontano quei mostri. Erano tanti, troppi e noi due ragazzi entusiasti alle prese con un potere che ancora non sapevamo dominare. La stanchezza si faceva sentire, un attimo di distrazione mi regalò un colpo violento alla tempia che mi fece cadere in ginocchio. Subito mi furono addosso in molti e persi i sensi, mentre sentivo Sjor urlare in lontananza.
Ruotando a fatica il busto, con gli occhi ancora annebbiati dal colpo preso, riuscii a voltare la testa in direzione del suono terribile che mi aveva risvegliato.
La sagoma nera era al centro della stanza e tratteneva per le tempie un ragazzino dai capelli bianchi, un tempo lucenti ma ora opachi come fiocchi di cotone, mentre un filo luminoso usciva dalla bocca e dagli occhi del ragazzo e veniva risucchiato nel cappuccio con un rumore osceno di piacere.
Poco lontano c’era Sjor, mio fratello, il mio affetto più caro, nudo e legato a pancia sotto su un tavolo e sopra di lui un essere ripugnante lo montava, come un animale, strappando dalle sue labbra ad ogni colpo quel lamento bestiale.
Sjor mi guardava con gli occhi pieni di lacrime e scuoteva la testa con forza, per farmi capire che era meglio non cercare di aiutarlo, attirando l’attenzione su di me.
Distolsi lo sguardo, atterrito. Ciò che avevo visto aveva portato via per sempre una parte di me, quel poco di innocenza che ancora mi rimaneva, ma non potevo stare ad aspettare la fine senza reagire.
Chiusi gli occhi e feci un profondo respiro, sentii l’aria entrare nelle narici e scendere dentro la gola, giù fino al petto, e andare ad alimentare la piccola fiamma che covava dentro di me. La potevo vedere, un filo rosso e bollente che si diramava lungo le vene, risaliva nei muscoli e più in superficie, riscaldando il mio corpo e le corde che lo legavano stretto.
Dopo poco queste presero a fumare e a bruciare lentamente, consumandosi finchè caddero a terra. Rimasi accovacciato, mentre la mano scivolava lungo la gamba per afferrare il coltello legato al polpaccio. Lo tenevo saldamente in mano, stavo già per gettarmi sull’uomo più vicino quando una mano enorme mi tappò la bocca.
Voltai la testa e c’era Isern, che mi guardava con occhi pieni di amore e sofferenza, e con lui tutti gli uomini dei bassifondi, pronti a ripulire quell’orrore.
Ciò che vidi e feci quella notte terribile è qualcosa che non potrà mai trovare pace dentro di me, basterebbero le cicatrici che costellano il mio corpo a ricordare la ferocia di cui fui capace.
Gli uomini di Isern si gettarono all’attacco, mentre lui si preparava a dare battaglia alla figura incappucciata. Per lunghi istanti lo persi di vista, impegnato com’ero nel tentativo di soccorrere Sjor.
La lotta infuriava con ogni mezzo e stavamo avendo la meglio su quella feccia, che iniziò a scappare come un nugolo di ratti, calpestandosi a vicenda per mettersi in salvo.
Mi voltai a cercare Isern proprio nel momento in cui la cosa gli afferrò la gola con gli artigli e gli piantò un pugnale nell’addome.
Urlai con quanto fiato avevo, fino a sentire le corde vocali spezzarsi con un suono metallico, e scaricai un bolide di fuoco su quel mostro, facendolo volare in un angolo, dove bruciò accartocciandosi come una foglia secca.
Presi Isern tra le mie braccia, incapace di fare qualunque cosa alla vista del sangue che scorreva a fiotti dal suo fianco, gli accarezzai il volto, chiedendogli mille volte perdono per la mia stoltezza e gli baciai le mani, per ringraziarlo di essere stato mio padre fino al punto di sacrificarsi per me.
Mi guardò con occhi già opachi, sorrideva a qualcuno che non potevo vedere, e sussurrando a fatica «Non piangere, Pyros, tu sei mio figl…. » morì.
Restai a lungo inebetito con la sua testa sulle ginocchia e non seppi mai dove trovai la forza per caricarmelo sulle spalle e portarlo via da quel luogo di morte.
Tornai a casa con i superstiti e Sjor, ferito profondamente nel corpo e nell’anima. Deposi il corpo di Isern sul grande tavolo di noce, gli lavai via il sangue dolcemente e osservai ancora una volta il suo viso amato, finalmente sereno. Gli misi il libro di poesie sotto il capo, tra le mani la foto di May e i capelli di Faith e lo baciai sulla fronte.
Preparai una sacca con le mie armi, un po’ di cibo e i pochi ricordi che avevo, poi mi voltai, sostenendo Sjor, che si appoggiava a me assente dal mondo, e uscimmo dalla bottega del fabbro.
Chiusi il grande portone di legno con la chiave che da allora tengo appesa al collo e, con la forza che mi restava, inviai la fiamma ad ardere tutto ciò che avevo lasciato lì dentro.
«Riposa sereno, padre».


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Accanto al fuoco – xi

A nessuno tranne me Sjor aveva permesso di guardare oltre la facciata di spavalderia e buonumore che mostrava al mondo, facendomi diventare l’unico custode del suo tormentato passato.
Il suo potere si era manifestato molto presto, prima di quanto succedeva di solito a noi albini.
I suoi genitori, terrorizzati da quel figlio dai capelli lunari che li avrebbe condannati alla miseria e al rifiuto da parte della comunità, avevano tentato di affogarlo nel fiume quando aveva solo pochi anni.
L’elemento di Sjor, l’acqua, lo aveva accolto e protetto, lo shock aveva attivato improvvisamente il potere aprendo le sue branchie per permettergli di respirare e palmando le dita delle mani. Così Sjor, divincolatosi dalla stretta del padre, aveva nuotato sott’acqua seguendo il corso del fiume fino ad arrivare nei bassifondi della Città, dove era stato soccorso e aiutato da uomini buoni e pietosi come il nostro amato Isern ed era crescito libero e selvaggio.
Questo mi confidò una notte accanto al fuoco. Il suo volto sofferente e vulnerabile, inondato di lacrime al ricordo delle braccia del padre che lo tenevano sott’acqua, il dolore insanabile per lo sguardo indifferente della madre che lo guardava morire, lo resero mio fratello per sempre, al di là di ogni possibile legame di sangue.
Oltre a dominarla nei suoi diversi stati, Sjor era in grado di concentrare le singole molecole di acqua presenti nell’aria e di sfruttarne il potere di condurre elettricità. Isern gli aveva costruito un bastone da rabdomante che faceva ronzare vorticosamente tra le dita prima di colpire i nemici, fulminandoli sul posto con potenti scosse elettriche.
Durante gli anni del Circo avrebbe aggiunto alle sue armi una formidabile rivoltella dal calcio intarsiato di madreperla, un cimelio sottratto alla teca di uno dei musei ormai abbandonati della parte più antica della Città.
Quando un getto di acqua gelida in faccia mi riporta al presente, è proprio la rivoltella di Sjor, abbandonata su una sedia vicino a me, a ricordarmi cosa è successo poco fa nel vicolo.
Sbatto gli occhi cercando di emergere dalla nebbia torpida che mi avvolge le membra, mi asciugo il volto fradicio imprecando a mezza voce e finalmente riesco a mettere a fuoco la scena.
Sono riverso su un malandato divano nella cucina di Bhumi, vicino alla stufa che emana un calore confortante. Le mie mani sono fasciate da bende macchiate di sangue e la testa sembra essere sul punto di spaccarsi come un melone maturo.
Seduto scomposto su una sedia Sjor si divincola borbottando, mentre Bhumi cerca di medicargli il braccio con un tampone impregnato di un liquido dall’odore pungente.
«A quanto pare non hai perso il tuo maledetto vizio di giocare con l’acqua».
Con queste gelide parole mi rivolgo a Sjor che fa spallucce e accenna un mezzo sorriso.
«Stavi dormendo beato come un angioletto e non ho resistito».
«Smettila di provocarlo e tieni fermo questo».
Bhumi preme più forte il tampone sulla ferita di Sjor con uno sguardo severo che gli strappa un lamento, prima di avvicinarsi a me.
Mi accarezza la fronte, controlla lo stato delle mie pupille e sistema le fasciature.
Osservo il suo volto dolce e concentrato, la ruga verticale che le incide sempre la fronte quando è preoccupata, i piccoli spasmi di sofferenza che le percorrono le labbra. E’ pallida, ha perso molto sangue nella battaglia che abbiamo affrontato, è stata ferita al braccio e alla gamba ma, come al solito, continua ad occuparsi di noi, a cercare di proteggerci da noi stessi e dal rancore che ci ha diviso.
Le stringo una mano, le rivolgo una domanda muta, scuote la testa, gli occhi pieni di lacrime trattenute, e accenna un sorriso sbilenco, poi ci volta le spalle, apre la credenza delle erbe e inizia a trafficare con tazze e acqua bollente, nel tentativo di trovare un rimedio che ci faccia recuperare rapidamente le forze.
Ci lascia a guardarci negli occhi in un silenzio imbarazzato. Sembriamo gatti diffidenti che calcolano la mossa dell’avversario.
«Eri a Sud per organizzare la Resistenza degli uomini del fiume. Perchè sei tornato così presto?».
«Abbiamo subito perdite tremende. Molti uomini sono morti e alcuni dei ragazzi più giovani sono stati rapiti e privati del loro potere. Qualcuno si è salvato ma sono povere larve senza più memoria. Di molti non si è trovato che il corpo privo di vita. Siamo in pochi ormai, il Circo è stato quasi decimato, la Resistenza indebolita dai continui assalti degli Oscuri che sono sempre più potenti».
Guardo Sjor con occhi vitrei, le spalle di Bhumi tremano mentre singhiozza piano.
Chino il capo, mi passo le mani tra i capelli stringendoli forte, come se il dolore che mi sto infliggendo possa cancellare ciò che ho appena udito.
«Allora è davvero finita. Tutto è perduto, tutto è stato vano. Loro sono morti inutilmente».
Lynx accucciata ai miei piedi ringhia piano e sbatte la coda guardinga quando la sedia si rovescia con fracasso e Sjor balza in piedi, il viso stravolto, i pugni che si aprono e si chiudono con furia.
«Quando finirà questa tortura, Pyros? Quando smetterai di condannarmi ancora, ancora e ancora? Credi che io non soffra almeno quanto te? Credi che per me Isern non fosse importante? Che non lo amassi come un padre? Pensi che non darei la mia vita anche in questo momento se servisse a riportare indietro Aïle?».
Un rumore di vetri infranti mi fa sussultare, il vassoio cade a terra e mi schizza la guancia di liquido caldo, mi volto a guardare Bhumi, immobile, con le mani premute sulla bocca nel tentativo di non gridare e sento che la rabbia sta facendo scorrere un fiume di lava dentro le mie vene, sento il fuoco che divampa mentre mi alzo in piedi e urlo tutto il mio dolore contro mio fratello.
«NON OSARE MAI PIÙ PRONUNCIARE IL SUO NOME».
Il cuore martella senza tregua, non riesco a dominare il potere, l’aria diventa secca e inizia a ronzare, chiudo gli occhi e lascio che il fuoco si impadronisca di me.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Accanto al fuoco – x

Troppo tempo fa eravamo rimasti qui

Un getto di acqua gelida mi risveglia bruscamente dal torpore in cui sono caduto. Mi dimeno, sputo acqua, cerco a tentoni di asciugarmi gli occhi e perdo così l’equilibrio.
Rovescio con fracasso lo sgabello e gli attrezzi da fabbro, che ingombrano il banco da lavoro di Isern, piombano al suolo con un assordante rumore di ferraglia e io insieme a loro.
Mi rialzo, ferito nell’orgoglio più che nel corpo, e resto a guardare, dapprima attonito poi sempre più arrabbiato, il ragazzo che si sbellica dalle risate davanti a me.
È alto, spavaldo, magro e bello in modo sorprendente nonostante i capelli rasati a zero, tranne una ridicola cresta che svetta insolente al centro della testa rosea e lo fa assomigliare a uno di quei pappagalli dei libri illustrati della mia infanzia.
Lo squadro da capo a piedi senza dire una parola, le dita iniziano a imperlarsi di fiammelle iraconde e sento lo stomaco che si contrae, mentre mi preparo a scagliare una palla di fuoco su quegli stupidi capelli.
Sollevo lentamente il braccio mentre lui, gli occhi sgranati dalla paura, boccheggia attonito e alza le mani in un gesto di resa pacifica.
Il mio polso, nonostante cerchi di divincolarmi, rimane immobile, paralizzato dalla morsa ferrea di Isern.
«Fermo Pyros, basta così. Questo piccolo attaccabrighe è un amico, anche se si diverte a fare scherzi stupidi che prima o poi gli costeranno una bella lezione. Non oggi però, oggi dovete imparare a conoscervi. Ti presento Sjor».
Quello fu il mio primo incontro con colui che divenne mio fratello di sangue, compagno e amico per la vita. Almeno era ciò che pensavo in quegli anni.
Eravamo così diversi Sjor e io, bianco e nero, sole e ombra, acqua e fuoco; impulsivo e sbruffone lui, mutanghero e determinato io; il suo sorriso sempre pronto a brillare e la rabbia sorda dentro i miei occhi; la sua pelle perfetta e il mio volto sfregiato; idolatrato dalle ragazze che trattava con disinvolta noncuranza, mentre io ero timido e ombroso come un puledro da domare.
Quando lo conobbi vivevo ormai da oltre un anno con Isern.
Avevo trascorso tutto quel tempo in solitudine, restando sempre nascosto all’interno della fucina del fabbro, per me calda e rassicurante come il ventre di una madre.
I lunghi mesi di duro lavoro trascorsi a plasmare rottami, creando oggetti là dove prima c’erano solo scarti, e le notti passate ad allenarmi altrettanto duramente con Isern, mi avevano irrobustito il fisico, ma la mia anima macerava nella solitudine.
In me era ancora troppo fresco il ricordo dell’aggressione subita al villaggio, temevo di essere fatto segno di scherno e soprusi anche lì nella Città. Per questo solo di tanto in tanto, in piena notte, sgaiattolavo via per vagare silenzioso tra i vicoli deserti, eludendo la sorveglianza e l’apprensione di Isern per le insidie che si celavano nel buio.
Isern non ammise mai, anche se sospettavo fosse stata opera sua, di aver invitato Sjor quel giorno per gettare le basi della nostra amicizia, preoccupato che dovessi affrontare il mio futuro in solitudine.
Avevo quindici anni quando lo conobbi e lui solo uno di più, anche se gli piaceva trattarmi come un moccioso, benchè avessimo la stessa altezza e io fossi più forte e robusto,
Sjor era acqua allo stato puro, un pesce, un’anguilla agile e nervosa in grado di mettersi sempre nei guai e sgusciarne via con rapidità e astuzia.
Era un ladro, un abilissimo giovane borsaiolo che si insinuava dappertutto, diventando così gli occhi e le orecchie fidate dei gruppi di resistenza che stavano fiorendo in quegli anni, nel tentativo di arginare la piaga dei trafficanti d’organi e dei pedofili, oltre che del male oscuro cui nessuno riusciva a dare un nome, benchè sospettassimo fosse il burattinaio di molte delle atrocità che si commettevano nei bassifondi.
Negli anni che seguirono il nostro sodalizio fece parlare di sè. Nelle risse in cui mi cacciavo era sovente Sjor a spegnere gli incendi che le mie mani accendevano e altrettanto facevo io con i miei dardi di fuoco, per aiutarlo a scappare quando le sue mani liquide erano colte nelle tasche di ignari passanti.
Spesso intrattenevamo i mocciosi che popolavano le strade con buffi spettacoli di giochi di prestigio, colmi di palle di fuoco volanti e getti d’acqua repentini, che li lasciavano sbigottiti in divertita adorazione.
A molti di quei piccoli, abbandonati a sè stessi, per lo più orfani di uno o entrambi i genitori, salvammo la vita da chi non attendeva che il momento giusto per prenderli e abusarne.
I nostri spettacoli erano lo stratagemma ideale per sorvegliare i bambini e individuare gli individui sospetti, che venivano segnalati a Isern e agli altri membri della resistenza e fatti sparire dopo un rudimentale processo.
Era una vita dura e crudele, la giustizia sommaria che applicavamo era l’unica forma di difesa per i più deboli, cercavamo di arginare il male come ritenevamo giusto e nessuna delle carogne, cui facemmo prendere la via del mare galleggiando a faccia in giù, fu mai rimpianta da anima viva.
Il tempo passò in fretta, ormai avevo diciotto anni e mi sentivo un uomo fatto, ero diventato insofferente alle regole e mi ribellavo ai divieti di Isern, che trovavo ridicoli e soffocanti. Anzi, cercavo di farmi onore nella resistenza, mi mettevo in mostra arrivando a compiere gesti audaci che ritenevo di grande coraggio, benchè la mia non fosse che stupida vanità.
Sjor era sempre al mio fianco più spavaldo che mai, alimentando la mia testa calda con la sua straripante vitalità.
Fu colpa nostra, fu un’azione di cui non considerammo le conseguenze a metterci in grave pericolo. Quella sera maledetta Isern morì e le nostre esistenze cambiarono per non essere mai più le stesse.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

Alien life

Dormi bene marziano, dormi sereno insieme a tutti quelli che si sono uniti a te lo scorso anno. Chissà che musica meravigliosa starete suonando ora!

La Mela sBacata

behind closed doors credits: http://www.bookandnegative.com/cinema/behind-closed-doors/

Il bambino leggeva, imbozzolato sotto le coperte, con l’aiuto di una pila tascabile.

La camera da letto era fredda e la casa apparentemente silenziosa, anche se di tanto in tanto il bimbo tendeva l’orecchio guardingo, per captare lo scricchiolio di un piede sul parquet e spegnere la luce, severamente vietata a quell’ora di notte.

Tremava nel suo pigiama antiquato di cotone, con i pantaloni a righe e la giacca di foggia maschile, per il freddo ma anche per il rischio che stava correndo, disobbedendo al divieto del padre.

Lui e suo padre non si capivano molto, quel padre arido e gelido, così anglosassone e perbene lo metteva a disagio, non condivideva il suo modo di vivere, il suo essere così rigido, l’odio che provava nei confronti di tutto ciò che lui invece adorava, leggere, suonare, recitare.

Lo incitava spesso ad essere come gli altri bambini, a praticare gli…

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Pausa sigaretta

fonte: web

Stava appoggiato con i gomiti al parapetto e si godeva il tramonto, lontano dal mormorio scomposto di quella umanità tanto bisognosa di aiuto che sentiva salire da là sotto, insieme allo smog e ai rumori del traffico caotico di un venerdì sera qualunque.

Guardò in basso ammirando la vertiginosa caduta dei grattacieli, i vetri che riflettevano i raggi morenti trasformandoli in colate di pura luce dorata.

Si frugò nelle tasche, ne trasse un sacchetto di pelle consumata, reso morbido dalla carezza delle sue mani e dall’uso, nei lunghi anni trascorsi a sorvegliare e ascoltare, abbracciare, consolare e asciugare lacrime.

Tirò fuori una presa di tabacco a foglia lunga, biondo e profumato, che dispose con cura sulla cartina, rollando la sigaretta con dita veloci ed esperte.

La strinse tra le labbra e si palpò le tasche alla ricerca del suo Zippo. Ne sentì la solida consistenza sotto le dita, gli spigoli dolcemente arrotondati e il profilo del disegno inciso sopra. Ascoltò nei suoi solchi la storia che ogni volta quel pezzo di metallo gli raccontava, rivisse il rumore delle granate che esplodevano, il fragore delle pale degli elicotteri, l’umidità collosa che rendeva impossibile anche solo respirare, accucciati nell’acqua stagnate di paludi fangose e infestate dai serpenti; rivide la luce fioca dell’accendino che illuminava un viso cereo, le mani sporche di terra che stringevano le sue nell’ultimo attimo di terrore prima della quiete della morte.

Lo fece scattare, accese la sigaretta e aspirò con forza incendiandone la punta di brace rossiccia. Annuendo tra sé si disse per l’ennesima volta che il tabacco, insieme al caffè, era una grande invenzione, forse il migliore dei compagni per una pausa di riposo, lontano, almeno per un poco, dal compito che aveva scelto di assolvere, votando la sua vita alla cura degli altri.

Un fruscio lieve accanto a lui gli fece comprendere di non essere più solo con i suoi pensieri.

Rollò un’altra sigaretta, l’accese con la punta incandescente della sua e, senza neppure voltare il capo, la passò alla persona al suo fianco.

Due sorrise, afferrò la sigaretta con le dita sottili e la portò alla bocca con avidità. Fili di fumo, paralleli e sottili, si innalzarono nel cielo ormai scuro prima di essere deviati da una folata di vento.

«Grazie Uno, ne avevo un gran bisogno. Oggi è stata una giornata impegnativa. Non credevo di riuscire a portare a termine il mio compito.»

«Ogni singolo giorno è impegnativo. Ognuno di coloro che abbiamo scelto di aiutare è importante. Sono soli, siamo tutti soli, ma nella nostra solitudine possiamo trovare compagni di viaggio che ci rendano più lieve il percorso.»

Due ascoltava le parole del suo mentore, gli tremavano le mani mentre dava le ultime boccate alla sua sigaretta, lentamente, senza fretta, per timore che finisse troppo presto e, con lei, il suo attimo di riposo.

«Oggi ne ho perso uno. Per quanto mi sia sforzato di trovare un modo per aiutarlo è stato tutto inutile. Ha costruito un muro intorno a sé che non sono riuscito a infrangere. Sono rimasto al suo fianco accarezzandogli la fronte, finché non ha deciso che era giunto il momento di andarsene.»

Uno si voltò a guardare il volto sofferente dell’amico, gli poggiò la mano sulla spalla percependone il dolore, la frustrazione impotente che anche lui sentiva ora nel cuore e sospirò piano.

Era un sentire comune a tutti loro, ma erano soprattutto i più giovani a soffrirne. Il tempo avrebbe limato le asperità e lenito il dolore. Tutto sarebbe divenuto più semplice da sopportare, non meno faticoso.

«Ci sono giorni in cui ho paura di tutto. Di me, di noi, di loro, di me con loro, di me senza di loro. Temo la vicinanza, le lacrime, i pericoli che devono affrontare, ma ho uguale terrore della distanza da loro, di non essere mai abbastanza bravo ad ascoltare la loro voce o rapido nell’interpretare i segnali. Ho paura di fallire come te, come tutti.»

Due sembrava bere le sue parole e chiedeva con gli occhi che continuasse.

«Quando viene il loro tempo dobbiamo lasciarli andare, anche se non vorremmo, anche se la culla del nostro abbraccio è così confortevole e ci strazia separarci da loro. Esiste un viaggio che devono affrontare da soli e noi possiamo accompagnarli solo fino alla soglia.»

Restarono ancora un ultimo istante l’uno al fianco dell’altro, le mani intrecciate sotto il mento, i gomiti poggiati al cemento ruvido, i loro profili, disegnati dalla luce della luna appena sorta, li rendevano due maestose statue, potenti e inavvicinabili.

Il rumore che saliva dal basso diventò più forte e netto, presero a separarsi voci imploranti, richieste sommesse di aiuto, sospiri, urla di dolore e infine, più limpido di un cristallo, il primo vagito di un bambino.

«E’ ora di andare. Hanno bisogno di noi.»

Uno salì in piedi sul parapetto, la carezza del vento gli portò via dalle labbra l’ultimo gusto del tabacco, aprì le ali e si lasciò cadere giù, verso il basso, verso quella terra così amata e fragile.

«Eccomi piccolo. Sto arrivando.»

Ascoltando Guardian Alanis Morissette