Accanto al fuoco – ix

Ho la bocca riarsa e piena di polvere, gocce di sudore gelato mi annebbiano gli occhi e il rumore bianco della comunicazione telepatica degli oscuri mi perfora il cervello.
Sono forti, crudeli e astuti come mai prima. Sembrano aver studiato a fondo il nostro modo di combattere, perché reagiscono agli affondi schivandoli con facilità inquietante.
Bhumi tenta di muovere la terra sotto i loro piedi ma il vicolo è troppo stretto, un terremoto farebbe crollare le case su di noi, perciò si limita a scoperchiare un tetto usando le tegole come bolidi. Uno dei mostri a destra finisce sepolto sotto una montagna di argilla, le gambe hanno un ultimo spasmo scomposto, poi si fermano.
Sono troppo debole per usare il fuoco, dalle mie dita escono solo piccole sfere di fiamme, appena sufficienti a tenerli lontani ancora per poco. Sono riuscito a ferirne uno seriamente con un coltello lanciato in piena gola. Lo vedo barcollare e separarsi dagli altri mentre Lynx si getta su di lui, atterrandolo.
Vedo la zampata possente, gli artigli affilati che luccicano strappando brandelli, il rumore delle mascelle che macinano carne, ma devo occuparmi degli altri che avanzano.
Sento Bhumi staccarsi dalla mia schiena, la vedo correre verso il più vicino del terzetto di sinistra, con il suo Naginata impugnato tra le mani come un giavellotto. Lo pianta dritto nel petto del mostro e, facendo perno sull’asta, volteggia oltre la sua testa, leggera come una danzatrice di tauromachia. L’Oscuro si accartoccia su se stesso, il bastone ormai inservibile incastrato tra le costole. Lei sguaina i Kama e fa roteare veloci le lame a falce, per tenere lontane le due ombre che le girano attorno come corvi su carne fresca. Urla di dolore, forse è ferita ma non posso correre in suo aiuto, mi sono distratto, ho permesso che uno di loro si avvicinasse troppo e ora ho le sue unghie piantate nel petto, sento un coltello gelato di energia che mi risucchia la vita dal cuore.
È mio il sangue che scorre copioso. Il tempo si ferma, odo solo il tunf ritmico e sommesso delle gocce che inzuppano l’erba rada tra i ciottoli del vicolo. Mi vedo come fossi al di fuori del mio corpo. Un fermo immagine in bianco e nero, un’ombra scura che sugge la mia vita impotente. Sperimento la nausea e l’indifferenza, una voce melliflua si fa largo nella mia mente, mi sussurra di abbandonarmi all’oblio. Ho freddo, un gran gelo mi fa tremare violentemente, ho voglia di lasciarmi andare, di chiudere gli occhi e riposare. È finita.
Un lampo bianco si avventa sulla mano che mi paralizza. Lynx serra le fauci con quanta forza ha in corpo prima di venire scagliata con ferocia verso il muro. Il lamento straziante che emette mi risveglia dal torpore ipnotico in cui stavo affogando. Ho il corpo rigido e insensibile come la pietra, con uno sforzo disumano sollevo il braccio e conficco il coltello alla cieca, trovando una carne molle che non offre resistenza. Giro il coltello a fondo, quasi volessi scavare una tana, finché qualcosa di viscido cola sulle mie mani e nell’aria si spande il lezzo immondo di intestini squarciati.
Sto ancora cercando di liberarmi del sacco putrido che si aggrappa al mio petto come una zecca, quando le tre ombre genitrici mi si parano davanti e si avventano su di me. L’urto mi getta al suolo, rotoliamo come un gruppo di cani rabbiosi. Cerco disperatamente di assicurarmi che Bhumi stia bene, scorgo una sagoma nera a terra mentre un bagliore di capelli rossi mi informa che è ancora viva e sta dando battaglia con le ultime forze, appoggiata al muro con un braccio penzolante e inservibile. Intorno alla sua mano volteggiano sassi che scaglia con forza verso qualcosa che ringhia contro di lei.
Mi trovo atterrato sulla schiena, due artigli premuti sulla gola, cerco di scalciare per far perdere l’equilibrio ma la presa è troppo salda, tento con le ultime forze di richiamare il fuoco ma è troppo tardi. Ormai sto chiudendo gli occhi per l’ultima volta sul mondo.
Improvvisamente l’aria diventa secca ed elettrica. Le orecchie ronzano, l’ozono mi riempie le narici, perdo coscienza per un lungo istante, sento gorgoglii soffocati e un odore di carne arsa. La pressione attorno alla gola si allenta, inalo aria a grandi boccate, mi scrollo di dosso il corpo inerte, rotolo su un fianco e vomito come un cane, a più riprese, lunghi fiotti di bile gialla e sangue.
Mi volto, cerco Bhumi. È accasciata al suolo, la schiena poggia su ciò che resta del muro di sassi che ha divelto per proteggersi, il viso è una maschera di cera e un corpo nero sta bruciando accanto a lei. Grido il suo nome ma dalla mia gola martoriata non esce che un suono roco.
La vedo aprire gli occhi, fare un debole gesto con la mano e iniziare a strisciare, sfinita, verso la sagoma immobile di Lynx.
Sento uno scalpiccìo di piedi che corrono, uno sparo, due, rantoli e odore di cordite nell’aria. Un paio di stivali si avvicinano al mio volto, due braccia robuste mi sollevano. Mi appoggio a quella presa salda, le mani che mi stringono il braccio hanno dita palmate, unite tra loro da piccole membrane di carne rosea. Con un sussulto alzo gli occhi. Ha la testa completamente rasata tranne una cresta di capelli azzurri che brilla nella luce bigia del giorno, due occhi blu profondo mi sorridono in un volto magro e affilato, ma ancora bello come lo ricordavo. Le branchie sotto le orecchie si aprono e chiudono pulsando all’unisono, come piccoli cuori.
Il passato torna indietro con la forza di un treno in folle corsa. Migliaia di frammenti esplodono nella mia testa, schegge di ricordi si conficcano negli occhi. La Città, la fucina di Isern, il fuoco, Sjor, la nostra amicizia, il dolore, l’umiliazione, le fiamme, le lacrime che rigano il volto di mio fratello, il corpo di mio padre che brucia.
Perdo i sensi tra le braccia di Sjor.
Non ho mai desiderato così tanto l’oblio pietoso del buio.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

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Accanto al fuoco – viii

«Buongiorno piccola mia, come stai?» Bhumi si inginocchia all’altezza degli occhi di Lynx, che appoggia con un verso gutturale la testa alla sua fronte e una zampa sulla guancia. Restano a lungo così, immemori del tempo che scorre e consapevoli solo dell’amore assoluto che le attraversa come fossero una sola anima.
Bhumi si alza, passandosi le dita sul viso a cancellare lacrime silenziose e un dolore che so essere pari al mio, e mi fa cenno di seguirla all’interno.
La abbraccio con forza, è piccola ma ne percepisco l’energia potente mentre abbandona la testa sul mio petto e mormora «Il tempo è trascorso molto in fretta, la spirale dei giorni è quasi giunta al suo avvitamento. Ora che sei qui, il nostro compito sta per terminare».
La allontano un poco, tenendola per le spalle, e guardo il suo volto per ritrovare i lineamenti che ho cercato di dimenticare in questi lunghi anni.
Il tempo è stato gentile con Bhumi e poche rughe le solcano il piccolo volto rotondo. Noto come ha cercato di modificare i suoi tratti con piercing di metallo appuntito, un tatuaggio che le scende dalla base del collo verso il centro del petto e i capelli, non più lunghi e del candore sfavillante che ricordavo, ma corti e rossi come le foglie degli aceri in autunno.
Gli occhi no, sono ancora gli stessi, grandi e limpidi, del colore verde della salvia, anche se possono cambiare come quelli di un camaleonte e diventare grigi di odio feroce durante la battaglia, gialli come quelli di un gatto nel pericolo imminente, di nera pietra spenta di fronte al dolore più grande.
È vestita di nero fino alla punta degli anfibi chiodati, indossa un corsetto di piastre metalliche sovrapposte e alte polsiere di metallo, che scintillano alla luce delle lampade.
«Mi tengo sempre pronta» è l’asciutta risposta alla domanda muta dei miei occhi.
Entriamo nella piccola cucina che profuma di fiori ed erbe medicinali, di spezie esotiche e tè nero. La stufa calda emana un buon odore di arancio bruciato e i fiori, negli innumerevoli vasi improvvisati, ruotano le corolle al suo passaggio e sbocciano impetuosi, felici di onorare il suo potere.
Bhumi comanda la terra in tutte le sue manifestazioni e le specie che ad essa appartengono, guarisce con l’arte delle erbe e dona il suo aiuto a chi soffre. Plasmata dalla sua volontà la terra muta forma e si muove senza sforzo. L’ho vista aprire voragini sotto i piedi dei nostri nemici, provocare terremoti, far esplodere massi in schegge taglienti per infilzare l’orrore che ci minaccia, sentirne i passi prima che sia giunto a destinazione, strangolare con l’aiuto di radici scalzate dagli alberi.
Sa essere dolce come la più amorevole delle madri, crudele come il più freddo dei sicari e io la amo teneramente come una sorella.
Mentre armeggia con tazze ed erbe essiccate mi aggiorna sui movimenti degli Oscuri. Il loro potere sta crescendo ogni giorno di più e ormai sono così spavaldi da attaccare anche in pieno giorno nelle periferie più miserevoli. Si servono di accoliti e famigli, relitti senza scrupoli cui hanno succhiato gli ultimi residui di umanità facendone degli automi senza volontà propria.
Le cellule del Circo lavorano in modo indipendente, coordinandosi attraverso i ponti radio e riunioni segrete che spesso vengono interrotte da aggressioni repentine. Negli ultimi tempi le perdite sono state gravi e le battaglie tanto sanguinose da affievolire la speranza anche tra i più saldi fra noi.
«Hai notizie di Sjor?» le chiedo a bruciapelo e noto le sue spalle irrigidirsi per un momento, prima che un no secco e definitivo risuoni nell’aria.
Mi posa sotto il naso una tazza di qualcosa che fuma con un odore acre e poco invitante, poi si siede davanti a me «Bevi – mi ingiunge – sento che la battaglia è stata dura e il tuo corpo ne ha bisogno». Chino la testa obbediente, trangugio con una smorfia il liquido caldo e acidulo che inizia subito la sua opera risanatrice e allontana rapidamente il dolore dai miei muscoli. Bhumi aspetta in silenzio che il medicamento faccia effetto, spiandone i segni sul mio volto, mentre accarezza senza posa la testa di Lynx sulle sue ginocchia.
Mi sfugge dalle labbra un gemito soddisfatto e sollevo la testa con un sorriso, che si interrompe non appena vedo il suo volto farsi teso e cambiare espressione, mentre gli occhi le diventano gialli, freddi e pericolosi come quelli di un cobra. Lynx inizia a ringhiare, mi alzo rovesciando a terra la sedia con fracasso e in quell’istante l’antiquata radio a onde corte si mette a gracchiare. Tra le scariche la melodia si fa via via più limpida e riconoscibile, è Paranoid, il segnale che il Circo utilizza in caso di attacco imminente.
«Stanno arrivando. Ora!» Bhumi infila i suoi letali Kama nelle custodie che indossa sulle gambe, afferra il Naginata, il bastone dalla punta animata, e si dirige sicura alla porta. Lynx la segue con un balzo, io sguaino il pugnale che luccica nella penombra calda e confortevole della cucina, un’immagine di casa contrapposta al sentore della morte incombente.
Usciamo nel vicolo ancora deserto e semibuio, percorriamo poco più di metà di quel budello angusto prima di vedere l’aria tremolare come davanti a un grande fuoco e l’oscurità farsi più densa e corporea.
Una sagoma scura affiora all’improvviso dal muro alla mia destra, come un bassorilievo o un cadavere che emerga dal fango delle paludi. Per un istante resta immobile, ci fissa quasi con scherno dal fondo del cappuccio che le copre il volto, poi incomincia a dividersi, gli arti si allungano mollemente come le estroflessioni di un’ameba e dall’orrenda mitosi ecco due sagome separarsi dalla genitrice. Ora un terzetto dalle bocche fameliche ci attende.
La stessa cosa sta succedendo alla mia sinistra e davanti a noi, mentre alle nostre spalle solo il roseto illumina ancora di speranza il fondo del vicolo.
Bhumi appoggia la schiena alla mia, un assetto da combattimento che ci ha permesso di vincere molte battaglie, e iniziamo a ruotare guardinghi, tentando di capire chi tra i nove mostri si getterà per primo su di noi.
Far scorrere il sangue, il loro e il nostro, è inevitabile. Bhumi mi stringe la mano, Lynx ruggisce, io urlo il mio odio. Ora è il momento di uccidere, ora si vive o si muore. Insieme.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.

La via del drago (in collaborazione con Ali di Velluto)

fullsizerenderTutto è nato per colpa di questo post di Ali di Velluto. La sua testa di drago mi è piaciuta così tanto che gli ho chiesto di raccontarne la storia. Lui mi ha risposto “beh, potresti provarci tu”. La sventurata rispose….. e mi sono inventata un raccontino sbacato proprio come me, ad Ali è piaciuto e l’ha illustrato. Questo è il risultato e non dimenticate di andare a leggere anche il suo blog perchè c’è un disegno differente. Grazie Ali, sei un amico e un mecenate di prim’ordine!

La via del drago

Finì di agganciare il reggicalze e voltò la testa verso il grande specchio a parete, per controllare che la riga delle calze di seta nera fosse diritta.

Con un sussulto di dolore palpò il contorno dell’occhio, tanto bluastro che neppure il trucco pesante riusciva a celarlo completamente.

Quella sera avrebbe dovuto indossare il cappellino con la veletta, per poter cantare al jazz club e intrattenere i coraggiosi marines in partenza per l’Europa.

Anche se dopo qualche boccale di birra sarebbero stati troppo ubriachi per notare certi dettagli, nella caligine satura del fumo di sigarette di contrabbando. Tutti tranne quel Marlowe, quell’investigatore dagli occhi di ghiaccio che sembravano spogliarla e la tenevano sveglia di notte, a rigirarsi fra le lenzuola con il sesso pulsante di voglia.

Era certa che Mickey, l’enorme buttafuori nero dal cuore di burro, l’avrebbe guardata con un’espressione di rimprovero e Betty-Lou le avrebbe porto un bicchiere di bourbon e soda, il suo personale tonico per ogni malattia, dalla tosse al cuore spezzato.

Uno sguardo al piccolo orologio appuntato alla spallina del reggipetto la informò che doveva sbrigarsi, se voleva portare a termine la sua sorpresa.

Indossò l’abito chemisier di seta rossa, stretto da una cintura nera in vita, e legò un piccolo foulard al collo, un suo vezzo fin dal liceo, così utile a nascondere i lividi dei tanti uomini sbagliati che attraeva come una calamita, fin da quando era fuggita di casa su un treno merci, con un fagotto di stracci in mano e puerili sogni di gloria in tasca.

Il trench di pelle nera, il cappello a tesa larga e i guanti già l’attendevano sulla panca d’ingresso, insieme alla borsetta insolitamente pesante.

Lo specchio del mobile bar le rimandò l’immagine di un volto pallidissimo dalle labbra scarlatte mentre, con mani tremanti, si versava un bicchierino di gin per infondersi coraggio.

Diede un’ultima occhiata alla foto incorniciata, due occhi beffardi in un volto maledettamente bello, poi la poggiò a faccia in giù sulla mensola mormorando un Bye bye, baby con la sua calda voce del sud.

Raffiche gelate di pioggia spazzavano il marciapiedi deserto della Avenue. Alzò il braccio e subito un taxi accese la luce gialla accostando silenzioso.

«Sali bellezza, dove ti porto in questa sera da lupi?»

«Hotel Palace, tra la Sesta e la Nona

Salendo abbassò la tesa del cappello a coprire il volto e si accese una sigaretta, soffiando il fumo sul vetro del finestrino per cancellare il suo riflesso, mentre guardava sfilare i palazzi illuminati della città che le stava bruciando l’anima.

Entrò nella hall. Il portiere di notte la riconobbe e le rivolse un sorriso complice, intascando con destrezza la banconota che gli fece scivolare tra le dita.

Prese l’ascensore ma si fermò due piani sotto l’attico, perché il rumore di quel catorcio sferragliante non annunciasse il suo arrivo, rovinando la sorpresa.

Perciò imboccò le scale di servizio, ansimando per l’agitazione e l’inciampo dei tacchi alti.

Entrò con la sua chiave, un piccolo regalo che lui le aveva fatto trovare legata a un cesto di frutta esotica in camerino, un milione di tempo e schiaffi prima.

Le luci nel soggiorno lussuoso erano ancora accese e mostravano impietose lo spettacolo di molti bicchieri, alcuni sporchi di rossetto, dei posacenere pieni di mozziconi e degli indumenti intimi sparpagliati ovunque, insieme alle pelli dei profilattici usati, simili a mute di serpente.

Dalla parete sopra il divano di pelle bianca la grande testa di drago si rifletteva superba nello specchio.

Conosceva bene quella preziosa stampa di Hiroshige e la leggenda superstiziosa che l’accompagnava. Era stato un suo regalo, faticosamente acquistato con lo stipendio di un anno al jazz club e un piccolo lavoretto di bocca nel retrobottega di un viscido antiquario. Una volta avrebbe fatto di tutto per renderlo felice, pazza che era.

Si diresse verso la camera da letto, da cui provenivano gemiti inequivocabili.

Nella penombra osservò con calma l’ampia schiena di lui che si muoveva, stantuffando con vigore tra le gambe di una ragazza rantolante di piacere come una gatta da strada.

Sui muscoli che guizzavano, lucidi di sudore, la testa del drago sembrava prendere vita e irriderla con i suoi occhi crudeli.

Il tanfo di sesso le era quasi intollerabile ma decise di lasciarli continuare finché lui, con un gemito roco, si abbatté a faccia in giù sul letto, sazio di piacere.

Attese che la ragazza si liberasse della sua stretta e si dirigesse verso il bagno, da cui dopo poco si udì lo scroscio sonoro dell’acqua che riempiva la vasca.

Si avvicinò al letto e con la lunga unghia laccata di rosso percorse le linee del tatuaggio sulla schiena, finché lui si voltò con un grugnito di fastidio.

Gli lasciò giusto il tempo di dilatare gli occhi per la sorpresa e sorrise con dolcezza mentre premeva il grilletto.

«Bye bye, baby

Accanto al fuoco – vii

Apro gli occhi sul grigiore di un giorno senza alba, di una luce che non riscalda e non nutre la vita.
Ho dormito le poche ore che il mio corpo necessita per riprendere forza. Guariamo in fretta noi e lo scorrere del tempo ci insulta più lentamente, ma le tante battaglie pesano sulle mie membra e appesantiscono il mio respiro.
Lynx non è più nella grotta, sta cacciando il suo cibo o forse ha solo voglia di correre libera e selvaggia, lontana dall’inquietudine che emana da ogni mio poro.
Scendo al lago, l’acqua è limpida, il velo di ghiaccio si è ammorbidito per lasciare il posto a una fanghiglia gelida che punge mozzando il respiro. Getto il mantello e gli abiti induriti dal sangue rappreso sulla rena di pietrisco, trattengo il respiro e m’immergo sott’acqua.
Resto così per lunghi minuti, la pelle sempre più insensibile, le labbra blu, il ronzio nelle orecchie l’unico suono che riesce a farsi largo nella mia mente, altrimenti vuota come un sudario bianco.
L’acqua è l’elemento di Sjor, che mi ha insegnato a sfruttarne il potere rigenerante. Non avere paura fratello, qui non può accaderti nulla di male. Ascolto la sua voce nelle bolle che ritrovano la via della superficie uscendo dal mio naso e sento il tocco della sua mano nelle ondulazioni sommesse che mi accarezzano le spalle.
Rimango immobile finchè mi sento pulito e riemergo appena prima di perdere i sensi. Sento il cuore che pompa vigoroso mentre mi stendo, nudo, sulla riva e incrocio le braccia dietro la nuca, chiudendo gli occhi per non vedere il cielo.
Non dovrei chiamare cielo l’informe cappa di cenere che ha sostituito l’azzurro luminoso della mia giovinezza, così come non sono giorno le ore di luce bigia che precedono il buio.
Il mondo come lo ricordo è stato sostituito da una successione di giorni senza speranza.
Ecco di cosa hanno privato l’intera umanità gli Oscuri, del sole e del cielo, del giorno e della notte. Il loro potere, cresciuto a dismisura per opera dei continui attacchi agli albini, sta lentamente consumando l’energia del sole e le riserve della terra. Non rimane molto tempo prima che ogni tentativo di combatterli diventi totalmente vano.
Appartengo a un piccolo esercito clandestino, il Circo, anzi ne sono uno dei capi ancora rimasti in vita. Noi resistiamo alle incursioni degli Oscuri e vigiliamo sui bambini delle comunità indifese, braccate come pecore dai lupi, ma la nostra forza sta scemando e io mi sento sempre più stanco e impotente.
Un cauto zampettare mi informa che Lynx è tornata. Apro gli occhi, mi alzo in piedi con uno scatto, mi vesto con abiti puliti, celando con cura quante più armi possibile tra gli indumenti.
Allaccio in vita la sacca che contiene la polvere di licopodio, il mio trucco da mangiafuoco, mi avvolgo nel mantello e sono pronto per fare ritorno al villaggio, uno dei tanti satelliti della Città, cresciuti come escrescenze intorno ai tentacoli della piovra che succhia loro la vita.
Mi incammino lungo un sentiero che attraversa il bosco, lontano dalle fattorie che punteggiano la gola che ho eletto a mio domicilio.
Sta arrivando l’inverno, lo sento negli alberi che mostrano rami sfiniti dal gelo e dal vento, anche se le foglie non si rassegnano ancora a cadere e si vestono di una patina di rosso opaco, per ingannare la sorte mostrando un’allegria che non provano.
Il cammino non è che una breve passeggiata e il villaggio mi si para presto davanti agli occhi, avvolto dal fumo pesante che proviene dalle stufe a carbone e dalle auto che vomitano grasse nubi di carburante grezzo. E’ molto presto e il sonno non ha ancora abbandonato del tutto le case.
Procedo silenziosamente, saettando gli occhi intorno a me, per controllare il minimo cambiamento nella densità delle ombre che avvolgono i vicoli sudici che mi sfilano davanti.
Conosco a memoria la strada e mi oriento nel dedalo di viuzze come vi fossi nato, anche se sono arrivato qui solo da pochi giorni.
Sono Pyros il giocoliere, Pyros il lanciatore di coltelli, Pyros il mangiafuoco che fa sorridere bambini invecchiati ancor prima di aver assaporato la vita, Pyros che protegge le anime indifese dall’oscurità.
Arresto i miei passi davanti all’ultima porta di un cul de sac maleodorante. Ha un aspetto incongruo in mezzo a tanta miseria. Siamo alle soglie dell’inverno ma una rosa rampicante riveste come un arco l’intero architrave e si spinge in alto verso il tetto, ricoprendo la parete grigia di un verde impudico e sfacciato.
Sul legno davanti ai miei occhi è incisa una runa che ben conosco. Alzo la mano per sollevare il battocchio a forma di foglia ma la porta si apre senza rumore e lei è lì, davanti a me, e mi sorride con lo sguardo gentile di sempre. Bhumi, mormoro piano.
Pyros, mio caro, entra. Ti stavo aspettando e nel dirlo appoggia la mano sulle gemme del roseto che subito iniziano a sbocciare, felici, sotto il tocco delle sue piccole dita, emanando un profumo che cancella per un istante il ricordo di ogni brutta cosa accaduta nel mondo.


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Picnic

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fonte: tumblr

Ha gli occhi del colore dell’oceano bruciato da troppe tempeste, screziato del nero violaceo delle mareggiate fuori stagione.

Sono aperti e fissi, guardano controvoglia il cielo e nell’angolo esterno brilla ancora la traccia scura di una lacrima impastata con muco e terra.

Osservo affascinata il cammino di una vespa che risale pigramente la sua mano, dalle dita sgraziate e rozze, con le unghie ispessite da uno strato coriaceo di grasso e polvere, su verso il braccio nudo.

Raccolgo da terra il sigarillo sottile e profumato, rotolato accanto alla mano posata sull’erba, e lo accendo facendomi schermo con il palmo. Inspiro con voluttà e butto fuori il fumo piano piano, piccole bave azzurrine che un vento teso e secco disperde subito.

La vespa continua la sua esplorazione facendosi via via più spavalda, pizzicando con le mandibole tracce di polline ed erba nascoste tra la peluria bionda.

Per un attimo sembra confondersi con il complicato disegno che copre buona parte della pelle, dal gomito fino alla spalla. Un tatuaggio giapponese tradizionale realizzato con tecniche antiche e dolorose, un rito di passaggio obbligato a testimoniare ciò che quell’uomo è  diventato: un assassino.

Guardo l’orizzonte, il paesaggio quasi irreale tanto è perfetto, immerso in una luce rossastra che tinge ogni cosa che mi circonda di un calore che non provavo ormai da tempo.

La vespa termina il suo osceno cammino lungo il braccio, con un piccolo volo si posa sulla gola, poi inizia la risalita del volto. Le zampette per un attimo si impigliano nella barba arruffata, ma si libera quasi subito con uno strattone e un furioso ronzio di protesta, per dirigersi soddisfatta verso il naso da cui cola un grumo rappreso dall’odore invitante di sangue.

Altro sangue sgorga dalla sua bocca misto a schiuma bianca e tinge di gocce scure la barba, resa giallastra dal fumo di innumerevoli sigari. Lo stesso sangue macchia i miei vestiti che, constato con rammarico misto a disappunto, dovrò bruciare presto.

Accanto alla sua testa si allarga una pozza di vomito, ormai colonnizzata dalle formiche, in cui galleggiano residui di cibo, vino e piccole bacche arancioni. Sono identiche a quelle che ho messo a macerare nel fiasco di vino rovesciato sull’erba, le stesse che sto stritolando tra le mani, coprendo di macchie i miei guanti di camoscio chiaro.

La vespa sta passeggiando sul suo occhio che mi fissa con un ridicolo sguardo di sdegno e sorpresa. La scaccio con un gesto della mano e la guardo ronzare via prima di tornare a osservare quel volto.

Lo guardo con curiosità ma senza emozioni, una ad una me le ha strappate dal corpo così tanto tempo fa che ormai non sono sicura di averne mai possedute.

Mi alzo, spolvero gli abiti dai fili d’erba, getto le bacche spappolate nel rivolo d’acqua che scorre quasi asciutto e piego con cura il plaid, riponendolo nel cesto da picnic insieme al fiasco e ai sandwiches ancora intatti. Sarebbe un vero peccato buttarli, sono i miei preferiti, salmone e aneto, e credo che li mangerò stasera con gusto, stesa sul divano con una tazza di tè fumante, un sigarillo e il gatto a farmi compagnia.

Mi volto senza fretta. Non chiudo le palpebre di quegli occhi di oceano bruciato che fissano un cielo diverso dal mio, non merita un ultimo gesto di pietà, anzi voglio che il suo sguardo mi segua mentre me ne vado, abbandonando lì il corpo della persona che ha fatto di me un’assassina.

On air Malafemmena

cigaro

Foto personale – Cigaro chiaro / Aurum italicum. Appartiene alla famiglia delle Aracerae è una pianta erbacea perenne. Tutta la pianta è velenosa, il contatto con la pelle provoca dermatiti. Le bacche rosse dei frutti provocano avvelenamenti mortali.

A tutta B!

Il buon Gianni del blog ilperdilibri una ne fa e cento ne pensa!

Questa volta si è inventato un giochino che mi ha intrigato molto e convinto a partecipare. In realtà penso di essermi imbucata, ma ormai è fatta!

Il gioco è molto semplice. Bisogna scrivere un racconto usando la lettera B almeno 55 volte. Il numero è stato determinato da un lancio di dadi e se vi state chiedendo che razza di dadi siano quelli di Gianni, beh me lo sto chiedendo anche io.

Se qualcuno vuole cimentarsi le regole sono in questo post.

Cosa si vince? Nulla se non una pacca sulla spalla da Gianni in persona (metaforica) e il piacere di aver scritto a piene mani.

Mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e le B sono qualcuna in più di quelle richieste, chiedo venia per la babele.

fonte: web

La panchina

Sto bevendo una tazza di brodo bollente a brevi sorsi cauti, per non bruciarmi le labbra.

Ho qualche linea di febbre. Così dice la mia badante, una brava donna bielorussa baffuta e prosperosa, con due abbondanti tette morbide.

Mi ha accarezzato la guancia con delicatezza prima di rimboccarmi le coperte. Mi ha dato un bacio sulla fronte mormorando il consueto “buona notte mio bravo bambino” e ha chiuso la porta che, brontolando, le ho detto di non sbattere come sua abitudine.

Mi assicuro che il bicchiere d’acqua sia posato come al solito accanto all’abat-jour, perfettamente allineato con il bordo del comodino e ben lontano dai miei beneamati libri.

Faccio scivolare la mano verso il basso, le dita scorrono sotto il bordo del materasso fino a toccare il bandolo scabro della corda da bucato che ho fissato alla base del letto.

Per sicurezza aspetto che la luce in bagno si accenda. Mi metto in ascolto del familiare rimbombo del box doccia e del sibilo del boiler che si accende, camuffando i miei rumori.

Tiro la corda a me finché, insieme a batuffoli di polvere e briciole stantie di brioches, spunta da sotto il letto un pacchetto voluminoso sigillato con nastro biadesivo.

Lo afferro con mani bramose e strappo a brandelli la carta bruna che lo avvolge.

Getto sul letto tutto il suo contenuto: un paio di braghe di velluto blu lise, una camicia di flanella beige, un pesante maglione di lana boucleè e un berretto da marinaio.

Mi vesto abbottonando tutto alla bell’è meglio. Infilo i calzini e un alluce spunta dal buco sulla punta. Maledico la mia dabbenaggine ma non posso cercarne un altro paio. Il rumore insospettirebbe la mia badante.

Allaccio le stringhe dei miei robusti scarponcini, apro piano la porta e mi appoggio al battente scrutando il corridoio buio.

L’acqua scorre ancora mentre scendo in silenzio le scale.

Dabbasso apro la porta che affaccia sul balcone e afferro una coperta scozzese, buttata lì quasi per sbaglio.

La appoggio sul braccio e apro la porta d’ingresso.

Il battistrada degli scarponi fa scricchiolare la ghiaia bianca del vialetto.

Aggiro la siepe di bosso e mi dirigo verso le betulle, che salutano il mio arrivo con un fruscio delicato di foglie.

Butto la coperta sulla panchina già bagnata dell’umore della notte.

Accarezzo il posto vuoto alla destra del mio e, con un sospiro di tristezza, attendo.

Il campanile della chiesa batte i dodici rintocchi.

È mezzanotte.

“Buon compleanno amore mio, anche quest’anno non mi sono dimenticato della promessa”.

L’aria intorno a me profuma di buono mentre mi accarezza il viso con un bacio.

Accanto al fuoco – vi

Un rivolo d’acqua sgorga dalla parete al fondo della caverna.
Affiora da una piccola crepa nel granito, solca con la rapidità di una lacrima la pietra e sparisce nelle profonde viscere della montagna.
É gelida, ha un gusto amaro che stringe lo stomaco in una morsa, lasciando in bocca un sapore di fumo e ferro.
Mi avvicino al recipiente di raccolta, sciacquo le mani lorde di sangue rappreso e immergo le lame nell’acqua rossastra. Strofino l’acciaio con le dita, sciolgo i grumi nerastri fino a sentire sotto i polpastrelli le solcature a me familiari.
Sono antiche benedizioni, talismani potenti incisi sull’acciaio, l’unico ricordo di colui che le forgiò per me molto tempo fa.
Sollevo il coltello gocciolante e il suo marchio brilla alla luce del fuoco, coperto da un velo d’acqua.
Eccoli insieme, il ferro e l’acqua, Isern e Sjor, l’unico che io abbia mai riconosciuto e amato come padre e il fratello che il destino mi donò durante gli anni nella Città.
Il giorno in cui incontrai mio padre l’auto del mercante ci condusse in un dedalo di viuzze, cresciute come malerba ai piedi dei vecchi grattacieli abbandonati, fino ad arrestarsi davanti alla porta malconcia di un fabbro, con un ultimo sospiro di fumo denso e corrosivo.
Rannicchiato sul sedile nel bozzolo della mia coperta, osservavo la discussione tra il mercante e l’uomo formidabile apparso da quella porta.
I due si conoscevano bene, a giudicare dall’abbraccio e dalle manate vigorose che si erano scambiati.
Li guardavo discutere notando l’espressione sulla faccia dell’uomo cambiare e farsi più cupa ad ogni parola, come un cielo tinto dalle nubi nere del temporale in arrivo.
Anche il fabbro era un Metallico. Una fitta serie di piastre si allargava dal suo collo fino a metà del torace, rivestendolo come la cotta di un cavaliere medievale. Il braccio destro era uno stupefacente miscuglio di rottami uniti a formare una mano rozza ma, avrei scoperto con il tempo, dotata della precisa delicatezza di un orafo. La gamba sinistra era una protesi mobile fissata alla coscia con una gabbia di cinghie di cuoio.
Isern possedeva diverse gambe che aveva progettato e costruito con le sue mani, cambiandole con la civetteria di una donna al primo appuntamento, a seconda dell’uso e del suo umore. Tutte erano provviste di un congegno di difesa, una lama nascosta, sottile, indistruttibile e letale, che adoperava con la grazia di un samurai nei luoghi pericolosi che soleva frequentare.

Isern, mio adorato padre, la prima volta che mi parlasti fu per dirmi, con la tua voce raschiante, “vieni qui ragazzo e smetti di tremare” poi mi afferrasti per le spalle e mi sollevasti il cappuccio quel tanto che bastava a rivelare il bagliore dei capelli.
Mi ricordo i tuoi occhi, così dolci per lo spazio di un istante, tornare pozze insondabili di metallo grigio acciaio e il cenno di capo che rivolgesti al mercante, accettando con quel semplice gesto di diventare mio padre per sempre

Solo alcuni anni dopo, in una notte trascorsa a domare i suoi fantasmi con acquavite di grano, mi narrò della figlia, albina come me, come me posseduta dalla fiamma del fuoco, trovata morta in un vicolo putrido, candida e fragile come la più sottile delle ali di farfalla, un guscio svuotato del suo potere dagli Oscuri.
Eppure, nonostante lo strazio che gli procurava la mia vista, nonostante i maldestri tentativi di padroneggiare il mio potere e l’arroganza inesperta con cui affrontavo i pericoli, mi accolse con sè, mi insegnò l’arte di plasmare il metallo con il fuoco, rese il mio corpo robusto e mi fece accettare la mia diversità come un dono da scoprire e non una maledizione da celare. Fu il mio mentore, il mio posto sicuro nel mondo, la mia casa.
Nei bassifondi della Città si intrecciavano storie dolorose e traffici di tenebra. I mercanti di organi erano una minaccia crescente, avidi predatori di arti di ricambio per chi poteva permettersi di pagare la carne non accontentandosi del metallo, ma anche gli schiavisti e i pedofili volteggiavano come corvi attorno alle giovani vite. Su questa bolgia infernale si era diffuso come un cancro il dominio degli Oscuri. Ancora poco si sapeva di loro, derivavano dal Lucòre come noi ma ne erano rappresentazione del lato più aberrante.
Isern e chi, come lui, aveva perso una persona cara a causa loro, covava vendetta e vigilava.
Gli Oscuri si confondevano con le ombre, penetravano le menti, annullavano la volontà, cancellavano i ricordi della gente comune. Solo noi albini li vedevamo con chiarezza e questo, unito al nostro potere ci rendeva loro nemici e prede.
Per questo Isern iniziò il mio addestramento fin dal primo giorno. Ci allenavamo ogni sera, dopo aver sbarrato porte e finestre da occhi troppo curiosi. L’officina diventava teatro dei nostri combattimenti, attrezzi da lavoro, rottami di ferro, trucioli metallici diventavano le armi improvvisate che, rese roventi dalle mie mani, scagliavo contro la sua massiccia figura che non mi risparmiava critiche, urla di incitamento e duri colpi che mi lasciavano senza fiato e tremante di rabbia.
“Impara il controllo ragazzo, sei tu il padrone, non il fuoco. Devi essere pronto a ciò che ti aspetta là fuori” mi gridava quando dalle dita fiotti di fuoco liquido iniziavano a gocciolare sul cemento e gli attrezzi nelle mie mani fondevano come cera.
Ora basta Pyros, fratello, ora riposa, la voce liquida di Sjor, così simile al gocciolio di uno scroscio di pioggia sulle foglie del bosco, al suono ammaliante dell’acqua per una bocca riarsa, mi avvolge come una carezza.
Bacio il marchio con devozione, Proteggimi padre, mentre risento la voce profonda e arrochita dei suoi ultimi istanti e rivedo, nel velo di lacrime che mi confonde gli occhi, la sua morte, il giuramento di fuoco, la vita che ho scelto per ripagare il suo, il loro sacrificio.
Appoggio la testa al dorso caldo di Lynx che respira quieta, Arriverà presto la vera alba, mormoro mentre chiudo gli occhi e indosso l’oscurità.


Trovate gli altri episodi del racconto di Pyros nella sezione Mela-Racconti.